Il patto di fiducia

Non capiva davvero come si potesse negare l’esistenza del riscaldamento globale. Era troppo caldo, quel giorno, perfino per i canoni di una cittadina che sorgeva in riva al mare, una località turistica piuttosto famosa. O almeno, lo era stata ai tempi in cui ancora le vacanze erano uno sfizio comune, tempi in cui non c’erano crisi economiche a scoraggiare le famigliole borghesi. Ora, a tenerli alla larga ci pensavano le guerre sotterranee.
Davvero un peccato, perché il luogo in questione era un incanto: parte degli edifici era costruita su un promontorio a strapiombo sul mare, che da metà discendeva dolcemente fino ad adagiarsi sulla spiaggia dalla sabbia finissima e di un bel colore dorato. L’acqua, invece, era verde-azzurro, talmente trasparente che stando a riva si poteva vedere il fondale anche a metri di distanza. E non si trattava di un atollo isolato in mezzo al nulla! Niente aerei da prendere, niente viaggi che durassero decine di ore, magari costretta ad ingollare pasti precotti dall’aspetto e dal sapore orribile. Insomma, un vero, piccolo paradiso in mezzo alla civiltà. Certo, a volte il caldo torrido dei mesi estivi aveva un che di infernale, e quel giorno ne era un esempio perfetto. Il sole martellava implacabile e il cielo, di un blu profondissimo, non era intaccato neanche dalla più piccola nuvoletta. Forse era per questo che anche lei aveva ceduto all’afa e, invece di passeggiare per il centro, o fare qualche escursione com’era sua abitudine, si era recata lì, sulla spiaggia, a godersi quel poco di frescura che le onde e il leggero vento che spirava dal mare riuscivano ad offrirle.
Era uno spettacolo strano, in realtà, poiché a parte lei sulla spiaggia non c’era nessuno, forse perché erano pochi quelli tanto temerari (o idioti) da esporsi a quell’ora, nel pieno della fascia oraria sconsigliata, alla faccia del cancro alla pelle. Lei stessa era in realtà un po’ incongrua rispetto all’ambiente circostante. Era pallida, troppo per essere di quelle parti, con un accenno di lentiggini sul naso, di quelle che si facevano subito più evidenti stando al sole, proprio come quello che, in quel momento, stava impiastricciando il paesaggio di ombre. Aveva i capelli di un castano slavato, anonimo, color cenere. Erano molto lunghi e lisci, ma ora erano legati in due piccoli chignon ai lati della testa. Gli occhi erano allungati, verde scuro, che viravano al castano verso la pupilla, ma si perdevano un po’ in un viso dai lineamenti decisi, il cui ovale tendeva decisamente al tondo. Le labbra sottili avevano gli angoli rivolti all’ingiù e davano al suo volto un’espressione perennemente delusa e diffidente. Questo, unito agli altri tratti spigolosi che la caratterizzavano, rendevano difficile definirla una bellezza canonica, ma c’era qualcosa in lei che andava al di là delle apparenze. Una specie di menefreghismo intrinseco che suscitava sentimenti opposti. Antipatia e ammirazione.
In quella luce spietata, lei se ne stava tanto immobile da sembrare svenuta e il sole batteva sui contorni di un corpo muscoloso, che di femmineo aveva ben poco. Le spalle erano larghe, decise, mascoline. Le cosce definite abbracciavano le ginocchia, la cui pelle era dura, screpolata. Era un corpo che sembrava sempre al posto giusto nel momento giusto, come se avesse la facoltà di decidere di riempire lo spazio come meglio credeva, indipendentemente dalla volontà della ragazza che lo abitava. Qua e là la pelle bianca era solcata da cicatrici e l’unico vezzo era un tatuaggio sulla schiena, un ramo fiorito: morto e secco all’estremità inferiore, si arrampicava da sinistra a destra e rifioriva sulle scapole, per poi diramarsi in numerosi boccioli, dietro e sulla spalla destra. In quel momento indossava soltanto dei bermuda di jeans slavati e il pezzo di sopra di un bikini, nero a pois colorati. Ma non erano né l’abbigliamento, né l’aspetto della giovane che avrebbero colpito ad un primo sguardo, bensì quanto portava alla cintura: due foderi in lucida pelle nera, i quali contenevano due piccole pistole semiautomatiche dall’impugnatura anch’essa nera, consumata e graffiata.
Se qualcuno, viste le premesse, avesse trovato il coraggio di domandarle il motivo per cui si portava dietro tali ninnoli, molto probabilmente non avrebbe ottenuto alcuna risposta sensata, al massimo qualche battuta di spirito o un’occhiata vacua degna di un pesce. Non che non fosse loquace, lei, anzi: in determinate situazioni – specie quelle che coinvolgevano una buona dose di bevande alcoliche – riteneva di essere una discreta chiacchierona. Il problema era che non si illudeva di essere una cima e avrebbe avuto delle serie difficoltà a giustificare così su due piedi il fatto che un giorno, all’improvviso, aveva lasciato la sua casa, la famiglia, gli studi universitari, per partire a combattere una strana guerra che ancora sembrava non aver visto i suoi veri albori.
Già, perché c’era una guerra in corso. Erano ancora in pochi, quelli che sapevano, pochi riuscivano a vedere quanto stava accadendo davvero. Accendendo la televisione, visi truccati paralizzati in espressioni contrite raccontavano di attentati a sfondo integralista, ma nel dirlo battevano le palpebre troppo spesso, perché sapevano di mentire. Gli spettatori preoccupati compativano le vittime e sui social network urlavano all’intervento dei governi, ma giorno dopo giorno uscivano di casa come se tutto ciò non li riguardasse. E come dargli torto? Per chi non restava coinvolto in qualche incidente, il tutto restava su un piano astratto, teorico, illustrato soltanto dalle immagini tremolanti dietro ad uno schermo. E loro, quelle creature, erano bravissime a mescolarsi fra gli esseri umani, presumibilmente cercando di corromperli di modo da portarli nelle loro schiere. O almeno, era una delle sue ipotesi, elaborata dopo attente e lunghe riflessioni, le quali però non costituivano affatto una garanzia, nella realtà dei fatti. Non riusciva a comprendere né le loro mosse, né loro stessi, non li aveva mai capiti fin dalla prima volta che ne aveva incontrato uno, quasi dieci anni prima. Aveva soltanto quattordici anni. Ma non era la sua giovane età il punto. Il punto era che si era immediatamente resa conto che quell’incontro avrebbe portato delle conseguenze disastrose, e l’aveva capito nonostante la sua giovane età. Non le era accaduto niente, si ripeteva sapendo di mentire, però quel niente erano stati loro a farlo. Sapeva che ciò che quegli esseri cercavano di fare era malvagio, visto che solo il male avrebbe potuto scatenarle sensazioni simili. Terrore. Rabbia. E poi qualcos’altro di incongruo. A mente fredda, ciò l’aveva portata ad una sorta di consapevolezza, anzi, alla certezza che le scale di grigi erano soltanto consolatorie idiozie.
Dopo quel primo, fatale incontro, una serie di eventi le aveva stravolto l’esistenza. Nel corso degli anni aveva racimolato poche, frammentarie informazioni. Non si era poi meravigliata tanto, quando aveva scoperto che esistevano persone che sapevano, e invece di tormentarsi come lei, nel dubbio preferivano sparare a vista. A loro non interessava andare al di là dell’evidenza tangibile, una volta appurato che accadevano fatti strani, inspiegabili, da imputare ad una determinata categoria di persone. Da quei combattenti solitari non avrebbe ottenuto risposte. Ciò che lei sapeva era quanto aveva potuto osservare in prima persona. Ma chi fossero quelle creature, da dove venissero e cosa volessero davvero, beh, quello restava un mistero. Sebbene lei si definisse più agnostica che credente, con il tempo aveva imparato ad associarli ad una rappresentazione terrena del male, come quella descritta nei testi religiosi. Le loro azioni, il modo spietato in cui le portavano a termine, andavano al di là di ogni concezione umana. Nemmeno ora, nemmeno dopo tutto quello che aveva visto avrebbe detto che le religioni e le scritture sacre andavano prese alla lettera, ma dentro di sé e con gli altri combattenti, però, lei si riferiva loro in quanto “demoni”.
Come detto, era soltanto un’adolescente quando per la prima volta si era trovata davanti un demone. Si trattava di una ragazza molto più grande di lei, stava camminando sullo stesso lato del marciapiede nella città in cui aveva vissuto fin da piccola. Alti edifici in pietra grigia in stile medievale le circondavano, il traffico dell’ora di pranzo era scemato lasciando la strada quasi del tutto libera. Quando i loro occhi si erano incrociati, il silenzio era apparso improvvisamente irreale, una cappa opprimente che le aveva tolto il fiato. E quando le si era avvicinata, lei aveva avvertito per la prima volta quella sensazione strana, che l’aveva spinta a fuggire a gambe levate. Un terrore ed una consapevolezza senza nome, che negli anni l’avrebbero tormentata. La cosa peggiore, che ancora adesso faticava ad ammettere, era tuttavia il fatto che quei sentimenti negativi erano indissolubilmente uniti ad un’irresistibile nostalgia, come se fosse tornata a casa dopo un lungo viaggio per trovarla rasa al suolo e annerita dalle fiamme.
All’epoca era ancora giovane, troppo. Si era limitata ad accantonare l’incidente in qualche angolo della mente, ma, anni dopo, era stata infine costretta a ricordarlo e riconsiderarlo. Vedeva il mondo intorno a sé cambiare, vedeva sempre più persone diventare simili a quella tizia – o forse erano sempre stati come lei? – e sentiva aumentare il terrore con l’età, ma si era sforzata di continuare a vivere normalmente la sua vita. Finché, quando ormai aveva compiuto diciannove anni, non fu costretta a considerare una possibilità, concreta quanto terribile.
Quelle creature la chiamavano e allo stesso modo lei chiamava loro. Ne avvertiva la presenza, ne comprendeva la natura al primo sguardo ed era una sensazione dissimile da ogni altra mai provata in vita sua. Essa si manifestava come una specie di brivido, un capogiro, e quella strana idea di appartenenza che andava scavando dentro di lei. Anche per questo li odiava: perché, si diceva piena di furore e di ignoranza com’era, l’unica spiegazione possibile era che quei demoni illudessero le persone di essere come loro e in questo modo riuscivano a trascinarle nel loro mondo. Diventavano indispensabili per loro più di quanto non lo fossero i loro veri amici. Quei poveri malcapitati, magari dotati di minore forza d’animo rispetto a lei, non dovevano avere alcuna scelta. Era facile cadere preda della dipendenza che quella sensazione causava. Lei stessa era stata costretta ad ammetterlo: era attratta da loro, non era soltanto stata presa di mira. Ipotizzando che il modus operandi fosse lo stesso per tutti, erano come degli abilissimi spacciatori che offrivano dell’ottima eroina a dosi sempre maggiori. Una volta adescate le loro vittime, non dovevano far altro che spingerle a compiere atti abominevoli. Omicidi. Rapine. Attentati. Ogni giorno i crimini efferati, sanguinosi, perpetrati con crudeltà e rabbia indicibili aumentavano e affollavano le prime pagine dei quotidiani. Mentre li sfogliava con mani tremanti, lacerando la carta sottile fra le dita, lei lo sentiva, sentiva quella spina dolorosa che le pulsava nel cervello, e doveva trattenersi dal diventare come loro. Anzi, dal diventare loro.
Un giorno era partita, dopo aver acquistato due pistole da un vecchio disgraziato che per una dose di polvere bianca si sarebbe venduto l’anima. Combatteva questa guerra, senza neppure sapere quali fossero i reali obiettivi di chi stava sfidando. Loro erano intenti nel seminare caos e la loro natura per lei era una ragione sufficiente.
L’input vero e proprio era arrivato nel momento in cui, finalmente, aveva incontrato altri che prima di lei avevano preso quella strada. Quasi tutti si erano avvicinati con la diffidenza dei pazzi: a tentoni, con ami gettati qui e là nei discorsi, sperando di cogliersi reciprocamente in fallo. Rilassarsi restava un lusso che non riuscivano a concedersi, anche appurate le reciproche facoltà mentali. A parte Richard, il suo primo mentore: lui disprezzava la prudenza, paragonandola alla vergogna.
Una volta, però, si trovava al tavolo di una trattoria sporca, attorno al quale sedeva con altri quattro guerrieri. Senza rifletterci troppo aveva tirato in ballo le proprie percezioni. Subito era calato un silenzio strano, teso e calcolatore. Perché rischiare con la fiducia, quando si poteva vivere nel sospetto? Con il cuore in gola si era congedata e aveva capito di dover imparare a tacere, perché qualunque cosa fosse quella sensazione, non poteva essere nulla di buono. Né per ciò che le scatenava nell’animo, né considerando che proveniva da quegli esseri malvagi. Si era sbagliata, dopotutto: non era tramite l’assuefazione che corrompevano le persone. Era lei ad avere qualcosa che non andava.
I rapporti fra chi sapeva della guerra erano troppo complicati, troppo legati a leggi interne non scritte e conflitti che nessuno si preoccupava di registrare in qualche annale. Erano persone dure e dal grilletto facile. Agire da soli comportava molti meno rischi, molti meno problemi logistici e, visto che non c’era il rischio di dover raccogliere il cadavere del proprio compagno straziato dai demoni, molta meno sofferenza.
Riassumere la sua vita era arduo, doveva riconoscerlo. Aveva da tempo rinunciato a venirne a capo e preferiva lasciarsi trascinare dal corso degli eventi. Lei non combatteva per principio: voleva soltanto liberarsi del baratro della tentazione. Non riusciva a concepire un’unica strada: se uccidere i demoni la teneva lontana dal famoso punto di non ritorno, allora così avrebbe fatto. Ecco, forse la chiave di volta del suo ragionamento era proprio lì: chi cercava di privarla della sua libertà era di certo malvagio.
Ma lì, almeno fino a quel momento, di creature non se n’erano viste. Né buone, né cattive (lei però non voleva prendersi la briga di inserirsi in una fazione). Qua e là, in qualche sparuta macchia di vegetazione verdeggiante, si sentiva il frinire delle cicale, mentre il sole raggiungeva tranquillamente lo zenith. Da qualche parte alla sua destra risuonarono i rintocchi delle campane di una chiesa, al suono delle quali lei si concesse un sospiro. La tradì soltanto dal sollevarsi del petto, mentre le onde ritmiche e calme coprivano i rumori più flebili. Nulla sembrava poter accadere quel giorno e lei si crogiolava in questa consapevolezza. Era rilassata, e non prestava attenzione neppure alla propria pelle che andava arrossandosi un po’ più rispetto a quanto avrebbe dovuto. Si sistemò meglio a sedere e rabbrividì, nonostante la canicola. Una goccia di sudore le colò lungo il collo e la ragazza sollevò le braccia intorpidite e le agitò. Era stata troppo ferma al sole e stava sudando ad ettolitri, con il rischio di disidratarsi. Chi se ne fregava, le vacanze erano fatte per poltrire! Ammesso che, vivendo una vita da combattente clandestina, le fosse concesso prendersi una vacanza. Non c’erano diritti sindacali per quelli come lei. La sua pigrizia l’avrebbe di certo portata ad evaporare al sole, infatti con un altro sospiro – e con un immenso sforzo di volontà – tornò a cercare una posizione comoda, chiudendo gli occhi.
Evidentemente, però, non era destino che lei potesse godersi a lungo quella pace. Quei pochi giorni erano stati troppo belli per durare. Da qualche parte alle sue spalle, come nella scena di un film al rallentatore giunse inequivocabile il rombo di una tremenda esplosione. L’onda d’urto si manifestò con uno spostamento d’aria, la quale causò una breve tempesta di sabbia che la investì. Fu colta alla sprovvista: imprecò e balzò in piedi, incespicando sul terreno soffice. Frastornata scosse la testa, guardandosi febbrilmente intorno, finché non riuscì ad individuare la zona approssimativa dalla quale aveva sentito provenire il boato. Non perse neppure tempo ad infilarsi le scarpe ed iniziò a correre in quella direzione, con quanta velocità le consentiva il tratto di sabbia che la separava dalla scalinata. Quest’ultima conduceva al lungomare e ad una strada che spariva all’interno di un bosco di alberi marittimi. I piedi scalzi sollevavano piccole zolle dorate mentre lei avanzava, arrancando ed inciampando a tratti in quella specie di trappola fatta di granelli bollenti. Strinse le dita sull’impugnatura delle pistole e le estrasse dai rispettivi foderi, mentre finalmente raggiungeva il solido cemento e saliva i gradini che scottavano al sole.

Il patto di fiducia è un romanzo di Letizia Oldrati