ACCADIMENTI di Carlo Pezzetti

Il corpo veniva incenerito istantaneamente appena il cliente chiedeva di rescindere il contratto vita.

La potentissima fiamma soffiava fulminea, impietosa. Iniziava con un fievole vento che accarezzava le guance estorcendoti un sorriso.

Piacevole brezza estiva. Avevano perfino inoculato nell’ aria un soave odore di acqua marina misto a pino silvestre e, come se non bastasse, il notturno opera nove in Mib del folle Chopin aleggiava nella camera stagna.

Tutto era perfetto, la vita era perfetta, la morte era perfetta.

Quindici, forse venti, al massimo trenta minuti ed il miscuglio di morfina e lisergico prendeva il sopravvento annebbiando la mente e stordendo i sensi addolciti dall’impeccabile atmosfera. Il buon brandy spagnolo, invecchiato in botti di rovere, confondeva ancor di più le sensazioni e, per chi gradiva accompagnare il sorseggiare con un pizzico di nebbia, un ottimo sigaro toscano si sposava alla perfezione con il gusto del gran riserva de Jerez.

Tutto era perfetto, la vita era perfetta, la morte era perfetta.

In una frazione di secondo, l’escursione termica raggiungeva valori enormi. Istantaneamente l’aria respirata si incendiava. Impossibile che l’organismo potesse percepire un minimo di dolore, la carne si discioglieva liquefatta, le ossa svanivano in una sottile vampa di fumo come se il sigaro toscano avesse aspirato una vampata di umanità e l’avesse soffiata nel nulla ricadendo a terra esausto.

Il sottile ed impercettibile suono sordo del toscanello caduto si armonizzava con il frantumarsi del bicchiere di brandy, macabro e soave movimento musicale, una battuta in tre quarti, ultimo walzer, ultima battuta di un walzer infinito, la morte.

Sulla poltrona in pelle di stegosauro, uno strato di pulviscolo ricopriva i braccioli e lo schienale.

La camera stagna risuonava vuota, ripulita da ogni forma di esistenza. Non una cellula organica umana. Solo polvere di carbonio puro, molecole scomposte al minimo comun denominatore e particelle elementari.

Sembrava che quel fuoco invisibile sapesse riconoscere l’umanità molto meglio di alcuni umani.

Non una minima traccia di DNA.

Niente si crea e niente si distrugge ma tutto muta, e quel corpo vivo che qualche attimo prima era in procinto di perdersi in un oblio di piacere erotico gustativo aveva mutato la propria essenza in … nulla: qualche particella e filamento di energia infinitesimamente piccoli, che forse, con qualche minima probabilità, si sarebbero ricomposti a formare un chi sa cosa.

Se un’anima o una qualche forma di spiritualità fosse mai esistita, si sarebbe dissolta nel nulla anch’ essa.

Si alzò di soprassalto, la fronte madida di sudore.

Una tenue luce penetrava dalla finestra colpendo le stanche tende tessute in canapa tra le cui fibre lampi di sole ruzzavano allegri.

Respirava affannosamente, scosse la testa.

Il bicchiere di brandy spagnolo era ancora sul tavolino di ebano, mezzo vuoto, mezzo pieno. In ogni caso mezzo. Da qualsiasi angolazione si decidesse di guardare, sia dal basso che dall’ alto, sempre mezzo bicchiere di ottimo brandy gran riserva de Jerez rimaneva.

Un mozzicone di sigaro lucchese riposava nel posacenere intagliato in legno di ginkgo biloba ben tornito ed accuratamente trattato a livello subatomico per renderlo indistruttibile.

Si asciugò la fronte con la manica della maglia in lino color crema.

La pelle della poltrona sulla quale si era appisolato era soffice e liscia, stranamente calda al tatto, stranamente accattivante.

Non si stupiva del fatto che si era addormentato con tanta facilità.

Vuoi complice il liquore, vuoi la situazione nella quale verteva la sua vita, vuoi la stanchezza della sua esistenza imperfetta, vuoi la calda luce del sole che filtrava dalle tende, il fatto era che avrebbe voluto dormire in eterno, abbandonarsi tra le seducenti braccia di Morfeo e come Euridice restare per sempre nell’ Ade.

Alzarsi fu complicato, le gambe tremanti imploravano di restare seduto.

Voleva curiosare tra le trame del tempo, voleva ascoltare i suoni complessi di quel che sarà.

Una palla cristallina era poggiata sopra una madia intarsiata. Il mogano del corpo ligneo riluceva come appena oliato. Prese con cura la sfera e sfiorò la superficie con il palmo della mano.

‘Come on and set me free’: un blues soffice cantato da una calda voce semi roca echeggiò per tutta la stanza.

‘Ben down so long’, ‘baby, baby, baby, Won’t you get down on your knees?’: un ragazzo barbuto dai lunghi capelli abbracciava un microfono inscenando una danza erotica.

Lasciò l’anima librarsi nel turbinio di piacere sonoro muovendo il proprio corpo sinuosamente incassando la testa tra le spalle ed aprendo ritmicamente le braccia.

Quattro quarti di wah wah, miagolio erotico, banda di frequenza variabile, avevano il totale controllo dello spazio-tempo. La brama dell’universo si strappava e ricuciva a comando. Esse oltrepassavano i confini delle dimensioni tangibili, avevano letteralmente sfondato le porte della percezione.

 “The Doors”: poteva ascoltare aldilà dell’ infinitamente piccolo ed oltre l’ infinitamente grande.

La musica continuò: ‘Mister mojo risin, mister mojo risin’, ‘L.A. woman, you’re my woman’.

Si avvicinò ad un grande vetro oscurante. Sotto di esso un pannello con un unico bottone sferico, perfetto, in legno di acero levigato e lucido.

Passò la sua mano sul tasto legnoso.

Una vampa di fuoco atomizzato disintegrò il cliente pagante proprio mentre stava sorseggiando il suo brandy.

‘Mister mojo risin, gotta keep on risin’: il blues si era fatto più intenso.

‘L.A. woman, come on’: lui sarebbe rimasto, lui avrebbe resistito, stanco e con l’anima tumefatta dalla sconfinata conoscenza, ma ultimo tra gli ultimi, voleva sopravvivere.      

La porta si aprì istantaneamente per fare uscire quel suo corpo stanco, invecchiato da una infinita giovinezza.

La robusta membrana, che divideva il suo esistere dentro dal suo fingere di esistere fuori, svanì non appena la sua mano sfiorò una sfera legnosa posta sul lato destro di ciò che somigliava ad una uscita.

Varcò la soglia e la sfera ruotò facendo richiudere alle sue spalle la porta membranosa.

Era fuori!

Il sole risplendeva alto in cielo mentre un vento sottile trasportava nell’aria semi elicoidali: la prepotenza della natura che si impone all’ esistere; le alte conifere sputavano al vento la semenza dell’evoluzione; un profumo di lavanda misto a camomilla aleggiava imperante; vampate appena visibili di fuoco atomizzato ululavano da ogni angolo della via.

Camminò lento.

I corpi ammassati ordinatamente venivano disgregati dalla potente fiamma atomica.

L’ inserviente addetto alla gittata osservava con occhio marmoreo quell’orgia di carne immobile tenendo il pollice irrigidito sopra il pulsante del via, via, via.

Tutto scompariva in una nuvola di polvere e vapore che istantaneamente si decantava al suolo e svaniva soffiato dal vento.

Senza batter ciglio premeva il grilletto e la collinetta di membra e sangue si dileguava. Dopo di ché, con sguardo vitreo, rivolgeva a sé il cannoncino ed impassibile regalava i suoi atomi al tutto.

Era la fine di tutto.

Bassi palazzi, costruiti con legno a compattazione di stringhe a impatto zero, si armonizzavano al paesaggio naturale, amalgamandosi con le gigantesche conifere di gimnosperme.

Grossi animali squamosi si muovevano tra la folta vegetazione ai confini delle città.

Nel cielo uno stridio di volatili schizzava rapido per affievolirsi in lontananza.

Quei pochi umani che erano ancora rimasti, e che presto sarebbero stati atomizzati, lievitavano su affusolati veicoli a forma di goccia della consistenza di gelatina al pudding, sicuramente si stavano dirigendo verso l’oblio.

Il cielo era puro e limpido, niente emissioni, il sole donava energia e regalava calore, il mondo era al culmine della perfezione.

Tuttavia, qualcosa era accaduto, qualcosa si era guastato nel naturale processo evolutivo della specie umana.

Camminava tra silenzi di coscienze cercando di focalizzare i suoi pensieri sul ‘dove?’ più che sul ‘perché?’.

Brevi lampi attiravano la sua attenzione intercalandosi al suo incedere.

Coloro che pagavano potevano permettersi una vaporizzazione comoda, su poltrone di stegosauro sorseggiando brandy e fumando un buon sigaro. Solo chi poteva pagare aveva diritto all’ultimo desiderio del condannato. Il resto optava per una autocommiserazione comune, autodistruzione di massa.

La natura faceva il suo corso.

Niente si era guastato, tutto seguiva il naturale processo evolutivo.

Uscì dalla città immettendosi tra alte felci ed arbusti intricati.

Sapeva perfettamente come muoversi. Più e più volte si era addentrato nel fitto del fuori, tra brachiosauri ed allosauri.

Non voleva essere vaporizzato, non voleva addentrarsi nell’ignota strada dell’oblio.

Tutto il mondo sorrideva all’idea dello svanire per sempre.

Lui no!

Fin da quando il tronco quantistico aveva annunciato lo scadere del clock umano, non aveva ben capito cosa significasse l’innato desiderio di dileguarsi nell’ infinito.

Non riusciva a percepire quella voglia diffusa di autodistruzione per far si che il mondo tutto si evolvesse.

Era diverso dall’ umana specie!

Era una specie di umano!

Non capiva il suo non capire!

Si sedette sul bordo di un enorme nido e, lasciandosi cadere al suo interno, chiuse gli occhi.

La notizia fece il giro del mondo immediatamente.

Tutti i notiziari riferirono l’accaduto.

La più sconcertante scoperta scientifica di tutti i tempi:

“Il 20 settembre 2020, nei pressi del piccolo paese di Saltrio, in Italia del nord, uno scheletro umano integro è stato rinvenuto all’interno di un enorme nido di dinosauro. La datazione al radiocarbonio stima la data del ritrovamento a più di centocinquanta milioni di anni fa.”

ACCADIMENTI è un racconto di Carlo Pezzetti

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