AL DI LÀ DELLA FINESTRA di Luca Bosco

Foto di pixabay

“È meglio essere ottimisti ma avere torto

 che pessimisti e avere ragione”. 

                                                                     Albert Einstein

Diego

 Il ragazzo si svegliò di colpo scattando seduto sul letto, respirava in modo tormentoso con la fronte e i capelli umidi di sudore. Anche il suo petto nudo era bagnato.

Spostò con forza le lenzuola ormai pregne e inutilizzabili. Diego, così si chiamava, non riusciva proprio a capire quale fosse il problema. Il respiro ancora accelerato gli faceva pompare il cuore al massimo come dopo una gara ai cento metri piani. Guardò l’ora sulla radiosveglia, appoggiata sul comodino, il display Sony xdr diceva che erano le 05:13 minuti, davvero troppo presto per iniziare la giornata.

Ormai però il sonno se n’era andato e lui aveva bisogno di una doccia fredda. Scese dal letto, si recò in cucina per bere dell’acqua, il suo corpo assetato e atletico ne richiedeva avidamente. Una volta ritrovata la calma, la sua mente iniziò a riflettere e pensare in modo lucido. Quel giorno era un giorno importante per lui, avrebbe affrontato un esame universitario, uno degli ultimi che gli mancavano per laurearsi.

Diego ogni volta era molto agitato, era vero che perdeva facilmente il sonno la notte prima, però quella notte, per la miseria, era diversa, c’era qualcosa di sinistro che gli procurava un enorme peso sul petto, ma non riusciva a capire cosa fosse quel qualcosa che inconsciamente gli dava angoscia. Era certo che la prova l’avrebbe superata, aveva studiato duramente per settimane ma la sua ansia era sempre presente in queste circostanze come un mal di testa dopo una sbornia.

Diego aveva già ottenuto degli ottimi risultati nei precedenti livelli di studio all’università, durante il Grado nei primi quattro anni e poi durante il Master nei successivi due. Adesso, al quarto e ultimo anno del Doctorado gli si presentava una chiusura in bellezza che lo avrebbe proiettato in una nuova fase della sua giovane vita, un nuovo inizio tutto da scoprire per lanciarsi nel mondo del lavoro.

Dopo aver bevuto a sazietà, andò in bagno. L’acqua fredda che usciva dal soffione della doccia in effetti riuscì a levargli di dosso quella maledetta tensione notturna. Dopo una colazione ricca di proteine a base di uova e Pata Negra uscì di casa, un piccolo alloggio in affitto in Carrer de Raset, nel cuore del Sarrià-Sant Gervasi, il quartiere più studentesco di Barcellona, piuttosto vicino all’ateneo.

Quella mattina decise di non prendere la bicicletta, aveva voglia di camminare e poi era ancora presto per i suoi programmi. Aveva bisogno di calma per riassettare le idee in modo tale da affrontare l’esame. Si incamminò in direzione dell’università, arrivato a Jardines de Can Castellò notò che il parco, di solito pieno di bambini intenti a giocare e rincorrersi, adesso era vuoto e desolato come un recinto di pecore aperto, uscite per pascolare. Deviò a destra e imboccò Carrer de Muntaner già piena di automobilisti che sfrecciavano all’impazzata per arrivare in orario sul posto di lavoro. A Diego ricordavano tante formiche dentro un formicaio impegnate nelle loro molte attività. Arrivò infine a Jardins de la Universitat de Barcellona che ospitava gli edifici dell’ateneo, la principale università pubblica della catalogna e anche uno dei più importanti centri di ricerca universitari europei.

La struttura venne inaugurata nel 1450 e nel corso degli anni era sopravvissuta a diverse guerre civili e lotte interne. Oggi è un’istituzione in costante crescita, tra le duecento migliori università del mondo. Diego si mise ad ammirare gli edifici storici che gli procuravano sempre un senso di timore reverenziale, li osservava come fosse la prima volta che li vedeva, anche se li conosceva molto bene. Sentiva l’adrenalina che scorreva nelle vene che piano piano placavano, o meglio, riequilibravano lo stress fisico e psicologico del momento; gli sarebbe davvero servita per affrontare al meglio la sua prova accademica.

Si incamminò lentamente verso le grandi porte di ingresso, quel peso sul petto che lo aveva svegliato con cattiveria lo percepiva ancora, in modo meno intenso, ma era ancora lì, su di lui. Si sforzò con la mente ancora un attimo, voleva risolvere la faccenda ma niente, vuoto completo. Lo mise da parte, adesso la sua concentrazione doveva essere rivolta ad altro. Riordinò velocemente i suoi pensieri per l’esame. Presto avrebbe ricevuto una notizia poco piacevole, una notizia che avrebbe svelato gli enigmi del suo misterioso malessere. Una telefonata che avrebbe cambiato i suoi programmi accademici.   

Ramon

 Saragozza. Una città collocata nell’entroterra della Spagna, il capoluogo dell’Aragona per essere pignoli. Questa magnifica città fu tra le prime nella penisola Iberica a convertirsi al cristianesimo nel 713 a.C. Venne conquistata dagli arabi e ci vollero più di quattro secoli perché i cristiani potessero riappropriarsi della loro meravigliosa terra con una spedizione militare al comando di Alfonso I, re di Aragona.

Ramon Molina era cresciuto proprio qui, amava Saragozza, amava la sua gente, gente combattiva che non si fermava davanti a nessuna difficoltà, persone comunque semplici legate alla propria terra e molto generose. Per non parlare dei colori e i profumi che questa città riusciva a regalare con i suoi molti parchi. Dopo le scuole primarie aveva iniziato a lavorare con il padre come pescatore sul fiume Ebro. Ci fu un tempo in cui il fiume era conosciuto per la sua eccellente varietà di pesci che erano la gioia di tutti i pescatori che ne solcavano le acque. Trote, anguille, granchi, bivalvi molto grandi; oggi molte di queste specie sono scomparse a motivo della contaminazione dei rifiuti chimici e dalle acque reflue che hanno degradato il loro habitat naturale. Ramon aveva dei bellissimi ricordi quando da bambino, con suo padre si alzava molto presto per andare al fiume. Il papà entrava nella sua camera e lui veniva svegliato dalla sua voce profonda: «Dai Ramon alzati che i branzini sono già svegli e ci stanno aspettando.»

Quando riusciva a tirarsi giù dal letto, entrando in cucina con gli occhi ancora impastati dal sonno, il padre lo guardava sempre con tenerezza e gli faceva quel sorriso compassionevole che lui amava tanto, era il miglior buongiorno del mondo. Gli voleva un bene profondo. Suo padre era nato sotto il regime di Francisco Franco, El Generalìssimo de los Ejércitos, un crudele dittatore che instaurò un regime dittatoriale noto come falangismo: “La Falange spagnola crede irrevocabilmente nella Spagna. La Spagna non è un territorio. Né un aggregato di uomini e donne. La Spagna è anzitutto un’unità di destino. Una realtà storica. Un’entità vera in se stessa, che ha saputo compiere e dovrà compiere ancora missioni universali”. Questo era uno dei punti pronunciati alla fondazione della Falange spagnola. Era un regime ispirato al fascismo e poi al nazismo caratterizzato perciò da lavori forzati, esecuzioni e campi di concentramento. Proprio per questo suo padre aveva nel sangue il dolore e la paura che la Falange aveva causato nelle persone, aveva anche imparato però a coltivare le caratteristiche necessarie per sopravvivere tirando fuori quelle risorse che la forza per la sopravvivenza fa emergere nei momenti di necessità.

Risorse importanti come empatia, accettazione, perseveranza, resilienza, altruismo e calore umano. Si doveva reagire in qualche modo a quel mondo disumano e alienato da Dio. Era quindi un uomo buono e generoso, forte come una quercia ma fragile come le sue foglie. Aveva mani grandi e potenti, una barba ispida e folta come gli aghi di un porcospino, rughe profonde simili alle gole del Grand Canyon. Se i suoi occhi avessero potuto parlare, avrebbero raccontato storie tristi fatte di sofferenza e dolore, ma lo avrebbero trasmesso con sincerità e dignità.

Ramon aveva imparato tutto dal padre, in poco tempo era diventato molto abile con la canna da pesca e riusciva a prendere all’amo più spigole di suo padre. La tecnica che gli piaceva maggiormente era lo spinning, che prevedeva l’uso di esche artificiali come vinili, cucchiaini ondulanti con piuma oppure i popper. A fine giornata suo padre gli metteva una di quelle sue grandi mani sulla spalla e gli diceva: «Ramon, anche oggi il buon Dio è stato generoso con noi», e lui lo fissava con grande ammirazione. Morì di tetano quando Ramon aveva 17 anni. Quello che non era riuscito a fare la dittatura di Francisco, lo fece una piccola ferita alla mano dovuta a un amo arrugginito.

Quello fu il momento in cui Ramon dovette, metaforicamente parlando, aprire le ali per poter iniziare a volare, spiccare il volo come un uccello che dal nido si getta nel vuoto per librarsi nel cielo. Con il tempo riuscì a crescere, a cavarsela da solo. Comprò un piccolo peschereccio e mise su una piccola attività ittica specializzata nella pesca dei granchi. Riuscì nell’impresa ritagliandosi un piccolo spazio in quel settore. Avrebbe voluto che suo padre fosse stato lì con lui, che fosse fiero del suo lavoro, di cosa era stato capace di fare grazie ai suoi insegnamenti. Ma purtroppo non era così, quella gratificazione l’aveva perduta per sempre. Il presente alle volte sa essere molto duro. Ora Ramon non poteva più perdersi nella malinconia del passato, ormai era diventato un uomo e anche un padre, un padre con delle responsabilità da colmare. Ramon aveva un maschietto a cui badare, aiutarlo a crescere e lasciargli tutto quello che la vita gli stava ancora insegnando.

Stava solcando le acque tranquille e limpide del fiume Ebro, il viso proteso in avanti per ricevere tutto quel vento tiepido che le stagioni più calde dell’Aragona erano capaci di regalare. Tutto ciò lo faceva sentire libero. Stava bene, se avesse potuto descriversi in quel momento avrebbe detto: mi sento come un albatros che vola in alto nelle calde correnti ascensionali dove solo lui può arrivare e dove nessuno può disturbare.

La malattia

 Lo smartphone iniziò a squillare interrompendo Doom and gloom. Diego, che in quel momento stava facendo jogging in un parco, guardò il display e vide chi lo stava chiamando. Si fermò vicino a un cedro dell’Himalaya e appoggiò la schiena sul suo tronco rugoso, come se l’albero potesse assorbire la stanchezza che aveva nelle gambe.  «Ciao mamì, è successo qualcosa vero?»

 Diego chiamava sua madre mamì sin da quando era piccolo, un appellativo affettuoso tipico dei ragazzi spagnoli. Aveva un bellissimo rapporto con lei e si sentivano spesso, praticamente tutti i giorni, mai però al mattino presto, così di buon’ora.

«Buongiorno tesoro mio. No, non è tutto a posto», rispose lei, «c’è un problema con tuo padre. Ieri sera ci ha chiamato il dottor Gutiérres per darci l’esito delle analisi. Purtroppo la malattia si è ripresentata.»

Lo aveva detto tutto d’un fiato, come per togliersi un peso dallo stomaco, un peso troppo pesante da sostenere da sola. Alla mente di Diego si presentarono i brutti ricordi di quando, qualche anno prima, suo padre si era ammalato per la prima volta e delle cure che aveva dovuto affrontare, con la chemioterapia prima, l’operazione poi e successivamente la radioterapia. Suo padre aveva sofferto molto e anche loro nel vederlo così impotente davanti al suo nemico, un nemico insidioso e forte, come Mosè contro il Faraone menzionato nella Bibbia.

Allora aveva vinto Ramon, proprio come Mosè contro il dio dell’Egitto. Tutti loro però erano consapevoli che la guerra non era finita, che lo scontro si sarebbe dovuto intraprendere nuovamente. La prima volta che si ammalò suo padre, Diego ricordò di essere rimasto impietrito dalla brutta notizia, di come il dottor Gutiérres era stato franco con loro, proprio come ci si aspetta da un medico professionale con il suo paziente. Certe cose non si possono né nascondere né annacquare. La verità deve uscire impetuosa come l’acqua dalla sua fonte, inarrestabile come un fiume in piena. Ramon non era un uomo al quale si poteva mascherare la verità, esigeva la massima trasparenza senza ovviamente mancare di tatto e sensibilità.

Diego riportò alla mente, e lo ricordava come fosse ieri nonostante fossero passati due anni, la voce di suo padre, Ramon: «Dottor Gutiérres, sia sincero con me la prego, mi dica cosa c’è che non va, ne ho viste tante nella mia vita che ormai i miei occhi e le mie orecchie non si spaventano più di niente.»

Allora, il dottore in modo schietto, gli rispose: «Signor Molina, purtroppo lei ha un carcinoma basocellulare, un tipo di tumore collegato direttamente all’esposizione solare, molto diffuso tra chi trascorre molto tempo all’aria aperta. Il lato positivo della cosa, se così vogliamo interpretarlo, è il fatto che questo tipo di carcinoma è piuttosto diffuso, colpisce molta gente. Questo lato positivo è che il baso-carcinoma è tra le forme di cancro, per così dire, meno aggressive e quindi si riesce se preso in tempo a debellare totalmente.»

Ramon all’epoca aveva seguito tutte le procedure mediche ed era guarito, riprendendosi completamente. Purtroppo alcune volte i vecchi amici, quelli meno desiderati, che avevi sempre cercato di evitare per mancanza di feeling o simpatia, si ripresentano in modo inaspettato e poco gradito. Diego si staccò da quei suoi pensieri lontani e tornò al presente, riprendendo la conversazione. Chiese alla madre cosa avesse detto questa volta il medico. Maria gli spiegò che gli ennesimi esami di controllo avevano dato esito positivo cogliendo sia lei che il padre del tutto impreparati.

«Il dottore ci ha detto che raramente il carcinoma basale ha un comportamento estremamente aggressivo, tendente a recidivare. In questi casi la malattia non può essere trattata efficacemente con la chirurgia o la radioterapia una seconda volta.»

Poi raccontò al figlio quello che il dottore aveva loro delucidato e come suo padre si fosse sentito frastornato. A Diego ci vollero diversi secondi per trovare le parole, tanto che la madre pensò fosse caduta la linea telefonica. 

«Diego sei ancora lì?»

«Sì, ci sono mamì, stavo riflettendo. Non ho capito una cosa: il dottore vi ha detto che papà deve rassegnarsi al fatto che non c’è una cura, una terapia alternativa?»

«In realtà ha detto che esistono alcune terapie invece di quelle tradizionali, terapie sperimentali. Dobbiamo però essere noi a decidere quale strada vogliamo percorrere. Lui ci può dare solo delle informazioni e spiegarci i pro e i contro, ma l’ultima parola è la nostra, o meglio, di tuo padre.»

«Papà cosa ha detto, cosa vuole fare?» Diego era ancora frastornato dalla brutta notizia, e faceva alla madre domande delle quali sapeva già la risposta.

«Diego cosa vuoi che abbia detto tuo padre? Ha chiesto al dottore quale scelta a suo avviso sarebbe stata la più corretta. Il dottor Gutiérres ha messo in evidenza che un buon approccio alla malattia sarebbe quello di usare un farmaco chiamato Erivedge che è indicato per chi sviluppa questo tipo di tumore con recidiva metastatico. Ha degli effetti collaterali certo, come tutte le altre terapie oncologiche ma meno accentuati e che ha dato con altri pazienti esiti molto positivi.»

«Beh, mi pare sia una buona notizia allora. Credo che a questo punto non ci siano molte alternative. Come ha reagito papà a tutto questo?»

«Sai come è fatto tuo padre. È un uomo determinato ma è anche una persona umile che sa riconoscere i propri limiti. Quindi ha scelto di fare come gli ha consigliato il medico. Usciti dall’ospedale, mi ha confidato che non vedeva alternative. Quello era il suo dottore che lo ha seguito sin dalla prima volta e con ottimi risultati. “Come posso non fidarmi di lui adesso, è il mio medico e seguirò i suoi suggerimenti”. Queste sono state le sue testuali parole.»

«Porca miseria! Quando inizierà a fare questa cura?»

«Il dottore vuole iniziare subito, la settimana prossima ci contatteranno dall’ospedale per fissare un appuntamento. Farà un day hospital per gli esami preliminari e se tutto sarà come da protocollo, gli faranno la prima iniezione del farmaco, poi le successive potrà farle anche da casa.» 

«Mamì, come hai detto che si chiama questo farmaco?» 

«Si chiama Erivedge

«Mandami un sms per cortesia, così a casa con calma farò qualche ricerca per capire meglio di cosa si tratta. Di’ a papà che più tardi lo chiamo. Ti voglio bene mamì. Tanto.»

Poi la conversazione si chiuse.

First you say I’m doom and gloom and now you tell me do not be happy?”, le parole dei Rolling Stones ripresero a farsi sentire nelle cuffie, riportando Diego al presente. Rimase lì, appoggiato al cedro, ancora qualche minuto. Aveva bisogno di assimilare la schifosissima notizia in modo lento e meditativo.

Quando fu pronto abbassò lo sguardo cercando il suo smartphone, aprì la sua playlist musicale e scelse una traccia specifica. Voleva qualcosa che gli desse la carica giusta. Alzò il volume al massimo e la batteria di Frank Beard in Gimme all your lovin, irruppe prepotente nei suoi timpani. Si staccò dall’albero e riprese a correre con energia verso casa, corse veloce come solo il vento può fare senza fermarsi mai, come se così facendo, potesse scaricare al suolo tutta la sua frustrazione. Ora l’unica cosa che voleva era solo quello, correre veloce, dissipare tutta la sua rabbia; tutta la sua amarezza; tutta la sua paura. Aveva molta tristezza dentro il cuore, ma anche molta speranza. 

CONTINUA

AL DI LÀ DELLA FINESTRA è un romanzo di Luca Bosco

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