Il migliore dei mondi possibili

Gli occhi verdeazzurro come il mare. Le onde che si infrangono sugli scogli. Quanta pazienza hanno. I ciottoli che fanno rumore e rendono scomodo il suo stare seduta. Il vento, quello tipico del mare. Un misto di sale e pesce. Disordina i capelli, fa svolazzare la giacca leggera e qualche pensiero.
Impavidi. Si buttano nell’acqua. Piccole barchette di fogli scritti fitti. Non arriveranno mai a destinazione. Si scioglieranno prima ancora di varcare la linea dell’orizzonte. Si sfalderanno, toccheranno i fondali, entreranno nella pancia ingorda di uno squalo. Non è vero quello che dicono, che basta il pensiero. Perché non arriva mai a destinazione. Anche se non ne lanci uno, ma una raffica, come i proiettili di un mitra. Anche se lo confezioni bene. Anche se lo vuoi. Il pensiero muore in quello spazio che divide. Ed è in questo forse che sei libero. Libero di quella libertà che diventa una condanna. Sono i disertori, gli eretici, gli anarchici. Vanno senza regole, ci provano comunque. Ci sperano sempre. Che questa sia la volta buona? Non è mai quella buona. Ma loro se ne fregano delle tue leggi. Imbrogliano tutti. E alla fine ti lasciano solo. E ti trovi perso su quel tuo stesso campo di battaglia che ti sei creato. Perso nei tuoi pensieri. Con gli occhi che fissano l’immensità del tutto e niente.
Gli occhi verdeazzurro di quello spazio indefinito tra mare e cielo.
Perso in te stesso.
Perso nel mondo.
Gabriella si alza. Guarda lo sterminio. Fa due passi. L’acqua le ricopre i piedi nudi. È un po’ più vicino, ma ancora troppo lontano. Si spinge più in là. Poi inciampa e cade. Entra in una camera rossa che si riempie. Poi una botola sotto i piedi. Viene spinta con forza dalla pressione. Un vento d’aria fresca tutto addosso. E poi su, su, su. Scivola. Senza mai toccare le pareti. E gli scivoli non seguono la gravità. Vanno al contrario. Si biforcano e si fanno sempre più stretti. Sino alla sommità estrema. Arriva dritta alla cima. E si aggrappa alla dura madre, ultima meninge, come una bambina al seno. Ma è tutto così viscido e cupo. Una pressione un po’ più forte e precipita. Con i lampi dei neuroni che sembrano farle un servizio fotografico nel buio più totale.
‹‹Spostati!›› urlano.
‹‹Non c’è tempo! Non c’è tempo! Tieni, porta questo all’area motoria primaria! È il piano d’azione. C’è scritto tutto quello che bisogna fare. Muoviti! E non stare lì a leggerlo che tanto non ci capiresti nulla!››
Una spinta e sobbalza. Viene racchiusa in una piccola celletta rotonda. Vola come una bolla di sapone e poi esplode. E via così. Ancora e ancora. Poi una spia rosso viola si accende. E inizia a sudare. È il colore della paura. Diventa sempre più scura. Nella piccola stanza è il panico. Tutti urlano.
‹‹Stiamo affondando!››

Il migliore dei mondi possibili è un racconto di Arianna Bellomi