Sonno di piuma

L’appartamento è silenzioso fino a quando Maria urla con la voce che le è rimasta, e il collo gallinaceo si fa viola.
«Curre Giovà, Tummas è muort.»
Giovanni si precipita sonnolente col pigiama a righe per niente sgualcito come se avesse dormito immobile, tasta il polso dell’uomo, si guarda intorno e impreca irrispettoso.
«Strunz, l’hai fatto n’ata vota.»

Le palpebre pesanti cui non oppongo resistenza, la bocca vibrante, poi serrata a far scappare brevi rivoli di bava, le mani prima formicolanti, poi senza consistenza, ultime di un corpo che si affloscia senza sostegno di alcuna volontà, nemmeno della mia inquietudine. Resta solo il vezzo di sentire l’anima trapassare nel sonno di piuma che gli altri chiamano coma. E aspettare. Le urla di Maria, le imprecazioni di mio figlio. Poi, niente.
Il mio diletto e la mia pena insieme consistono nell’impossibilità che qualcuno ascolti o trascriva i pensieri del sonno di piuma. È praticamente impossibile mettersi in ascolto di quest’anima roboante, parlerà per essa il figlio, racconterà alla stampa di un ictus, di un infarto o di un’indigestione di frutti di mare. Se qualcuno potesse ascoltare! Nemmeno Maria ci riesce. Mi guarda rassegnata con una luce differente negli occhi, come se col tempo questa sordità le avesse giovato.
La stanza è quella di una clinica di gran lusso, ma ha gli stessi umori degli ospedali, i santi alle pareti crema di limone e i parenti stretti ad aspettare.
Al centro c’è lui, Thomas Sbriglia detto Tommy, adagiato su un letto a struttura tubolare. Pare morto. È bello, pure se infilzato da aghi e cannule da capo a piedi.
Non dimostra la sua età che per la gente comune è quella dei vecchi. La pelle è appena ruvida e si accampa regolare sul bel viso che Dio gli ha donato. Una sottile riga di luce sulla fronte ne evidenzia l’incarnato pallido e un innocuo incrocio di rughe. I capelli, un tempo d’oro, ora sono lievemente ingrigiti, le palpebre sono appassite e gonfie di lacrime messe a freno.
La bocca, invece, ha uguale compattezza. Varrebbe la pena baciarla se non fosse per le semiluttuose circostanze che impongono al pubblico un certo decoro.
Ai piedi del letto, due donne d’età mezzana parlottano senza particolare sofferenza. Per scacciare la noia e ingannare i silenzi, sfogliano periodici di informazione medica. Una delle due è la malaticcia Patrizia che alterna alla conversazione piccoli sorsi d’acqua di Lourdes contenuta in una fiaschetta da whisky.
L’altra è Maria, seni nuovi e labbra rifatte a canotto, la tintura rosso picchiatello, le unghie viola. Sarà per la direzione dello sguardo e i sonori sospiri, ma la donna mostra ingenue distrazioni che poco s’adattano al ruolo matronale.
Ce n’è pure una terza di donna, giovane e allo stesso tempo antica, tiene la mano all’uomo obbligato ai tubicini che occupano i possibili orifizi. Annina, questo è il suo nome, piange e prega, con l’ausilio di una coroncina da rosario che sgrana con la mano disoccupata. In un angolo c’è Giovanni, il figlio del paziente, a sistemare computer e fax. È irritato ma preparato all’emergenza: nascondere la vergogna, truccare la verità.
La notizia è di quelle che circolano in fretta.
Il cantante Tommy Sbriglia è stato ricoverato d’urgenza nella clinica Anni Verdi di Napoli in seguito ad un malore che lo ha colpito ieri sera nella sua residenza di Marechiaro, recita il breve comunicato trasmesso alle redazioni di tutta Italia. L’attento osservatore avrà notato che nulla è detto circa la causa del ricovero, si accenna ad un “generico” malore che vuol dir tutto e niente. In attesa di una diagnosi, netto e a tratti sdegnoso è il silenzio del personale medico, si ricordi che Tommy è al terzo giro di boa. Ha il cuore malandato e per curarsi s’è ritirato dalle scene, lasciando in agitazione un pubblico che delle sue canzoni ha fatto un kit terapeutico pronto all’uso in ogni occasione, dalla nascita al lutto. La preoccupazione è ancora più forte da quando s’è visto un prete con olio santo e paramenti a pochi passi dalla clinica assediata dai fan.
L’inconsapevole sacerdote, volto candido e riga perfetta al centro, s’è spaventato davanti a tutte quelle anime affannate, ne avrà contate cento, assiepate dentro e fuori lo stabile, a cantare senza sosta i successi di Sbriglia con l’ausilio di chitarristi di fortuna.
Ciascuno attende un segno.
Ciascuno si prepara ad una lunga attesa.
Il sonno di piuma non è terra a me sconosciuta. Pensai di farlo per la prima volta dieci anni fa quando, proprio allora, con il cielo sotto i piedi, avvertii l’inconsistenza dei piedi di schiuma sotto il carico dei sogni.
Il bello del sonno di piuma è che l’attesa non pesa, nemmeno i pensieri e i ricordi, quelli che durante la veglia. Da mattino a sera, si susseguono, si alternano, poi si sovrappongono senza tregua, a colpire e affondare gli interstizi indifesi di questo corpo, di questa anima, chiamateli come vi pare.
Nel sonno di piuma, questo è il mio terzo sonno di piuma, i pensieri scivolano leggeri alternandosi con pause di nero.
Lo spazio si dilata a mille nei luoghi dove agli uccelli non serve cantare. Le orecchie e i nasi s’affinano.
Passato e futuro si annullano in un presente continuo, e i ricordi si espandono come su una gigantesca tela messa lì a proiettare vecchie diapositive. Il dolore non fa male, non è nemmeno dolore, solo un vecchio film che promette lieto fine.
Se c’è qualcuno che dal sonno di piuma potrebbe ricavarne milioni, quello sono io.
Mai ho venduto tanti dischi come in quei giorni in cui i dottori e i giornali mi davano per morto, il prete m’aveva benedetto, e la città credeva d’aver perso il suo verme, eroe.
In entrambi i casi, mi sono risvegliato in questa stanza con la famiglia al capezzale e il pubblico piangente ad aspettare un segno sotto la finestra.
Mio figlio Giovanni s’era accordato con il primario, una persona di fiducia. Il mio tentato sui… (non ho molta simpatia per quella parola) doveva apparire un infarto.
Non sta bene togliersi la vita da queste parti, specie per un vecchio cantante che ha avuto tutto dalla vita, soldi onore e gloria.
Delle due scene mal riuscite non me ne vergogno, poco conservo il ricordo. Solo piccole sensazioni al risveglio che riuscii a condividere con nessuno.
Sentivo i miei giorni di risorto come la convalescenza dello scolaro guarito dalla febbre che poco ha voglia di tornare a scuola.
Ascoltavo nessuno, m’attaccavo a piccole percezioni del tatto. Toccavo il mio corpo, la stoffa ruvida delle lenzuola ospedaliere, le mani callose di Maria, il viso butterato di Giovanni, i contorni ossuti di Patrizia, i capelli docili di Annina.
Per la mia famiglia, sono pazzo. In parte è vero. E per controllare il pazzo hanno istallato telecamere a circuito chiuso e messo sbarre alle finestre del mio appartamento.
Non me ne lamento. Nella nuova prigione ho atteso e affinato la tecnica dell’inganno.
Del resto, è la cosa che so fare meglio. Sapevo che, prima o poi si sarebbero distratti dai miei prolungati silenzi, dalla mia avversione alla vita. E da me, che non non riuscivo a dire, Scusate se le vostre mani e i vostri visi non mi bastano.
Quello che ufficialmente si sa di me è totalmente falso.
Si prenda Un uomo soul, la mia biografia ufficiale scritta dal tanto solerte Rocco Caruso. Un ammasso di inganni.
Musica a parte, di quella ci si può fidare. Qualcuno potrebbe obiettare che a verificare il fondamento di una vita esistono documenti anagrafici e battesimali, testimonianze, fatti.
Ebbene, non ricordo di aver ricevuto alcun sacramento e il primo documento d’identità l’ho comprato all’età di diciassette anni. In quanto alla verità, come ogni comune mortale, preferisco cantarmela da solo, nel cantuccio della mia stanza, prigione, bagnandomi di lacrime la faccia.
Beninteso, il libro di Caruso ricostruisce e analizza tutta la mia storia musicale, con minuzia di particolari: gli esordi, la maturità, l’intera discografia.
Il resto della storia, dalla nascita al primo disco, è una favola destinata a diventare leggenda. Sebbene mi sia mosso poco e mal volentieri da Napoli, nasco nel 1945 a poche miglia dalla baia di New York, da Michele e Salvatrice, due emigranti appena sbarcati nel Nuovo Mondo.
Salvatrice, pia donna, affetta da pertosse e parotite, non riuscirà a vedermi camminare.
Michele, aiuto cuoco in un ristorante di Brooklin, si prenderà cura di me, un talento cresciuto all’ombra di una strana musica, mezza napoletana e mezza americana. Ad applaudire le mie prime esibizioni saranno i festaioli di Little Italy, commossi al suono della mia voce che ricorda a tutti Napoli, la città dove sarei approdato diciassettenne per fondare i Take the Naples, un quartetto destinato ad un prodigioso successo.
La vita che ho vissuto è quella di un altro di cui non ho ben chiari i lineamenti. È la pena che mi è toccata in sorte. Se ne ricorderà Dio o chi per esso.
Dio ma chi sei? Sei ancora quel vecchio con il fiato di Coltrane e la testa di Yul Brynner che appare nei sogni a segnarmi i peccati?
Nella fretta di presentarmi a te, temo solo che tu mi chieda una canzone.
Tummà, cantame ‘Taxi Driver.
Non lo sopporterei.
Dio, se sei Dio, saprai chi sono.
Un nessuno intonato, in cerca di penombra.

Sonno di piuma è un romanzo di Luigia Bencivenga