CAMILLA E I GATTI di Vanessa Maggi

Camilla, accoccolata a piedi nudi sul ballatoio, contemplava il tripudio di rose e gelsomini, tuffata nei pensieri svagati, sorbendo un tè, e reggendo un biscotto allo zenzero, tra le dita.

Lo sfoggio di margherite zafferano attutiva la nostalgia delle fitte foreste dalle gradazioni di smeraldo fondo, all’ombra di tronchi odorosi di resina; o il vivido ricordo dei riflessi cinabro e malachite negli specchi d’acqua; a valle di picchi elevati fino al cielo, liquido di pioggia o biancastro di neve.

Percepiva il guizzo di luce occasionale sulle foglioline, o il sentore di muschio dai mucchi di foglie bagnato nel fango, nei boschi in cui s’incamminava, scricchiolando sui tronchi riversi, aspersi d’aria gelida e balsamica. Palpabili erano pure gli scalpiccii e i versi d’animali: un frullo d’ali, un bubolare d’allocco, una lince addentare una pernice, e il mormorio dei racconti di fate e di leggende.

Una stria di luce barbagliò sulla casetta di latte diluendo le fantasie; com’era diverso quel mondo cocente che sfavillava sulle pareti imbiancate, accecando la vista.

E rivedeva tuttora il giorno in cui arrivò: la salopette, le treccine lunghe e un berretto rosso, stretta dalla mano della zia, che alla morte dei genitori l’aveva accolta, per lasciarla presto all’iroso zio acquisito, Carmelo.

Eppure, s’adattò presto, Camilla, a quella nuova esistenza, e allo sbocciare dei sedici anni, come un fiore selvatico su una roccia arida, malgrado i tumulti adolescenziali, provò ad assecondarlo, conciliata dall’animo gentile.

Sulla terra rossa, foderata da cumuli di olive, ascoltava, pervasa dall’odore salmastro, l’oscillare delle fronde, i muggiti di vacca, i ragli d’asino, e i cinguettii nascosti; suoni diversi che si diffondevano nell’aria tiepida.

Lo zio la esaminava bieco, strepitando con moniti, specie se la scorgeva immersa in quel fantasticare.

Una giornata calda, scostò il berretto dalla fronte madida, per recarsi, spinta da quei rimbrotti, a dissodare la terra e piantarvi le fave. Infilata la tuta jeans, che incollava addosso come una divisa, s’avviò a riporre i baccelli nelle fossette.

Detestava quei mugugni biliosi e dialettali, istruita alla lingua italiana melodiosa, di canzonette che suo padre strimpellava. Ma d’italiano, lei, una bellezza artica dagli occhi d’acquamarina, la pelle eburnea, e la chioma bionda di bambola nel caschetto ribelle, aveva soltanto il nome. Camilla, ancora bambina, col padre scalava ghiacciai rosa incastonati tra rocce frastagliate su dirupi, visioni da sogno che se il Paradiso fosse stato in terra, sarebbe stato certamente lì. Ricordava ancora, quando, travolto dalla valanga, gli tastò il viso, gli occhi invasi da una luce lontana e irreale, il sorriso agli angoli della bocca.

Un sentore d’olio rancido attraversò le narici e un suono sordo la distolse dai ricordi.

«Prendi la zappa e raccogli le rape, su, muoviti!» vociò lo zio. Provava disagio alle imprecazioni rozze, come la figura, pingue e zoppa, al cui cipiglio, e ai cui servigi, era impreparata. Spostò la frangia dalle fessure oblique degli occhi, e, ginocchioni, preferì affondare le mani nella terra umida, ch’era un insolito piacere al tatto. Ripensò alla sua terra, al legame con la natura riparato da innesti d’alberi e specie autoctone, quando fu spinta da uno strattone:

«Non si pianta a quel modo ragazzina, non sai fare un bel niente! Spostati, ti mostro io come si fa!»

Era trascorso un anno senza che nessuno le rinnovasse mai gli auguri, eppure lo zio quel giorno se n’era rammentato.

«Compi diciassette anni, puoi imparare a cucinare le nostre pietanze» e, sbuffando, riaccomodò le buchette e si dileguò, lucido di sudore.

Quella sera per mostrargli che le vivande nordiche non erano poi così malvage, preparò le ricette della mamma: nella pescera condì il pesce con timo, aneto e mostarda, poi, ultimato, aggiunse polpette speziate e una salsina di more, addolcita da una generosa dose di zucchero.

«È così che ti hanno insegnato a cucinare?» sbraitò l’uomo rovesciando il piatto, lasciando colare la salsina sulle pareti. Con una smorfia di sdegno si pronunciò: avrebbe riparato a quel “sacrilegio” l’indomani, istruita alla “vera arte culinaria”. Alzatosi bruscamente da tavola, agguantò un ritaglio di cacio e si defilò nel campo a irrigare.

Timballi di cozze e braciole di cavallo versavano esalazioni agri e campestri già alle sei del mattino. Com’era bello osservare l’eleganza contadina delle dita che impastavano, creando pastiglie dalla forma d’orecchio. Le donne rotonde s’affaccendavano senza sosta ma senza coinvolgerla, gelose dei propri segreti.

«È vero che metti la marmellata nella carne?» domandarono, e lei, avvampando di stizza, annuì, cosicché quelle scoppiarono in una risata argentina, che coinvolse lo zio sull’uscio, incantato a inebriarsi dei “suoi odori”. Scoraggiata, soffocò un singulto sprofondando nel cuscino, e si strinse nel peluche.

Un mattino grigio di nubi, presto diluite da raffiche marine, Carmelo fremeva di portare i tini al frantoio per la spremitura. La raccolta delle olive s’attardava, poiché i compagni temporeggiavano, ma gli autotreni puzzavano l’aria insozzando di fanghiglia la strada, nell’andirivieni dai campi vicini. Così non la smetteva d’imprecare contro gli sciami di uccelli, scacciandoli a schioppettate.

Nuovi corpi nuvolosi svelavano ora stormi in volo, sospinti dalle folate incostanti. Camilla s’affacciò dalla finestra, avvinta dal crepitio delle ali, immaginando di volare con quelli lontano, e ne ammirò la danza, che li mutava ora in mulinelli, ora in ampie volute a V. Attratti dai tappeti di olive putride, assediate da maree di mosche, gli sciami sussurrarono, di serbare ancora la speranza.

«Dove andate?» domandò loro Camilla.

E quelli in coro:

«Siamo mossi dall’istinto a banchettare ciò che l’uomo lascia sciupare!»

«Cosa banchettate?»

«Il nettare oleoso che scricchiola se raggrinza, ed è sapido se marcisce. Abbiamo fretta però, d’avviarci in viaggio, in terre lontane.»

Sinistre fucilate fenderono l’aria colpendo alcuni volatili, che caddero al suolo riversi, presto banchettati dai corvi.

«Fuggite!» gridò lei, ché giunti i cacciatori non avrebbero trovato altro ricovero, e sperò che potessero raggiungere incolumi quei mondi, che lei stessa vagheggiava.

L’innata capacità di conoscere il linguaggio animale, più di qualsiasi parlata umana, era una dote scoperta da piccola, con gufi, volpi e lepri.

Sbirciando impotente oltre la palizzata, milioni d’animali sfortunati, rifiutati nei pressi delle fattorie o ai cassonetti, provava a confortarli; persino quei mici neonati, riposti nelle scatole sulla careggiata, che, se una macchina ne raccattava qualcuno, secondo il fatalismo lì congetturato, significava un destino benevolo, altrimenti a nessuno sarebbe importato.

Percependola come alleata, a frotte i gatti cominciarono a sconfinare all’interno, e così fiorì l’avventura di un esiguo gruppo, man mano sempre più numeroso.

Un mattino, avvolto da una densa caligine, Camilla pervasa da un’angustia inspiegabile,

sbirciò dalla vetrata i micetti, in attesa del pasto sul soffitto della lamia. La tazza di caffè bollente diluitissimo, per lo zio “zuppa di cicoria”, scioglieva il torpore dalle mani.

Nonna Gatto stiracchiandosi piombò dabbasso per strofinarsi al tronco, cercando sollievo ai morsi delle pulci. Nelle costruzioni curve di fronte, Camilla aveva sistemato lettucci, con quanto trovato nei paraggi: coperte, ceste, cuscini.

Ossuta, consumata dagli stenti, la micia aveva avuto in dono due figli maschi minuscoli, nel decorso della vita raminga che l’aveva imbiancata, di cui non le restava che proteggerli con soffi e denti affilati, più per intimorire, che per ferire. Dai nomignoli buffi, Sergente Garcia il panciuto, e Zorro, per la macchia nera sull’occhio, gnaulavano paghi, rizzando la coda ed esibendosi in curve sinuose.

La moka borbottava inebriando l’aria di un odore robusto; la fragranza di chicchi tostati metteva gioia e restituiva tratti d’infanzia.

Il nonno paterno, in visita fugace al nord, aveva dichiarato:

«Il clima rigido rifiuta l’uomo del sud» assorto nel miscelare il caffellatte, imbibendovi il pane della sua terra che portava ovunque, condito da munifiche cucchiaiate di zucchero.

«É una festa quotidiana e un buon rito contadino!» asseriva spensierato «utile a scacciare tutti i brutti pensieri».

Accovacciati a incorporare il caldo disperso nella notte, i micetti, con Mamma Gatto e i due mariti, adocchiavano silenziosi l’unica amica umana di cui potersi fidare. I maschi cresciuti s’erano già avviati oltre le lamie, a far provvista di topi nell’orto, mentre altri, sonnacchiosi, s’attardavano nei giacigli di sotto.

Rapita dalla malia felina, Camilla s’immaginava di discendere da quella tribù di gatti, fiera. La caffettiera sbuffava ora cerchi di fumo, quando d’un tratto s’udì un tonfo, seguito da un latrare, e un miagolio stridente.

Sporgendosi dalla veranda scorse un ammasso indefinito, meticci di bracco e rottweiler che disarcionavano lo steccato, per cacciare la famiglia felina; oltre la cancellata colpi ripetuti di carabina annerivano l’aria di polvere pirica, mentre ceffi in mimetica scagliavano avanzi di carne all’interno per aizzarli.

Nel tumulto, carpì di quei frammenti bruschi, soltanto cattive intenzioni.

Nonna Gatto, dal tappeto d’aghi ove s’era accucciata, balzò più volte sulla corteccia sfaldata, spinta presto all’ingiù dalle fauci dei cani, frementi.

Camilla li vide addentare una zampa, mentre a fatica quella riguadagnava una porzione di tronco più in alto. Trasalì, e dopo un baleno d’esitazione aprì la vetrata, il tempo contratto dal fragore sordo di cocci: la tazza rovesciata e il liquido nero che s’addensava nelle piastrelle. S’arrischiò a brandire una mazza, e, sbraitando sull’aia, incurante di stare così dappresso alle bestie affamate, gliela scagliò contro. Quindi, riconoscendo il potere dell’uomo sulla bestia, i cani s’allontanarono gemendo.

«Scappate!» avvertì, con un suono emesso dalla mente, gli amici felini.

Nugoli di uccelli si mossero in volo, disorientati dai tiri che si menavano da fuori.

La gatta, più volte strattonata, alla fine stramazzò al suolo e svenne.

Nel tumulto generale, i gatti fuggirono inerpicandosi sulla staccionata, per raggiungere i campi limitrofi. Alcuni valicarono le reti, uscendone maldestramente dai fori, e procedettero oltre il cimitero vecchio, altri rincorsero i tronchi alti e scamparono il pericolo; i più impauriti scantonarono per chilometri, scomparendo nella macchia.

Camilla raccolse il misero fagotto medicandolo con cure amorevoli, cosicché la vegliarda si riprese, ma durò soltanto alcuni anni; nella sentenza del veterinario: nulla di buono.

Sopravvisse malamente, con la zampa sfilacciata, brandelli di muscolo irrecuperabili, nel progressivo disfacimento di animo e corpo.

Un giorno, all’imbrunire, schiudendo le palpebre a fatica, le confidò che aveva amato quella gravidanza in modo particolare, dopo la mattanza della prole da parte degli umani, quindi fece testamento: donò i piccoli a Camilla, impartendole lezioni di difesa del clan, rammaricandosi di non averli educati alla caccia e alla fuga sui tronchi ripidi, dove lei stessa aveva fallito, sicché i cuccioli crebbero come bambini.

Mamma Gatto, una fascinosa siamese simile all’anziana sorella per il pelo cremoso e ciuffi spruzzati di corvino, piombò dal muricciolo, scalfito da graffi e orme di fango, per l’incessante saliscendi, motivo d’alterco con lo zio.

Nella sua storia, era sfuggita alle grinfie della vicina che la voleva morta per averle rovesciato il brodo sulla tavola, delineandosi così un destino da girovaga. Inselvatichita, preferì la libertà e nella natura campestre, risparmiandosi le attenzioni ai micetti, fino ad allora svolte dalla sorella; alla cui morte però, s’arrischiò goffamente, e a malincuore, in quell’impresa, giacché di scarsa indole materna.

Nettava il pelo soggiogandoli con una zampa e raspandoli con la lingua, risparmiava le crocchette e insegnava a scalare gli erti pendii d’acacia, ma non sempre riusciva ad accudire gli infermi.

Una notte buia, squarciata da lampi di luna piena, fece dono a Camilla di un gracile cucciolo, quasi cieco per gli occhi incollati di melma.

Imboccata una trave accostata alla parete, lo ripose nel cortiletto, accertandosi che lo avrebbe adottato.

Quando Camilla scovò l’esserino, fu grazie a un flebile miagolio, soffocato dal vento che fischiava, e, immaginandolo spacciato, lo avviluppò nella coperta stringendoselo al petto, gli nettò gli occhi, e imbibì il musetto di latte.

L’indomani, garantitasi una paghetta per i lavori svolti, interpellò il veterinario che, con aria saccente, lo rigirò più volte sul letto d’acciaio, pontificando che non avrebbe resistito. Eppure, con pazienti cure la piccola Luna, come lo chiamò, mutò in una gattina vivace: col pelo pezzato, la maschera nera sul muso e i polpastrelli bianchi come guanti, pareva indossare una tutina. Funse da tramite fra i due mondi assecondando la natura umana, e condividendo “il mestiere felino” coi suoi simili.

Sulla lamia, l’ultima pennellata di calce capitolava all’incedere di un ampio strato di muffa, una chiazza verdognola che si ripeteva tenace, prima d’ogni estate.

Persian, tra i compagni della siamese, si leccava il pelo biondo inanellato, scrutando Camilla con le iridi azzurre: nella giornata umida, s’era accaparrato la postazione assieme all’altro compagno.

Luna lo temeva, per quell’aria mefistofelica quando s’aggirava, le notti di luna piena, baluginando come un ectoplasma trascinato dalla pioggia a battenti, che negli ultimi tempi, perfino lì, si faceva talvolta incessante. Gli ringhiava terrorizzata se lo avvertiva nei paraggi, ma quello, incurante, mugolava amabilmente da incantare gli umani, tant’è che persino Carmelo lo tollerava.

Camilla non sapeva resistergli e con le dita l’accarezzava, ma Luna soffiava:

«Via di qui! Se t’acchiappo!», mentre lei lo addomesticava come si fa coi cani:

«Buono lì! A cuccia!» nella spassosa conformità ai comandi, con le zampe flesse e supino.

Cino, il selvatico compagno pezzato dagli occhi a mandorla, conviveva col primo in tacito accordo, favorendosi l’unica matriarca capace di procreare. Fusa, richiami mugolati e sfregamenti intervenivano per la difesa reciproca e per l’amore, benché spesso s’azzuffassero, ma ristabilissero presto rapporti di concordia.

Ad aprile, il giorno brillava all’alba e sciami d’api e farfalle coloravano l’aria, mentre nuvole di moscerini l’annerivano, e i prati inverdivano di toni squillanti; tra i desideri di Camilla, la voglia matta di vacanze al mare.

Sbirciando dai muretti le notti insonni, carpiva il reiterarsi, però, di abbandoni animali, e sublimava immaginandoseli liberi dai tormenti. Si destava poi scossa dagli spari che zittivano i guaiti, e ripiombava il silenzio della notte. Se s’azzardava a persuadere lo zio a intervenire contro i soprusi, quello non se ne curava, poiché gli animali lo infastidivano e asseriva ch’era matta per davvero. Con recinzioni ben sistemate li murava fuori, fingendone l’esistenza, mentre in masseria i gatti, intanto, prolificavano.

La terra inaridiva e crescevano sterpaglie attorno ai vecchi ulivi, nelle cui crepe si celavano animali che spuntavano soltanto a primavera. Quei tronchi ritorti a Camilla mettevano paura, immaginandovi sembianze di fattucchiere, amanti imprigionati in abbracci eterni, danzatrici ignude dalle fronde verdi e ricciolute, che fluttuavano sfoderando le oleose sfere oblunghe.

A maggio la luce dorata serpeggiava sui ciuffi d’erba, alitati dalla brezza tenue, e i passeri s’attardavano sul laghetto, ignari dei maldestri agguati dei micetti, i quali, mitigati nel detergersi pelo e vibrisse, col collo s’allungavano scivolando più volte nell’acqua.

Mamma Gatto sul muretto, orientò le pupille seducenti in quella direzione, ringraziando, non senza una punta d’orgoglio, per il merluzzo lesso, raggomitolandosi a stivare il tepore, benché dal mare spirasse un vento mite che sapeva di sale.

Camilla, animata dal tepore del sole sulla pelle, udì il cancello vibrare.

Scurito dietro i finestrini dell’elegante Volvo nera, Kurt, con grazia e soavità di movimenti, sbucò dall’abitacolo ondeggiando il capo, coperto da una rada peluria bionda.

Incuriositi dallo strambo “cavalier servente”, i mici prillarono sfregandosi agli stinchi sottili, i più temerari arrischiandosi nelle ruote, ad assicurarsi il caldo per la notte. Non appena si piegò per salutarla, come un documentario a ralenti, con la stessa andatura letargica di una giraffa sugli arbusti, all’unisono gnaularono di piacere.

Radiosa, lo abbracciò come un fratello perduto, un’esplosione di gioia che lui considerò troppo esaltata arrossendo, ma, bonario, scostò goffamente la canotta madida dal petto, per non umettarla. Con l’indice ossuto, riposizionò gli occhiali sulla punta del naso dov’erano atterrati, e, tradendo un marcato accento tedesco, esclamò:

«Kara, kome stai?»

L’arrivo del violinista mutò l’atmosfera del podere: tutto era un germogliare vibrante di steli bagnati e fiori screziati, nell’aria intinta di colori e addensata di aromi; un risveglio dei sensi dal torpore della siesta, e dai pensieri foschi dell’inverno. Con sé l’amico portò pure una serie bislacca di curiosità sul mondo animale: ricerche sulla comunicazione tra le specie.

Una lama di luce investì il volto rallegrato della sbarazzina, che lo accompagnò in colonica, mentre Mamma Gatto esaminava la strana figura oscillante, come una canna al vento:

“per fortuna un umano inoffensivo!”

Sortito da un mondo di soirée, foyer, e orchestre che, come comuni, si riunivano in tavolate notturne, in sua compagnia la realtà s’impastava all’immaginazione, accomunati dal medesimo anelito: un mondo privo di bassezze.

All’ombra della sua libertà intellettuale e morale, Camilla non temeva d’essere additata come “diversa”, come accadeva nelle derisioni dei bulli o dello zio.

Una domenica afosa, che pareva già estate, viziò Kurt con un brunch di torte dolci e salate, latte appena munto, olive e provolone, in una tavola allestita sotto il pergolato umido di sultanina, che esalava aromi zuccherini e selvatici, mentre i gatti principiavano a intrattenersi in loro compagnia. Luna lo adorava e gli si strusciava alle gambe lattee che s’arrossavano rapidamente.

Avvinti dai ricordi e da idee del futuro, passeggiavano tra i filari di ulivi o sulle spiagge deserte, scorgendo animali selvatici sulle dune rivestite di macchia mediterranea.

Dal litorale, spopolato ancora dalla cagnara estiva imminente, ammiravano i voli liberi di garzette, gabbianelle e falchi pellegrini, a pelo sul mare increspato, poi riparare nell’oasi.

Camilla approfittò per spostarsi al casale, lontano dalla casa patronale e dai doveri: frizionare pavimenti e stoviglie che puntualmente lo zio pretendeva alla perfezione.

Il tempo sospeso si scioglieva in spensierate divagazioni, quando un mattino, Luna si rizzò allarmata sulle zampe posteriori, puntando la lamia, in cui più volte vi entrava e vi usciva la siamese.

 Impensieriti, scortarono la micia, che procedette guardinga all’interno. Avvertendo un tramestio, domandarono all’unisono:

«Che c’è Luna?»

«Qualcosa, lì sotto!» rispose la gatta indicando con la zampetta un cumulo di sacchi di sabbia e foraggio; di sotto, infatti, si occultava una cesta avvoltolata, come un rotolo di Qumran.

Furtivamente, e senza demolire il ricovero, scostarono gli strati, sorpresi dal silenzio che spirava, presto accentato da uno squittio lieve.

Subito snidata, una cucciolata di soriani e persiani, dal pelo che sbuffava in mille direzioni, brancolò nel buio. Al carezzarli e al riflettersi negli occhietti acquosi di verdeazzurro, gli amici si commossero, e fu un istante di eterna estasi. Un batuffolo emerse sugli altri frignando sonoramente per piombare su Camilla che se ne innamorò perdutamente. L’adottò ottenendo il permesso dalla madre felina, ignorando che quel bioccolo le avrebbe animato l’intera esistenza: la chiamò Zoe, poiché smaniosa di vita.

Non appena lo zio la vide, sbottò con un fiotto d’insofferenza repressa, dissimulato a lungo sotto strati di rabbia, e che affiorò come un rigurgito bilioso. Da quel dì si mise a perseguitare la famiglia felina; se ne lamentava continuamente: ai tornei di bocce, alle feste coi compari, a pranzo dai parenti. E s’intuiva, dai modi insolitamente taciturni, che andava tramando qualcosa.

Dalle tenute confinanti, esalazioni di plastica salivano in roghi affumicando l’aria, e i trattori cigolanti camuffavano i miagolii dei mici, che cadevano nelle trappole avvelenate per i topi, perciò Camilla stabilì con loro un patto: spingere i ratti nei territori incolti, per una convivenza pacifica tra uomini e animali.

Un giorno una telefonata interruppe l’idillio con Kurt. Dall’espressione rammaricata, Camilla avvertì ch’era tempo per lui di ripartire; si reclamava la sua presenza per una stagione concertistica di grande spessore: le Sonate di violino di Bach, e il Concerto, pianoforte e orchestra, numero 2 in do minore, Opera 18, diRachmaninov.

Impensierito per quest’ultimo, più impegnativo, l’uomo vacillò raccogliendo dal baule una catasta di volumi dalle copertine patinate, le cui immagini e i titoli altisonanti suggerivano letture di sicuro trasporto: Conoscere i Gatti, Razza Umana e Animale, e un libriccino di massime sui gatti, vergate da uomini illustri: dagli egizi a Leonardo li avevano idolatrati, dovevano pur avere qualcosa di straordinario! Forse lo stesso motivo per cui lei nutriva per essi un amore viscerale.

Li affidò alle braccia atletiche dell’amica, ringraziò amabilmente per l’accoglienza e si licenziò esortandola:

«Studia i testi, non intristirti, e ignora le risate sul tuo conto! È davvero speciale il tuo legame con gli animali!»

Rincuorata, leggendogli sul viso un’affettuosa limpidezza, dalla stretta energica fu persuasa che si sarebbero rivisti.

«Non mancherò» ammise «lo prometto!» ma già una crepa sottile s’insinuava con una nuova malinconia: sola, senza amici, con uno zio burbero che non la capiva, non avrebbe fatto a meno degli amici animali.

Allietata da quelle letture e in compagnia dei piccoli pelosi, con Luna che tirava la palla stimolando Zoe al gioco, e l’altra, che capitombolava sotto il peso del pancino rotondo, incerta, sulle zampette sghembe, tentando quatta quatta un aplomb, su un geco o una falena. Se Luna esibiva un passero che pigolava infelice di risparmiarlo, per sensibilità o per compiacere Camilla, quella lo accantonava, anche perché non digeriva tali laute prede.

I tramonti pennellati di pervinca e d’arancio, diluivano nei cieli annunciando l’appressarsi dell’estate; frinivano le cicale e l’afa sbuffava ogni cosa nell’aria: ramoscelli, petali, foglie, sospiri.

Raccolti i pensieri, s’incamminò un pomeriggio tra gli ulivi, una piacevole solitudine condensata di riflessioni ricamate, e lo schiudersi di nuovi orizzonti dell’immaginazione: mondi felici coi beniamini, in cui la presenza umana fosse meno spietata o indifferente.

L’aria s’era fatta dolce, e la luce crepuscolare temporeggiava sui prati verde pisello che danzavano col vento. Nella quiete della campagna pensò che quel posto non fosse così malaccio, e provò uno sconosciuto senso d’accoglienza. I gatti, intuendone i tumulti e lasciandosi accarezzare, ammiccavano per assentire e comprendere.

I muti vocalizzi, anziché sgorgare dall’ugola, si libravano nell’aria come piume leggere, incontrando i loro pensieri, in un dialogo fitto, ora di maggiore comprensione reciproca: resoconti di viaggi itineranti e predazioni, rapporti amorosi e filiali. Conobbe che spartivano con le volpi i ripari, quando fuggivano da cacciatori fissi a sferragliare fucilate, con le mani frementi e i pensieri feroci.

Suggerì pertanto allo zio d’invitare i contadini a cintare i pollai, anziché far freddare le volpi, ma quello, furibondo, replicò:

«Che vai macchinando? Cosa t’inventi?» e, seccato, s’allontanò.

L’indomani s’avviava a un mezzodì canicolare, quando lo scorse oltre il cancello, impugnare un fucile in compagnia dei cacciatori. Sconvolta, avvisò i gatti di nascondersi, ma quello già entrava, colto da una straordinaria collera, gli altri fuori a fiutare come randagi. Scaraventò il ciarpame stivato nelle lamie, e volarono ghirbe, lattine, pale e imballaggi, quindi, i cantucci dei gatti.

«Fuggite! Presto!» urlò lei con la mente, inabissata in quegli occhi colti dal medesimo orrore. Animata da quell’inscindibile rapporto, si propose di ripulire il ciarpame, nel tentativo di placare lo zio, ma quello non le badò.

Agguantati i piccoli tra le fauci, la siamese scattò sui tetti per metterli in salvo, ma inadeguata al compito, ci metteva delle ore.

Fuori, un fermento di raffiche e un latrare convulso misero in fuga il resto del clan. Una sagoma sinistra, afferrando ceste e reti, ghermì i micetti che gemevano.

Avvertendo l’imboscata, lei si lanciò in un tentativo maldestro di strattonarlo, ma, spinta bruscamente sull’acciottolato, si ferì, battendo la testa. Rialzatasi, implorò:

«Che fate? Smettetela! Ti supplico zio, lasciali stare!» ma quello, sordo alle lagnanze, rispose laconico «Bisogna darli via!»

I tigrotti pregarono che mamma gatto se li ripigliasse, ma quella frattanto s’affannava a risparmiare i più forti.

Così supplicarono Camilla: un miagolio che straziava come un vagito neonato.

«Aiutaci! Abbiamo paura!»

Nel tumulto Zoe le si avvinghiò al seno, col cuoricino che batteva all’impazzata, mentre lei s’arrischiò dietro la macchina in corsa, travolta dal miasma irrespirabile. Il singulto dei mici seguitava a frullarle nella testa, finché a un tratto, cessò. Col sangue che colava dalla fronte, nascose Zoe nella colonica, arrovellandosi per capire dove li avrebbero portati, e agghiacciò nell’udire i grugni ridersela sguaiatamente:

«Al mattatoio!»

La siamese tornò per mesi sul muretto reclamando gli altri cuccioli, lamentandosi e torturandosi a lungo nella speranza di rivederli, cosicché Camilla, infiacchita, si provò a convincerla che forse li avrebbero adottati, ma alla fine abbassò il capo, provando vergogna di essere umana.

All’indomani dall’agguato, temette l’odiosa eventualità che fossero stati accoppati. E s’avventurò invano alla ricerca spasmodica dei superstiti, tra sterpeti e granai, finché stremata, vi rinunciò.

La gatta infine capì, e riferì mesta, che di sotto c’era ancora un tigrotto disperso, paventando che l’avrebbero acciuffato.

«Ti scongiuro, proteggilo!» gnaulò, e Camilla promise, rammaricata di non poterglielo restituire, giacché quello s’imboscava per non farsi acciuffare.

Finalmente lo recuperò e lo chiamò Grifo, per le zampe come artigli, e, benché una creatura selvatica, lo ammansì come un bimbo che frignava:

«Uaua» per dire “mamma” o “pappa”, a seconda delle occasioni.

Tornò anche la sagoma leonina di Persian; l’invincibile e fiero cacciatore, che ammansiva uomini e cani, ora scarmigliato e indebolito, in soccorso della micia, per facilitarle il commiato dai piccoli.

Mamma Gatto si pronunciò greve:

«Camilla, ora sei madre; non potrò portarli con me» mentre i piccoli, mogi, di sott’insù, ne attendevano le ultime volontà.

«Miei adorati, coraggio! Adattatevi al suo mondo, e ricordate: nutritevi, sempre!»

Poi, assieme al compagno s’incamminarono alla ricerca di una nuova vita, e di lei non si seppe più nulla. I piccoli, seguendola con lo sguardo, freschi del consiglio, scortarono Camilla miagolando:

«Pappa, pappa, mamma Camilla!» cosicché lei, deliziata, li viziò coi biscottini.

Lo zio, finalmente soddisfato, agguantò un fiasco di vino e si riunì alla turpe compagnia per bisbocciare.

Le rimostranze e i ricatti di Camilla non ne modificarono i disegni e le parole malvagie, che la ferirono enormemente, quando ammise che si sarebbe sbarazzato volentieri anche di lei, perciò si chiuse in un mutismo esclusivo per lui.

Dopo i tristi eventi l’animo di Camilla si risanava solo alla presenza dei mici, mentre scrutava le stesse venature violacee nelle foglie e nei cieli; le identiche invasioni vermiglie nei tramonti o nei maggiolini; le opali di algidi mattini nelle iridi feline; riflessioni che nel silenzio del casale, commuovevano.

Una telefonata inaspettata la riempì di gioia: Kurt aveva rintracciato alcuni amici che intendevano adottarla.

Knut, professore di storia, portava lunghe trecce bionde come un vichingo, custodendo tradizionali saghe, che musicava con strumenti a corda. La moglie Inga, luminosa negli abiti raffazzonati alla meglio, coltivava cereali a piedi nudi, nonostante il gelo. I piccoli Sveinn e Lars addestravano gli animali della malga, sommersa da un fitto bosco.

Camilla fu finalmente ripagata da un’esistenza felice, nella natura preservata a valle di montagne, quando si trasferì lasciando a malincuore le dune dorate di ginepro e le distese d’ulivo. Portò con sé i suoi gatti, che legarono con gli animali della fattoria, circolando liberi e in concordia.

Ticchettando sulle travi coi talloni nudi, la perfetta sintonia dell’ambiente familiare rendeva piacevole il mondo: le notti gelide al camino; l’alba in prolungate gite; il vespro nello studio.

Con un poncio sulle spalle imboccò l’abetaia, per gustarsi il giorno in cui aveva raggiunto il diciottesimo anno d’età, ignara di una festa a sorpresa predisposta da Inga.

Di ritorno qualcuno aveva già acceso un falò e versato da bere, mentre altri si cibavano di pasticci.

Fu pervasa da una sensazione di libertà assoluta, nel velluto corvino della notte che s’animava, tra schiamazzi e musica, quando incontrò lo sguardo di Erik, l’avvenente amico d’infanzia, dagli occhi di cielo.

Il tempo s’arrestò fantasticando su progetti d’energia pulita e salvaguardia di animali, compiaciuti di quel rispecchiarsi nelle medesime aspirazioni.

Ognuno narrò una favola scaldandosi ai tizzoni mentre il cielo rischiarava; le candele tremolarono nel vento, e un soffio sulla torta, trascinò nello spazio una speranza.

CAMILLA E I GATTI è un racconto di Vanessa Maggi

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