I due compleanni

I poveri hanno sempre lo stesso viso. Anche Denver Spike aveva il viso di un povero, ma di un povero di razza, uno di quelli che non dimentichi più. Ancora prima di sapere che fosse il figlio unico della coppia di operai che abitava a pochi isolati da Villa Giuditta, nostra nuova residenza, giusto al confine con le prime costruzioni riservate ai dipendenti della fabbrica di scaffali. Aveva gli occhi sinceri e affamati. Il viso magro e astuto, ancora più del mio, che nel complesso ero già un figurino snello, quanto meno per la media dei ragazzini della nostra scuola. Che occhi intelligenti, così diceva sempre mia madre, sempre luminosi e affamati di vedere e di capire. Non li aveva mai incontrati così svegli e sinceri in quelli dei miei vecchi amici, che erano sempre distratti, poco concentrati e che forse non erano nemmeno dei veri amici.
Denver, attraverso i suoi occhi scuri e veloci, stava cercando la sua strada senza uscita verso di me. Così credevo, ed ero sempre più sicuro che fosse così, dal momento che anche io provavo la stessa fame della sua amicizia ed ero affascinato dalla mia strada senza uscita verso di lui, che era davvero così poco lontana da quella della fabbrica di scaffali, tra l’altro. Era scattato qualcosa di inspiegabile e anche di molto raro tra noi, che ci rendeva difficile stare lontani l’uno dall’altro, soprattutto. Questo fin dai primi giorni del nostro incontro.
Denver Spike era precipitato nell’ultima sezione della nostra scuola, dove venivano assemblati quelli della sua categoria, ritenuta inferiore per rango sociale e culturale, e che non so per quale ragione venissero considerati meno pronti e dotati nell’imparare e nel bruciare le tappe dei programmi scolastici; affidati quasi sempre a insegnanti svogliati ma anche più violenti, quando Denver, secondo me, era un ragazzino dall’intelligenza straordinaria, fuori dal comune, insomma! Io invece ero capitato nella sezione più prestigiosa, perché mio padre e mia madre ci tenevano molto e mi dicevano che mi spettava di diritto, visto il rango sociale a cui appartenevo e il livello culturale della mia famiglia, che avrebbe dovuto condizionare, così mi ripetevano di continuo, la mia intelligenza, le mie capacità e il mio naturale profitto di apprendimento, quasi in automatico.
Ma durante le ore libere dalla scuola e dallo studio a casa e dal tennis, ero sempre con Denver, senza badare a nessuna differenza di rango e di cultura, come di categorie o accidenti vari. I miei compagni di classe li avvertivo così diversi e lontani da me. Erano di un’altra specie, nella quale non mi riconoscevo per niente, ormai. Solo con Denver riuscivo a divertirmi e ad esprimermi come davvero avrei voluto, intendo per quelle che erano le mie caratteristiche e considerazioni sulla vita e sulla libertà, come sulle cose che amavo e che imparavo e su quelli che erano i miei desideri, le mie paure o anche i miei limiti, perché no. La paura, secondo Denver, non era un limite, ma una condizione, a volte un colore, una necessità di cui non dovevamo mai vergognarci. Senza paura, forse, non sarebbe accaduto niente di interessante. Io ero convinto del contrario, invece, ma questo fino a prima di incontrarlo. La paura, prima di incontrare Denver, era fatta solo di buio e di mistero, come del silenzio dei miei presentimenti e di niente altro. Mio padre mi diceva sempre che non dovevo aver paura di niente e di nessuno, e che un ragazzo che diventava uomo doveva ignorare l’esistenza della paura, altrimenti non avrebbe dimostrato la sua forza e la sua reale natura, e in quel caso gli altri si sarebbero approfittati della sua resa, come succede sempre ai codardi, che non affrontano mai a dovere gli ostacoli numerosi della vita. Denver la pensava in modo del tutto diverso e questo fatto mi colpì, perché davanti a lui anche il provare paura e il non essere forti diventava una condizione naturale e luminosa, in alcuni casi imprescindibile, se non addirittura vantaggiosa – forse starò esagerando, ma nella sostanza il suo pensiero era quello. Sapere che c’era qualcuno a cui non importava un accidente della forza e del coraggio, mi dava davvero una grande serenità. Davanti a Denver non dovevo nascondere più niente di me, della mia debolezza e nemmeno prepararmi o allenarmi per cercare di mostrarmi diverso da quello che in fondo ero, né con il corpo né con lo spirito, quindi. Non c’era necessità di cambiare o di forzare un bel nulla. Dovevo soltanto esserci, e poi basta, tutto il resto sarebbe arrivato da solo, senza nessuno sforzo o strategia di sorta, che meraviglia. Il modo giusto era quello sbagliato, e a volte quello sbagliato era l’unico che ci rappresentava; come l’amore per la paura, per esempio e l’odio per il coraggio e per la forza, che da sempre i nostri coetanei amavano ostentare davanti agli altri alla prima occasione, a differenza di come faceva Denver. Erano queste le regole del nostro gioco all’interno dell’unico rango in cui sentivamo entrambi di respirare e di riconoscerci per quello che davvero eravamo, al di là di ciò che non ci riusciva ancora possibile e che gli altri vedevano o immaginavano di noi due. Quelle nuove regole a me andavano benissimo, le avrei seguite e rispettate senza nessuno sforzo, al patto di non raccontarlo a casa, in particolare a mio padre, che la pensava in modo diverso da Denver e che di sicuro mi avrebbe condannato e punito, se fosse stato al corrente della nostra nuova filosofia di vita, che avrebbe definito di sicuro devastante e tossica per il mio sviluppo, conoscendolo.
Denver Spike era diventato il mio migliore amico e nel migliore momento in cui quest’amicizia potesse mai accadere. Era quello a cui dicevo di tutto, confidandogli i miei segreti più nascosti, i miei sogni, come le mie paure, desideri e stravolgimenti. In compagnia di Denver le cose cambiavano di forma e di profondità. Le vedevo e le sentivo con maggiore intensità, come se mi dedicassero all’istante il sentiero chiaro della loro poesia, senza nessun tipo di interferenza, come invece accadeva un tempo, prima del nostro trasferimento a Villa Giuditta. Immaginavo che accadesse lo stesso a lui, anche se Denver era più chiuso di me e sono certo che non me lo avrebbe mai detto con la mia dovizia di particolari. Ma per me non cambiava nulla. Le nostre sensazioni sulla vita che ci impegnava e ci succedeva quando si stava insieme, o anche da soli, non avevano bisogno di troppe parole e spiegazioni, ma si bastavano da sole. Anche tacendole, perché forse in quel silenzio si trasmettevano e si trasfiguravano ancora di più. Avremmo corso meno rischi, in quella comunicazione, essendo sintonizzati, fin dal primo giorno del nostro incontro, su di una stessa frequenza.
Denver quell’anno capitava proprio a fagiolo: dovevo festeggiare il mio primo compleanno a Villa Giuditta, dopo l’ultimo trasferimento di mio padre, e non avevo così tanti amici per riempire una festa. D’altra parte, essendo appena arrivato, non avrei avuto il tempo sufficiente per assortire da solo un gruppo considerevole di invitati interessanti. Denver ne aveva un mucchio di amici, e mi garantiva anche per le ragazze, che in fondo sarebbero state il cuore di una festa che si rispetti, di quelle indimenticabili, come avrei desiderato che fosse anche la mia. Per mia fortuna, il mio amico Denver ne conosceva davvero di molto carine e anche di affidabili, come mi diceva sempre lui. Vedrai che riuscirà tutto benissimo, ce ne saranno tantissime di ragazze, fidati, una più carina dell’altra, faceva Denver. Io mi fidavo e lo lasciavo fare, – non avrei avuto altra scelta.
Denver non aveva la ragazza e neanche io a quell’epoca ne avevo una. Questo fu un altro elemento che ci legò; il fatto di poterle cercare insieme, di farci coraggio e partire all’assedio in coppia. Non me lo ricordavo così più bello di me, tra l’altro, per cui non avrei rischiato nemmeno di sfigurare, o di farlo figurare troppo, visto che in fondo si trattava di lievi sfumature che potevano definirci due ragazzini dalle bellezze più o meno singolari, due bei tipetti interessanti e fuori dal comune, insomma, ma in ogni caso simili e compatibili, senza che si insinuasse tra noi nessun tipo di rivalità. Sarebbe stato tutto ben bilanciato e in buona armonia, e questo non era poco, d’altra parte, per un rapporto importante come lo era il nostro, ormai.
Avevo una sorella minore, di nome Martine, più piccola di me di sette anni, che era molto affezionata a Denver e che tutte le volte che il mio amico veniva a trovarmi a casa, riceveva sempre un pensierino da lui, qualcosa di speciale, anche se riciclato all’occorrenza, che la rendeva particolarmente emozionata e felice.
Martine era un po’ innamorata di Denver. Qualche volta si faceva aggiustare il nastrino o il cerchietto rosso per capelli dalle sue mani, dicendo che erano sempre così precise e delicate e che non le tiravano mai i capelli per sbaglio, come succedeva invece con me o con le sue compagne di classe, quando si azzardavano a sistemarle la pettinatura durante l’intervallo tra le lezioni.
Eravamo diventati inseparabili. Tutte le volte che passavo a trovarlo, sua madre andava nel panico, non sapeva più che cosa offrirmi. Si scusava sempre per il disordine, dicendo che non aveva avuto il tempo di sistemare le stanze, che erano sempre un po’ in aria, come diceva sempre lei, e poi ci portava in cucina, dove ci preparava sempre una cioccolata fumante e buonissima. Sua madre aveva da poco lasciato la fabbrica, per un problema di salute a un rene, ma io la trovavo sempre in gran forma e ritemprata di speranza nel vedermi accanto a suo figlio, tutte le volte che il mio amico mi trascinava a casa sua. Quella donna, a osservarla meglio, aveva un viso pallido e misterioso, che mi guardava sempre con un filo di timore. Ma quello era solo il colore dei poveri, non c’era da preoccuparsi, pensavo. Un pallore naturale ma soprattutto sociale, così mi dicevano spesso a casa i miei genitori, quando io raccontavo loro della lieve apprensione che mi evocava la signora Spike, fra le lunghe tenebre della sua casa, nel pomeriggio.
(Lo stesso colore pallido del viso di Denver, quando qualche volta rimaneva in silenzio, e abbassava gli occhi di colpo, senza una ragione chiara, mentre eravamo insieme, a camminare nei viali di Villa Giuditta o da qualche altra parte, spesso con mia sorella Martine. Quando cercavo di capire che cosa gli succedeva in quei momenti e se c’era qualcosa di male che forse gli avevo fatto, senza volerlo, lui mi tranquillizzava, dicendomi che era tutto a posto e una manciata di secondi dopo riprendeva la sua stessa andatura ed espressione di sempre, come se non fosse accaduto nulla, e anche io allora dimenticavo tutto quello che gli era o che forse non gli era successo, e gli correvo dietro, aspettando che Martine ci raggiungesse, perché aveva sempre il passo più debole e più corto del nostro – ma a volte temevo che lei rallentasse apposta, perché il suo pomeriggio con noi due fosse ancora più lungo del previsto).
Denver Spike era figlio unico. Un bambino che avevano molto atteso e che non voleva mai arrivare. Denver una sera mi raccontò di rappresentare per i suoi genitori un vero miracolo. Io non sapevo bene che cosa fosse un vero miracolo. Quella parola: miracolo non l’avevo mai capita fino in fondo, forse sentita di sfuggita durante l’ora di religione, dove di solito pensavo ad altro, ma poi non ne ricordavo nemmeno bene il senso. Denver, quando glielo chiedevo, guardava lontano, accennando a un lieve sorriso, poi ritornando subito più serio, con gli occhi bassi di una persona adulta. Sua madre era una persona assai religiosa, come mi raccontava Denver. Rimaneva diverso tempo chiusa a chiave nella sua camera, a pregare con la luce spenta e la finestra aperta, in più momenti della giornata. «Prega anche per noi, non dimenticarlo» gli diceva suo padre, quando Denver alzava la voce e faceva rumore, nei momenti di maggiore raccoglimento, come quelli della prima sera o del buon mattino.
«Un vero miracolo è come una cosa grandissima e nello stesso tempo impossibile, e forse è grandissima solo perché impossibile, ma che alla fine poi succede lo stesso, anche quando non dovrebbe: un po’ come la nostra amicizia, per esempio, qualcosa del genere, di inaspettato, ecco, che non era previsto, capisci?» mi disse Denver, seduto sulle scale accanto a me, mentre guardavo le cime violacee degli alberi del giardino dissolversi a poco a poco, prima che facesse buio.
«Sicuro che significa questo?» gli dissi.
«È quello che significo io per loro. Il resto non conta e nemmeno mi interessa» mi disse.
A quelle parole ero io a chiudermi e a non parlare più. Si rimaneva vicini e indifesi, in quel silenzio ostile, con dentro un altro grado di tensione, che tentavamo entrambi di nasconderci. Io pensavo a quelle sue parole con una certa invidia, per il fatto di non essere mai stato considerato un vero miracolo per nessuno, nemmeno mia sorella Martine, e anche perché non mi credevo qualcosa di impossibile e di imprevisto e quindi non mi sentivo così amato come forse lo era lui, chissà. Oppure perché il sentirsi molto amati era una faccenda per poveri, così come il pallore delicato della signora Spike, qualcosa di raro e di riservato soltanto ai dipendenti della fabbrica di scaffali e di affetto.
Mi girai verso il mio amico, che era ritornato con gli occhi chiusi e la testa appena sollevata, come la tenevo io, poco prima di guardarlo. Da lontano, affioravano le luci rosate delle case degli operai nel silenzio, interrotto dallo sfrigolio di un cerino azzurro contro il gradino, quando Denver si accendeva una sigaretta francese nel buio, gli occhi lucidi e fermi, senza dirmi altro; prima di andare.
Mia madre e mio padre dopo il trasferimento a Villa Giuditta, erano sempre molto presi dal loro lavoro e dalle loro faccende importanti, di cui non capivo mai troppo. Si trattava di acclimatarsi bene, così diceva sempre mio padre, e di ingranare subito con la marcia giusta – era sempre stato quello il suo modo di parlare dei suoi affari e a volte anche di noi e della nostra gestione, sempre con un tono chiaro e diretto, efficiente. Così ai loro occhi il mio amico Denver risultava invisibile, come a volte diventavo invisibile anche io con Martine. I miei genitori non dicevano mai niente quando lo portavo a casa o quando veniva a trovarci senza avvertire, per farmi una sorpresa. Nemmeno quando regalava qualcosa di originale a Martine, e lei correva sempre a mostrarlo, piena di soddisfazione e di entusiasmo: tutto normale, inesistente, come se mai stato, quindi. Mio padre ogni tanto mi prendeva in giro quando ci sentivamo così tante volte al telefono con Denver, e mi diceva solo che aveva chiamato la mia fidanzata. Quando ero a lezione di matematica o al tennis, e Denver mi cercava, i miei non dicevano quasi mai dove mi trovavo, a differenza della signora Spike, che al contrario, quando ero io a cercare Denver, mi tratteneva diverso tempo al telefono, comunicandomi tutti i possibili dettagli dei luoghi e degli orari di suo figlio, in modo da darmi sempre modo di raggiungerlo per tempo, se fosse stato ancora possibile, avvertendo quanto contasse per me la sua presenza in quel momento.
Non riuscivamo più a stare lontani, ormai. Mia madre non era mai stata scostante con lui, mai quanto mio padre, soprattutto, ma lo trattava sempre come una creaturina indifesa e diversa, con un po’ di pietà nascosta anche male nello sguardo e nel modo di parlargli e anche solo di sorridergli e congedarsi, quella che di solito si riserva agli esseri modesti, che si considerano appena inferiori, anche se non cattivi e pericolosi. Possibile che mia madre non se ne rendesse nemmeno conto e che fosse in ottima fede, così come la signora Spike lo sarebbe stata nei miei confronti. L’affetto di mia madre verso il mio migliore amico era sempre così formale e quindi assai diverso da quello che sua madre dimostrava a me. D’altra parte, ogni affetto che si provava rimaneva una questione del tutto personale e istintiva. Le nostre due madri erano donne diverse, quindi con sentimenti, pensieri, emozioni e anche con affetti e scaffali diversi, ma soprattutto una sola delle due, la signora Spike, sapeva di trovarsi di fronte a un vero miracolo e questa differenza era davvero importante. A mia madre questo non lo avrei mai detto; mi sarebbe sembrato ingiusto, se non poco rispettoso, parlarle di certe cose, che in qualche modo riguardavano Dio, i Santi o anche la religione, argomenti nebbiosi che non trattavamo mai, e che non erano mai stati affrontati sul serio, nemmeno per gioco o nei giorni di festa – al di là degli orari per il catechismo da segnare sul calendario per non dimenticarli e l’organizzazione, davvero perfetta, della Prima Comunione di Martine, che era stata festeggiata nella nostra vecchia casa, poco prima di trasferirci, mangiando a sbafo e ingozzando i nostri ospiti di antipasti, diversi primi piatti, contorni, primizie di frutta, dolciumi e torte colorate dai vari gusti. Ma negli occhi della signora Spike, di pomeriggio, anche io e Martine ci sentivamo come due miracoli, essendo così amici del suo prezioso figlio unico, forse per una sorte di luce riflessa dall’amore che la signora Spike provava e ancora pativa per lui e in parte anche per il potere delle sue preghiere insidiose, sussurrate sempre dietro la porta chiusa della sua vita di operaia convalescente. Questo miracolo ci succedeva anche per via degli occhi scuri e un po’ strabici di quella donna, che a volte non ci sembrava vera per quanto fosse minuta, pallida, ma sempre così gentile, poi, di una gentilezza alla quale non eravamo così abituati. Alcuni giorni sembrava più una sorella maggiore di Denver che sua madre. Aveva gli occhi di una bambola antica, mi ripeteva spesso Martine, quando si ritornava da soli, io e lei, verso casa, fantasticando della signora Spike a voce alta, di quella madre un po’ bambola un po’ bambina, tanto nessuno poteva sentirci. La custodivamo entrambi, solo dentro di noi, la sensazione feroce del miracolo. Anche se per poco, ci faceva del bene e ci bastava come lezione di stravaganza del tardo pomeriggio. Tornavamo a casa più leggeri e a volte Martine mi prendeva la mano, fischiettando e poi rallentando il suo passo già piccolo, per dilatare il tempo e allontanare la notte, senza parlare più.
Il giorno del mio compleanno si faceva sempre più vicino. Avremmo allestito il tutto nel giardino di Villa Giuditta. Ci sarebbe stata la musica, suonata da una piccola orchestra in abito bianco, i festoni, le piccole lanterne azzurrate nascoste tra gli alberi, altre lampadine multicolori lungo il verandato e ancora piccole candele in vasi di terracotta, che avrebbero arso sui bordi dello stagno artificiale. E ancora l’angolo del rinfresco, il barbecue, i camerieri con i guanti bianchi e anche i fuochi di artificio, oltre a una torta gigantesca di fragole con panna. Lo zio Paul, il fratello di mamma, avrebbe organizzato i numeri di magia, di cui era un vero specialista, rendendo spesso memorabili le nostre serate di festa in famiglia. Cosa avrei potuto desiderare di più? Avevamo pensato davvero a tutto, nei minimi particolari. La lista degli invitati era stracolma di nuovi amici della scuola, oltre a quei pochi del tennis, e tutto questo grazie a Denver Spike. Io e Denver avevamo già programmato il nostro look. Gli avrei prestato qualcosa di speciale da mettersi, perché come migliore amico dell’invitato non poteva certo sfigurare – questo, però, era un pensiero di mia madre, che per mia fortuna fu preso bene, sia da Denver che dai suoi genitori, che continuavano a ringraziarmi e a dirmi di salutare i miei, i quali, al contrario, non ricambiavano mai, né mandavano saluti cordiali o neanche solo formali e di loro iniziativa ai suoi attraverso il mio amico, – ormai mi ero rassegnato, erano fatti così e nemmeno Denver ci faceva più caso, pazienza.
Denver, per l’occasione della giornata del mio compleanno, mi avrebbe procurato un gel molto speciale, che mi aveva indicato come il migliore e che io ero corso a comprare un pomeriggio su sua indicazione. Ogni tanto lo annusavo, poi ne passavo una noce celeste sul palmo e mi specchiavo, vedendo la forma dei miei occhi e del mio sguardo cambiare per ogni scorsa di pomata nei capelli. Denver mi aveva insegnato a passare il gel nel modo giusto. Anche per quello c’era una particolare tecnica: il tipo di apertura del palmo, la quantità, il movimento giusto, la direzione, il tempo di posa, il peso delle dita e poi di tutta la mano durante la passata più obliqua ed ecco, che seguiti tutti i punti con la massima precisione, il mio viso cambiava davvero forma e si fecondava di un’altra luce, ancora più chiara e avvincente, che partiva dagli occhi e non dai capelli, come mi diceva sempre Denver, che ormai era uno specialista della tecnica di fissaggio e delle sue risonanze tenebrose sulle nostre figure.
A mio padre non piaceva per niente che io mettessi il gel. Diceva che mi rendeva volgare e che faceva anche male. Ma nel giorno del mio compleanno mi fu concesso di tutto, e questo, anche grazie all’intervento di mia madre e dello zio Paul. Io e Denver avremmo diffuso nell’aria della mia festa quello stesso profumo del gel, con i capelli tirati allo stesso modo, lucidi da specchiarsi, come diceva sempre lui mentre se li ricomponeva davanti allo specchio della mia camera.
Con tutti quei nuovi amici e quelle nuove ragazze nel mio giardino – mi tremavano le gambe al solo pensiero –, che sarebbero arrivate solo e unicamente per me, avevo bisogno di qualcosa di originale e aggressivo che mi facesse sentire ancora più grande e veloce della mia età – che poi il solo profumo del gel già mi calmava, dandomi quella sicurezza che allora mi mancava, questo non lo dissi a nessuno, però, nemmeno a Denver: non l’avrebbe presa bene, conoscendolo. In quei momenti, quelli dell’attesa, ritornavo vicino alla concezione di mio padre, al desiderio di essere forte e di primeggiare sugli altri, ma poi rientravo subito in carreggiata, prima che Denver potesse notare un minimo cambiamento nel mio stato d’animo, che ero certo lo avrebbe deluso, così come quello che mi avvicinava a lui deludeva e avrebbe deluso mio padre.
Martine mi chiedeva di provarlo anche lei quel mio gel tutto azzurro che avevo portato a casa con tanto entusiasmo, ma io le dicevo che alle bambine il gel faceva male e che se papà se ne accorgeva sarebbero stati guai seri per tutti e due, soprattutto per me – Denver, poi, di nascosto, gliene avrebbe fatto provare un tocchetto sulle punte dei capelli e anche sulla lingua, per gioco, quando mia madre non era ancora a vista e mio padre si trovava come sempre a lavoro, immerso nelle sue cose importanti, così lontane da noi. Martine se ne metteva un’altra puntina sulle dita e gliela posava appena sulle palpebre, tormentando il mio povero amico allo sfinimento, senza che lui dicesse mai niente o si infastidisse. Quanta pazienza che aveva Denver con Martine, pensavo, guardandoli vicini e così affiatati, da un angolo del nostro verandato, giusto la sera prima del mio compleanno. Li vedevo vicini e mi sentivo ancora felice, ma nello stesso tempo provavo paura e forse quella paura ne costituiva un motivo misterioso, adombrato come un ornamento della mia stessa felicità. Anche se poteva risuonare strano, per me andava bene così. Non sapevo sentire la mia vita in modo diverso, neanche Denver, d’altra parte. Era anche tutto questo, in fondo, ad unirci.
Per una strana coincidenza, il mio compleanno capitava nello stesso giorno di quello della signora Spike. All’inizio Denver dovette battagliare parecchio per liberarsi, dico questo perché i suoi genitori volevano portarlo a cena fuori con loro, come mi riferì. Avevano già prenotato un tavolo da tre al ristorante I due pioppi, maledizione! Era una delle poche volte in cui, per tradizione di famiglia, gli Spike cenavano fuori: il giorno del compleanno della signora Spike. La famiglia doveva restare riunita per l’avvenimento, almeno questa era l’intenzione di suo padre, ma Denver era riuscito a convincerli e gli disse che loro avrebbero fatto i fidanzati, in quella doppia sera di festa, come non facevano da una vita, ancora prima del miracolo del suo arrivo, quindi, dilungando la loro serata in una passeggiata solitaria, semmai romantica, senza miracoli o intralci tra i piedi, e intanto lui sarebbe rimasto con me fino a tardi, e avrebbe poi detto ai suoi che un tavolo da tre di solito poteva andare bene per quattro come anche per due persone, e allora voleva convincerli che sarebbero stati ancora più comodi, e lui più felice a saperli più soli e sereni, nell’immaginarlo felice a festeggiare me, che ero il suo più grande amico di sempre. Magnifico, mi dissi. I suoi genitori erano stati comprensivi e meravigliosi quanto lui, d’altra parte. Nel vederlo così felice per la partecipazione al mio compleanno, non avevano avuto il coraggio di impedirgli di prendervi parte. Anche questo per me rappresentava un miracolo di rispetto e di rara sensibilità. Così acconsentirono e senza farglielo nemmeno pesare, e chissà, pensavo, quando anche mia madre mi avrebbe permesso di partecipare a un compleanno di un amico che coincidesse con il suo, ma era inutile pensarci, ormai. In quel caso, forse, doveva avvenire un miracolo ancora più grande e più vero di quello di Denver. L’importante è che Denver sarebbe stato per tutta la serata della mia festa insieme a me, senza lasciarmi un solo istante, tutto il resto non contava più nulla, e neanche per lui.
Quando Denver si precipitava a casa mia, specie gli ultimi giorni dei preparativi, davvero non ci vedeva più, e questo i suoi genitori lo avevano percepito. Era felice con me quanto loro lo erano con lui, ecco perché potevano comprendere alla perfezione il suo stato d’animo e non sentirmi mai come un rivale o una sorta di ostacolo. Entrava in un sogno, si sentiva un altro, come succedeva a me in sua presenza, anche solo per una sua telefonata, la sua comparsa sotto l’androne, nel cortile soleggiato della nostra scuola o dietro il cancello azzurro di Villa Giuditta e senza l’ombrello, in un giorno di pioggia. Credo che Denver si sentisse felice, molto più felice di me, nella mia casa e nella mia vita e anche nella sua o anche a scuola, nonostante quella sezione orrenda dove lo avevano relegato come uno degli ultimi. La felicità di Denver Spike aveva un altro sapore, ancora più selvatico del mio, così come la sua paura, quella che mi confidava ogni tanto, senza mai vergognarsene: la sua paura dell’essere felice così, per esempio, la stessa che capitava a me, quando eravamo insieme o ci salutavamo da lontano, fino a poco prima di svanire, l’uno negli occhi dell’altro, nella tarda sera.
Mi chiedeva sempre che cosa avrei regalato a mia madre per il giorno del suo compleanno, e io gli dicevo che ogni anno le regalavo un gioiello importante, scelto insieme a mio padre e a Martine. Al mattino presto del giorno di festa, quando mio padre le portava un mazzo di fiorellini freschi di campo, e poi firmavamo tutti e tre un bigliettino di amore su di un cartoncino azzurro, che mio padre le preparava dalla sera prima, e che si firmava a turno, all’alba, in cucina e ancora in pigiama, mentre fuori era ancora buio e mia madre era a letto, ignara di tutto, quanto meno fingendo di esserlo, per non rovinare l’incanto della nostra sorpresa.
Mio padre preparava sempre lui la colazione, in quel giorno di compleanno, e anche l’astuccio blu notte con dentro il gioiello, che veniva aperto da mia madre davanti a noi e ai nostri occhi spaventati, come se fosse una stella del cielo o un animale raro. I suoi occhi diventavano luminosi come il gioiello nell’astuccio e poi brillavano appena di lacrime, mentre mio padre, soddisfatto, si aggiustava il nodo della cravatta allo specchio e guardava l’orologio, dandoci le spalle, che tra un poco doveva scappare. Ogni anno così: lo stesso copione, soltanto il gioiello era diverso.
«Lo hanno scelto loro due, amore. Io non c’entro niente. Hai visto che bravi?» e la mamma alzava la testa, commossa, mentre indossava il gioiello e rimaneva stordita dalla bellezza di quel risveglio e da tutto il resto che le stava precipitando intorno, senza riuscire a parlare. Rimaneva per tutto il giorno confusa, fino a sera tardi. Solo all’ultim’ora, quando il giorno del suo compleanno stava per finire, mia madre piangeva. Diceva che glielo faceva sempre, fin da ragazza, quando un giorno di compleanno cominciava a morirle addosso e anche dentro. Non poteva farci nulla, era fatta così.
Quando raccontavo del compleanno di mia madre e delle nostre abitudini, Denver cambiava sempre espressione e rimaneva ammutolito e pensieroso. Quando gli chiedevo a cosa pensasse, lui non mi rispondeva mai subito. Poi mi diceva che avrebbe voluto rendere felice sua madre come noi riuscivamo a fare con la nostra, per tutta la giornata ma anche oltre, con un regalo speciale, per esempio, che le facesse brillare gli occhi esattamente come succedeva a mia madre, e solo allora io mi fermavo e guardavo altrove, perché non sapevo più che cosa dirgli. Quelle sue parole mi imbarazzavano, era meglio voltare pagina e così cambiavo argomento e lo portavo dentro, poi di nuovo fuori, a vedere il giardino e a controllare l’elenco degli invitati, la pedana lucida dell’orchestra, le lanterne a colori tra i rami dall’angolo destro del verandato, i riflessi rosati dei lampioni di Villa Giuditta.
Prendemmo posto sui gradini, come sempre l’uno accanto all’altro, quando si accesero i lumi negli alberi. Avevo sistemato già le piccole candele ai bordi dello stagno e anche il verandato era azionato dallo stesso temporizzatore delle altre lucine variopinte. Rimanemmo entrambi colpiti da come si era fatto calmo e sognante il mio giardino illuminato, mentre intorno non si sentiva più un’anima. Mia madre, mio padre e Martine non erano ancora tornati. Batteva il mento del silenzio nei nostri cuori, immaginando poi domani, con quelle nostre luci a quell’ora, nel fascino della stessa ansia. E anche dopo, quando tutto sarebbe finito, ci saremmo forse ritrovati ancora lì da soli, a ricordare e forse a starci male, ma stavolta senza dircelo, incamminandoci ancora nel nostro vuoto, come in quello dell’ultim’ora di compleanno di mia madre, senza nemmeno la forza di parlarne e di respirare.
«Questo posto è meraviglioso. Ci rimarrei per sempre» mi disse Denver, con un filo di voce.
«Neppure io lo immaginavo così, con tutte le luci» gli dissi.
«Sarebbe bello festeggiare un mio compleanno qui a Villa Giuditta. Anche uno solo nella mia vita, mi basterebbe per sempre.»
«Per sempre?» gli feci.
«Esattamente con queste luci, con questi profumi e questi alberi. Questo posto è il vostro vero miracolo, sai?»
«Dici davvero, Denver?»
«Certo! Il tuo vero miracolo, giuraci!»
«Allora la tua festa di compleanno potremmo organizzarla qui, con le stesse luci, così come adesso. Contaci, Denver.»
«Potrei davvero? Un mio compleanno qui da te, a Villa Giuditta?»
«Te l’ho già detto, certo. Perché me lo richiedi, adesso?»
Da lontano abbaiavano dei cani. Calò una strana nebbia, nel nostro nuovo silenzio, che avvolse gli alberi, i riflessi sullo stagno e la pedana umida sul prato, dove l’indomani avrebbe suonato l’orchestra da ballo in abito bianco. Nel vetro del verandato i nostri visi erano sbiaditi come spettri.
«Ho visto tuo padre, l’altro pomeriggio. Stava fermo con la macchina e parlava con un ragazzino con i capelli biondi, forse un bambino, più che un ragazzino. Era piccolo, comunque, più piccolo di Martine, forse un vostro cuginetto, ho pensato» mi fece Denver, rompendo il silenzio della sera.
«Non abbiamo cugini qui, ma poi… sei davvero sicuro che…» gli dissi.
«Non lo so, allora, chi fosse di preciso. Ho solo visto che tuo padre… gli carezzava un po’ il braccio, come si fa a una persona cara, a cui si è affezionati. Lo faceva dal finestrino della macchina, e lui ogni tanto si voltava indietro, dico il bambino, verso il parco, per vedere qualcosa o qualcuno, e poi ritornava a guardare tuo padre, ecco.»
«Impossibile, Denver. Mio padre torna sempre tardi non conosce nessuno e poi non è mai di strada per il parco. Avrai visto male, ne sono sicuro.»
«Era lui, invece: tuo padre. Mi ha anche visto, e dopo che mi ha visto ha messo subito in moto e se ne è andato, perciò. Il bambino è ritornato nel parco, dove c’erano altre persone. Una ragazza con i capelli corti, che lo chiamava, anche un cane bianco, piccolo piccolo, e poi una signora anziana con gli occhiali doppi che lo sgridava, perché forse quel bambino si era allontanato troppo e non lo trovavano più. Per questo forse guardava sempre indietro, ecco.»
«Avrai visto male. Mio padre non passa mai per il parco, te l’ho detto, e poi qui non conosciamo nessuno, nessun ragazzo o bambino. A scuola mio padre non viene mai a prenderci, per cui non ha modo di incontrare altre persone. Solo mia madre conosce i compagni di Martine, ma nemmeno sappiamo dove si trovi questo parco di cui mi parli, nessuno di noi. Siamo ancora nuovi, in fondo, e tu questo lo sai benissimo!» gli dissi.
«Allora forse mi sarò sbagliato, hai ragione tu. Mica te la sei presa?»
«Non me la sono presa. Mi faceva solo strano, tutto qui; e poi i visi si possono confondere, soprattutto nelle macchine, da lontano e attraverso i vetri, perciò.»
«Mi sembrava che eri rimasto un po’ male, solo questo.»
«No, non è vero. Adesso non pensiamoci più.»
«Meglio così, hai ragione tu» disse Denver.
Rimanemmo per un po’ sospesi, a rimuginare su quello che ci eravamo detti e in qualche modo negati, nel giro di quei pochi minuti, o nemmeno. Denver chiuse gli occhi e respirò al massimo l’aria pungente della villa, come se si imprimesse del tempo e del mistero della nostra vita.
Stavamo ancora immobili e vicini, fino a quando non arrivò la macchina con i miei genitori e con Martine, che un po’ ci scosse dal nostro torpore. Quando mia sorella ci trovò sul verandato e si accorse di tutte le luci già accese, fece una corsa verso noi due per abbracciarci forte. Era così contenta nel vedere tutto già pronto e nel trovare il mio amico Denver ancora da noi, a quell’ora della sera. Ci disse che era andata a comprare un vestito nuovo, e che poi avevano anche fatto provviste di bibite e di tante altre cose prelibate per il buffet dell’indomani, e che mi avevano comprato anche il regalo, ma che io non dovevo sentire, soltanto Denver, faceva Martine, dicendo di allontanarmi, altrimenti avrei capito e si sarebbe rovinata la sorpresa. Denver se la mise sulle ginocchia, mentre ero già più lontano e non potevo più sentire quello che si dicevano. Mia madre e mio padre erano carichi di buste e di pacchi, che neppure si accorsero di me, che ritornato da solo cominciai a pensare a quello che mi aveva detto Denver Spike, poco prima, sul verandato.
Guardai verso lo stagno di Villa Giuditta e annegai subito quel pensiero, oltre la piccola strettoia di candele, chiudendo per un attimo i nostri occhi.
Quel pomeriggio del mio compleanno è rimasto indimenticabile, per motivi diversi. Ricordo ogni particolare, ogni più piccola sfumatura: Denver era stato il primo a salire sopra, vestito di tutto punto, con una scatola di biscotti austriaci nella mano e un orrendo cravattino rosso e tutto storto, che staccava alla gola su di una camicia scozzese – ma come concordato si sarebbe servito di un mio completo che mia madre gli aveva già messo da parte. Io ero nella mia stanza a prepararmi. Nel giardino i camerieri erano già al lavoro. L’orchestra accordava gli strumenti e un ragazzo con una camicia rossa provava le luci sulla pedana. I drink brillavano su di un lungo tavolo, che occupava la zona laterale del prato. Mia madre era nella sua camera, con la porta aperta, davanti allo specchio del comò. Si truccava con lentezza, con lo sguardo stanco. I capelli tirati su, a svelare la sua nuca sottile, mentre i suoi gioielli in prova erano sparsi sul ripiano davanti a lei, illuminati da una lampada fioca verdemare, che li faceva staccare ancora di più nel loro splendore, contro la penombra del pomeriggio di compleanno a Villa Giuditta, che anche se non ancora cominciato avanzava e ci eclissava in una sua patina di ansia, come qualcosa di già spento e finito.
Denver era fermo sull’uscio di quella camera, nella mia attesa. Mio padre stava appena scendendo dall’auto. Arrivavano già i primi invitati. Ragazzi e anche qualche ragazza. Lo zio Paul, vestito da clown, li fece accomodare, uno per uno. Mia madre aveva difficoltà ad alzarsi la lampo del suo vestito celeste e bianco, uno dei più eleganti che aveva scelto per l’occasione. Le si era incagliata. Io ero con l’asciugacapelli nelle orecchie, ogni tanto mi affacciavo nella sua camera e poi lanciavo uno sguardo dalla finestra al cancello, al prato, al giardino, dove si assembravano, curiosi, i primi arrivati.
«Chi mi aiuta? Ho difficoltà… oh, Denver, ti hanno lasciato da solo? Me la daresti una mano, amore? Penso che si sia bloccata.»
Così mi raccontò di avergli detto mia madre, molto tempo dopo, parlandogli della sua lampo, dalla sua schiena quasi nuda, senza voltarsi. Denver era l’unico che in quel momento poteva aiutarla, l’unico con le mani libere. Si fece avanti, con una certa esitazione, entrando nella camera di mia madre e cercando di aiutarla a suo modo, ma con le mani più delicate e accorte delle mie, almeno a detta della mia sorellina Martine, quando le correggevano la pettinatura ancora meglio delle sue compagne di classe durante l’intervallo. Mia madre era sempre di spalle, quando si accorgeva, dallo specchio, che mentre lasciava una mano dalla lampo liberata, con l’altra Denver afferrava un anello prezioso, rosa veneziano, che era tra quelli che mia madre avrebbe indossato per la serata e che amava di più. Pensava di non essere visto, Denver, e così se lo nascose nel buio di una mano. Mia madre fece finta di niente. Continuò a farsi aiutare, con una sola mano, ma proprio in quel momento mio padre stava salendo le scale e allora Denver, impacciato, si conficcò l’anello stretto nel palmo nella tasca posteriore dei pantaloni, nell’esatto istante in cui gli occhi di mio padre lo fissarono dall’uscio – ero già dentro la camera anche io – e accorgendosi del misfatto falciarono un istante dopo quelli severi di mia madre, che dallo specchio lo stavano ancora bruciando e cercando, senza che il mio amico se ne fosse accorto.
Una coincidenza perfetta. Come i due compleanni. Come gli occhi lontani e insondabili di mia madre, che fissarono dall’ombra dello specchio quelli cupi di mio padre e pronunciarono quelle parole solenni, composte, come quelle di una preghiera recitata da anni, dietro il giro di chiave di una porta ancora chiusa: «Questo ragazzino è un ladro. Ha preso l’anello rosa e lo ha messo in tasca!»
Sentii solo le voci e il trambusto sulle scale e uno strano odore straziante nell’aria, forse il profumo di mia madre o del gel di Denver o chissà ancora cosa, quando Denver negava e si abbandonava a una corsa disperata, spingendo mio padre sull’uscio e inforcando le scale di furia, in lacrime.
«Non sono un ladro. Non ho fatto niente, lo giuro!»
Uscii fuori e vidi tutta la scena, in una manciata di attimi che diventarono eterni: mia madre, che era così sicura del furto del suo anello prezioso e più amato, quello rosa veneziano, fece ancora cenno con il capo a mio padre di bloccare il mio amico Denver, prima che questo varcasse il cancello di Villa Giuditta e svanisse per sempre. Mio padre, che lo aveva visto con i suoi stessi occhi chiudersi quella mano in una tasca, cacciò la pistola dalla giacca e gli sparò addosso, quando Denver era ancora per le scale. Lo prese in piena testa, con il primo colpo, e poi anche alla schiena, di striscio, con il secondo.
Non so perché mio padre quel pomeriggio si trovasse la pistola addosso. Non lo sapevo e non l’ho mai più saputo né compreso; così come non ho mai saputo se fosse davvero mio padre l’uomo che carezzava il braccio del bambino del parco e se avesse mai sparato a Denver nel caso non si fossero mai visti, in quella circostanza inspiegabile e ancora oggi misteriosa. Di solito mio padre la pistola se la portava solo di sera tardi, in situazioni particolari, ma mai al mattino, quando usciva presto per lavoro. Anche quella fu un’altra cosa che non mi sono mai spiegato. Mia madre dopo gli spari lanciò un grido e si portò le due mani al viso, coprendoselo tutto, mentre mio padre rimase paralizzato e non pronunciò più una sola parola. Forse pensava solo di spaventarlo o di colpirlo altrove e non in testa e sulla schiena, ma solo di striscio. Mio padre non aveva mai sparato a nessuno nella sua vita. Fu lui a scendere le scale, incontrando lo zio Paul, che era ancora intento a gonfiare palloncini con il suo naso da clown, quando si trovò davanti quella chiazza di sangue nero e ancora caldo, che si allargava sui gradini, come la cioccolata che mi versava con premura la pallida signora Spike, durante le mie visite del pomeriggio.
Io ero sceso di corsa, con i capelli ancora bagnati e le gambe che mi tremavano. Arrivò l’ambulanza, chiamata subito da mio zio Paul, in tempo per prelevare il piccolo corpo di Denver, ormai senza vita, facendosi strada tra la folla luminosa degli invitati, che erano eleganti e atterriti, senza capire ancora cosa fosse successo, mentre avevano da poco occupato il nostro giardino, diversi a guardare lo stagno, altri ad ammirare gli strumenti dei musicisti sulla pedana e a chiedere come funzionassero i tromboni e anche i flicorni, mentre Martine faceva la smorfiosa all’ingresso con le sue treccine perfette, appena fatte a regola d’arte da mia madre, prima che salisse a prepararsi.
Sono passati diversi anni e ricordo tutto nei particolari di quel giorno di compleanno. Quell’anello rubato ci fu restituito molto tempo dopo, ma mia madre non ne ha voluto più sapere e lo ha conservato in un cassetto, senza indossarlo su nessun dito e nemmeno sfiorarlo con lo sguardo. Da quel giorno non ho mai più visto i genitori di Denver Spike. Ma oggi, che è il giorno del mio compleanno, diciotto anni dopo, ho trovato il coraggio di cercare l’astuccio con dentro quell’anello prezioso, mai più indossato, e di spedirlo di nascosto con un corriere di fiducia di mio padre, a quello stesso indirizzo dal quale non mi risultava che i coniugi Spike si fossero mai più spostati. Lo abbiamo inviato con un bigliettino semplice di auguri, in un cartoncino azzurro chiaro, firmato in un primo momento da me e da mia sorella Martine, durante la nostra prima colazione, come facevamo un tempo e per tradizione, appena prima della nostra successiva consegna, quando nostro padre si annodava la cravatta allo specchio della sua camera e nostra madre era ancora a letto, con il buio ancora fuori.
Fu proprio mia sorella Martine a dirmi di fare quella piccola e macabra sostituzione, costringendomi a cancellare le nostre iniziali, poco prima che il pacchetto partisse, e ad aggiungere soltanto, con una strana quanto impersonale grafia:
“Da parte di Denver, nel giorno del tuo compleanno. Con amore.”

I due compleanni è un racconto di Luigi Salerno