Girotondo di favole

C’era una volta, anzi no. Cari bambini e care bambine, cari genitori e cari nonni, cari lettori che ve ne state in attesa di leggere queste pagine, sappiate che questa non è una storia come tutte le altre.
Qui non troverete il solito buono né il solito cattivo. Non ci sono nemmeno l’amico del buono o il vecchio aiutante del cattivo. Non c’è un solo mostro da sconfiggere e nemmeno una principessa da salvare.
Se è questo quello che volete, riponete dove avete trovato, i fogli che state leggendo, e cercate altrove i personaggi che più si adattano ai vostri gusti.
Se invece è un’avventura inaspettata ciò che cercate, avete tra le mani la storia che fa per voi.
Eh già, miei piccoli e grandi lettori, questa è una storia di avventura e di amicizia che ha come protagonista Andrea, un bimbo italiano di otto anni, un bimbo come tanti che trascorre i suoi pomeriggi nella solitudine della sua stanza, giocherellando con il tablet compratogli da mamma e papà per il suo ultimo compleanno, regalo che, a sentir loro, avrebbe dovuto dare al figlioletto tanta felicità.
Ebbene, volete sapere cosa accadde un bel giorno al nostro piccolo amico? Allora, che l’avventura abbia inizio!
Un soleggiato pomeriggio di primavera, Andrea se ne stava spaparanzato sul letto, gli occhi fissi sul tablet nuovo fiammante, il suo migliore amico.
Quando arrivarono le quattro e mezza, come di consueto, la nonna lo chiamò dalla cucina per la merenda. Per Andrea si trattava del momento migliore della giornata.
Ad attenderlo, sul tavolo, c’erano un bicchiere di spremuta bella fresca e una morbida fetta di torta al cioccolato appena sfornata.
Altro che le merende che gli avrebbe propinato la mamma, se fosse stata a casa con lui! Cosa che, a dir la verità, accadeva di rado.
Così, Andrea scese dal letto, senza mai mollare il suo inseparabile aggeggio e raggiunse la nonna in cucina.
Sapeva che non avrebbe potuto opporre resistenza ai suoi fastidiosi baci sdolcinati, tuttavia ne valeva la pena.
Soffice e gustosa come non mai, la torta che si trovò sul piatto anche quel pomeriggio era ben diversa dai catastrofici esperimenti della mamma, il cui massimo risultato erano state insipide masse gelatinose o biscotti duri come i sassi del giardino. Per lo meno questo era quello che ricordava Andrea.
Finito anche l’ultimo boccone di torta, il ragazzino fece per tornare in camera, ma la voce della nonna lo fermò «Perché non esci un po’ a giocare con Omar? Ha chiesto di te anche ieri, ma tu eri all’allenamento di calcio. Se oggi non hai compiti, potresti farci due chiacchiere. Sembra un bambino così simpatico!»
Ma Andrea non aveva nessuna voglia di stare a sentire uno sconosciuto dalle abitudini tanto diverse dalle sue. Che cosa avrebbero detto i suoi compagni, se avessero saputo che si conoscevano e che giocavano addirittura insieme? Era già abbastanza imbarazzante essere suo vicino di casa.
Arrivato da qualche mese in Italia, Omar, un timido ragazzino di origini siriane, non aveva ancora imparato bene l’italiano, nonostante a scuola le maestre lo avessero inserito in un corso speciale per studenti stranieri, tenuto da quella sorta di specialista che chiamano ‘mediatore culturale’. La sua pelle, decisamente più scura rispetto a quella del resto dei compagni, tradiva le sue origini lontane, nonostante Omar cercasse di nascondere un po’ il suo passato, prendendo parte ai giochi della classe, a ricreazione, e parlando il meno possibile.
C’era da chiedersi perché mai fosse andato via dal suo paese, visto che era così tanto diverso dall’Italia. Non sarebbe stato meglio starsene a casa?
Un giorno Omar gli propose addirittura di vedere delle videocassette di cartoni che ormai non si sentivano più nominare.
Pazienza per i cartoni, che, anche se passati ormai di moda, potevano essere divertenti, per qualcuno, ma vederli in videocassetta? Non lo sapeva che sono più vecchie dei dinosauri? Gli aveva parlato di Cenerentola, de La Spada nella Roccia, di Biancaneve, di Peter Pan, di Robin Hood e de La Sirenetta.
Roba da matti! Andrea preferiva mille volte starsene da solo che passare del tempo con un rimbambito del genere.
Una cosa però gliela invidiava a quel rimbambito: i baci che sua madre gli schioccava sulla guancia e le partite a calcio che faceva in giardino con papà Andrea se li poteva scordare.
I suoi genitori tornavano a casa troppo tardi dal lavoro e nel weekend erano troppo stanchi per mettersi a giocare con lui.
Immerso in questi pensieri, il nostro amico chiuse gli occhi e si sdraiò tra le statue dei nani da giardino con cui, fino a qualche anno prima, aveva inventato tanti giochi. Era quello il suo angolo di giardino preferito.
Si perse a guardare le poche nuvole bianche sparse in cielo. Sotto di lui, il morbido manto umido dell’erba appena tagliata e, tutto intorno, una brezza leggera che muoveva appena le foglie degli alberi da frutto.
Si stava proprio rilassando, perlomeno finché uno strano prurito al naso lo costrinse a riaprire gli occhi: non si trattava di un filo d’erba o di un insetto fastidioso, ma di un dito. Proprio così. Era un dito assai strano, minuto e piuttosto grassottello che gli stava facendo il solletico.
Poteva essere quello di un bambino, piccino com’era, ma la pelle, quella pareva chiaramente la pelle di un dito adulto, tanto era ruvida.
«Avanti, raga-gazzo,
è finito il solla-lazzo!
Troppo ti sei appisola-lato
e il tempo nostro si è di molto accorcia-ciato!
La regina di tutte le favole ci attende al caste-stello
perché un compleanno vuol molto bel-bello.
Prima che il sole tramo-monti occorre che tu e i noi nani siam pro-pronti!»
Con queste rime, gli allungò la pala che teneva in mano.
Andrea strabuzzò gli occhi, si guardò in giro nel giardino e rimase a bocca aperta.
Non si trovava più a casa sua. Nessuna traccia della nonna.
Le statue dei sette nani erano scomparse nel nulla.
Gli venne una gran voglia di piangere, ma la curiosità ebbe la meglio su di lui, così domandò al nano «Mammolo, sei davvero tu?»
«Ce-certo, raga-gazzo,
mi hai preso per pa-pazzo?
In che mondo vi-vi,
se la mia amicizia non colti-tivi
e se non conosci il mio linguaggio forbi-bito
nonché l’eleganza del mio di-dito?»

Il nano si incamminò verso il bosco e con lui gli altri sei componenti della ciurma.
«Incredibile!» pensò Andrea sbalordito «ci sono proprio tutti! Quello con il fazzoletto deve essere Pisolo, ma gli altri? Di sicuro quel fesso di Omar saprebbe indicarmi i nomi di tutti. Farò meglio a seguirli. Forse sono pazzi, ma la regina non me la voglio perdere per nulla al mondo! Scatterò anche delle belle foto con il tablet, fortuna che non l’ho scordato. Magari dopo cena ne parleremo con mamma e papà, anche se non avrò tempo per finire i compiti di matematica.»
Il nostro amico seguì il nano con la pala sulle spalle.
Dopo mezz’ora di cammino, giunsero in un’ampia radura ai piedi di un monte. Una tenue frescura e il cielo, ormai tinto di rosso, lasciavano presagire che si stava facendo sera. Qualche stella spuntava già all’orizzonte, ma Andrea non riusciva a distinguere nessuna di quelle che conosceva.
«Amici cari, buona sera!»
Una voce interruppe i suoi pensieri. Era un vecchio dalla barba lunga e il cappello appuntito. Sulla sua spalla, uno strano gufo parlante borbottava seccato e si guardava intorno con fare guardingo.
Di certo si trattava di un altro personaggio delle fiabe, ma la memoria non lo aiutava.
«Serve aiuto?»
Con grande stupore vide che accanto a lui aveva preso posto Omar. Anche lui aveva una pala in mano e sorrideva divertito.
«No, grazie» si affrettò a rispondere Andrea «Solo non conosco questi personaggi… Tu sì, immagino.»
«Beh» fece Omar «quello che sta parlando è Mago Merlino, il saggio de La spada nella roccia che aiuta il giovane Semola a diventare Re Artù. Sulla sua spalla, come al solito, ecco Anacleto, il gufo sgarbato e brontolone che non si separa mai dal suo padrone. A me sta molto simpatico. Quella con la chioma rossa e la pinna, come avrai intuito è la Sirenetta. A quanto ne so, si era trasformata in una ragazza per sposare il suo amato principe, ma credo che a volte le piaccia tornare ad indossare la sua vecchia pinna. Ha una voce tanto incantevole da suscitare l’invidia di tutte le altre, specie quelle un po’ più anziane. Eccole lì, vedi? Quella con la corona finta è Grimilde, la matrigna di Cenerentola. Dopo le nozze della figliastra è fuggita dal castello in cui l’avevano messa a lavorare, per tentare successo come cantante. Peccato che sia stonata come una campana. Accanto a lei, ecco Crudelia, la cattiva della carica dei 101. Si fa riconoscere per il suo lungo cappotto nero e i suoi capelli mezzi neri e mezzi bianchi. Come Grimilde, anche lei vorrebbe avere la parte da solista nello spettacolo per la festa di compleanno della regina delle favole.»
Incuriosito da tante informazioni, Andrea gli domandò «E quel ragazzino vestito di verde?»
«Si tratta di Peter Pan, quello che voleva restare sempre bambino e volare nell’isola che non c’è con la sua amica Trilly. Poi ci sono Robin Hood e Semola, impegnati ad allenarsi con arco e spada per inscenare tornei e duelli cavallereschi. Ma ora è meglio tacere, Merlino sta per assegnare un compito ad ognuno di noi.»
«Cosa? Ma come lo sai?»
Allora il vecchio mago prese la parola srotolando una lunga pergamena ingiallita «Ebbene, stavo dicendo… ecco qui. Stavo dicendo che, per lo spettacolo in occasione del compleanno della regina, ho affidato un compito ad ognuno di voi: la voce solista sarà quella della nostra bellissima Sirenetta, commento a cui seguirono i mormorii di disappunto di Grimilde e Crudelia, mentre i cori saranno affidati alle nostre due vecchiacce, cioè a dire, alle nostre due meravigliose Grimilde e Crudelia. Degli effetti speciali si occuperanno Peter Pan e Trilly, ma con andateci piano, ragazzi. Il nostro Mastro Geppetto si occuperà della scenografia, mentre Pinocchio sarà il protagonista dello spettacolo. È tutto chiaro? Bene, allora che i lavori abbiano inizio! Tutto deve essere pronto prima dello spuntar della prossima Luna.»
«E noi che facciamo?»
Nessuno riusciva a comprendere da dove venisse quella vociona, finché videro apparire tra la folla una pala. Era il nano Brontolo, che la fendeva a mo’ di bandiera per farsi notare:
«E che diamine! Sono qui, teste di rapa! Non penserete mica che noi nani abbiamo lasciato casa per starcene con le mani in mano tutto il santo giorno!»
«Già, già. Un momento» riprese la parola Merlino «ecco qui: infine, i nani si occuperanno di scavare il fossato attorno al palcoscenico, oltre che di scolpire delle magnifiche sedie in legno per la famiglia reale.»
Poi, indicando Andrea ed Omar con la punta della bacchetta magica, aggiunse «E verranno aiutati dai due ragazzini appena arrivati! È tutto chiaro, ora?»
In quel preciso istante, si udì un pianto disperato. Geppetto, che fino ad allora se n’era rimasto in disparte, singhiozzava senza tregua.
«Che succede?» chiese Omar.
«Sono rovinato, rovinato!»
«E perché mai?» lo apostrofò il ragazzino.
«Pinocchio è scappato di casa. Se n’è tornato con Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Ha detto che a nessuno importa di lui, che io non gli voglio bene. Il fatto è che in questo periodo ho lavorato tanto per lo spettacolo e non ho avuto tempo di trascorrere con lui il pomeriggio, come ero solito fare dacché si è fatto un bimbo in carne ed ossa. Quando la regina lo scoprirà, ci taglierà la testa!»
Impietosito da quelle parole, Omar disse «Non preoccuparti, Geppetto, ti aiuteremo io e Andrea, vero Andrea?»
«Certo!» il ragazzino.
Aveva già in mente come fare, occorreva solo un piccolo dettaglio, ma poi il suo sguardo si illuminò.
«Omar, è quello il famoso tappeto volante di Aladino?»
«Mi pare di sì, ma che hai mente di fare?»
«Io? Chiedergli di portarci fino al paese dei balocchi, ovviamente! Forza, vieni con me!» Ricevuto il consenso all’impresa da parte dell’autorevole Merlino, i due si prepararono alla sfida. Quando li vide avvicinarsi, Aladino, che se ne stava a riposare ai piedi di una frondosa quercia, alzò a malapena lo sguardo e fece cenno al tappeto magico di starsene pure parcheggiato.
Suscettibile com’era, il fantastico zerbino si era messo sull’attenti per difendere il suo padrone. Seppure intimidito, Andrea prese la parola per esprimere la sua richiesta. Quando vide che Aladino si limitò a guardarlo con aria interrogativa, Omar gli disse all’orecchio «Temo non capisca la tua lingua, Andrea. Si dice in giro che Aladino sia uno dei pochi personaggi ad essersi rifiutato di imparare la lingua delle terre della regina, perché lei si sarebbe dimenticata di inserire il suo nome nella lista degli aiutanti di Merlino in vista dello spettacolo.»
«Quindi, che si fa?»
«Posso provarci io! Anche in Siria si parla l’arabo!»
Non appena Aladino udì la proposta dei ragazzini, schioccò le dita e con un balzo saltò a bordo del tappeto. Poi invitò Omar e Andrea a prendere posto dietro di lui.
Era convinto che, se li avesse aiutati, la regina avrebbe riparato al suo errore affidandogli un compito esclusivo per lo spettacolo.
Quando si trovarono ad alta quota, i due ragazzini si resero conto di quanto fosse pericoloso il cielo delle favole. Gelide raffiche di vento rendevano difficoltoso stare in equilibrio sul tappeto; una schiera di vulcani esplosivi polverizzava con lingue di fuoco qualsiasi cosa si presentasse nella loro traiettoria; feroci rapaci e creature dalla pelle ricoperta di bolle tagliavano il cielo emettendo versi terribili.
Mentre guidava alla velocità della luce, Aladino guardava divertito i suoi due compagni di viaggio. Poi urlò qualcosa nella sua lingua incomprensibile.
«Che ha detto, Omar?»
«Dice di stare tranquilli. Sono solo allucinazioni. Si tratta dei vecchi stratagemmi di Maga Magò. Quella vecchia pazza le prova tutte pur di nuocere a Merlino. Non si rassegna a riconoscere che sia lui il mago più potente al mondo!»
«Ora sì che sono tranquillo!» disse Andrea, tastandosi la tasca della giacca per verificare di non aver perso il suo prezioso tablet.
Sette montagne e quattro laghi più tardi, i tre eroi giunsero al paese dei balocchi.
Videro ciò che si aspettavano, Pinocchio, con le orecchie di nuovo simili a quelle di un asino, seduto accanto a Lucignolo a divorare montagne di caramelle e a ridere alle battute dell’amico. Quando vide il tappeto volante, si azzittì e smise di mangiare, intuendo che qualcosa di strano stava per accadere «Non sarete mica qui per mio padre, vero? Io con lui non ci parlo più, capito?»
Lucignolo rise di soddisfazione all’udire quelle parole.
«Ora calmati, Pinocchio!» fece Omar «Tuo padre sta male ed è dispiaciuto di non averti con lui. Vorrebbe che ci fossi per lo spettacolo, perché entrambi avete lavorato sodo.»
«Beh, non mi interessa, poteva lavorare meno e stare di più con me. Non gliene importa nulla di suo figlio. Né a lui né agli altri personaggi delle favole. Me ne starò qui tutta la vita, con Lucignolo, lui sì che è un vero amico, ecco!»
Mentre lo diceva, si accorse che il bambino rideva come un pazzo alle sue spalle e gli aveva rubato tutte le caramelle.
«Non dire così, Pinocchio. Tuo padre ti vuole bene ed è davvero disperato. Ne ho le prove.»
Così dicendo, Andrea estrasse dalla tasca della giacca il tablet e mostrò alcune delle foto che aveva scattato poco prima. In una comparivano striscioni di incoraggiamento a Pinocchio. Ci stavano lavorando sarti, pittori e pure due fatine.
In un’altra c’era un dipinto che ritraeva lui e il suo Babbo abbracciati, poco dopo la sua trasformazione in un bambino in carne ed ossa.
Un’altra ancora, si vedeva Geppetto in lacrime, mentre stringeva a sé la giacca di Pinocchio e continuava, instancabile, a lavorare per lo spettacolo.
Commosso da quello strano specchio magico, Pinocchio scoppiò a piangere. Si diresse verso Lucignolo, gli strappò le caramelle che gli aveva sottratto e, in un lampo, saltò sul tappeto di Aladino, mentre le sue orecchie da asino tornavano gradualmente alla normalità.
In men che non si dica, i quattro passeggeri furono trasportati ai piedi della montagna, quattro laghi e sette montagne più in là. Questa volta i mostri non sembravano così terribili e i vulcani apparivano meno pericolosi. Anche il vento si era quietato.
Sceso dal tappeto, Pinocchio corse a riappacificarsi tra le braccia del padre, che si illuminò al rivederlo.
Poi, il bambino si affrettò a ripetere la parte che avrebbe dovuto recitare davanti a tutti gli abitanti delle terre della regina delle favole. Dal canto loro, Omar e Andrea si misero ad aiutare i nani per ultimare i preparativi, sebbene quasi tutto fosse già stato portato a termine.
Nel frattempo, alla luce dell’alba era seguito il sole di mezzogiorno e il pomeriggio stava volgendo al termine.
Alla vigilia dello spuntar della nuova Luna, tutti gli spettatori avevano preso posto di fronte al palco. L’emozione dei performanti si leggeva loro negli occhi.
Allo scoccar delle nove, fece la sua comparsa la regina, nelle sue vesti sontuose. In testa, la sua corona luccicante; in mano, guanti di morbida seta perlacea e, sulla destra, la mitica bacchetta, segno del suo incontrastato potere.
A comando del suo tappeto, Aladino, su indicazione di Merlino, aiutava gli ultimi arrivati a prendere posto, facendoli accomodare sul suo tappeto e controllava gli ultimi preparativi dietro le quinte. Così, gli era stato detto, aveva ordinato la regina una volta informata delle sue prodezze.
Lo spettacolo fu grandioso.
Quando Omar e Andrea videro che tutto era finito per il meglio grazie alla loro inaspettata complicità, si scambiarono uno sguardo di reciproca riconoscenza, di quelli che solo gli amici vero conoscono.
La regina, commossa, nominò uno ad uno i personaggi delle favole che avevano contribuito a rendere indimenticabile quella serata.
Ringraziò la Sirenetta, per aver cantato con la sua voce sublime; il coro di vecchiacce, per averla accompagnata; Peter Pan e Trilly, per gli effetti speciali; Geppetto per le impareggiabili scenografie; Aladino per l’aiuto logistico; Pinocchio, per la sua interpretazione del “vero amico”, ruolo che dava il titolo allo spettacolo; i nani per il lavoro svolto.
Stava per lasciare il palcoscenico, quando Merlino corse a dirle due parole all’orecchio. Lei tornò sui suoi passi e si schiarì la voce per fare anche il nome di Omar e Andrea. Al nostro amico, emozionato dalla testa ai piedi, parve di rispondere a voce alta «Eccomi, regina. Sono qui!»
Le diceva, alzandosi in piedi dalla seggiola in cui era seduto e sbracciandosi per farsi vedere da lei, ma lei pareva non sentirlo. Il ragazzino seguitò a dimenarsi finché sentì una mano afferrarlo per il braccio.
«Hey, dormiglione, che fai?»
«Regina, sono qui!»
«Questa è bella! Regina! Devo dirlo a tuo nonno. Sono secoli che non mi chiama così.»
«Nonna?» Andrea si stropicciò gli occhi. Non riusciva a crederci. Era davvero la nonna ad averlo preso per il braccio finché si dimenava come una biscia nel giardino?
Lo aveva riportato alla realtà. Ma quale realtà?
Osservò il tablet, il giardino e le statue dei nani. Fissò quella di Mammolo ed ebbe la sensazione, ma ne era quasi certo, che gli avesse fatto l’occhiolino, indicando con lo sguardo una pala appoggiata tra i ciuffi d’erba a pochi passi da Andrea, che, a sua volta, fece l’occhiolino al nano.
«Anche se mi son sve-svegliato, di te non mi son di-dimenticato!» disse il ragazzino sorridendo alla statua. Poi guardò oltre la rete, verso il giardino di Omar.
Fece una corsa in cucina per avvisare la nonna, intenta ad apparecchiare per quattro.
«Hai dormito molto, Andrea! Sicuro di aver terminato i tuoi compiti? Tra poco mamma e papà torneranno. Hanno appena chiamato per dirmi che oggi si prendono qualche ora di permesso per riposarsi un po’.»
«Certo, mia regina! Tutto a posto. Vado un momento da Omar.»
«Come?» replicò lei, sorpresa «da Omar? Ma se fino a un’ora fa hai detto che… mah, io questi bimbi di oggi non li capisco proprio!»
Quando suonò il campanello, la mamma di Omar si affrettò ad aprire. Era una bella signora, giovane e dallo sguardo tenero.
«Salve, sono Andrea, c’è Omar?»
«Ciao Andrea, certo! Sta finendo di fare i compiti in soggiorno. Vai pure.»
Entrato in casa, Andrea guardò il coetaneo negli occhi «Ciao, Omar, come stai? Volevo dirti che forse mi interessa vedere una delle tue videocassette. Tu vuoi ancora?»
Omar sorrise. Si alzò e prese una videocassetta. Era quella di Pinocchio.
«Per me bisogna cominciare da questa!»

Girotondo di favole è un racconto di Anna Simonato