CHELSEA di Andrea Negro

Foto di David Mark da Pixabay

Chelsea viene dall’Ohio: se penso all’Ohio, penso all’ordinarietà del Midwest americano, le casette allineate col giardino davanti, i viali alberati che ingialliscono d’autunno e ghiacciano d’inverno, il pattinaggio sul lago, le partite di baseball al bancone del bar.

Nessun oceano, nessun vulcano, nessuna giungla tropicale.

Sempre Stati Uniti sì, ma quelli noiosi.

Chelsea viene dall’Ohio e vende succo di cocco sulla strada per la Waipio Valley.

Non so altro di lei: inventiamocela allora, Chelsea.

Razza bianca ma pelle scura, più aranciata che olivastra: se è vero che stando tutto il giorno sotto il sole di Big Island si abbronzerebbe anche un albino, la statura ridotta, i capelli neri, gli occhi pure neri e il taglio così poco anglosassone con buona probabilità apparentano Chelsea ai nativi americani.

Sull’età mescola le carte, spaccia vent’anni e dintorni grazie a un fisico fresco, reso ancor più sbarazzino da top, jeans e infradito, sennonché quando sorride le pieghe agli zigomi, non ancora rughe, raccontano di un bluff e di una donna con vista sui trenta.

Ha le braccia tappezzate di tatuaggi, il che ormai non dice nulla del ceto di appartenenza, dell’educazione ricevuta, dell’inclinazione politica, la democrazia agonizzante di oggi anche in America ha fatto del tatuaggio il suo unico, trasversale, vessillo.

Personalità narcisista e autoreferenziale, questo però di Chelsea si può supporre.

In Ohio era l’antagonista, bellezza troppo minuta e decentrata per assurgere a reginetta del liceo, quella che tutti vogliono invitare al ballo.

Disprezzava le cheerleader e legava con le maledette della scuola, cui deve le prime lezioni su come regalare piacere a un ragazzo.

Voti inversamente proporzionali all’intelligenza, comunque dignitosi, un po’ per orgoglio un po’ per non deludere papà Jack e mamma Dorothy.

Jack vende pneumatici insieme al fratello e per Chelsea sognava il college.

Lei ci ha pensato, al college, magari Sociologia a Berkeley, in una San Francisco frizzante e libera.

Poi però ha incontrato Tommy, quattro anni più grande, qualche lavoretto da elettricista e un singolo all’attivo con una garage band di Cleveland.

A Jack Tommy non piaceva, a nessun Jack può piacere un Tommy: non era per vedere l’unica figlia rovinarsi con un chitarrista che faceva le nove tutte le sere in negozio.

Dorothy ci provava ad ammansirlo, se c’è una che Jack ascolta è la moglie, eppure quando incrociava Tommy gli prudevano le mani, quel sorriso strafottente, quel tono di superiorità perché lui era l’artista.

E Chelsea, come lo guardava incantata il suo Kurt Cobain!

Jack resisteva una, due, tre volte prima di esplodere: a quel punto era scontro frontale, Dorothy impotente, Chelsea furiosa e ritorsiva, non lo capivano il talento di Tommy e comunque lei lo amava, punto.

Il giorno in cui Tommy si era beccato una diffida per aver preso a pugni il gestore di un bar che non gli aveva pagato la performance, Jack, malgrado le suppliche di Dorothy, aveva proibito alla figlia di vederlo, pena l’espulsione da casa.

Chelsea non aveva aspettato di essere cacciata dal padre, aveva impacchettato le sue cose e si era trasferita nella soffitta di Tommy.

Distacco dai genitori a parte, la cosa pareva funzionare, l’avevano presa come cameriera al diner del paese e le serate della band di Tommy aumentavano.

Poi era saltato il contratto con un’etichetta indipendente di Cincinnati, Tommy era caduto in depressione, niente più serate, e non se ne parlava di tornare a fare l’elettricista.

Era stata Chelsea a proporre le Hawaii, un’amica del liceo viveva da un paio di anni a Maui ed era tutto un magnificare il caldo, i tramonti, il surf, le grigliate di granchio sulla spiaggia.

Alle Hawaii c’erano solo gruppi di country-pop locale, il rock alternativo di Tommy, così logoro in Ohio, lì avrebbe spaccato e un posto da cameriera, lei, l’avrebbe sempre trovato. Tommy si era convinto e con gli ultimi dollari rimasti erano volati a Big Island.

Mentre lui batteva l’isola in cerca di ingaggi, Chelsea era stata assunta da Boss Frog, un negozio di attrezzature per immersioni, paga bassa ma sufficiente per l’affitto del container in cui alloggiavano.

Dopo avvilenti settimane a rincorrere serate, era apparso chiaro che se a Big Island lavoravano esclusivamente gruppi country-pop hawaiiani era perché i turisti volevano ascoltare soltanto gruppi country-pop hawaiiani: il rock introspettivo lì tirava meno che in Ohio, meno che ovunque.

Tommy era ricaduto in depressione, era tipo da cantina e cuffie in testa e non erano certo i tramonti infuocati di Keauhou bay a poterlo consolare.

Chelsea invece passava ore sulle rocce nere ad ammirare il Pacifico in fiamme.

La magia era finita, per qualche tempo la convivenza nel container si era stiracchiata in una parvenza di sintonia, finché l’inquietudine di Tommy l’aveva definitivamente intossicata costringendoli alla separazione.

Lui era tornato in Ohio, dove almeno aveva amici e genitori, Chelsea era rimasta a Honokaa, sedotta da tanta bellezza, ben più attrattiva di una famiglia che non sentiva più sua.

E lei gli amici se li era fatti nuovi a Big Island.

Gente simpatica, semplice, esuli come lei dal Midwest, pittori, guide, noleggiatori di quad, commercianti di caffè.

Uno di loro possedeva una piccola piantagione di palme da cocco, era stata di Chelsea l’idea di un chiosco che ne vendesse il succo, uno di quegli allegri chioschi lungo la strada dove i turisti si fermano incuriositi più dall’esotismo dell’offerta che dalla qualità.

All’amico l’idea era piaciuta, grazie alla solerzia di un altro amico falegname due settimane più tardi Chelsea aveva inaugurato il Coconut Ice sulla HI-240.

La fanno tutti quella tratta, porta al Waipio Val-ley Lookout, attrazione tra le imperdibili di Big Island; la maggior parte parcheggia il pick-up sul punto panoramico, archivia una dozzina di selfie con promontorio, spiaggia e vallata come sfondo e torna indietro. I più ardimentosi ci scendono, alla spiaggia.

Che fossero ladri di panorami, attirati dall’insegna colorata e dalle panche di legno, o escursionisti disidratati dalla risalita, in molti cominciavano a svoltare dalla HI-240 allo slargo sterrato del Coconut Ice.

I primi tempi Chelsea si era divisa tra il chiosco e il Boss Frog, ma una volta constatata la redditività del Coconut aveva mollato maschere e boccagli per dedicarvisi a tempo pieno.

Al succo di cocco aveva affiancato lo Sugar Cane, un intruglio di cioccolato e sempre cocco, gelato, dolcissimo, che aumenta la sete anziché placarla.

Poi aveva aggiunto frutta fresca, banane, ananas, ancora cocco, in polpa. E miele.

Su consiglio di un surfista che aveva studiato marketing a Yale, s’era fatta costruire un minisito di due pagine da un barman che aveva studiato informatica al MIT.

Il Coconut Ice ora era una piccola impresa, e fatturava al di là delle più rosee aspettative.

A spegnere l’euforia erano arrivati 2020 e Coronavirus.

Prima Trump e poi Biden avevano chiuso le frontiere statunitensi a più o meno il resto del mondo, e pure gli americani esitavano a viaggiare, con l’inevitabile conseguenza che Waipio Valley e Big Island si erano spopolate di turisti e il Coconut Ice di avventori.

Ma non era questo l’effetto più grave della pandemia: nonostante la fuga da casa, Chelsea aveva mantenuto un esile filo di comunicazione coi genitori grazie all’affettuosa tenacia di Dorothy.

Era lei a telefonarle e, se non rispondeva, a scriverle in chat, finché non appariva il messaggio di Chelsea, laconico, freddo, tardivo.

Nell’aprile del 2020 uno dei messaggi di Dorothy era stato più importante degli altri: Jack aveva contratto il Covid, era intubato in ospedale e i medici non si sbilanciavano.

Chelsea era volata subito in Ohio.

Dopo tre settimane, di cui una in terapia intensiva, Jack era rientrato a casa e, qualche giorno più tardi, anche in negozio.

Chelsea intanto cercava di riabituarsi alle preghiere di Dorothy, al tacchino del Ringraziamento, al bowling.

Quando per la vecchia signora Epstein era giunto il giorno della pensione, Jack aveva proposto alla figlia di seguire la contabilità del negozio, in matematica al liceo era brava e in ogni caso avrebbe imparato in fretta.

Chelsea era ancora avviluppata in un colossale senso di colpa per aver abbandonato la famiglia, ed accettò.

Contrariamente ai suoi timori, la collaborazione col padre si era rivelata pacifica, quasi armoniosa, e per un po’ Chelsea aveva creduto di poter vivere la vita posticciamente felice di una ragazza del Midwest, frequentando la chiesa metodista locale e fidanzandosi con Richard “Ricky” Barrymore, pazzo di lei dalle elementari e che l’avrebbe sposata non appena avesse sostituito il padre alla guida del ferramenta locale.

Poi, durante un pomeriggio di shopping a Columbus, aveva incontrato Tommy, nel negozio di dischi dove lavorava come commesso.

Il suo Kurt Cobain si era imbolsito, tuttavia emanava ancora un colloso magnetismo: avevano bevuto una birra, visto un film, erano finiti a letto.

Certa del perdono, Chelsea aveva confessato il peccato a Ricky Barrymore, il quale, pur apprezzandone la sincerità, non aveva gradito: fidanzamento e matrimonio evaporati, con buona pace di Dorothy e dei suoi ricami per il corredo della figlia.

Jack, prevedibilmente, aveva preso le parti di Ricky, quale misterioso annebbiamento del cervello le aveva fatto tradire quel ragazzo affidabile e premuroso, per Tommy poi?

Da pacifica la coabitazione in negozio era diventata prima conflittuale e dopo impossibile.

Chelsea aveva salutato padre e pneumatici, si era fatta assumere come cassiera da Safeway e aveva ricominciato a vedersi con Tommy.

Dietro l’antico fascino, il ragazzo covava risentimento e frustrazione, i produttori musicali non capivano un cazzo, le radio non capivano un cazzo, i gestori dei locali non capivano un cazzo, Tommy Ward doveva stare su un palco, non al banco di un negozio di dischi.

Non c’era voluto molto a che Tommy facesse nuovamente di Chelsea il parafulmine delle proprie convulse rivendicazioni, stavolta però erano alcoliche e violente: quando, sferrato l’ennesimo schiaffo, le aveva pure sbattuto la testa contro il tavolo della cucina, Chelsea, coi capelli intrisi di sangue, aveva afferrato il primo oggetto a portata di mano e gli aveva piantato un cavatappi nell’occhio sinistro.

Era stata legittima difesa, ma per tutti Chelsea era quella che aveva accecato Tommy Ward.

Ne avevano scritto i giornali e pure Fox News aveva mandato una reporter per raccontare di Tommy e Chelsea, novelli Ike e Tina della turbolenta Chagrin Falls, contea di Cuyahoga, Ohio.

Dopo la sentenza, Safeway aveva messo Chelsea in aspettativa, Jack le aveva tolto la parola e le devote della chiesa il saluto.

Le erano rimaste le attenzioni meccaniche di Dorothy, che le portava da mangiare in camera e ne asciugava le lacrime.

Nel momento in cui la prostrazione fisica e mentale era parsa peggiorare, era arrivata una telefonata da Big Island, distretto di Honokaa.

Paul, l’amico che alle Hawaii riforniva di cocchi il Coconut Ice, aveva visto il servizio di Fox News e voleva sentire la versione della protagonista.

Pur temendo l’ennesimo giornalista a caccia di scoop, Dorothy si era fidata di quella voce tranquilla e aveva trasferito la chiamata alla camera della figlia.

Chelsea aveva parlato per un’ora di fila, Paul l’aveva ascoltata, consolata, l’aveva fatta ridere.

Nelle settimane successive le chiacchierate transoceaniche tra Honokaa e l’Ohio si erano infittite, finché un pomeriggio di settembre Paul aveva lanciato l’idea di riaprire il Coconut Ice, con Chelsea al comando, naturalmente: non c’era un solo motivo perché lei restasse a Chagrin Falls, assediata dalle televisioni, ignorata dal padre, bandita dalla città, senza un lavoro, senza amici.

Alle Hawaii i turisti, anche se lentamente, stavano tornando e girava notizia che presto Biden avrebbe concesso agli europei di viaggiare di nuovo sul suolo statunitense, e, con una riverniciata all’insegna e al sito del Coconut, questo avrebbe rivissuto i fasti di quattro anni prima.

Chelsea era insieme tentata e frenata: Paul aveva ragione, quel villaggio di cinquemila anime era una galera, fredda, ostile, però ci viveva sua madre, l’unica a volerle bene a prescindere, che fosse la ragazza della porta accanto o l’accecatrice di uomini.

Era stata proprio Dorothy a spronarla, stava sprecando i suoi anni migliori e Chagrin Falls non aveva più nulla da offrirle, che andasse a Honokaa senza esitare; lei se la sarebbe cavata, una volta all’anno avrebbe convinto Jack a volare su Big Island e tutti e tre avrebbero mangiato cocchi davanti all’oceano.

Chelsea aveva ringraziato la madre, aveva visto piangere in silenzio il padre, lei stessa aveva pianto, poi era partita.

Mentre sorseggio il mio Sugar Cane, intorno al Coconut Ice scorrazzano due grossi maiali, attratti dai resti della frutta.

Chelsea li scaccia ma con grazia, ridendo della loro insistenza.

Tra poco su Honokaa scenderà il tramonto, la ragazza minuta dai capelli neri girerà l’insegna su CLOSED e tornerà a casa, da Paul: stasera faranno l’albero, manca meno di un mese a Natale e stanno per arrivare Jack e Dorothy dall’Ohio. 

CHELSEA è un racconto di Andrea Negro

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