Economisti e dintorni

SCENA PRIMA
Nella enorme e tradizionale sala convegni dell’Hotel Excelsus Il prof. Ridolfo Solmar aveva terminato la sua prolusione.
Si era alzato; e, mentre perduravano ancora gli applausi, a passo veloce aveva guadagnato l’uscita.
Lui aveva preteso che fossero invitati all’evento tutti i docenti; specialmente i professori di prima e seconda fascia; gli assistenti; ed i corsisti delle discipline giuridiche ed economiche, diritto dell’economia, scienze tributarie, diritto commerciale, economia politica, finanza pubblica, teoria generale del mercato, diritto bancario, scienza dell’investimento, storia monetaria, ecc.
Non per niente il prof. Ridolfo Solmar era l’idolo del diritto economico.
Sistematicamente, faceva precedere le sue relazioni ed i suoi libri da interviste televisive che ne anticipavano i temi.
Anche stavolta!
In una conversazione, trasmessa da Telemaldonada, con Gilda Vamolìn, la più nota scoopetara dell’Oltrepò, ne aveva anticipato alcuni tratti, sulla riduzione del debito pubblico.
Ed era stata preannunciata una weltanschauung economica radicalmente rivoluzionaria.
L’attesa non era stata vana.
Recandosi lentamente verso il poggio del conferenziere, strascicando i piedi (sollendo lievemente i talloni per far scivolare piano piano le piante sul parquet), Solmar aveva risposto ai cenni di saluto che sussiegosamente provenivano dall’uditorio, con lievi piegamenti delle labbra, elargiti a destra e a manca.
E, preso nelle mani il microfono, aveva tracciato la parabola decadente della finanza mondiale, la crisi irreversibile dell’economia occidentale (aveva richiamato il Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler e il pensiero di Heidegger e Jaspers per affermare il suo discorso come il noumeno nichilista del pensiero economico), il tracollo delle borse, l’implosione del sistema economico, la catastrofe del mondo civilizzato, per concludere che la via di uscita e salvezza era nel ripristino del baratto, valori reali per valori reali.
A tale tesi era pervenuto studiando il pensiero del noto economico sino-coreano Tieng O’ Pak, che, rinchiuso 12 anni, con 24 scienziati, in impenetrabili uffici sotterranei, aveva impiegato immensi cervelloni Samsung, per concludere l’inevitabilità dello sfacelo planetario.
E pare che, non potendo raggiungere l’Ararat, per sfuggire a feroci investitori e banchieri, avesse trovato rifugio in una grotta tibetana.
Il professor Solmar aveva riservato, però, mentre già molti professori si avvilivano al pensiero di dover modificare libri e lezioni, la sorpresa finale, la chiave per ridurre il debito pubblico e rispettare i parametri di Maastricht: con il prelievo diretto delle merci dai produttori, in sostituzione delle tasse, si sarebbero potuti dare ai dipendenti pubblici generi alimentari e di abbigliamento, articoli per la casa e pezzi di ricambio, in sostituzione degli stipendi.
Una rivoluzione copernicana.
Il convegno sugli Alti Studi dei Nuovi Sistemi Monetari, promosso dal Preside della Facoltà di Economia, proseguiva nel grande salone delle feste dell’Hotel Excelsus, dalle alte vetrate laterali, stile Tiffany, e dall’alta centrale raffigurante un papavero stilizzato ornato di foglie attorniato alla base da altri papaveri, in stile Liberty.
Qui erano stati predisposti vari tavoli per i partecipanti rigidamente organizzati con i nomi degli invitati.
Al centro della smisurata sala, erano state imbandite portate di ogni sorta.

SCENA SECONDA
I tavoli erano ormai tutti occupati.
Erano stati allestiti con tovaglie romance di lino broccato ecrù; servizi di Villeroy Boch di ceramica royal dinner; bicchieri colorati di baccarat; e posate d’argento Bucellati.
Al professor Solmar era stato riservato il tavolo centrale, al quale erano invitati altri famosi economisti:
il professor Baldo degli Ubaldi, luminare del diritto mercantile del ventunesimo secolo, esperto della lex mercatoria, con la moglie Giuseppina ed i suoi pargoli alquanto sprovveduti, che a fatica aveva collocato in università minori tra i docenti; Fidelio, divenuto professore di vaccologia tributaria, che aveva pubblicato un’opera sulla resa, carne e latte, delle varie categorie di vacche, studiando tutte le specie esistenti, per i calcoli presuntivi dei ricavi nel diritto tributario; Sigismondo, specializzatosi nello studio del potere d’acquisto dell’ouguiya mauritano nelle transazioni commerciali interafricane.
Erano stati ammessi a quel tavolo di prestigio, anche l’assistente Igino Menticucci, promettente ma di famiglia estranea all’ambiente, e la allieva prediletta di Solmar, Ainna Malfatta, professoressa di seconda fascia che vanamente reiterava domande concorsuali per accedere ai professori di prima fascia.
Poi c’erano: il prof. Ermete Passatempo, docente di storia economica romana, esperto sull’uso del sesterzio nell’emptio-venditio di ovini dell’Apulia; la consorte di questi Corinna; Lucia Luce, esperta di macroeconomia planetaria, che aveva compiuto studi anche di proiezioni prospettiche nel sistema solare; e ancora Nostolfo Nero, specialista di microeconomia aziendale, che aveva acquistato notorietà mostrando le variabili incidenti sulle curve reddituali dei venditori ambulanti di interiora suine e bovine.
Sull’immenso tavolo imbandito al centro del salone, si mostrava ogni ben di bene.
Tutti i commensali, dopo il discorso del prof. Solmar, vi accorsero con frenesia furiosa, quasi come fossero sulla tolda del Titanic consapevoli del prossimo naufragio,
Il Preside aveva predisposto, per il prof. Solmar, una cena faraonica, che doveva restare memorabile (ambiva ad una sua segnalazione per la successiva tappa della carriera accademica): gamberoni in salsa d’asparagi di Bassano; salmone affumicato del Qeensland su coulis di fragole silvestri della Patagonia al sentore di kumquat e zenzero; polpettine di tonno rosso di Carloforte all’aglio rosso di Proceno e cappero di Salina.
Poi tre grandi vassoi di fritti: quello di pesce, (alici, neonati ed alghe); quello di verdure (zucchine, cavolfiori, polpettine di zucca e polpette di melenzane); e quello di frittate (di maccheroni, di baccalà, di gamberi, di carne macinata di agnello speziato, di patate e porri, di tocchetti di pomodoro, di mela cannellata e di mela agli agrumi), con barbotta e arbadela della Lunigiana, sciatt e chiscioi della Valtellina.
Iniziarono quindi i primi: tonnarelli alla ricciola; paccheri al ragù di bufalo; risotto ai quattro molluschi; strozzapreti al castrato di pecora; cannelloni alla caciotta degli Elimi del Belice; tagliatelle alle ortich; testaroli alla crema di borragine e barbe di prete; pizzoccheri con fagiolini; gnocchetti al pesto di rucola e mandorle.
Ma il top, quando Solmar si avvicinò alla grande tavola imbandita, giunse con l’assortimento di ravioli e raviolini (al cinghiale, alla cernia, al castelmagno e robiola, alla caciotta di Alcantara e Muffieno, al tritato di aragosta di Alghero, al formaggio Furfante e di Agerola, alle punte di asparagi al lardo di Colonnata, agli asparagi alla salsa di rafano, all’impasto di carciofi alla menta, al paté di zucchini aglio e prezzemolo, ai porcini tartufati, al salmì di capriolo).
Egli vi si avvicinò, già pregustando profumi e sapori per la sua missione.

SCENA TERZA
Il professor Solmar non andò oltre quei primi.
Improvvisamente, si alzò dal tavolo assegnatogli e, senza proferir parola, sparì.
Dopo poco, si avvicinò allo stesso tavolo, sorridendo, una procace signora tendente ai 50 con scollatura ad ampio balconcino, capelli neri corvini raccolti da un nastro luccicante verde smeraldo, come il colore di lago alpino degli occhi, indossante un abito corto verde smeraldo e munita di collana, bracciale ed anello di serpentelli d’oro.
«Caro professore,» disse sporgendosi con i suoi seni verso il viso del professor Passatempo «posso dirle una cosa? Vado a molte cene ma mai ho trovato una persona così simpatica, gentile ed affabile come Lei! Un vero gentiluomo! Ed anche, mi consenta, così affascinante con quella sua mano lesta a porgere alle signore, con sguardo dolce, piatti di ravioli e raviolini…!»
La signora Corinna la iniziò a guardare di traverso. Da sotto il tavolo, improvvisamente, sferrò un calcio al marito.
«Ed anche, caro professore me lo lasci dire, con introspezione psicologica da esperto conquistatore!» proseguì la signora.
Corinna strinse i pugni; e pizzicò sul sedere il professore. L’intenzione era quella di spappolargli il gluteo.
«Lo sa,» aggiunse la signora «ha scelto per me proprio il mio favorito, quello al tritato di aragosta di Alghero, buon afrodisiaco! …. Mi ha cambiato l’umore e oggi già mi sento diversa, più libera, più sciolta più sognante, più desiderosa!» Parlava senza fermarsi un attimo, come un fiume in piena.
Infine, mentre Corinna sferrava un secondo poderoso calcio al consorte, finalmente il professor Passatempo riuscì a dire:
«Mi spiace signora, mi spiace molto, …ha sbagliato professore!»
«Come?» esclamò la sconosciuta «Mi ha detto che sedeva proprio a questo tavolo, il 101!»
Si guardarono tutti; e volsero lo sguardo verso la sedia vuota che il professor Solmar aveva occupato fino a poco prima.

SCENA QUARTA
Elio Spinzato, alias Ridolfo Solmar, si era dedicato sin da giovane agli studi di economia.
Aveva raccolto numerosi successi, pubblicando articoli e libri anche all’estero.
Infatti, era stato chiamato come “visiting professor”, nelle università di Cahul in Moldavia, di Jakoping in Svezia, di Issyk Kul in Kirghizistan, di Cuma Popayan in Colombia. Aveva accettato gli inviti non solo per ragioni scientifiche.
Era internazionalmente conosciuto come Ridolfo Solmar, pseudonimo internazionale che aveva scelto per le sue pubblicazioni e che, ormai, aveva sostituito il suo reale nome anagrafico.
Oltre all’economia, Solmar nutriva, però, un’altra grande passione. Una passione costante, avvolgente, penetrante.
Era, questa, una sua caratteristica esistenziale che ne condizionava l’esistenza.
In sede di anamnesi clinica, quando gli chiedevano se soffrisse di qualche patologia, lui con sicurezza rispondeva:
«Saltuariamente emicrania; a volte cattiva digestione; una volta pityriasis capitis; ultimamente un po’ di sciatica!»
«Una sola veramente cronica!» precisava, subito dopo, con convinzione «La femminomania!»
«Dottore, non ne posso guarire!» aggiungeva, poi, con sguardo di evidente soddisfazione mista ad impetrante compassione.
Inguaribile seduttore, il professor Elio Spinzato, alias Ridolfo Solmar, pur investendo le sue indubbie risorse dovunque, conservava una certa deontologia didattica: mai, cioè, con le sue assistenti e le sue allieve!
A volte, questa personale imposizione, gli costava non poca fatica.
Quando accadeva che studentesse vagassero per i locali accademici con minigonne mozzafiato e camicette spalancate, egli tirava un sospiro e levava gli occhi al cielo per non cadere in tentazione.
Quando accadeva che qualche giovane assistente, lodando la sua perspicacia scientifica, si accostasse un po’ più del normale alla sua persona, egli si ritraeva; ma con fatica.
Questa sua deontologia didattica, tuttavia, non valeva per studentesse e assistenti non sue. Cioè, quelle di altre facoltà.
Si definiva, infatti, il “Livingstone” dei territori muliebri, terre non sempre propriamente vergini, da esplorare.
In tanti anni di devoto esercizio avrebbe potuto redigere un manuale sulle tecniche di approccio.
All’inizio aveva cercato di far sfoggio della sua cultura con passi di Einaudi; citazioni di Adam Smith; Joseph Schumpeter; Piero Sraffa; Milton Friedman.
Gli pareva che qualche pizzico di Galbraith e Keynes non guastassero; per far colpo su quelle “impegnate” a sinistra, aveva letto e riletto per intero “il Capitale”.
Ben presto, però, si era reso conto, dinanzi all’afasia e a qualche sbadiglio delle interlocutrici, che non riuscivano a nascondere immersioni nella noia, che sarebbe stato meglio mutar registro.
E si volse, allora, ai ravioli e raviolini.
Studiò la tecnica dell’involucro succulento.
Si informava di tutti i ricevimenti, pranzi ed eventi ove potessero essere offerti al buffet ravioli e raviolini.
Là recatosi, ponendosi sorridente al lato dei vassoi, appena si avvicinava una donna, con gesto abile e mano felina, ne riempiva un piatto e decantandone qualità e virtù, con grazia mascolina li offriva alla transitante.
Aveva ormai sperimentato che la tecnica riusciva più delle declamazioni del pensiero economico.
E così operò anche quella sera, offrendoli alla corvina verde smeraldo, prima di allontanarsi fugacemente e furtivamente, per raggiunger la cena delle assistenti della Facoltà di Architettura che, aveva appurato, si stava svolgendo in contemporanea con quella del suo convegno.

SCENA QUINTA
Vi giunse in ritardo, con passo affannato, trafelato e ansioso.
I taxi l’avevano tradito.
Con maturata esperienza, omprese ben subito che era cessato il tempo dei ravioli e raviolini. Era già funzionante la tavola dei dolci.
Stava escogitando di raccogliere piatti di torte e pasticcini, quando l’occhio cadde su tre giovani assistenti.
Una mostrava splendidi piedi lattei e paffutelli con unghie lievemente dorate in sandali d’oro sotto una larga gonna nera con cinturone dorato; un’altra esibiva, con una specie di hot-pants da sera, gambe vichinghe ben modellate, alte e dritte, né spolpate né ridondanti; infine, la terza agitava un visino vivace, munito di nei su carne rosea, ricoperto da una frangetta rossa, su un abitino bianco plumetis, a micropois blumarine, scollato a mezze maniche alte.
Si accostò, quindi, deciso, al tavolo dei dolciumi convinto che almeno un piatto di questi sarebbe andato a segno.
Fu preceduto dalla professoressa Cinzia Momentino.
Era, diciamo, una collega. Aveva, più o meno, la sua stessa età. La conosceva dai tempi del liceo.
La professoressa Momentino usava intrattenere per ore le sue vittime con l’asfissiante ritornello:
«Posso un momentino?»
«Posso un momentino, caro Celio?»
Fece finta di non vederla; ma non riuscì ad evitare l’impatto.
E lei, vestita di un abito marrone da saio della nonna, con gli orli delle maniche e della gonna merlettati a plissè, lungo sino ai polpacci torniti e muscolosi, iniziò un lungo monologo, fitto fitto, senza mai sputare un attimo o almeno respirare un secondo, divagando sulle lotte di potere per il Rettorato, sulle traversie per gli incarichi nella sua Facoltà, sulla decadenza del costume accademico, sulla arroganza dei docenti giovani, sulla impreparazione degli studenti, con comparazioni metastoriche ed approfondimenti teleologici, nonché sul ginepraio di leggi, circolari, decreti e direttive, inoltrandosi nella loro minuziosa descrizione.
Tutto questo, mentre il professor Solmar, sconfortato e disperato, indispettito e fremente, vedeva ormai le tre giovani assistenti davanti al tavolo dei dolci, attorniate da colleghi della loro età.
Poco dopo, mentre lui era ancora stretto nella morsa della Momentino, le tre giovani assistenti uscirono ridendo e saltellando con i loro colleghi coetanei.
E la Momentino, insistendo a più non posso:
«Cosa temi? Mica si può finire la serata così?»
«Via, non fare il musone!»
«Perché sei triste?»
«Dai, andiamo a prendere un drink da me!»
«Lo sai» ammiccando «che a casa mia si beve anche un buon caffè tostato all’antica, se ti va, se hai bevuto troppo.»
«Su, su, vieni, non restare lì impalato, dai, non fare il musone!»
Tanto disse, tanto fece che lui, un po’ ritraendosi, un po’ storcendo il naso, alla fine si lasciò andare
Anche perché, pensò, dopo l’uscita delle tre assistenti, l’alternativa infelice, sarebbe stata, da celibe, solamente quella di andarsene a letto, accendere la televisione, sentire le ultime puttanate sulla crisi economica ed addormentarsi.
La Momentino aveva casa un po’ fuori città, in un vecchio villino, di due secoli or sono, con le facciate unte e cadenti, circondate da smilzi alberi e da cespugli di piante sfioriti, data la stagione calda in cui si trovavano.
Il marmo dei gradini, che conducevano all’appartamento, era solcato da fessure di vetustà e la porta, di legno, appariva scolorita e con la vernice scrostata. Entrati, lei lo fece accomodare su un divano di stinta tappezzeria rosa antica adornato da cuscini damascati impolverati.
Gli offrì il rosolio di gelso rosso della bisnonna, che prodigiosamente ancora curava una prozia.
«Scusami un attimino,» disse poi «vado di là.»
Dopo quasi una mezz’ora ritornò con una lunga vestaglia colorata da pappagalli variopinti, al di sotto scorgendosi piedi nudi e calze di nylon color carne su gambe non del tutto depilate e andò a sedersi accanto.
«Eccomi qua!» disse accavallando le gambe che scostavano la vestaglia.
«Permetti un momentino?» chiese lui confuso «Ho un’urgenza impellente.»
Si recò in bagno.
La finestra aperta dava sul giardino.
All’accendersi della luce uno sciame di zanzare iniziò l’assedio, volteggiando intorno e fiondandosi come kamikaze giapponesi appena la mano si avvicinò alla patta.
Quando finalmente riuscì ad estrarlo, menando gran fendenti a destra e a manca e si stava accingendo a soddisfare l’urgenza, una voluminosa ape andò a pungerlo proprio lì.
Così non poté terminare il rosolio di gelso rosso ed il di poi.
Quella notte il professor Squinzato, alias Solmar, tra incubi di api giganti che lo torturavano, sognò tre angiolette, che dal cielo sorridevano ammiccanti e gli facevano ciao ciao con le manine.

Economisti e dintorni è un racconto di Alfredo Guarino