Il bosco

Ho sempre saputo che la vita è magica.
Ogni incontro, ogni inizio, ogni cambiamento ha in sé il mistero della creazione.
Quando, tempo fa, sono stato ucciso da un cacciatore che cacciava cinghiali nel bosco in cui vado a passeggiare, ho capito che, anche in quell’inizio, c’era qualcosa di miracoloso. Non mi aspettavo, però, di rimanere intrappolato nel bosco per così tanti anni. Non so quanti siano, ma ho visto bambini diventare adulti e poi invecchiare passeggiando per i sentieri del bosco.
Non ho mai incontrato altri spiriti, né qualche forza superiore in grado di darmi una semplice spiegazione dell’accaduto. Semplicemente sono rimasto da solo, a passeggiare per sentieri, vallette, discese, dirupi, piccoli ruscelli poco acquosi.
Le mie giornate scorrono tranquille come se fossi vivo; il tempo passa nello stesso modo in cui passava quando ero in vita.
Ma non mi annoio.
Le mie giornate sono scandite dal senso di bellezza che mi circonda.
Percepisco tutto con una definizione incredibile. Luci, ombre, suoni, fruscii, lo spirare del vento, il sole fra le foglie, il rumore degli alberi che bevono con le loro enormi radici mi riempie lo spirito di vitalità.
Sono felice, ma non euforico.
La mia felicità è costante e sempre uguale, non impazzisco per questa incredibile e rara, in vita, emozione.
Anche di notte percepisco la vita che scorre attorno a me e in un certo senso mi passa attraverso, anche perché come spirito sono leggero come l’aria, ma non sono invisibile. Qualcuno ogni tanto mi vede, crede di vedermi, perché io mi sposto rapidamente e muovo i cespugli o i rami degli alberi per confonderlo.
Nessuno mi ha detto che non devo mostrarmi; nessuno infatti mi ha mai detto nulla sul mio stato, ma sono io che ho la sensazione che non devo mostrarmi, che sarebbe sconveniente che qualcuno mi vedesse.
Ma quale sarà il mio scopo? A volte me lo domando.
Sono forse qui solo per essere felice del mio stato?
Oppure qualcuno o qualcosa mi farà capire che ho uno scopo?
Ieri ad esempio mi si è avvicinato un bambino. Non lo avevo visto. Ero sospeso sopra ad un cespuglio, godendomi l’aria pomeridiana e quella luce fantastica che cambia verso le quattro di pomeriggio nel mese di novembre. Stavo godendomi questo cambiamento, quando ad un certo punto, un bambino di 5 o 6 anni si è avvicinato e mi ha guardato.
Io non ho detto nulla, posso anche parlare, e a mia volta l’ho guardato. Poi ho capito che si era perso, ho visto in lontananza suo padre che disperato si allontanava.
Allora l’ho preso per mano e l’ho portato dal padre; prima che l’uomo mi vedesse mi sono allontanato ma poi ho notato che il padre non lo voleva, lo allontanava con gesti disperati.
“Forse non è suo padre?” ho pensato.
Ma il bambino lo chiamava così. Allora mi sono avvicinato.
Il bimbo, ha segnato il padre in lontananza e ha detto:
«Papà!»
Cosa potevo fare?
Ho guardato il bimbo, non provavo nulla, ero concentrato sul suo volto, c’era qualcosa di famigliare. Poi l’ho osservato meglio e ho visto che non piangeva.
L’ho preso per mano; e insieme abbiamo seguito il padre.
Mentre camminavo mi rendevo conto che era leggero e non pesante e che riuscivamo insieme ad essere molto veloci. Mi sono fermato. L’ho osservato di nuovo.
Era uno spirito come me.
Forse il padre lo aveva ucciso?
Forse si era perso ed era morto?
Ma il padre lo vedeva?
Perché lo aveva scacciato?
Ho pensato a tutte queste cose, mentre il bimbo mi osservava.
Cosa avremmo fatto, adesso? “Niente” ho pensato subito; saremmo stati insieme, mi avrebbe fatto compagnia; non parlavamo molto, non ne avevamo bisogno, anche lui aveva la capacità di sentire tutto ciò che lo circondava; sentivamo insieme ma non provavamo nulla uno per l’altro.
Ma il fatto di stare insieme giorno e notte era diventato una necessità; non potevamo separarci.
In fondo il bambino con i suoi lunghi silenzi e la sua capacità di ascoltare i rumori del bosco mi stava insegnando cosa significa avere qualcuno vicino a sé.
Quando ero vivo ero sempre solo; ero un solitario, almeno è questo che mi ricordo di me: spesso solo; non ho mai avuto una famiglia.
I giorni sono passati e così le settimane e forse gli anni; non sono invecchiato e il mio piccolo amico non è cresciuto. Sento che stiamo scomparendo, immersi nella luce della foresta; forse raggiungeremo un altro luogo o forse rinasceremo; non lo so, nessuno mi ha mai detto nulla su di noi e il nostro destino.
Provo un lieve senso di tristezza quando penso che non rivedrò il mio piccolo amico.
La luce si è fatta più intensa, ci copriamo gli occhi, non vedo più nulla; sento una mano che mi stringe: è lui, mi guarda e poi scompare.
Io sono rimasto mentre lui è scomparso.
Non so quale possa essere il mio scopo.
Ora sono da solo e ogni tanto penso a lui, forse qualche altro spirito verrà a trovarmi.
Sento caldo, sto male, qualcuno mi parla, vedo molte persone intorno a me, sono disteso su un letto.
Vedo un bimbo, è il mio piccolo amico, è mio figlio.

Il bosco è un racconto di Fulvio Caporale