Il presagio

Si svegliò di soprassalto con un grido, il cuore gli batteva a mille e il sudore gli imperlava la fronte.
Ancora quell’incubo, un incubo angoscioso in cui lui si trovava in una strada piena di fumo, nebbia e macerie. Correva nel buio, ma non sapeva verso dove. Era in preda a un istinto che lo portava a cercare una salvezza che sembrava impossibile.
Da qualche notte si ripeteva un sogno angoscioso che sembrava spingerlo a fuggire. Eppure quel giorno successivo a Natale si presentava come una normale giornata invernale, e nella campagna dove Nicola lavorava, tutto appariva come sempre, tranne una grande nube che, avvicinandosi, si estendeva sopra la città.
Era una nube bassa e grigia, opprimente e buia che aveva finito per coprire quel piacevole sole invernale che aveva fatto capolino nelle prime ore del giorno.
Il contadino iniziò il suo lavoro di sempre, ma il pensiero andava verso quelle brutte sensazioni che provava di notte mentre dormiva, e a quella percezione di panico e di paura che non riusciva a spiegarsi.
Forse era stanco dei problemi che lo assillavano e della fatica quotidiana a cui si sottoponeva per non far mancare nulla alla moglie e ai suoi due figli piccoli, che erano lo scopo costante della sua vita.
La campagna, in cui lavorava a mezzadria, posta su un alto promontorio, era distante dalla città qualche chilometro e solitamente vi giungeva a piedi o in groppa al suo mulo Gero, docile compagno della sua fatica. Eppure da qualche giorno anche lui sembrava nervoso, scuoteva la testa con i crini che si disordinavano e agitava la coda in segno di disagio.
Nicola non riusciva a dare una spiegazione a quei fatti.
Non aveva studiato, eppure aveva imparato a conoscere la natura, a percepire ogni suo messaggio, a decifrare il suo linguaggio. Tutto era silenzio in quell’angolo di terra, tranne quel vento freddo che soffiava basso, trasportando con il suo triste sibilo, foglie secche, rametti e tutto ciò che incontrava sul suo cammino.
Anche gli uccelli, che volavano in stormi, non si vedevano, forse si erano nascosti chissà dove.
Dall’altopiano in cui si estendeva la campagna che Nicola lavorava, si poteva scorgere la città di Messina che si snodava attorno al porto, con le belle palazzine e i monumenti edificati nei secoli, con le navi in continuo transito e con la Madonnina che accoglieva il ritorno dei marinai.
Al di là dello stretto che separa l’isola dal continente, ecco le coste Calabre e la città di Reggio Calabria.
Tuttavia, quel giorno, Nicola svolse il suo lavoro come sempre, si fermò per una pausa al rintocco delle campane della Cattedrale, il cui suono giungeva sino a lui, e poi continuò il suo lavoro finché il sole non iniziò a scivolare dietro ai monti che stavano ad ovest di quel campo arato.
Quando giunse a casa, venne accolto dalla sua famiglia come sempre, tra i giochi rumorosi dei figli piccoli e dalla voce della moglie che mentre cucinava, teneva a bada i monelli.
«Marta!» la chiamò Nicola giungendo a casa.
«Che c’è Nicola, sono qui, non c’è bisogno che mi chiami così forte!» rispose la donna.
«Devo parlarti» era ciò che diceva a sua moglie ogni volta che aveva una preoccupazione e poi, chissà come, trovavano insieme la soluzione.
«Devo preoccuparmi?» fece Marta che, con i capelli raccolti sulla nuca e i vestiti lunghi e pesanti che ingolfavano la sua figura, mostrava più dei suoi anni e gli occhi dolci e buoni, in quel momento erano preoccupati e ansiosi.
Nicola le spiegò a voce bassa, come se si vergognasse «Da qualche notte provo una angoscia che mi fa stare male. Faccio sogni orribili e sento una grande voglia di andare via.»
«Perché?» chiese Marta, guardandolo preoccupata.
«Non lo so, moglie mia» rispose l’uomo quasi con un singhiozzo ed era evidente che provasse vergogna per quei sentimenti di paura.
Poi continuò «Sento qualcosa di strano nell’aria, nel cielo che è diventato buio, nel vento che sembra lamentarsi più del solito, gli uccelli poi non volano e Gero è diventato nervoso. Infine la notte sto male per quegli incubi in cui vedo tutto quello che mi circonda distrutto!»
Marta diede un sospiro, aveva immaginato chissà che cosa!
Aveva quasi voglia di ridere, ma il volto angosciato del marito la colpiva. Lui di solito era tranquillo e imperturbabile, non lo aveva mai visto in quello stato ansioso.
«Cosa vuoi che facciamo?» domandò allora Marta con tono comprensivo.
«Dobbiamo andare via, magari per qualche giorno…» propose lui con esitazione.
«E dove? Ci sono i bambini…» disse lei cercando di farlo ragionare.
«Ascolta Marta, in campagna dove lavoro, c’è una casetta disabitata. Chiederò oggi stesso a Don Ciccio se ci possiamo abitare qualche giorno.»
«Ma sarà fredda e sporca!»
«Una volta sul posto, puliremo la casa alla meglio e appena mi sarò ripreso un poco, torneremo in città.»
Nicola si dava la colpa e pensava si trattasse di una malattia.
Quel brutto presagio era davvero strano in quei giorni di festa. Ci si organizzava per festeggiare il nuovo anno e in molte case della città i preparativi tenevano in attività frenetica le famiglie.
Marta era convinta che suo marito si fosse intestardito in chissà quale pensiero, tuttavia decise di non contrariarlo e di seguire la sua volontà. Si sentiva spiazzata, ma facendo appello alla sua pazienza iniziò a preparare le loro povere cose, così l’indomani sarebbero partiti presto per andare insieme in campagna.
La mattina si presentò fredda e umida, Marta coprì bene i figli, eccitati dalla novità e col marito, una volta chiusa la porta della loro casetta, si incamminarono nella strada silenziosa, per sfuggire a una strana paura senza nome.
Erano impazziti, pensava sua moglie, ma mentre camminavano vedeva il marito farsi meno agitato, come se si allontanassero, passo dopo passo, da una voragine pericolosa in cui avevano rischiato di sprofondare.
Giunsero finalmente in campagna e aprirono quella casa solitamente disabitata.
Con loro sorpresa c’era nella stanza principale un bel camino che li avrebbe riscaldati, e la cucina. Nella stanza accanto avrebbero messo dei pagliericci per dormire.
«Marta perdonami per tutto questo, ma adesso mi sento meglio. Sono sicuro che fra qualche giorno starò bene» cercò di scusarsi l’uomo che provava un gran senso di colpa.
«Non ti preoccupare» rispose Marta «i bambini sono contenti e giocano, tu pensa a stare bene!» lo rincuorò sua moglie per tranquillizzarlo.
Nicola osservava quel cielo sempre più buio e la sua anima sensibile percepiva qualcosa di anomalo, che il comportamento di Gero, il mulo, confermava. Si rifiutava di lavorare ed emetteva dei suoni, come se piangesse.
Attaccata alla casa, si trovava una piccola edicola con una statuetta che riproduceva la Madonnina nera di Tindari, che sembrava benedire quel luogo. Marta e suo marito le rivolsero una preghiera in preda ad uno smarrimento sempre più grande.
In città, nel frattempo, la vita si svolgeva come sempre e nulla lasciava presagire la grande catastrofe che di lì a qualche ora avrebbe travolto tutti.

Esiste anche una leggenda.
La sera del 27 dicembre 1908 una donna fuori sé gridava per le strade:
«Sia male! Deve venire il terremoto che scelga le sue vittime e che ammazzi voi e tutta Messina.»
Alla donna avevano arrestato il figlio e correndo per le strade maledì la città siciliana.
Quella notte all’Osservatorio Ximaniano di Firenze, tutto sembrava come sempre.
Fu alle 5.21 che gli strumenti iniziarono una impressionante, straordinaria registrazione.
Da qualche parte stava succedendo qualcosa di molto grave.
Registravano un terremoto di magnitudo 7.1 della scala Richter, ma nessun altro dato era disponibile, se non tracce marcate dai pennini sui tabulati. I telegrafi ticchettavano e tutti stavano in attesa di notizie. Infine venne localizzato l’epicentro e vennero inviati i primi soccorsi, offerti da navi russe e inglesi in transito nelle vicinanze della città devastata con migliaia di morti e così Reggio Calabria e altri centri vicini.
Un grande boato aveva scosso il sonno dei cittadini, mentre un vento sibilante e compresso aveva accompagnato la tragica danza della terra.
A quella grave scossa che aveva raso al suolo le abitazioni e ucciso migliaia di persone, aveva fatto seguito un violento maremoto, con onde alte da sei a tredici metri.
Trentasette secondi in cui la potenza degli elementi aveva cancellato vite umane e animali, secoli di civiltà e grandi monumenti.
I soccorsi una volta sul posto, non poterono che constatare che si trattava di una tragedia immane, al di là di ogni immaginazione e che sarebbero stati necessari massicci aiuti per dare soccorso, cercare dispersi o sopravvissuti tra le macerie e poi col tempo avrebbero potuto iniziare la ricostruzione.
Dall’alto di quella campagna Nicola e Marta guardavano impietriti la tragedia della loro città rasa al suolo, compresa la loro piccola casa.
Piangevano in silenzio, ringraziando la Madonnina di essere vivi.
Ma erano salvi anche grazie a un istinto che avevano deciso di assecondare, a un sogno angoscioso, a un oscuro presagio senza nome e senza volto.
Il racconto di mia madre di quell’incontro casuale sul treno con quella famiglia, di cui ignoro anche i nomi, mi è tornato in mente all’improvviso, guardando su internet una foto di quell’avvenimento tragico.
A volte una parola, una musica, un profumo, un cibo, una immagine, bastano a rievocare un fatto, una storia, una persona, occultati negli angoli nascosti della mente, che sarebbero destinati a rimanere nell’ombra, se qualcuno non decidesse di raccontarli.

Il presagio è un racconto di Patrizia Lo Bue