Ammazzateli tutti

BOMBE SU MILANO

Milano – 29 marzo 1944

Mancavano venti minuti a mezzogiorno quando le sirene rovesciarono su Milano i sei ululati del preallarme. Era la prima volta che i bombardieri arrivavano di giorno. Si ripresentavano sulla città dopo una notte di incursioni che avevano tenuto tutti svegli, rintanati nei rifugi.
I milanesi interruppero quello che stavano facendo e, col sangue gelato e l’intestino strizzato, si precipitarono a tirare le tende per oscurare le finestre e a spegnere tutte le luci: riflessi condizionati ereditati dai bombardamenti notturni. Spensero anche le cucine, a gas o a legna, su cui avevano appena cominciato a cucinare il pranzo.
Rosetta, la portinaia, si affrettò a salire le scale e a bussare a tutte le porte, nel caso qualcuno non avesse sentito il preallarme. Biascicava preghiere mentre avvertiva a gran voce gli inquilini dell’incursione imminente:
«Ave Maria, gratia plena… Sciura Marta, gh’è l’allarme… che la vegna subit giò, in del rifugio…Santa Maria, mater Dei… Sciura Melegatti, adess i rivan anca ‘ndel dì, chissà ‘ndua andarem a finì. I fioeu in a scola? »
Al terzo piano picchiò a lungo finché non sentì la voce impastata dal sonno e squassata dalla tosse del prof. Carlo De Bernardi che diceva: «Grazie, Rosetta, ma anche questa volta non scendo.»
«Venite giù, per favore, professore» lo implorò, in italiano per riguardo all’insegnante di lettere del liceo, e col voi fascista per rispettare i voleri di suo marito, Mario, il capo-fabbricato. Poi facendosi il segno della croce e continuando a biascicare le sue giaculatorie proseguì ad accertarsi che gli inquilini degli altri piani si preparassero a scendere. Era certa che al ritorno avrebbe sentito il pianoforte del professore eseguire qualche sonata classica. Lui aveva sempre fatto così, non scendeva nel rifugio e suonava il piano. Anche nel tremendo bombardamento dell’agosto 1943. E la casa non aveva mai preso bombe.
Il preallarme era costituito da sei suoni di 15 secondi, intervallati da silenzi della stessa lunghezza e durava complessivamente due minuti e quarantacinque secondi. Tanto ci mise la Rosetta a fare il suo giro, poi prese il fagottino con i soldi, le tessere annonarie, le cose preziose, un po’ di intimo di ricambio, un abito completo e un paio di scarpe di scorta – non si sa mai – e aspettò che tutti gli inquilini sfilassero davanti alla portineria diretti al rifugio, annotando mentalmente che non mancasse nessuno. Solo quando passarono tutti, tranne il professor De Bernardi, scese anche lei al sicuro.
Mario era già là, a verificare che tutto fosse pronto ad accogliere gli inquilini. Aveva sbloccato la porta che dava direttamente sulla strada per permettere a eventuali passanti ritardatari di accedere al rifugio, aveva acceso le luci, si era accertato che quelle di emergenza fossero pronte alla bisogna, rifornite di acqua e di carburo. Azioni che aveva già effettuato nella notte, ma che ripeteva, meccanicamente, perché così si doveva fare. Diede un’ultima sistemata alle panche e alle sedie, si accertò che sul tavolo fossero pronti le carte, i taccuini segnapunti e le matite per quelli che avrebbero ammazzato il tempo giocando a scopa.
Il prof. Carlo De Bernardi udiva gli scalpiccii degli inquilini che lasciavano frettolosamente i loro appartamenti. Quando transitavano sul suo pianerottolo gli arrivavano frasi concitate che sorgevano dal nulla e scomparivano subito nel nulla:
«E la busta degli ori? L’hai presa? … Il gas l’hai chiuso? … Proprio a mezzogiorno? Chissà quando potremo mangiare, oggi … I bambini, Enrico, siamo sicuri che a scuola non corrono rischi? Non è meglio andarli a prendere e…»
Dalla porta filtravano anche sospiri e singhiozzi, ma su tutto prorompeva il pianto terrorizzato e ininterrotto del Peppe, due anni, del quarto piano, che aveva cominciato a urlare assieme alla prima sirena del piccolo allarme e che continuò fino a quando non lo inghiottì la tromba delle scale che portava al sotterraneo. Il professore suonava. Aveva scelto i notturni di Chopin per protestare a modo suo contro l’ora scelta dagli alleati per bombardare.
Mezz’ora distava il preallarme dall’allarme vero e proprio, e in quella mezz’ora nell’edificio si udirono solo le note di Chopin. Poi furono soverchiate dall’ululato singhiozzante delle sirene del grande allarme, dai latrati della contraerea, dal rombo dei motori e dagli scoppi delle prime bombe sulla città.
Tanti. Erano tanti gli aerei nemici. Venivano da sud-est e le esplosioni, cominciate a Rogoredo, si stavano avvicinando.
Il professore questa volta sentì il pericolo e fu subito sopraffatto dai ricordi della Grande Guerra. Montello, battaglia del Solstizio: nove giorni in trincea, una ininterrotta alternanza di bombardamenti d’artiglieria e di attacchi di fanteria, ripiegamenti, contrattacchi, difesa ad oltranza sulla Linea della Corda. Terra sconvolta, teste, gambe e braccia che sporgevano dalle sponde franate delle trincee, corpi aggrovigliati ai reticolati, sangue e carne a brandelli dappertutto. Non c’era tempo per le sepolture. Neanche per Nando, il suo vicino di postazione, rimasto per tutti quei giorni sul fondo della trincea. Lo avevano scostato solo quel tanto che bastava per utilizzare la feritoia senza calpestarlo.
Il professore ricordava la sua fortuna: il tenente gli aveva ordinato di sostituire una vedetta ferita ed era uscito dal rifugio appena prima che un medio calibro colpisse in pieno l’entrata del fifhaus sigillandovi dentro il tenente e tutto il plotone. Si era sentito invulnerabile.
Suonava Chopin in modo insolitamente drammatico e riviveva quei momenti. Dalla sua postazione di vedetta aveva visto le divise grigie che venivano avanti, correvano, strisciavano, si nascondevano nelle irregolarità del terreno. Aveva urlato con quanto fiato aveva per chiamare il plotone, ma nessuno era arrivato. Si era sentito Leonida alle Termopili, l’ultimo italiano, solo, a difendere la patria dal barbaro invasore. Poi una mitragliatrice aveva cominciato a falciare gli attaccanti, il fuoco di sbarramento aveva sollevato fontane di sassi, e di pezzi di corpi. Una delle divise grigie aveva fatto un balzo per scavalcare un reticolato ma un piede era rimasto impigliato. Era caduto e si era contorto per liberarsi. Il fante Carlo De Bernardi, classe 1898, in ritardo negli studi e quindi non ammesso alla scuola ufficiali, lo aveva fulminato con un colpo solo. Il soldato semplice Carlo De Bernardi aveva ricevuto un encomio solenne e il grado di caporale.
Anni dopo aveva cominciato a pensare all’austriaco ucciso: quando insegnava la Grande Guerra ai maturandi, quando citava un poeta contemporaneo. Lui, che amava così tanto la poesia, aveva ucciso un uomo.
Musil? Quella divisa grigia avrebbe potuto contenere Musil, oppure il poeta ungherese Endre Adi, che avevano combattuto sul fronte italiano. E quando spiegava La sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi, un promettente poeta che non era sopravvissuto a quella guerra, si domandava se quella divisa non avesse celato un genio non ancora espresso, un Vittorio Locchi austriaco che non sarebbe mai diventato poeta. Alla fine il prof. Carlo De Bernardi aveva allontanato il mondo da sé, chiudendosi in un salotto colmo di erudizione. Riservava i suoi sentimenti solo ai suoi allievi.
Il sesto senso del pericolo però gli era rimasto. Mentre il rombo degli aerei, i singhiozzi della contraerea e le esplosioni delle bombe si avvicinavano, Carlo si sentì improvvisamente allo scoperto, unico vivente nella città, sotto un tetto divenuto improvvisamente trasparente, nel mirino di centinaia di aerei che lo coprivano con la loro ombra prima di seppellirlo con le loro bombe, impotente come lo era stato quell’austriaco venticinque anni prima. Smise di colpo di suonare, buttò in uno zaino, alla rinfusa, quel che gli sarebbe potuto servire, qualche indumento, il necessaire da bagno, il portafoglio. E dei libri, parecchi libri. All’ultimo momento si ricordò della copia del manoscritto occitano che gli aveva mandato il prof. Leclerc di Avignone e se lo ficcò in tasca assieme al quaderno su cui scriveva la traduzione. Si mise sottobraccio il Manuale dei Dialetti Occitani e si precipitò giù per le scale senza nemmeno chiudere la porta di casa.
Non era mai stato nel rifugio. Vide che tutti si erano voltati verso l’entrata e lo fissavano. Erano seduti su lunghe file di panche, accanto a borse e piccole valigie. Alcune donne tenevano il rosario in mano e avevano interrotto le avemarie al suo arrivo. In un angolo c’era un tavolo con quattro giocatori, uno dei quali si era bloccato nel gesto di calare una carta. Tutti lo fissavano. Il Capo-fabbricato si alzò dal suo scranno:
«Che piacere avervi fra noi, Professore, accomodatevi dove volete».
E fece un gesto circolare come fosse un anfitrione che riceveva un ospite. Il professore vide che qualche uomo si toccava l’intimo. Lo mandò mentalmente a quel paese. La Rosetta, del gruppo del rosario, si scostò un poco per fargli posto.
«Sedetevi qui. Volete dire il rosario con noi?»
Carlo de Bernardi scosse la testa e si sistemò altrove.
Il vuoto del locale trasformava in onde sonore le vibrazioni delle esplosioni e un sommesso rumore sordo, continuo, pervadeva l’ambiente. Nessuno ci faceva caso, c’erano abituati, e piano piano ripresero le attività che avevano interrotto: la partita a carte, il rosario, la lettura di un libro, una conversazione sottovoce. Anche il professore se ne estraniò. In fondo era come essere nei rifugi del Montello, stesso rischio, ma senza l’assillo di uscirne fuori per respingere un attacco. Inforcò gli occhiali, aprì il manuale di occitano, se lo sistemò sulle ginocchia, vi pose sopra il manoscritto e il quaderno. Traduceva e immaginava le scene descritte.

[1] “…Signora Marta, c’è l’allarma… che venga giù subito nel rifugio… Signora Melegatti, adesso arrivano anche di giorno, chissà dove andremo a finire. I ragazzi sono a scuola?”

Ammazzateli tutti è un romanzo di Giuseppe De Micheli