COME UN LIMONE VERDE di Manuela Adriana Morini

«Tra quanto arriva?» chiese Carmen con un tono di voce che tradiva apertamente il suo stato d’animo.

Un senso di inadeguatezza sembrava avvilupparla, avvolgerla come una pellicola di Domopak, impedendole di compiere gli automatismi quotidiani, robotizzata come ormai era dalla vita.

«Dovrebbe essere qui tra una mezz’ora, tesoro!»

Ambrogio scrutava la moglie percependo, dal colorito cinereo del viso e dai gesti nervosi, come dovesse sentirsi: decisamente male.

«Stai tranquilla, accidenti! Non agitarti! Mi sembra che tu stia girando a vuoto come una trottola!»

Succedeva sempre la stessa cosa e proprio non riusciva a capirne il motivo.

Carmen lo scrutò stizzita con lo sguardo che faceva trasparire il suo disappunto.

«Eulalia, Cristoforo, Agostino! Venite subito a farvi controllare!» urlò, come dovesse radunare un gregge, mentre una stretta dovuta allo sconforto le attanagliava lo stomaco. Da quando si era sposata non le era stato mai concesso di prendere alcuna decisione. Durante una riunione, la famiglia Brambilla aveva sentenziato che i nomi degli antenati fossero i più idonei a mantenere un profilo socialmente elevato come milanesi DOC. Carmen aveva tentato, con scarsa determinazione, di proporne altri dal suono più leggero e moderno, ma nessuno l’aveva accontentata.

‘La prossima volta che nasco, chiamerò i miei figli con i nomi più comuni che esistano: Giulia, Valentina, Matteo. Niente di pomposo’ pensò sconsolata.

Si sentirono i bambini brontolare in lontananza e poi un lieve scalpiccio sul parquet tirato a lucido, fino a quando raggiunsero la mamma.

«Dov’è Lally?» gridò ai due figli maschi con quanta voce riusciva ad emettere.

Le ipotesi più disparate si proiettarono davanti ai suoi occhi, tutte disastrose.

«Mami, l’ha chiamata la Chiara per andare a giocare a pallavolo ai giardinetti con i loro amici. Ha detto che sarebbe tornata presto!»

Agostino era un bambino attento e responsabile per i suoi cinque anni. Aveva intuito dal tono disperato con cui la mamma aveva posto la domanda che erano in una situazione fortemente a ‘rischio’.

A Carmen mancò il respiro, le tremarono le gambe e si accasciò sulla sedia più vicina. Si stava delineando una vera tragedia.

Mentre si detergeva il sudore dalla fronte con un fazzolettino di carta, sentì la porta di casa aprirsi. Poco dopo comparve Eulalia.

«Mamma cara! Come sei ridotta!»

Con una rapida ma penetrante occhiata le fece un ‘esame radiografico’ approfondito: tutto ciò che aveva temuto si era avverato.

«Lally, di corsa in camera! Hai cinque minuti per lavarti e splendere come un brillante, pettinarti la chioma e indossare il vestito con il collettino di pizzo che ti ha regalato la nonna! Fila!»

«Ma neanche … Ho tredici anni e non mi rendo ridicola per nessuno … Mi metterò i jeans e la felpa arancione!» rispose, stizzita, la teenager mentre, con passo da bersagliere, si dirigeva lungo il corridoio per raggiungere la sua stanza.

Carmen distrutta da quella mise decisa da Eulalia, per rassicurarsi, volse lo sguardo sugli altri due figli, certa che non l’avrebbero delusa, ma anche questa si rivelò una speranza mal riposta.

«Cris, non vedi che hai la maglietta stropicciata? Cambiala subito, mettiti quella rossa che ti sta bene. Ago, fammi vedere i denti! Non tornare finché non diventeranno abbaglianti come i fari di una Jaguar nella notte!»

Si sentiva esausta: più guardava i bambini e più il suo orgoglio materno si frantumava come la statua di Michelangelo presa a martellate, provocandole un disagio che si diffondeva dalla testa agli alluci.

‘Avrebbe mostrato un minimo di umana comprensione almeno verso di loro?’

Ne dubitava: quel sentimento non rientrava nella valigia che di solito portava con sé.

Mentre cercava di allontanare questi pensieri deprimenti, comparve la figlia.

«Ma no! I jeans no! Non sono per niente eleganti e ti sono anche un po’ corti e stretti! E poi ti immagini come rimarrebbe male la nonna se non indossassi il vestito che ti ha regalato? Per favore vai a mettertelo! E pettinati anche quei capelli: sembri un istrice!»

«Mamma l’ho già fatto. Solo che i ricci mi vanno da tutte le parti…» rispose Eulalia innervosita.

Poverina, in effetti con quella criniera leonina più di tanto non era possibile ottenere. Tutta colpa di suo padre: nonno Salvatore! Ricordava ancora quando il vento marino giocava con i suoi capelli ricci, scompigliandoli e lui cercava di tenerli a bada. Le mani si muovevano come pale di mulini a vento per cercare di allontanarli dagli occhi. Quei continui roteanti movimenti rendevano più difficoltoso issare, sulla sua barchetta, le reti colme di pesci che costituivano la cena per l’intera numerosa famiglia. Una strenua, impari lotta tra vento e capigliatura dove il primo ne usciva sempre vittorioso. Ricordi lontani che intristivano Carmela facendola sentire ancora più sola ed estranea in quel mondo cittadino che le sembrava irreale, privo di profumi e colori. Con gli occhi colmi di nostalgia e lacrime, compì un grande sforzo per tornare al presente, ai suoi doveri di madre di famiglia. Guardò con amore il visino di sua figlia rigato di pianto, ma non poteva permettersi tentennamenti. Se fosse stato necessario le avrebbe incollato i capelli alla testa con il Vinavil: non aveva alternativa. Si guardò intorno e con frenesia incominciò di nuovo a spolverare ogni mobile, ogni oggetto visibile e non. Aveva il sacro timore che, negli ultimi minuti, si fossero posati granelli di polvere e, agli occhi di ‘Lei’, ne era certa, avrebbero assunto dimensioni macroscopiche, veri e propri macigni.

Ambrogio sedeva tranquillamente in poltrona, rilassato, concentrato nella lettura del quotidiano.

«Quanto lo odio! Certo, non doveva sostenere alcun esame, lui!» bofonchiò Carmen a mezza voce, mentre si dirigeva in camera. Osservò con attenzione la propria immagine riflessa nello specchio appeso alla parete, ma fu sviata dall’assordante rumore cittadino. Quel quartiere … Lo odiava da anni, troppo caotico ed impersonale, soprattutto oggi che avrebbe avuto visite, e che visite! Un tempo non era così, una volta le piaceva: una zona residenziale, tranquilla, silenziosa e ben frequentata. Le finestre si affacciavano su distese di prati periferici che amplificavano il senso di spazio e libertà. Lì i bambini potevano giocare felici e i pochi alberi frondosi, creavano freschi ripari dalla calura. Il loro appartamento era così silenzioso che, in estate, potevano permettersi il lusso di tenere le finestre aperte e sentire il frinire delle cicale. A volte, se si concentrava strizzando bene gli occhi su un punto all’orizzonte, le sembrava addirittura di intravvedere una striscia di azzurro. Sapeva che era frutto di un’illusione ottica, ma il ricordo del suo mare le dava serenità, la faceva sentire meno lontana da casa. Dopo pochi anni era incominciato l’incubo. Ogni mattina al risveglio, affacciandosi alla finestra, constatava la nascita di un nuovo cubico palazzo grigio, uno tutti i giorni per settimane e settimane, fino a quando tutta la sua vista non era stata cementata. Ora si sentiva intrappolata tra gabbie in muratura che imprigionavano individui robotizzati. Milano li aveva raggiunti ed inghiottiti con le sue fauci!

Sapeva che ‘Lei’ considerava quel quartiere inadeguato e popolare. Lo ripeteva ogni volta, tutte le volte, come un’ossessione cantilenata a cui Carmen non era in grado di ribattere, ma le toccava solo subire. Non si sentiva all’altezza di reagire agli attacchi del cecchino. Soffriva in silenzio senza far trasparire nulla.

Abbandonò questi pensieri che le avevano regalato un tremendo mal di testa e cercò di concentrarsi sulla sua immagine. L’abito nero che aveva indossato, anche se confezionato con una stoffa poco costosa, riusciva a nascondere quasi completamente i chili di troppo che le si erano incollati indelebilmente addosso dopo l’ultima gravidanza. Soprattutto il girovita ne aveva risentito producendo una specie di salvagente, che Ambrogio con scarso senso dell’umorismo e poca sensibilità, chiamava ‘il girovitone’.

Si guardò il viso: il trucco leggero faceva risaltare gli occhi scuri dalle lunghe ciglia, ma la cipria rosata non riusciva a schiarire quella carnagione che sembrava perennemente abbronzata, tradendo inesorabilmente le sue origini meridionali. Strizzò gli occhi miopi per meglio mettere a fuoco la propria immagine, ma ciò che vide non fece che peggiorarle l’umore. Una bianca striscia si snodava tra i capelli come una linea di mezzeria.

«La ricrescita no!» urlò in preda al panico.

Avrebbe dovuto andare dalla Nelly per il colore, ma con tutti quei preparativi e quelle pulizie di casa se n’era dimenticata. Ora avrebbe dovuto reggere lo sguardo critico e di disappunto di Madame Perfezione: questo non ci voleva proprio … Cercò di spazzolare con cura i capelli neri corvini cotonandoli un po’ nelle zone critiche, nel vano tentativo di coprire la riga bianca che la faceva assomigliare ad una zebra.

«Oddio le scarpe! Stavo dimenticandomene!»

Era così agitata da andare in confusione. Lanciò in aria le ciabatte di flanella scozzesi che portava sempre in casa. Dopo un breve tragitto aereo senza soste, sbatterono silenziosamente contro le ante dell’armadio di legno impiallacciato rovere. Si infilò a fatica un paio di decolleté nere tacco 12, pregando il buon Dio di non farla cadere da una simile vertiginosa altezza. Le sembrava di essere in cima al Monte Cervino in compagnia della buon’anima di Mike Bongiorno.

All’improvviso udì il fruscio della carta di giornale e Ambrogio alzarsi di scatto: il cuore cominciò a battere all’impazzata.

«Carmen, vieni! È arrivata la mamma!» la chiamò con un tono garrulo da usignolo che, invece, venne percepito dalla moglie come una mitragliata.

Era la fine, il cecchino stava per mettersi in postazione. Si sentì morire al pensiero dei giorni che sarebbero seguiti, giorni infiniti di trentasei ore, sempre in bilico sull’asse d’equilibrio, sempre sul filo di un rasoio ben affilato.

Il campanello squarciò l’innaturale silenzio in cui era piombata la casa. Anche i bambini erano muti, dissolti, scomparsi nelle loro camerette. Carmen immaginò che trattenessero persino il respiro:

‘Che avessero paura anche loro?’

Ambrogio, visibilmente emozionato, aprì la porta e sulla soglia si materializzò, come fosse la Regina Vittoria, la signora Adalgisa Colombo vedova Brambilla, milanese da ben sette generazioni. Senza farsi notare, rannicchiata nell’angolo più oscuro della sala, non potendo nascondersi dietro i pesanti tendaggi di cretonne damascati, Carmen squadrò la suocera. Era perfetta come sempre! Esile e sinuosa come un giunco, pronta per una serata di gala anche se, a suo modesto parere, aveva sbagliato orario e luogo.

Indossava una stola di visone color marron glaces che dava risalto al suo roseo incipriato incarnato e che si intonava alla perfezione con il colore dei suoi occhi. I bianchi capelli dagli impercettibili riflessi celesti erano pettinati con la solita attenta cura. Il vestito di chiffon verde pastello si intravvedeva appena, fluttuando morbidamente sulle gambe snelle. I piedini regali erano amorevolmente contenuti in scarpe scamosciate della stessa tinta della stola e della pochette che teneva ben stretta, come se avesse il timore di poter essere borseggiata in quella casa. Carmen fu costretta a malincuore ad ammettere che quella donna era come sempre di un’eleganza stucchevole, rappresentava un traguardo irraggiungibile.

«Mamma che gioia vederti!»

Ambrogio si gettò su di lei come un bambino sulla sua torta preferita. Le schioccò rumorosi baci sulle guance un po’ avvizzite, abbracciandola con infinita tenerezza.

«Piccolo mio adorato, fatti vedere! Sei sempre bello e in forma, senza alcun chilo di troppo!»

Mentre pronunciava queste parole con voce vellutata, si guardò intorno alla ricerca della sua vittima preferita.

«Signora Adalgisa, come sta? Ha un aspetto fantastico!»

Carmen, incespicando sui suoi trampoli, cercò, per quanto poté, di correrle incontro e di mostrare entusiasmo.

«In effetti sto bene. Grazie cara! Ma anche tu. Sei decisamente florida!» puntualizzò con un malcelato sarcasmo nella voce, fissando lo sguardo sul punto vita della nuora.

Carmen a quelle parole si irrigidì diventando paonazza, incassando ammutolita il primo colpo.

«Venga, si accomodi, faccia come se fosse a casa sua!»

Mentre l’accompagnava verso la sala pensò che la signora Adalgisa stesse guardandosi intorno, soppesando con attenzione l’arredamento che la circondava considerandolo sicuramente poco a la page.

«E i bambini? Non vengono a salutare la nonna?» chiese con una voce dal timbro acido come quello di un limone verde i cui tempi di maturazione erano ben lontani.

I nipoti si materializzarono dal nulla, in fila indiana, muti e composti come soldatini davanti al generale.

«Andate subito ad abbracciare la nonna!» ordinò Carmen, consapevole di essere valutata anche per il loro comportamento.

Si mossero piano senza che i loro visini tradissero alcuna benevola emozione.

«Ciao nonna Adalgisa!»

Un coro di piccoli bersaglieri stonati si innalzò pesantemente nell’aria.

«Ma come siete cresciuti dall’ultima volta che sono stata invitata! Quanto tempo sarà passato Ambrogio? Almeno otto mesi! Eulalia come mai non indossi il vestito con il colletto di pizzo?»

Carmen, con le guance rubizze per l’imbarazzo, cercò di superare la situazione chiedendole con gentilezza:

«Mamma, sarà stanca dopo il lungo viaggio in treno: Forte dei Marmi non è proprio girato l’angolo. Mi segua nella camera che le abbiamo preparato. Magari potrebbe riposarsi un po’ prima di cena!»

«Buona idea, sperando che i bambini me lo concedano …» rispose acida la signora Adalgisa.

Carmen si sentiva sui carboni ardenti. Constatò, vagamente sollevata, che fino ad allora la situazione non era stata perfetta, ma che avrebbe potuto andare decisamente peggio.

«Desidera qualcosa da bere o uno stuzzichino prima di sdraiarsi?» le chiese con tono affabile.

«No, grazie Carmela, niente pasticci a quest’ora. Non è un’abitudine salutare! Piuttosto, a che ora si cena?» domandò come se parlasse a un’impiegata della reception.

«Di solito verso le otto» rispose la nuora imbarazzata. Ogni volta Madame la chiamava con il suo nome anagrafico, quasi fosse motivo di vergogna l’assenza di un suono anglosassone. ‘Certo Elisabeth sarebbe stato più dignitoso…’ Sentì il suo viso avvampare.

«Un po’ tardino … Noi al Nord siamo abituati a cenare prima, ma immagino che il povero Ambrogio sia stato costretto ad adeguarsi alle tue abitudini.»

Si girò di scatto e percorse i pochi metri del corridoio con passo altero. Poi chiuse a chiave la porta della stanza, senza aggiungere altro.

Ambrogio e Carmen si guardarono sbigottiti.

«Si tratta di pochi giorni …» sussurrò Ambrogio, ma nonostante quelle parole bisbigliate non riusciva a proprio a rilassarsi.

La cena si svolse in un’atmosfera da refettorio di un convento di suore di clausura. I bambini, di solito chiassosi e allegri, scrutavano i genitori in cerca di conforto.

Carmen aveva cucinato il cibo più milanese che le venisse in mente, abbandonando con un groppo alla gola gattò, sartù, pastiere.

Era tesa, attenta alla reazione che seguiva a ogni forchettata, pronta alla critica che le sarebbe senz’altro piombata addosso. Con la coda dell’occhio guardava la signora Adalgisa e le sembrò che trangugiasse tutto con gusto ma, dopo l’ultimo boccone di cotoletta, squarciò il silenzio con una delle sue sciabolate.

«Ambrogio non ti pare che i tuoi figli siano un po’ sovrappeso? Soprattutto Eulalia. Carmela dovresti impegnarti un po’ di più e cucinare alimenti dietetici, meno unti, senza troppi grassi. Magari domani ti insegno qualche ricetta più light …»

Carmen lanciò a Eulalia uno sguardo protettivo, ma la ragazzina si alzò da tavola facendo cadere a terra la sedia e, piangendo, si diresse verso la sua camera, prontamente raggiunta dai fratelli. Ambrogio rimase in silenzio, attonito.

«Permalosetta la ragazzina. Chissà da chi avrà preso …» esclamò stizzita.

«Signora Adalgisa,» pronunciò Carmen con voce flebile ma risentita «se non l’avrebbe insultata …»

«Avesse!»

«Come?»

«Avesse insultata … Non l’avesse insultata. Scusa mia cara se ti correggo, ma nell’ambiente di lavoro di Ambrogio, tra laureati, non passerebbe certo inosservato un simile errore grammaticale …»

La maestra era salita in cattedra a dare lezioni: le avrebbe proposto di iscriversi a un corso di scuola serale? Ne sarebbe stata capace. Carmen si alzò e sparecchiò portando via i piatti, notando come quello della suocera, nonostante le critiche, fosse completamente vuoto e lustro.

«Desidera altro? Frutta, un dolce?»

«Non mi pare il caso, mi sento già così appesantita … Farò due chiacchiere con mio figlio, magari bevendo un amarino per digerire e poi mi ritirerò in camera.»

Senza offrire la possibilità alla nuora di proferire alcuna risposta, aggiunse:

«Buona notte, ci vediamo domani!»

Carmen la salutò a denti stretti, felice di poter prendere il largo da quell’arpia e, barcollando sui suoi trampoli, si allontanò.

Tra incubi di mitragliatrici impazzite e interrogazioni di grammatica alla lavagna, con il sottofondo di un persistente fastidioso russare proveniente dalla stanza attigua, giunse finalmente mattina. Carmen si era svegliata avvinghiata ad Ambrogio come se avesse cercato di trovare riparo dal fuoco nemico. Si alzò stremata, più stanca di quando era andata a dormire.

‘Un’altra terribile giornata da affrontare e per di più sola con Lei … Speriamo di farcela!’ disse a mezza voce.

Intorno al tavolo della cucina la famiglia Brambilla consumava silenziosamente la colazione, senza la solita allegria. Carmen diede un bacio veloce sulle guance dei suoi figli ancora tiepide per il sonno e abbracciò Ambrogio:

«Ti prego, torna presto stasera!»

La signora Adalgisa dormiva, il tempo passava e Carmen era felice di godersi quei momenti di solitudine. Ma verso le undici incominciò a preoccuparsi: sua suocera non si svegliava mai più tardi delle nove, non era ‘signorile’.

Si diresse silenziosamente verso la sua stanza e abbassò lentamente la maniglia:

‘Questa volta si è dimenticata di chiudere a chiave, per fortuna!’

Con il passo felpato di un gatto, si avvicinò al letto della suocera e sentì un impercettibile biascichio provenire dalle labbra sottili e taglienti come lame di spade.

Accostò l’orecchio, ma non riuscì a capire cosa stesse dicendo e il suo olfatto fu colpito da un inaspettato odore di vecchio, stantio.

«Signora Adalgisa! Cosa succede, sta male?»

Nessuna risposta comprensibile giunse alle orecchie di Carmen la quale accese la piccola abat jour sul comodino. Si accorse sgomenta che un braccio della suocera pendeva dal letto, inanimato. Il suo viso sembrava essersi rimpicciolito nel sonno assumendo un ghigno innaturale. Per una frazione di secondo immaginò di chiudere la porta e di allontanarsi, liberandosi così definitivamente della fonte dei suoi tormenti. Subito però il buon senso ebbe la meglio: non desiderava risolvere i suoi problemi in questo modo.

«Oh Dio mio, ha avuto un ictus!» urlò sgomenta, conscia della comparsa di un’improvvisa reminiscenza delle sue conoscenze infermieristiche.

Mentre si precipitava al telefono per chiamare l’ambulanza, si rivolse alla signora Adalgisa: «Mamma, stia tranquilla! Verranno subito a prendersi cura di lei!»

Fu sorpresa di essersi rivolta a lei con quel tono angosciato. Ora ciò che vedeva era solo una povera donna anziana, indifesa, senza nulla da spartire con la Regina Vittoria. Fu mossa da un’imprevista compassione. Lo sguardo della donna sembrava quello di una bambola di plastica, inespressivo, senza vita. Dalla bocca scendeva un rivolo di saliva che si insinuava, liquido e lento, sotto la camicia di lucida seta.

L’assordante rumore del traffico che proveniva dalle finestre, filtrando attraverso gli infissi, venne squarciato dall’acuto suono dell’ambulanza.

La diagnosi di Carmen si rivelò corretta. La signora Adalgisa venne trasportata con urgenza in un reparto di neurologia. Uno dei paramedici, prima di uscire di casa, si complimentò per la prontezza con cui Carmen aveva valutato la gravità della situazione, aggiungendo ad alta voce che, se la signora avrebbe avuto ancora la possibilità di condurre una vita pressoché normale, sarebbe stato tutto merito suo. Carmen sperò che la suocera, nel limbo in cui la sua mente vagava, avesse sentito quelle parole.

La degenza fu lunga, così come il periodo di riabilitazione. L’infinita pazienza dei familiari venne messa più volte a dura prova, ma lentamente la signora Adalgisa si riprese. Sembrava che durante il periodo di sofferenza si fosse un po’ attenuato il suo carattere acido. Era come se il limone, che pendeva ancora dal ramo, avesse iniziato a maturare, colorandosi di giallo paglierino.

Carmen andava a trovarla ogni giorno, rendendosi utile come poteva. Spesso passava un panno tiepido sul gracile corpo, ponendo molta attenzione le cambiava la camicia da notte, intrisa di un sudore dall’odore acido, sgradevole: non voleva che si sentisse a disagio.

La signora Adalgisa in silenzio la fissava con un impercettibile sguardo di riconoscenza. Carmen non sapeva come intrattenerla, così incominciò a raccontarle un po’ di sé, della sua vita e di quella della famiglia d’origine. La suocera ascoltava, senza commentare.

Un giorno inaspettatamente le domandò:

«Hai trascorso una vita dura, vero Carmela?»

La nuora, sorpresa ed emozionata, annuì, incapace di emettere alcun suono, ma i suoi occhi si velarono di lacrime. Si fece strada in lei la speranza che, forse, il rapporto tra loro avrebbe potuto migliorare.

La signora Adalgisa subito dopo aggiunse:

«Beh, ora è meglio se mi lasci un po’ sola. Sono stanca, ho bisogno di silenzio e non ho più voglia di ascoltarti!»

Carmen capì che la sua era stata una pia illusione. Niente sarebbe mai cambiato.

Continuò ad andare a trovarla, ad occuparsi amorevolmente di Lei: sapeva di far piacere ad Ambrogio e poi era un suo dovere.

Giunse il fatidico giorno delle dimissioni. I medici informarono Carmen e il marito che, per la signora Adalgisa, sarebbe stato necessario un ulteriore periodo di cure perché non era ancora del tutto autosufficiente.

A Carmen iniziarono a tremare le gambe e a sudare. ‘Noo! Avrebbe dovuto portarsela a casa di nuovo …’

Era stanca, provata da quel turbinoso periodo in cui aveva dovuto moltiplicarsi per far fronte a tutte le incombenze. Non se la sentiva di occuparsene ancora, ma non c’era alternativa. Sapeva che, per suo marito, sarebbe stato impensabile farla accudire da una badante.

La signora Adalgisa varcò la porta dell’appartamento del figlio con il suo solito atteggiamento altero, un po’ minato dal bastone a cui era costretta ad appoggiarsi.

«Che odore di cibo e di chiuso! Carmela apri le finestre, non si respira! Ambrogio, tesoro, puoi portarmi le valige in camera?»

La nuora come sempre ubbidì, ma provò una stretta al cuore.

«Ha bisogno di qualcosa prima di coricarsi?» le chiese con tono forzatamente gentile.

«Una coperta pesante: fa freddo qui e non ho intenzione di ammalarmi!»

Tutto procedeva come sempre, constatò amaramente Carmen.

Trascorse una settimana che sembrò alla famiglia di una lunghezza infinita. La signora Adalgisa dava ordini, comandava a bacchetta fornendo indicazioni che dovevano essere eseguite rapidamente e a puntino. L’unico vantaggio era che rimanesse spesso in camera, mollemente sdraiata a leggere o a guardare la televisione. Aveva voluto quella grande della sala perché l’altra, che si trovava già nella sua stanza, era troppo piccola. L’atmosfera in casa era diventata invivibile: tutti risentivano di quella ingombrante presenza.

«Carmela come faccio per i capelli? Dovrei fare la tinta per la cena di sabato. Nelle mie condizioni non posso certo andare dal solito parrucchiere, neanche nel caso mi accompagnassi!»

«Se si accontenta gliela faccio io …» rispose servizievole la nuora.

«Sicura di esserne capace?» chiese la signora Adalgisa con tono un po’ preoccupato.

«Certo! Stia tranquilla!»

Ambrogio aveva organizzato una piccola festa per il ritorno a casa della madre. Sarebbero intervenuti gli unici parenti con cui la madre era riuscita a mantenere ancora rapporti: suo fratello, l’avvocato Carlo con la moglie.

Era un po’ di tempo che non avevano avuto occasione di vedersi, ma Carmen li ricordava come persone molto formali, e dall’atteggiamento piuttosto critico. Del resto, erano della famiglia Colombo!

Trascorse tutto il sabato a pulire, riordinare la casa, eseguire gli ordini impartiti dalla suocera e cucinare.

Giunse il tardo pomeriggio e tutto era pronto. Ambrogio e i bambini erano usciti per permetterle di terminare gli ultimi preparativi con calma. Carmen era spossata, distrutta da quel tour de force. Pensò di sdraiarsi qualche minuto per riacquistare un po’ di energia, ma non fece in tempo a raggiungere la propria stanza che il silenzio venne squarciato dalla voce imperiosa della suocera.

«Carmela ti sei dimenticata la tinta dei miei capelli? Non posso mai fare affidamento su di te! Lo sapevo che volevi farmi fare brutta figura stasera!»

Accidenti, se ne era proprio scordata! Con voce flebile e colpevole rispose:

«Ma no, si figuri, abbiamo tutto il tempo: manca più di un’ora e mezza alla cena!»

Si diresse, quasi strisciando per la stanchezza, verso il bagno dove prese tutto il necessario per accontentare Madame. Armeggiò con una serie di flaconi, versando residui di liquidi diversi, alcuni senza etichetta, in un contenitore e raggiunse la suocera, già seduta in poltrona, pronta per essere servita.

Tra imprecazioni e critiche, Carmen riuscì a svolgere il compito che le era stato assegnato. Pettinò con cura la signora Adalgisa, guardando con soddisfazione ed un impercettibile sorriso i morbidi, lucenti capelli e l’aiutò a vestirsi.

«Come sto? Sono sufficientemente elegante per la serata? Devo fidarmi del tuo parere dato che in questa stanza non ci sono nemmeno gli specchi, anzi, sarà il caso che domani me ne compri uno!»

«Certo, con piacere» rispose Carmela. «Comunque, i capelli sono davvero belli! È perfetta come sempre!» rispose Carmen, fissandola.

Lasciò per qualche minuto la suocera per andare ad indossare il solito vestitino nero.

Non fece in tempo a finire di truccarsi che squillò il campanello. Giunsero casualmente tutti insieme: Ambrogio, con i bambini, e gli zii.

Dopo i soliti convenevoli si diressero in salotto per l’aperitivo.

«Adalgisa, non viene? Siamo venuti per lei!» disse con voce autorevole l’avvocato, toccandosi con le grandi mani la pancia prominente.

Da lontano giunse una voce flebile ed aggraziata:

«Arrivo Carlo! Aspetto che Carmela venga a prendermi!»

Carmen si diresse verso la stanza della suocera, le porse il braccio e si avviarono verso il salotto.

Varcarono la soglia. La loro entrata fu accompagnata da una serie di mormorii e di risate irrefrenabili da parte dei bambini. Tutti gli sguardi sembravano calamitati dalla signora Adalgisa, che, nel suo innato egocentrismo, ritenne di aver stupito tutti con la sua mise.

«Ma come ti sei conciata?» sbraitò sconvolto l’esimio zio Carlo.

«Sembra una fata!» proseguì ridendo a crepapelle Agostino.

Adalgisa non capiva. A fatica, appoggiandosi al bastone e trascinando la gamba, si diresse verso la consolle su cui era appoggiato un grande specchio. Alla vista della sua immagine lanciò un urlo disperato: i suoi capelli erano di un intenso azzurro!

«Signora Adalgisa, mi dispiace tanto! Devo avere sbagliato qualche passaggio della tinta, ma sta davvero bene. È un colore all’ultima moda e comunque trovo che le doni un aspetto celestiale.»

Carmen, trionfante, guardò la suocera percependo come una vittoria personale il disagio che stava vivendo Madame Perfezione.

Improvvisamente, la signora Adalgisa cadde a terra con un tonfo, senza emettere alcun suono.

Tutta la famiglia si accalcò intorno a Lei per capire cosa le fosse successo.

Carmen si diresse con passo spedito a telefonare all’ambulanza.

Mentre stava componendo il numero le giunse la voce concitata del piccolo Agostino. «Mamma, papà mi ha detto che la fata Turchina è volata in cielo!»

Carmela in silenzio riagganciò la cornetta.

Sollevò lo sguardo verso l’Alto e, congiungendo le mani, sussurrò:

«Adesso è il Vostro turno di accontentarla! …»

COME UN LIMONE VERDE è un racconto di Manuela Adriana Morini

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Comments

  • Dario Passinetti
    23/02/2021

    Finale liberatorio con un ritmo incalzante e trama attuale e disarmante sulla condizione di sottomissione mentale di Carmen…

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