Il circo sul monte Carpegna

Recentemente, tra i tanti articoli di giornale che conservo in una cassapanca (nella stessa cassapanca in cui custodisco preziose pergamene dei secoli passati) ne ho trovato uno del Resto del Carlino di qualche tempo fa della famosa zoologa Giovanna Solfaroli de’ Bianchi:

«Sul monte Carpegna gli animali sono sempre più numerosi: se ne contano ormai a decine di migliaia. Tutti quanti, nonostante il deserto egiziano, le savane dell’Africa o le calde foreste del subcontinente indiano e del Sud-Est asiatico siano l’habitat originario di gran parte di essi, si sono perfettamente adattati al clima dell’Appennino tosco-romagnolo: fresco d’estate e rigido e con intense nevicate durante l’inverno. Una loro caratteristica è la mansuetudine e la familiarità con l’uomo: persino i leoni e le tigri non attaccano, ma lo avvicinano assai volentieri. Sono tutti vegetariani: si nutrono di erba, rami, fiori e foglie e qualche volta dell’insalata e dei pomodori che gli offrono i signori Parlanti (gestori del ristorante dell’Eremo), il vescovo di Montefeltro, il diacono Leonardo, la diaconessa Milena o la diaconessa Liliana. Succede anche che le bestie accompagnino i pellegrini all’interno del santuario della Madonna del Faggio e che se ne stiano lì buone e tranquille: pregano come le persone? Appare loro la Vergine? Chi può dirlo? […]»

Leggendo tutto questo mi è venuto in mente un pomeriggio assai ventoso di fine marzo di tanti anni orsono: quando la mia eroina era ancora una bambina.
Giovanna stava passeggiando lungo la spiaggia di Rimini stando attenta a non bagnarsi e a non farsi travolgere dagli enormi cavalloni di quel giorno.
Volavano centinaia di aquiloni di ogni dimensione, colore e forma.
A un certo punto, la piccola scorse alto nel cielo uno strano oggetto giallo e blu, aguzzò meglio la vista e si accorse che si trattava del tendone di un circo; si allontanava sempre di più e in poco tempo avrebbe sorvolato prima la Dalmazia, poi i Balcani e poi sarebbe andato chissà dove, forse verso le steppe della remota Russia.
Quello stesso giorno in tarda mattinata, Camilla, l’amica del cuore di Giovanna, si svegliò e aprì la finestra della sua stanza da letto.
Guardò il cielo, come sempre senza nuvole, color rosa confetto, dello stesso colore della sua abitazione, forse di poco più chiaro.
Guardò poi in basso e notò che, nello sconfinato prato verde smeraldo che circondava la casa, Mammolo il mammut, utilizzando la lunga proboscide, stava nutrendosi dei frutti del grosso melo; Sauro lo stegosauro schiacciava un pisolino e russava a più non posso; Ferdinando il pagliaccio bighellonava senza meta nell’erba facendo ogni tanto un salto, una capriola o una piroetta.
Camilla lo chiamò e gli disse di salire.
Fecero una lauta colazione a base di pane e marmellata di castagne, cioccolato con panna e biscotti.
Salirono quindi nella camera da letto che era naturalmente anche la camera dei giochi; Camilla sulla moquette verde brillante aveva lasciato la sera prima uno smartphone giocattolo, un trenino di plastica dalle ruote rosse e gialle, un modellino di astronave (di quelle, dell’ultima generazione di allora, che andavano in missione sulle lune di Giove), dei birilli, un pinocchio telecomandato e un pupazzetto di Adam Smith (il primo uomo che, nel lontano 2040, mise piede su Marte) trovato in un pacco di patatine; su di una sedia a dondolo, Camillina, la sua bambola di pezza; in un angolo, sempre la sera prima, aveva sistemato la casa di quest’ultima, che era rosa come la sua; accanto a essa, dentro un enorme baule di plexiglass aveva messo il suo stegosauro di gomma, molti animali di peluche tra cui un mammut e un clown di cartapesta vestito da Arlecchino, proprio come il suo amico Ferdinando.
Alla parete della porta era appeso un grosso specchio ovale, uno specchio che aveva la facoltà di farti viaggiare in altri luoghi e in altre epoche; cosa nascondeva al suo interno?
Un buco nero: come quelli nel cuore delle galassie, ma miriadi di volte più piccolo?
Un corridoio spazio-temporale: come quelli di cui parlano gli astrofisici?
Una macchina, con decine di comandi e di schermi, comandata da un computer sofisticatissimo?
Non lo sappiamo.
Certe volte Camilla prendeva lo specchio e lo portava nel prato in quanto Mammolo e Sauro erano troppo grandi per entrare nella sua casa; poi, vi si infilava con uno dei due amici per andare altrove; con Mammolo raggiungeva il più delle volte la Siberia ai tempi delle glaciazioni e vi incontrava molti altri elefanti pelosi e numerosi uomini di Neanderthal che li rincorrevano urlando e sollevando bastoni e clave; invece con Sauro spesso visitava il Colorado del Giurassico e le capitava di vedere colonie di stegosauri nutrirsi tranquillamente di felci oppure correre inseguiti da temibili allosauri o da altri feroci predatori.
Con Ferdinando (per il quale, date le sue dimensioni “normali”, non era necessario portare fuori lo specchio) generalmente andava in zone dove fosse presente un circo equestre. Il pagliaccio sapeva che da alcuni giorni in cima al monte Carpegna, nei pressi dell’eremo della Madonna del Faggio, era stato allestito il celeberrimo Circo Magico, fondato nel lontano 1860 dal pesarese Carlo Rossini, lontano cugino del musicista Gioacchino e quadrisavolo o quintisavolo degli attuali proprietari.
Entrarono nello specchio e si trovarono sul Carpegna, su di un prato vastissimo (con qualche rimasuglio di neve che luccicava ai raggi di un sole quasi primaverile), a pochi metri dall’immenso tendone.
Il pubblico del circo era composto soprattutto da bambini che provenivano da Calvillano, Villagrande, Mercato Vecchio, Ponte Cappuccini, Carpegna e molte altre località dei dintorni; alcuni applaudivano gridando come ossessi; altri, specialmente i più piccini, divoravano tonnellate di popcorn e di mele caramellate oppure si impiastricciavano le mani e la faccia di zucchero filato.
Al centro si videro un gigante di dieci metri e uno gnomo di venti centimetri che stava seduto sulla sua spalla e che era un suo perfetto clone miniaturizzato; vestiti entrambi con un frac rosso fiammante e un cilindro blu elettrico, presentavano a turno (nonostante le dimensioni ridotte, lo gnomo aveva una voce più potente di un megafono) i numeri che le persone e gli animali avrebbero eseguito di lì a poco.
Vi furono trapezisti, funamboli, saltimbanchi; domatori di leoni, di sfingi del basso Egitto e di tigri bengalesi; orsi dello Sri Lanka, draghi cambogiani e malesi, grifoni, ippogrifi, chimere e unicorni ammaestrati che ballavano la quadriglia; giraffe, zebre alate, rinoceronti bicorni, elefanti del Botswana e dell’India che correvano su due zampe a velocità supersonica; scimmie del Kerala, di Giava e del Borneo che saltavano come forsennate e tiravano banane e noccioline ai giovanissimi spettatori; giocolieri che si dilettavano con palle, birilli e piatti: ognuno era in grado di lanciare in aria centinaia di oggetti senza farne cadere nemmeno uno.
Si videro acrobati eseguire, da terra, il quintuplo salto mortale prima in avanti e poi all’indietro.
Ferdinando, quando fu la volta dei pagliacci, si unì a loro e si mise a raccontare barzellette e storie così assurde ed esilaranti che tutti risero a crepapelle.
Camilla venne chiamata per camminare con le mani a testa all’ingiù facendo rotolare una sfera di legno: prima per terra, poi su di una corda a cento metri di altezza; anche il secondo esercizio, di una difficoltà estrema, le riuscì perfettamente.
A fine spettacolo si ebbe la parata di tutti gli animali; ma, quando questi stavano facendo il terzo giro, successe un fatto veramente incredibile: si alzò improvvisamente un vento violentissimo con raffiche a mille all’ora.
Il tendone si staccò da terra e cominciò a volare verso San Marino e l’Adriatico, allontanandosi sempre più dal Carpegna.
Persone e animali, ebbero uno spavento terribile: tutti quanti finirono nell’aria, travolti dall’uragano, e vennero sbattuti a qualche chilometro da dove si trovavano, ma miracolosamente (son sicuro per l’intercessione della Beata Vergine del Faggio) non vi furono né vittime né feriti.
La paura però fu tale che le fiere sarebbero da quel momento diventate docili come agnelli e la mansuetudine sarebbe penetrata nel loro DNA e in quello di tutti i loro discendenti.
Camilla e Ferdinando riuscirono a fatica a raggiungere lo specchio che, a differenza del tendone, era rimasto misteriosamente ben saldo a terra, e si ritrovarono in un lampo nel loro prato.
Ferdinando andò ad appisolarsi sotto il melo.
Anche Camilla, raggiunto il suo letto, chiuse gli occhi.
Poco dopo Giovanna tornò a casa.
Andò nella libreria del salotto e si scelse un volume che trattava di animali: la passione per essi, molti anni dopo, l’avrebbe portata a diventare una famosa naturalista e a scrivere libri e articoli di zoologia.
Entrò nella sua grande camera da letto rosa confetto e, dopo aver poggiato il libro sul letto, vide sulla moquette verde smeraldo il suo melo bonsai; quella mattina, dopo aver dato l’acqua alla pianta, aveva preso a studiarla e aveva contato tutte le sue mele in miniatura; poi, distrattamente, invece di rimetterla sul davanzale della finestra l’aveva lasciata sulla moquette.
Ora si accorgeva che mancavano una decina di mele e si domandava chi se ne fosse cibato. Appoggiato al vaso vide il suo clown di cartapesta.
A poche decine di centimetri lo stegosauro di gomma e il mammut di peluche.
Aprì lo sportello della casa giocattolo e prese tra le mani Camilla, la sua amica del cuore, la sua piccola bambola di pezza.

Il circo sul monte Carpegna è un racconto di Antonio di Carpegna