Dammi il tempo…

Aveva preso l’ascensore.
Avrebbe potuto salire diversamente, ma quel giorno era un po’ indolente.
Capitano a tutti giornate in cui ci si sente più stanchi del solito.
Non una vera stanchezza da affaticamento, piuttosto un torpore che ti porta ad affrontare le cose con maggiore calma.
C’era stato un tempo in cui, prima di mettersi al lavoro, si fumava una sigaretta appoggiato al muro davanti agli androni dei palazzi o presso le spesse inferriate dei cancelli.
Il fumo uccide! Ed ecco, ora, non poteva più neppure permettersi questo piccolo lusso.
Un tempo il fumare ti faceva restare nell’anonimato: eri uno tra i tanti.
Adesso chi fumava veniva guardato con curiosità se non con insofferenza.
A lui non piaceva essere osservato.
Era lui che osservava.
Il suo sguardo attento non trascurava nessun dettaglio, nulla poteva sfuggirgli, arrivava fin dentro l’anima.
Lo sferragliare di quel vecchio ascensore aveva un che di inquietante, mentre lo specchio, ormai opaco e chiazzato di ruggine, gli rimandava il suo vero volto. Quando con cigolio da gatto innamorato si fermò, girò le spalle a sé stesso per uscirne.
Sapeva bene cosa si sarebbe sentito dire. Nessuno mai era pronto.
Tutti, con un pretesto o con l’altro, cercavano di procrastinare il momento.
A tutti era rimasto qualcosa da fare.
Dammi il tempo di rimediare al mio errore, dicevano.
Dammi il tempo di salutare i miei affetti, chiedevano.
Dammi il tempo di una preghiera, supplicavano.
Dammi il tempo …
Sul ballatoio si confondevano odore di muffa e vernice fresca. Dal lucernario in alto un raggio di sole, quasi a spada fiammeggiante, tagliava in due il pavimento.
Seguendolo si avvicinò all’ultima porta in fondo: non serviva leggere il nome sulla targhetta, sapeva di essere arrivato.
Indugiò ancora un istante poi, con un un sospiro, sollevò il braccio e lentamente, con un solo dito, suonò il campanello dalla voce spenta.
Quale scusa avrebbe ascoltato oggi?
Un passo strascicato e lento si fece sentire molto prima che la porta si aprisse a fessura.
Attraverso lo spiraglio, alla vista incerta del vecchio ci volle un attimo per riconoscerla.
Solo un attimo ed il suo sguardo si oscurò, i lineamenti del volto si contrassero rabbiosi.
Spalancò allora la porta con gesto deciso ed una forza inaspettata per una figura tanto fragile.
«Solo adesso ti presenti?» l’apostrofò con violenza «Solo adesso!»
Poche cose potevano stupire la morte.
Era abituata quasi sempre a sentirsi supplicare di aspettare ancora, qualche volta era stata anche invocata, ma tutti avevano la paura nel cuore.
Nessuno mai aveva avuto il coraggio di puntare i propri occhi dentro i suoi con tale furore; occhi fiammeggianti di rabbia e terribilmente pieni di vita.
«Andiamo!» comandò l’uomo con gesto imperioso e le si avvicinò per seguirla.
«Dammi il tempo!» replicò l’angelo della morte con voce roca e profonda «Dammi il tempo di conoscere la tua storia!» e, avanzando oltre l’ingresso con passo deciso, andò a sedersi al tavolo di cucina.
Vernice fresca alle pareti, il bidone aperto sul pavimento e accanto il pennello ancora intriso di colore…

Dammi il tempo… è un racconto di Morena Festi