Il grammofono e la sua trama

È la nonna che tutti vorremmo avere, piccola, paffuta, non grassa, ma morbida.
Erano i vestiti che si adattavano al suo corpo, come l’impasto di una torta quando viene versato nello stampo.
Guardi con stupore questa massa morbida, profumata che con calma riempie il vuoto della teglia, preparandosi ad accogliere ulteriori ingredienti che la renderanno ancora più dolce ed appetitosa.
Lei era proprio così, accogliente.
Il capo era coperto da un vecchio foulard ormai usurato dal tempo e dagli innumerevoli lavaggi, ma che addosso a lei sembrava un accessorio d’alta moda.
Spuntavano dal mento dei piccoli peletti bianchi, visibili soltanto se il viso veniva colpito dagli ultimi raggi del tramonto.
Ebbene, la storia inizia da qui.
Nonna Otto era al centro di tutto.
Sì, lei era la confidente/consulente del quartiere per quanto concerneva pareri di natura legale e patrimoniale, nonché ottima sarta e cuoca.
Non si intendeva di affari di cuore «Troppo pericoloso» diceva lei «meglio che ognuno se la sbrighi da sé».
Per rendere gli incontri, o meglio i colloqui confidenziali, soleva accendere il giradischi a tutto volume.
Si trattava di una specie di grammofono d’altri tempi, dalla forma stranissima, quasi spaziale «Dono di uno straniero» diceva lei «in cambio di una sua consulenza».
Infatti, nonna Otto non chiedeva denaro per i suoi servigi, ma se qualcuno, soddisfatto dei suoi consigli le avesse voluto donare un presente, non lo rifiutava di certo.
Seduta sull’ottomana (divano), con il giradischi a tutto volume, dispensava i suoi preziosi pareri a chi li richiedeva, sotto la vigile presenza di gatt-otto, un enorme gatto bianco e marrone, dal pelo folto, anch’egli comodamente assiso sul divano ottomana assieme alla sua padrona.
Gatt-otto, aveva una particolarità. Era di pelouche.
Sì, perché nonna Otto diceva che un animale in carne ed ossa era troppo impegnativo, quindi optò per un surrogato.
Assolveva comunque il suo compito di guardiano.
Gatt-otto comunque non era il solo ad abitare assieme a nonna Otto, in quanto era altresì presenti un orsetto, tre bambole di pezza tutte uguali ma vestite con abitini di colore diverso, e una scimmietta “parlante”.
Sì, parlante, nel senso che all’occorrenza, schiacciando un piccolo bottone si animava simulando una goffa camminata e ripeteva tutto ciò che sentiva.
«Tutti siamo animati» diceva lei «ossia pervasi dall’anima, compresi i pupazzi».
Dopotutto era una donna pratica, con le idee molto chiare e dotata di una visione della vita oltremodo speciale.
Offriva le sue consulenze soltanto nel tardo pomeriggio, in quanto dopo pranzo si riposava per un paio d’ore.
Dopotutto il suo fisico non più giovane le richiedeva di ripristinare le energie attraverso il riposo.
La lista d’attesa non era molto lunga per chi desiderava usufruire della sua saggezza, e non erano ammesse scorciatoie o raccomandazioni.
La sua vita è stata ed è come un romanzo, costellata di eventi grandiosi, meravigliosi, e anche dolorosi, purtroppo.
E tutto ciò contribuiva ad alimentare il suo fascino di donna saggia.
A questo proposito, lei raccontava con occhi sognanti l’aneddoto riguardante il dono ricevuto dallo straniero venuto da lontano, che la omaggiò dello strano giradischi.
Era un uomo ormai avanti nell’età, che si era trasferito vicino casa sua, quando ancora giovane abitata in città.
Lo straniero alloggiava in una casa art déco, ormai decadente, con un giardino interno nel quale troneggiava un vecchio albero di fichi.
Il padre di lei, carabiniere in servizio in città, lo aveva conosciuto nella locale stazione dei carabinieri, in quanto egli vi si era recato per denunciare lo smarrimento di alcuni documenti.
Lo straniero in quell’occasione aveva manifestato la necessità di avere un aiuto per la cura del giardino e della pianta da frutto in esso contenuta.
Fu così che il padre di Nonna Otto la incaricò di recarsi periodicamente da lui per estirpare le erbacce, annaffiare i fiori e raccogliere i frutti dall’albero.
Nonna Otto allora aveva circa vent’anni, portava i capelli rossi sciolti sulle spalle ed aveva uno sguardo birichino e vivace che ammaliava chiunque lo incrociasse.
Non aveva paura di quell’uomo anziano, ma allo stesso tempo gentile ed elegante a suo modo.
Anzi, potersi recare da lui, per lei era una forma di evasione dalla solita routine quotidiana.
Ogni settimana, puntualmente lei suonava il campanello della residenza déco alle quattro del pomeriggio.
Il sig. Kowalsky, così si chiamava lo straniero, la accoglieva sempre con un sorriso e la invitava ad entrare, mostrandole ciò che era necessario fare nel giardino.
Come ricompensa, nonna Otto si portava a casa, o grandi mazzi di fiori profumati appena raccolti in giardino, o grandi cesti di fichi, raccolti appunto dal grande albero del padrone di casa.
Tutt’ora nonna otto è estremamente ghiotta di questo frutto, quasi fosse un elisir di lunga vita.
Nel trascorrere del tempo nonna otto entrò in confidenza con il sig. Kowalskj, il quale giorno per giorno le raccontava un aneddoto sul suo passato.
Egli aveva speso l’intera vita sulle navi da carico che solcavano i mari del mondo, e ora era in pensione.
Racconti di terre lontane, meravigliose, quasi fantasiose, riempivano la mente di nonna otto, che ogni settimana aspettava con ansia di fargli visita.
Fu così che un giorno, in giardino al suo arrivo, lei trovò sopra il tavolino di metallo vicino all’ingresso, uno strano aggeggio dalla forma curvilinea, quasi indecifrabile che emetteva dei suoni.
Non una melodia ben definita, quasi un ripetersi di sillabe e note mai udite prima.
Era quasi rapita da questo oggetto. Il sig. Kowalskj la salutò come di consueto e con un sorriso quasi ironico le disse «Che c’è cara, hai paura?»
«No, no, ne sono affascinata e quasi stordita» gli rispose lei.
«Bene, allora vuol dire che ha scelto te. D’ora in poi lui è tuo!»
«Come? Ma come, dove, che intende dire?»
«Non preoccuparti per tuo padre, l’ho già informato, tranquilla, va bene così.»
Finito quindi il giardinaggio, nonna Otto ritornò a casa sua con lo strano oggetto in braccio.
Stranamente, sebbene di forma imponente, non aveva peso. Sembrava di cartone.
Come predetto dal sig. Kowalskj, non ci furono problemi o domande relative al nuovo oggetto.
Visto che si trattava di un dono, nonna Otto se lo tenne in camera, al riparo da domande e sguardi indiscreti.
Da quel momento in poi, non si separò più da quell’oggetto.
Attraversò la guerra.
Nonna Otto sentì con le sue orecchie il rombo degli aerei che sganciavano le bombe sulla città.
Vide con i suoi occhi da bambina innocente i corpi appesi ai lampioni dei patrioti della resistenza, ma superò anche questo momento, e crebbe, seppure in cuor suo già ferita nell’anima, fino ad invecchiare.
Era vedova e viveva da sola.
Si era sposata a trentadue anni, considerata tarda età in quei tempi, oggi invece forse è ancora troppo presto per qualcuno andare all’altare.
Ebbe una sola figlia, mia madre.
Sì, sono la nipote di nonna Otto, e scrivo la sua storia e dei personaggi più importanti della sua vita, quasi per guarire me stessa dai molti dolori che ho provato e provo, forse perché l’inchiostro impresso sulla carta, viene da me accostato quasi a una medicina. Costa poco, ma possiede effetti miracolosi.
Mia madre nacque negli anni 70, e per volere divino, venne al mondo senza l’avambraccio sinistro.
Ma a parte questo “piccolo dettaglio”, era una neonata bellissima.
Riccioli biondi, occhi azzurri, ed un sorriso disarmante.
Mangiava, dormiva, non disturbava. La figlia perfetta, oserei dire.
Crebbe nell’amore.
I miei genitori si conobbero in maniera, possiamo dire, del tutto casuale, se esiste il caso, e si innamorarono all’istante.
Mia madre, che si chiamava Azzurra, e non per il colore dei suoi occhi, ma soltanto per il fatto che a nonna Otto quel nome piaceva. Un giorno si recò al piccolo negozio di alimentari del paese per la solita spesa quotidiana, immersa nei suoi pensieri, soprattutto concentrata su uno di questi.
C’era il garage da sgomberare: pacchi, mobili e cianfrusaglie varie accumulate nel tempo e senza più alcuna utilità. Ormai l’automobile faceva fatica ad entrarci in quello spazio esiguo per la presenza di troppe cose.
Nonna Otto non era minimamente d’accordo sullo smaltimento del contenuto del garage, in quanto gran parte di quegli oggetti erano di sua proprietà e le ricordavano ognuno momenti ed emozioni del suo passato.
Azzurra però, non desistette nel suo intento di pulizia e sgombero, vincendo il confronto con la madre.
Parcheggiò l’auto di fronte al negozio di alimentari, scese e si recò verso l’entrata dove si trovava anche la bacheca degli annunci vari e notò che lì davanti sostava un ragazzo intento ad appendere il suo cartoncino.
Azzurra vinse la sua intrinseca timidezza e si avvicinò alla bacheca.
Lesse il biglietto che stava appendendo quel ragazzo e non credette a ciò che era scritto.
D’improvviso disse «Proprio te cercavo!»
Il ragazzo, un po’ stranito e sorpreso, si girò verso di lei e rispose sorridendo «Molte persone mi cercano, ma quasi nessuna mi trova veramente».
Azzurra rise copiosamente e guardandolo dritto negli occhi, ebbe quasi un mancamento, le girava la testa.
Immense praterie di color verde smeraldo, a perdita d’occhio, e poi d’improvviso un fragoroso temporale fu quello che Azzurra percepì attraverso lo sguardo del ragazzo.
Lei aveva questo dono di poter attraversare il cancello privato che ognuno di noi tiene ben chiuso, proprio vicino al cuore.
Queste immagini che la inondavano, erano simbolicamente un condensato dell’anima che lei aveva di fronte.
«Ho il garage da sgomberare, e vedo che tu offri proprio questo servigio, mi puoi aiutare?» disse Azzurra dopo essersi ripresa dal breve mancamento.
«Anche soltanto per poter rivedere il tuo sorriso ed il tuo meraviglioso sguardo …» rispose lui.
«Quindi è un sì?» domandò Azzurra, che non si era neanche resa conto del complimento che le era stato fatto.
Quel sì tra mio padre Pericle, e mia madre Azzurra divenne un sigillo eterno, per il loro amore e per la loro vita.
Come ben sapete, Azzurra non era dotata dell’avambraccio sinistro sin dalla nascita, anche se, come spesso soleva affermare, era stata una gran fortuna.
Pericle, dal canto suo non era da meno.
Quel temporale, che Azzurra aveva percepito in lui, altro non era che la perdita della sua gamba destra durante il suo servizio militare all’estero in zone di guerra.
Azzurra e Pericle davvero si completavano a vicenda, nel vero senso della parola.
Potrebbe far sorgere una certa ilarità questa situazione, e lo comprendo. Dopotutto l’ironia credo sia una medicina che ci aiuta nell’affrontare le sfide dell’esistenza.
Ricordo che quand’ero piccina e li sentivo ancora parlare a letto, mentre io faticavo a prendere sonno e bussavo alla loro porta per ottenere l’ennesima coccola, come accanto al loro letto su una poltrona fossero adagiate le loro due protesi, una accanto all’altra.
Una gamba e un braccio. Sembravano un quadro, magari un po’ futuristico, che in qualche modo rappresentava la loro unione, il loro immenso amore, rispetto reciproco e complicità.
Mia madre, soprattutto, mi ha sempre insegnato la compassione, l’empatia, l’amore verso il più debole, mantenendo allo stesso tempo fermezza e capacità di giudizio.
Ecco che, partendo da un semplice sgombero di garage, si giunge ad intrecciare una meravigliosa storia d’amore.
Ma torniamo al presente.
Nonna Otto, ricevette per la prima volta nella sua casa, una ragazza che chiedeva la sua consulenza, e che si era trasferita in paese da pochi giorni.
Quando la vide, capì immediatamente che quel viso di porcellana adornato da lucidi capelli corvini, emanava una luce intensa, quasi abbagliante, ma non disse nulla nonna Otto, tenne tutto per sé.
Fece accomodare la ragazza sul divano, vicino a GattOtto e alle bamboline, poi accese il grammofono a tutto volume.
La giovane, un po’ stranita, che gradiva più il silenzio che il baccano, attese qualche secondo e rifletté “Forse mi hanno consigliato male, questa donna è così strana … meglio che mi congedo.”
Ma nonna Otto la anticipò «Cara, non temere, sei nel posto giusto ed al momento giusto».
Questa frase stemperò l’atmosfera, e alla ragazza dal viso di porcellana, quasi non sembrò più di sentire quei suoni così strani uscire da quell’apparecchio a strana foggia che chiamare grammofono era un eufemismo.
«Cara, cosa ti tormenta?» le chiese nonna Otto.
«Il lavoro, signora, non ce la faccio più.»
Dopo un breve momento di pausa, la vecchina, con sguardo assente, quasi in trance, si rivolse alla giovane «Tu possiedi Le chiavi per il passaggio, lo hai sempre fatto, e sempre lo farai. Adornerai la loro fronte con dei sigilli, e nutrirai le loro anime con il nettare della luce eterna, polvere d’oro verrà sparsa sui loro corpi a beneficio di noi mortali, mentre con la leggerezza di una piuma, tu li condurrai verso la liberazione. Trasforma ciò che fai già sul frutto acerbo, preparando il frutto avvizzito a ridiventare seme, per il bene comune».
Lo sguardo di nonna Otto, ritornò presente, mentre quello della giovane, si riempì di lacrime ed ammutolì.
La ragazza, senza nemmeno accorgersene si ritrovò in mano una tazza di tè nero fumante che nonna Otto, ben conscia degli effetti provocati dalle sue parole, aveva già in precedenza preparato.
«Bevi cara, nei hai bisogno, credimi.»
Davvero il tempo è relativo. Entrambe, dopo una pausa si sorrisero e incredule guardarono l’orologio appeso in cucina.
Erano trascorse due ore, eppure la sensazione che tutto si fosse svolto in dieci minuti era palpabile.
La giovane, ancora un po’ frastornata si rivolse alla nonnina chiedendole una traduzione più comprensibile di ciò che le aveva detto.
«In cuor tuo, tutto è già pronto, ascolta ciò che ti verrà mostrato e non temere, sarai guidata in tutti i tuoi passi. Ora si è fatto tardi. Devi andare.»
La ragazza, posò la tazza di tè, offrì a nonna Otto il dono che le aveva portato, ringraziò e si congedò.
Da quella conversazione trascorsero ben due anni, ma nonna Otto aveva ragione.
Tutto si compì e a Elisa, questo era ed è il nome della ragazza dal viso di porcellana, fu mostrata la via per il suo nuovo lavoro, o per meglio dire, la sua nuova missione nella vita.
Elisa è la mia più cara amica.
La incontrai circa dieci anni fa, quando ancora esercitava la sua precedente attività di estetista, ed era anche lei come me, ancora alla ricerca del suo posto nel mondo.
In questo momento Elisa, esprime sé stessa e il suo potenziale in maniera diversa, proprio come nonna Otto aveva predetto, trovando il filo conduttore del suo destino.
Vi racconto un po’ di lei.
Da circa 15 minuti attendeva vicino alla porta, impaziente di entrare.
Ormai non contava più i mozziconi di sigaretta spenti ai suoi piedi, indice di un certo nervosismo e ansia.
Ma chi non lo sarebbe stato?
Attraversare quella porta avrebbe significato un nuovo inizio per lei, entrare in un nuovo mondo, denso di novità e sfide.
Mentre la sua mente era attraversata da questi pensieri le si avvicinò Antonio, il titolare dell’impresa funebre che aveva conosciuto alcuni giorni prima.
«Eccoti!» esclamò lui.
«Come stai? È tanto che aspetti?»
Lei non rispose subito, ma lo fissò con i suoi occhi scuri, dal taglio orientale, nei quali ogni persona si poteva immergere in un inebriante viaggio senza confini alla ricerca di sé stesso.
«Sono arrivata da pochi minuti» ripose Elisa con tono pacato, un po’ impostato, necessario per mascherare l’emozione.
«Bene, allora entriamo.»
Percorsero un lungo corridoio che si snodava per circa cinquanta metri, dal pavimento bianchissimo, come le pareti e, quasi per sigillare quel momento, Elisa si girò guardando verso la porta alle loro spalle dalla quale erano entrati e con un leggero sorriso e a voce bassissima pronunciò la parola grazie.
Sì, grazie.
Era ben consapevole dell’immenso regalo che la vita le aveva donato, offrendole questa opportunità. Non che non avesse profuso al massimo il suo impegno per fare in modo che ciò accadesse, ma nel contempo percepiva che senza un aiuto superiore ciò non sarebbe avvenuto.
Il silenzio lì era di casa. Avvolgente e imparziale direi.
L’obitorio nel quale erano entrati infatti accoglieva le salme di tutti, senza distinzione di ceto sociale o razza, di età o cultura. La morte non fa distinzione, questa è una certezza.
«Vieni Elisa, di qua» le disse Antonio, con voce ferma e gentile. Era un uomo sulla sessantina, di semplice aspetto, ma dai modi garbati, che ispirava fiducia.
Dopo aver aperto un’ulteriore porta, posta alla fine del corridoio, entrarono nell’obitorio vero e proprio, dove li attendeva Lotario, il tecnico incaricato della sovraintendenza del luogo.
Antonio presentò Elisa a Lotario, il quale un po’ stupito di trovarsi di fronte ad una giovane donna, le diede il benvenuto.
Sin dal primo impatto Elisa percepì che Lotario era lì per lei, come era già successo nelle vite precedenti, ove entrambi avevano già condiviso questo tipo di esperienza. Lui però non ne era ancora consapevole.
Elisa si trovava in quel luogo in quanto si era approcciata alla Tanatocosmesi da qualche mese e necessitava di poter sperimentare sul campo le sue competenze, prima di cimentarsi da sola in quella che sarebbe diventata la sua nuova professione.
In un mondo fortemente globalizzato, popolato da influencer, blogger, manager dell’alta finanza etc., Elisa si stava accingendo a diventare una operatrice di Tanatoestetica, ossia la preparazione estetica della salma prima del funerale.
Immersi in una vita frenetica, dediti al lavoro, famiglia, figli, sport, ci dimentichiamo molte volte che la morte fa parte del nostro percorso e sovente allontaniamo da noi questo pensiero convinti che in fondo ancora c’è tempo.
Elisa però, seppur animata da un’allegria prorompente e da un forte carattere, la morte l’aveva sempre considerata parte di sé, quasi come una compagna silenziosa.
Lotario, le spiegò con dovizia di particolari la prassi del luogo, soffermandosi su ogni fase del procedimento, con linguaggio tecnico e precisione davvero notevoli.
E fu così che Elisa si trovò per la prima volta faccia a faccia con una salma stesa sul tavolo dell’obitorio.
Voleva mettersi subito alla prova, per capire se effettivamente questa sua innata passione poteva davvero essere il suo futuro.
Non appena Lotario sollevò il lenzuolo bianco che ricopriva il corpo, lei ebbe la risposta che cercava.
Il cuore le batteva all’impazzata mentre fissava quel corpo esanime e pregava di non svenire, dopotutto gli unici defunti che in questa vita aveva visto erano stati i suoi nonni, ma ora si trattava di ben altro. Non c’erano di mezzo affetti qui.
L’impatto fu più che positivo, ed Elisa si rallegrò nel profondo del proprio animo di aver superato la prova, senza provare repulsione o sgomento.
Si trovava di fronte al “frutto avvizzito” che nonna Otto due anni fa le aveva detto.
Il suo cuore e il suo sentire avevano portato Elisa oltre il cancello della vita, guardiana e custode di anime in transito sulla terra, che anelavano il suo prezioso aiuto.
La sensazione di trovarsi a casa la pervadeva in ogni singola cellula.
L’amore, la compassione e il rispetto verso queste salme trapelavano senza ombra di dubbio dal suo sguardo.
Elisa si girò verso Antonio, che durante questo tempo l’aveva sempre osservata attentamente e gli sorrise come per rassicurarlo, comunicandogli allo stesso tempo la sua gratitudine per averle permesso di essere lì.
Infatti, lei, non essendo ancora ufficialmente del mestiere, necessitava di un accompagnatore abilitato per poter accedere in obitorio e Antonio l’aveva aiutata in questo.
Da quel momento Elisa non si fermò più.
Il suo prezioso servigio, l’accuratezza nei dettagli, la caparbietà quasi ossessiva nel voler donare un velo di serenità ai quei corpi nel loro ultimo viaggio terreno, l’aveva portata ad essere molto stimata e richiesta dagli operatori di onoranze funebri.
Quanto bello e misterioso può essere il disegno divino nei nostri confronti!
Solo guardando oltre noi stessi, volgendo lo sguardo intorno a noi possiamo comprendere che nulla viene sprecato, nulla è senza senso, tutto è dove e come deve essere.
Niente di più, niente di meno. Tutto in equilibrio.
Le trame a noi sconosciute, si rivelano sempre, immancabilmente.
Cieco è chi vuole esserlo.

Il grammofono e la sua trama è un racconto di Ariella De Noni