GATTI, AMORE E METAFISICA di Paola Botto

L’ultimo cliente non mi lasciava più, l’orario di chiusura era passato da un pezzo e io non avevo pensiero che per Cenere, e soprattutto per la mia povera casa. Chissà come me la stava riducendo quella gattina scatenata che non si riusciva più a tenere a bada!

Ci tengo così tanto, alla mia casetta, specie adesso che sono tornata a vivere da sola e me la sto vestendo sulla pelle, piano piano, senza fretta, un pezzo alla volta, scelto con tutta la cura e la calma che merita, come piace a me.

Con Mauro bisognava fare sempre tutto subito, un’occhiata veloce e via. Ci serve? Ci sta? Possiamo permettercelo? Non c’era mai spazio per altre domande, con lui, chissà cosa direbbe se sapesse che non ho ancora il frigorifero ma ho già pronto il quadro per la parete del corridoio. 

E che quadro! “La torre rossa” di De Chirico, quella del 1913, con la torre che si erge isolata, senza mura intorno a suggerire un confine, come appare invece nella versione del ‘34. Una semplice riproduzione su tela canvas 70×100, presa all’asta su ebay.

Ho rischiato un po’, lo ammetto, la mia offerta era risicata, ma mi è andata bene. Con Mauro non avrei mai potuto comprarmela, men che meno all’asta, figuriamoci, lui nel caso avrebbe cliccato su “compralo subito” e come va va.

E poi a Mauro De Chirico comunica angoscia con tutto quello spazio vuoto, riempito solo da forme insolite, inquietanti, e quel senso di attesa metafisica, rarefatta.

Tutto decisamente troppo per la sua fredda mente razionale, tipicamente maschile.

Così pratica, così noiosamente logica e sensata.

Confortante, anche, talvolta. 

Sarà proprio perché attualmente mi sento così confusa che invece io trovo che ci sia una simmetria consolatoria nelle piazze di De Chirico, e il vuoto che domina la scena a me allarga il cuore, trasmette ordine, equilibrio, armonia, tutte cose di cui attualmente avrei un disperato bisogno. E poi quel senso di attimo sospeso, di caduta dell’ora, e tu che rimani esitante se afferrare o meno quel momento che passa.

Con Mauro ho provato a parlarne qualche volta, mi stava a sentire affascinato ma credo non carpisse molto di quello che volessi dire.

Se venisse stasera da me, per un caffè, per vedere come me la cavo, (mi ha detto che un giorno lo avrebbe fatto) gli farei vedere il quadro e gli direi:

«Ecco, guarda la torre al centro del dipinto. Non avverti l’assoluto che esprime, con quel suo slancio immobile verso l’infinito? Capisci, ora? È tutto lì quello che intendevo!»

Improvvisamente mi ricordo con terrore che il quadro è ancora in terra, in attesa che pianti i ganci di fissaggio. Ancora in terra, appoggiato alla parete, tremendamente a portata di graffio! Caspita, devo fare presto, quella mezza certosina senza casa che ho preso con me due mesi fa potrebbe aver già fatto un bel danno.  Speriamo che sia rimasta in modalità “non mi muovo dal tuo letto” come quando sono uscita di casa, stamattina.

Non ci credo molto.

All’inizio era così buona, ubbidiente, mi aspettava tranquilla nella sua cuccia e come arrivavo mi riempiva di moine. Un amore! Ma da qualche tempo non si riesce più a tenere a freno, è scappata di casa già tre volte passando dal terrazzo del vicino, miagola in continuazione, smania, mi si struscia addosso tutta la sera, è diventata un incubo. La Anto, la mia collega, dice che è in calore, che devo farla sterilizzare, e che visto che è scappata potrebbe essere già incinta.

Io proprio non ci avevo pensato, stamattina ho cercato il numero di un veterinario e ho preso appuntamento, ma fino a sabato non se ne parla.

L’operazione costerebbe anche un botto, mi sa che il frigorifero dovrà ancora aspettare. E nel frattempo devo fare molta attenzione, perché quella vuole scappare, non ha ancora capito che si sta molto meglio senza uomini, ci ha ancora la fregola, la signorina!

La Anto mi ha detto che i gatti sono magici, passano ovunque, si infilano da tutte le parti, trovano vie d’uscita insospettabili, specie quando sono in calore. Per questo stamattina sono stata attenta a chiudere bene tutto, anche la finestrella alta del bagno che di solito lascio socchiusa.

Mi ci manca la gatta incinta, e pensare che il motivo principale della rottura con Mauro era stato proprio quello.

La gravidanza, intendo. 

Voleva un figlio, lui. Ma certo, lui fa presto! E cosa gli dico poi, al capo? Che sono un po’ ingrassata? Non mi dovevo preoccupare, diceva, per i primi tempi “tu devi pensare solo a fare la mamma”. A lavorare ci avrebbe pensato lui, diceva, poi col tempo anch’io sarei tornata al lavoro che tanto lavori come il mio non scappano mica.

Sì certo, che allegria fare la mamma con un mezzo stipendio come quello che portava lui da quello studio legale! Mi è dispiaciuto, ma ho dovuto dirglielo che se pagavamo ancora affitto e luce era solo per il mio lavoro “che tanto non scappa” al centro commerciale. Ho ancora davanti agli occhi il suo sguardo ferito, sapevamo benissimo entrambi che la verità era quella, non c’era bisogno che gliela urlassi in faccia.

Ho aperto la porta di casa e sono entrata come una furia, buttando in terra la borsa e sfilandomi gli stivali mentre comincio la perlustrazione, rischiando pure di cadere.

Appoggiata al muro, la tela è ancora intatta, per fortuna, e comincio a chiamare la gatta e a cercarla in ogni angolo della casa.

Quella sgualdrinella non risponde, e non riesco a trovarla da nessuna parte. La chiamo, le prometto qualche bocconcino, scuoto vigorosamente la scatola dei croccantini, ma non c’è niente da fare. Cenere è introvabile.

Mi lascio scivolare sulla parete libera del corridoio, sedendomi a terra, rassegnata a vedermela tornare dopo qualche tempo con una bella panciata di micetti, e intanto fisso, senza vederla veramente, la tela che mi sta davanti. 

È solo allora che la vedo. Strizzo gli occhi e avvicino lentamente lo sguardo per osservare meglio, ma non ci sono dubbi.

Cenere, con quel suo manto grigio fumo e le zampette bianche di certosina taroccata, mi guarda sorniona, con la coda ritta e la schiena arcuata, da un angolo ombroso della tela, mentre appoggia il corpo morbido e flessuoso ai pilastri dei portici che chiudono la piazza sul suo lato sinistro. 

È proprio lei, lì, dipinta, che sembra dire “ora me la voglio girare proprio tutta questa città, e chissà che non ci trovi un bel gattone!” 

La luce brunita, che allunga le ombre delle case sullo sfondo e del monumento equestre sulla destra, fa pensare al crepuscolo, l’ora dell’amore.

In quel momento suona il campanello del portone. Due suoni ravvicinati, più breve il primo, leggermente prolungato il secondo, il tipico modo di suonare di Mauro.

La gatta, dal quadro, mi fa cenno di andare ad aprire.

GATTI, AMORE E METAFISICA è un racconto di Paola Botto

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