I FIORI NERI di Anna Di Narda

 Dedicato a tutte quelle anime candide che non hanno fatto ritorno.

Eravamo partiti a metà marzo, verso la Baviera del nord. Un luogo lontano, difficile da raggiungere e avevamo viaggiato su carretti trainati da possenti cavalli. Il tragitto fu lungo, ma per nostra fortuna “asciutto”, non era infatti piovuto quasi mai.

Polenta e formaggio non mancavano e la moglie del capomastro alla sera, fermi in qualche campo vicino al bosco, ci faceva raccogliere la legna, accendeva il fuoco e su due alari con i ganci, cuoceva una densa polenta a cui aggiungeva dei pezzetti di lardo. La versava su un tagliere annerito, la tagliava con un filo di seta avvolto attorno al manico e poi ne dava un pezzo a ciascuno assieme ad uno spicchio di formaggio.

A pranzo si mangiava polenta fredda con fagioli in scatola e la domenica un pezzetto di carne, quando le famiglie lungo la strada erano disposte a venderci ali e cosce di pollo. La carne non mancava mai nel piatto del capo mastro, magari non di ottima qualità, ma tanto invitante.

La nostalgia di casa era molta ma almeno non soffrivamo la fame. Mio padre un giorno mi aveva chiamato e fattomi sedere accanto a lui, mi aveva spiegato che ero grande e potevo fare una stagione nelle fornaci in Germania, dove la manodopera era ben pagata. Anni addietro verso il 1890, vi aveva lavorato anche lui; si trattava di un lavoro di resistenza al caldo, piuttosto che di fatica. Il mio guadagno avrebbe aiutato il magro bilancio familiare che contava dieci bocche da sfamare.

Noi ragazzi eravamo ricercatissimi perché lavoravano facilmente in gruppo senza troppe discussioni e senza litigare. Così sui due carri dei “padroni” stavamo circa in venti: giovani uomini, ragazzini e bambini. Sedute davanti due giovani ragazze erano state assunte a servizio con il compito di accudire i padroni e fare da infermiere.

Lungo la strada che attraversava il Friuli prima e l’Austria poi, incontrammo diverse spedizioni: alcune organizzate meglio di noi, altre a piedi con grandi sacchi sulle spalle e facce scure per la fatica e il freddo.

Impiegammo due settimane per arrivare a destinazione e in quei giorni diventai amico di due ragazzini della mia zona seduti vicino a me: uno aveva undici anni e l’altro dodici. In poco tempo fummo inseparabili e una sera prima di addormentarci sotto al carro, coperti da vecchi sacchi di iuta, ci promettemmo di badare l’un l’altro e di non perderci mai di vista.

L’arrivo a Vilsbiburg non fu dei migliori perché quel giorno pioveva a dirotto. Eravamo ormai fradici quando finalmente un operaio del posto ci assegnò la baracca: in trenta metri quadri avremmo dovuto passare i successivi quattro mesi, dormire e utilizzare la latrina posta all’ingresso. Quando la vidi mi sentii quasi male al pensiero che avrei dovuto dividere il bagno con tutti quegli estranei e per l’odore nauseabondo che ne usciva.

Il letto consisteva in un grande tavolato di legno sostenuto da mattoni con sopra dei pagliericci di venti, trenta centimetri e tre coperte a testa. Guardandole notai, che una strana animazione viaggiava su di loro e capii che si trattava di pidocchi.

Il pomeriggio di quel giorno, infatti, il capo mastro ci chiamò uno ad uno e ci rasò, lasciandoci solo una leggera peluria. Così ci saremmo potuti lavare e disinfettare ogni sera. Le ragazze per fortuna vennero risparmiate anche perché alloggiavano nella baracca dei padroni. Poi le coperte vennero sbattute all’aria e alla pioggia e lo stesso venne fatto per i materassi.

Queste operazioni richiesero quasi tutta la giornata e solo a sera ci ritrovammo in mensa, una baracchetta di lamiera con un tavolo centrale, due lunghe panche di legno ricavate da due tronchi e con un pavimento che rimbombava ad ogni passo dove ci venne spiegato cosa avremmo dovuto fare; alcuni conoscevano il lavoro perché già alla seconda o terza stagione altri, come me, non sapevano nulla.

Ero un ragazzino di dieci anni non altissimo, ma muscoloso che fino ad allora era andato a scuola, non aveva studiato tanto perché doveva aiutare in casa, ma che in qualche modo era riuscito a stare al passo e a non essere bocciato. Ora ritrovarmi così giovane e già aiutante fornaciaio e a quelle condizioni poi, mi risultò tanto difficile da accettare che, se non mi fossi guardato attorno e visto lo stesso smarrimento negli occhi degli altri bambini, di sicuro, sarei scappato.

Il capomastro parlava e parlava, raccontando che era stato ingaggiato con l’intera squadra da un imprenditore bavarese ed era fiero della sua professionalità e della provenienza. Da Buja, piccolo paese del Friuli collinare, partivano i migliori fornaciai europei. Erano pagati bene perché lavoravano con cura e si accontentavano del poco che c’era nel piatto senza tante proteste; a loro bastava la polenta. Non era una persona cattiva o almeno io ebbi questa percezione sentendo quanto raccontarono la stessa sera nella baracca gli “anziani”. Era severo, non ammetteva ritardi o giustificazioni, molto attento a tutto quello che succedeva, ma umano. Conosceva abbastanza bene la lingua tedesca e nel paese della Baviera aveva fatto delle amicizie. Questo era importante per noi, prima di tutto perché che parlavamo solo in friulano e poi perché, probabilmente solo i più piccoli, sapevano leggere e scrivere.

Da quel momento, comunque, lavorammo anche dodici ore al giorno, dalle sei di mattina alle sei e trenta di sera. A mezzogiorno trenta minuti per mangiare e andare in bagno e poi di nuovo a stendere argilla, spianarla, lasciarla asciugare e cuocere mattoni. La settimana iniziava il lunedì e finiva il sabato sera alle cinque. La domenica dovevamo provvedere a tutte le nostre esigenze compreso bagno e cambio di biancheria. Nonostante fosse un piacere, non era per niente facile organizzare una doccia quasi sempre in fretta a diciotto operai che lavoravano nelle fornaci. Fortunatamente potevano farci lavare le camicie dalle due ragazze a servizio che le stendevano poi al sole il sabato. Questo significava però, che il venerdì pomeriggio e il sabato mattina avevamo indosso solo con la maglietta o la canottiera, qualsiasi fosse il tempo che in Baviera è mutevole e cambia in poche ore. La domenica mattina si andava tutti a messa nella chiesa del paese perché il capomastro e la moglie erano molto credenti e noi dovevamo essere almeno presentabili. Non comprendevano nulla di quanto il prete dicesse, assistevamo alla celebrazione senza potervi partecipare e ricevevamo il pane.

I “piccoli” come eravamo chiamati in cantiere lavoravano in gruppo di cinque. Avevamo due carretti a disposizione, uno per turno. Uno di noi si metteva davanti alla guida e trainava il lungo gancio arrugginito e gli altri quattro ai lati. Ci scambiavano i posti ogni giorno, ma che caricassimo o alleggerissimo il biroccio, non dovevamo fermarci, mantenendo un’andatura costante. Il capomastro urlava sempre: “Lavorate assieme e allo stesso modo!” Qualche volta arrivò a minacciarci con un lungo bastone, ma non ci toccò mai, durante tutta la stagione. Anche noi volevamo a tutti costi evitare guai: la situazione era già di per sé insopportabile che scattavano e obbedivamo al primo fischio.

C’erano dei giorni in cui con pala e vanga sminuzzavamo l’argilla scaricata nel cortile, la bagnavamo trasportando l’acqua del vicino ruscello, la impastavamo prima con i piedi e poi con le mani e riempivamo infine gli stampi. C’erano altrettanti giorni in cui, in attesa che i mattoni si essiccassero, spostavamo piccole montagnole di carbone per far funzionare il forno. C’erano poi i momenti per caricare e scaricare la fornace, quell’immenso cunicolo buio che terminava con un’alta ciminiera.

Era questo il compito più difficile. Il fuoco andava acceso e spento ad ogni cottura: solo così si potevano inserire nella grande bocca gli stampi e toglierli dopo ventiquattro ore. Quando si cuoceva poi, si lavorava a turno anche la notte. Si facevano quattro ore di lavoro e quattro di sonno. Una volta estratti i mattoni, noi dovevamo attendere che il carro fosse pieno e poi tenendolo ognuno da un lato trasportarne il contenuto nella grande aia dove i pezzi rossi e scottanti venivano disposti in file allineate.

Non riuscivo, in quei giorni a capacitarmi della resistenza dei fochisti che, dall’interno della fornace con dei pesanti guanti prendevano i mattoni e li passavano ai compagni della camera accanto e che a loro volta li mettevano sul carretto. Il caldo era insopportabile solo a stare nelle vicinanze della bocca della fornace. “Che cosa poteva essere lì dentro?” Lavoravano quasi sempre a torso nudo e la pelle del petto e della faccia dopo alcune settimane aveva assunto un colore che andava dal rosso al marrone. Gli occhi erano sempre arrossati e le mani piagate. 

Ma anche noi ragazzini non andava meglio e nonostante il compito fosse un po’ più leggero, dopo la prima settimana avevano le mani nere e piene di lividi.  I mattoni non pesavano tanto, ma il padrone voleva che ne prendessimo quattro alla volta e li disponessimo con una regola precisa: una fila orizzontale ed una verticale perfettamente allineate. Solo così si sarebbero asciugati da ogni lato e potuti vendere.    

Il lavoro doveva procedere spedito e se dei mattoni cadevano e si rompevano, dovevamo avvertire il capomastro che annotava su un registro. Ce li avrebbero detratti dalla paga stagionale. Ci aveva fatto presente, la prima sera che, se fossero mancati dei mattoni senza avvertirlo, al colpevole di sicuro individuato, ne avrebbe detratti dieci ogni uno mancante. Ci mettevano tutta l’attenzione possibile e non avevamo tempo per il dolore delle bruciature e delle vesciche che ci tormentavano. Sopportavamo in silenzio!

Solo a sera, finito il turno andavamo dalle infermiere per farci ripulire le ferite. Loro utilizzavano del sego o del lardo con il quale ci ungevamo le mani e le bendavamo con dei pezzi di stoffa puliti. Facevamo quanto meglio potessero per sollevare le nostre sofferenze, ma non avevano molto a disposizione.

Quell’anno poi l’inizio stagione fu particolarmente freddo e durante il mese di luglio piovve più del solito. Nel giro di pochi giorni alcuni dei ragazzini dell’altro turno cominciarono a tossire. In particolare, un ragazzino biondo che non aveva più di nove anni, una notte, tossì in continuazione. Due uomini più grandi mossi a pietà gli diedero le loro coperte per tenerlo al caldo visto che tremava per la febbre. La mattina successiva il ragazzino stava molto male e non era in grado di lavorare. Le due infermiere vennero nella nostra baracca e lo accompagnarono in una stanzetta dietro alla mensa dove accanto ad un tavolo, erano sistemati dei pagliericci su delle panche, con lenzuola pulite e pesanti coperte. Lui tossiva in continuazione e qualcuno aveva notato che dalla bocca gli usciva una schiuma rossastra. Dentro di me capii la gravità della situazione perché avevo già visto dei compaesani mancare a causa del “mal di polmoni”, ma non dissi nulla, per non spaventare i miei amici. Quella mattina però sotto alla camicia, indossai una vecchia maglia di lana che mia madre, con amore mi aveva messo nel sacco. Era meglio sudare che morire!

Nessuno quel giorno parlò, neppure durante la pausa del pranzo. Avevamo il capo basso, guardarci l’un l’altro faceva stare troppo male. La moglie del capomastro andò più volte dall’alloggio all’infermeria e dopo un po’ venne chiamato anche lui. Nel pomeriggio arrivò un calesse trainato da un cavallo bianco con un signore biondo anziano con una valigetta nera. Capimmo che si trattava di un medico e che la situazione doveva essere molto grave.

Passammo più, e più volte, nel cortile per vedere e cercare di capire. Ma non vedemmo, ne comprendemmo nulla. Il calesse era fermo lì. Il dottore se ne andò a sera. Solo allora si sparse la voce che il ragazzo era morto. Prima una sola voce, poi più, e più, ancora. Ma non ci furono comunicazioni ufficiali, non vedemmo più il nostro compagno né sapemmo che fine avesse fatto il suo corpo. Era come se non fosse mai esistito!

Al suo posto il giorno dopo arrivò un ragazzino del luogo accompagnato dal padre che parlottò a lungo con il capomastro. Aveva tredici anni, ma con quei baffetti biondi, sembrava più grande. Noi eravamo infinitamente tristi, stanchi, ma cercammo ugualmente di avvicinarci a lui per scambiare due parole o due gesti se non ci fossimo capiti. Con nostra sorpresa ci accorgemmo che conosceva molte parole italiane e che negli anni precedenti aveva visto numerose squadre di fornaciai susseguirsi in quel cantiere. Abitava a tre chilometri da lì e aveva finito da poco le scuole dell’obbligo. La sua era una famiglia molto povera, ma la legge in Germania obbligava i genitori a mandare i figli a scuola fino agli undici anni o con cinque classi. Ernest, così si chiamava, aveva perso due anni, ma ora sapeva leggere e scrivere in tedesco. Quella sera, seduti in cerchio a lume di petrolio, lo ascoltammo a lungo prima di addormentarci. Aveva un curioso modo di parlare e ci raccontò diverse storielle, alcune ci fecero ridere, altre molto meno. Passava spesso davanti alla fornace e da casa sua vedeva il fumo uscire dalla ciminiera durante tutta la bella stagione.

In paese disse, che si raccontava di alcune squadre di fornaciai che negli anni precedenti avevano appaltato il lavoro e che erano composte quasi esclusivamente da due capomastri e da bambini piuttosto piccoli e che dopo alcune settimane dal loro arrivo dalla strada sterrata si vedevano nel grande cortile solo dei piccoli musetti anneriti che trascinavano pesanti carretti pieni di mattoni. Rabbrividii a quel racconto.

Una quindicina di giorni dopo l’incidente, accadde alla nostra squadra. Un compagno cercando di fare più in fretta possibile appoggiò in malo modo i quattro mattoni e mentre si girava, questi gli si rovesciarono addosso. Urlò cadendo a terra. Ci precipitammo a sollevarlo e vedemmo che per fortuna aveva solo dei tagli sulle ginocchia che sanguinavano però abbondantemente. Con il mio amico più giovane lo prendemmo sottobraccio e ci dirigemmo all’infermeria dove accorse la più giovane delle due ragazze. Lo fece stendere sul tavolo coperto da un telo, esaminò a lungo la ferita, la pulì con dell’acqua e poi ci fece uscire dalla stanza seguendoci. “La ferita di sicuro si infetterà e io devo fermare l’infezione. Ora ho bisogno di voi due, altrimenti non ce la può fare” ci disse con tono molto serio.

Quelle che seguirono furono ore di sofferenza per il nostro compagno. Io andai dal fochista a prendere un catino pieno di braci di carbone e il mio amico frugò nell’alloggio in cerca di corde o stoffa con cui legare il ragazzo. Quando ci vide urlò, e urlò a pieni polmoni quando l’infermiera passò più volte il coltello incandescente sul ginocchio. Nonostante fosse legato e noi due cercassimo in tutti i modi di tenerlo fermo, scalciò come una furia e poi svenne. La ragazza allora, con un sospiro ci disse di lasciarlo. Lo fasciò con stracci puliti e poi lo sistemammo nel letto vicino alla porta. Il colore rosso acceso del suo viso era sparito lasciando posto ad un grigiore spettrale.

Tornammo al lavoro dove i compagni in nostra assenza avevano dovuto sobbarcarsi anche il nostro compito. Il capomastro era immobile davanti all’aia non si mosse, sembrava che la cosa non lo riguardasse. In quel momento provai un sentimento di vero odio e alla sera nel letto dopo tanti mesi, per la prima volta piansi. Lo feci soffocando i gemiti e le lacrime nel materasso puzzolente perché nessuno sentisse. Poi, sfinito dalla stanchezza e dalle emozioni, mi addormentai. Ma fu come una liberazione dalla paura e dalla fatica: da quel momento, giurai a me stesso che ce l’avrei fatta ad ogni costo.

Nonostante le mie sicurezze, la mattina seguente mi ero preparato un’altra volta al peggio. Nessuno sapeva nulla delle condizioni del compagno! Invece con nostro grandissimo stupore lui venne a pranzo sulle sue gambe.  Egli, nel pomeriggio, come se nulla fosse accaduto, lavorò, zoppicando, con una vistosa cicatrice sul ginocchio ma salvo.

Passarono i giorni e verso la fine di agosto un’ondata di caldo torrido rese le giornate ancor più dure e le notti bagnate di sudore. Alla sera si stava meglio fuori che dentro la baracca e così si cenava all’aperto ognuno seduto a terra con la gamella fra le gambe. Dei piccoli sbuffi di vento asciugavano le nostre fronti quasi a darci un po’ di coraggio.

Il menù era sempre il solito anche se in quel periodo si era aggiunta frutta e verdura comprata dai contadini a basso prezzo e con l’incarico di raccoglierla dall’orto o dagli alberi. Le ragazze così durante le mattinate, facevano anche questo. Cicoria, sedano e cipolla bollite o in pentola rendevano un po’ più gustosa la polenta della sera e riempivano i nostri stomaci affamati. Al mattino poi si riuscivano ad avere delle pere, magari quelle con qualche inquilino, un tozzo di pane e del caffè di orzo. Ma erano squisitezze!

Poi, una delle ultime sere di settembre quando il fresco cominciava a farsi sentire, e io mi sentivo un po’ meglio, il capomastro comunicò al gruppo che il lunedì successivo saremmo tornati a casa e che il cantiere sarebbe stato chiuso. Noi tre ci guardammo e quasi non credemmo a quelle parole. Era finita? Davvero saremmo ritornati al nostro amato Friuli?

La settimana che seguì fu un vero trambusto. Si doveva lavare, asciugare e riporre con ordine gli stampi. Poi toccò al cortile, alla mensa e alla nostra baracca. La fornace doveva essere messa in sicurezza pronta per la stagione successiva.

L’ultimo giorno, era di domenica e dopo messa vedemmo arrivare una Chevrolet nera con a bordo un signore con accanto una bellissima signora bionda. Capimmo che si trattava del proprietario della fornace. La moglie non scese dalla vettura e non guardò mai nella nostra direzione quasi infastidita dalla vista di un gruppo di ragazzi che stavano a bocca aperta in mezzo al cortile. Non avevamo mai visto tanta eleganza e bellezza.

Nello stesso pomeriggio ad uno ad uno, chiamati dal capomastro, ricevemmo la paga. Non so ancora, se venni pagato tanto o poco, so solo che in quel momento provai una gioia e un orgoglio non descrivibile a parole. Mi sentivo grande: a quasi undici anni ora ero “un uomo”. 

Nascosi subito i soldi nella tasca interna dei pantaloni, deciso a non separarmi dagli stessi fino a che non fossi arrivato a casa. Quella sera cantammo in friulano; era la prima volta che l’allegria invadeva la baracca. Molto più tardi addormentammo tranquilli.

Il viaggio di ritorno fu purtroppo un’altra sofferenza a causa del freddo autunnale che arrivava dal nord. Pioggia e vento ci martoriarono mani e viso. La mia più grande paura era però che mi derubassero. Così, con i miei due amici cercavano a turno di stare svegli per sorvegliare che nessuno si avvicinasse. Avevamo sentito raccontare, dai grandi, storie terribili su ragazzini uccisi e bruciati per rubare la loro paga stagionale. Erano presi di mira soprattutto gli orfani e questo ci tranquillizzava un po’, ma non abbassammo mai la guardia.

Eravamo tutti più magri più leggeri e forse per questo il lungo tragitto mi sembrò più breve. Al confine italiano cominciai a sentir il profumo di casa e poi, una cosa difficile da descrivere: mi mancava la quotidiana povertà familiare! Quando fummo nei pressi di casa, ci fermammo davanti ad una piccola bottega dove gli uomini comprarono dell’ottimo tabacco da regalare ai loro vecchi.

Fu lì che per caso passando davanti alla vetrina vidi la mia immagine riflessa. Mi resi conto che erano mesi che non mi guardavo in uno specchio. Vedevo ogni giorno gli altri, ma non me. Mi venne da piangere, delle calde lacrime ora bagnavano le mie guance.  Capii che avevo quell’aspetto che Ernest “il tedesco” una sera dopo cena, parlando dei giovani bambini che avevano fatto le stagioni precedenti li aveva così descritti: “Li guardai a lungo lì nel cortile, sembravano dei fiori neri in un immenso prato rosso!”

I FIORI NERI è un racconto di Anna Di Narda

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