IL SOSIA DI ALBERTO di Chiara Migliucci

Foto di Pixabay

C’era una volta … Così cominciano le favole.

Beh, questa non è una favola …

Una volta, però, c’era qualcuno che ora non c’è più, e noi dobbiamo iniziare così questa storia.

Questo qualcuno si chiamava Alberto ed il suo tempo è finito.

«Terminato in che senso?» vi starete chiedendo.

Senza troppi giri di parole, Alberto è morto. Se n’è andato una sera di maggio. Al suo fianco i figli devoti e una moglie stanca di un marito come Alberto.

Al suo funerale presenziarono in pochi, per gentilezza nei confronti della moglie, con un dolore, anch’esso, di cortesia.

Mentre la salma del nostro protagonista sprofondava tre metri sottoterra, la sua anima si dirigeva in un’altra direzione, ben lontana dai lustri terrestri. Era diretta verso un luogo che nessuno da vivo, volente o nolente, può vedere. Allo stesso tempo, un posto nel quale si è costretti ad andare una volta raggiunta la condizione di non essere più, come quella di Alberto.

Si destò, all’improvviso, come da un lungo sonno.  

L’ambiente intorno a lui era a colori pastello in una realtà, apparentemente, ancora di sogno in un silenzio cupo.

Un portone enorme, di legno massiccio, si materializzò d’avanti a sé.

Tre tonfi sordi, provenienti dal retro della porta, rimbombarono improvvisamente in tutta l’area. Poi il portale cominciò a scricchiolare. Infine, lentamente, si aprì.

«Vieni avanti!» ordinò una voce tenebrosa.

«Eccomi, sono qui!» rispose Alberto, intimorito, facendo un passo avanti.

L’enorme uscio si chiuse dietro di lui.

Alberto si girò di scatto e tentò di fuggire.

Ma l’ingresso era sparito. Non c’era più alcuna porta o ingresso o passaggio di sorta.

Si trovò in una distesa di fango.

Tutto intorno a sé sentiva dei sospiri. Erano sospiri tristi, come di chi cerca qualcosa senza trovarlo.

La sua mente ebbe una specie di folgorazione. Non c’era alcun dubbio. Lui si trovava nel primo cerchio dell’inferno, nel limbo, esattamente come lo aveva descritto Dante 700 anni prima.

«Vedo che hai capito, Alberto!» proferì una voce dall’alto «Ma questo non è il tuo posto, il tuo traghettatore ti accompagnerà presso la tua locazione!»

«Non è giusto! Io dovrei essere in paradiso o almeno in purgatorio!» ribatté lui.

«Non essere sciocco, Alberto, conosci bene le tue pene. Ora va, che qui si lavora e non si ha tempo da perdere. Non abbiamo mica l’eternità! O forse sì! …»  replicò la voce con una risata tetra che si perdette in lontananza.

Alberto si incamminò lungo un sentiero fangoso, costellato di ciottoli.

Da lontano vide un uomo, o almeno ne aveva le sembianze.

Alberto impallidì riconoscendolo nel figlio della notte. Egli aveva sempre immaginato Caronte come un uomo maestoso.  Si trovò d’avanti, invece, un anziano uomo, squallido e malandato. Era su una barchetta, anch’essa malconcia. Quella figura, insomma, mostrava tutte le sue migliaia di anni.

«Ti aspettavo, caro! Andiamo al tuo cerchio!  Monta su!»

La barchetta era piccola ma era piena di persone tutte ammassate e con il volto disperato come quello di Alberto.

Egli provò a rivolgere la parola ad alcuni di loro per tentare di assopire la paura. Nessuno, però, gli mostrò l’intenzione di voler socializzare.

«Puoi portare con te soltanto un oggetto: quello che a te è più caro. È stato già scelto per te, controlla pure!»

Alberto aveva con sé un piccolo zainetto. Non se ne separava mai. Lo aprì e ci trovò dentro un libro al quale era molto legato: “Il sosia” di Dostoevskij.

«Scelta curiosa!»  esclamò, con un sorriso perverso, il traghettatore. «Comunque, potrai leggere soltanto una pagina al giorno!» aggiunse con un ghigno crudele.

«Mi dica dove sto andando» supplicò, in ginocchio, Alberto.

«Beh, sai, io non sono onnisciente. Ho bisogno di conoscere la tua storia per sapere dove tu vada collocato. Bada bene, però, qualcun altro lo è. Perciò, sentirai, brucerai nella lava eterna, per sempre!» dichiarò, infine, con il suo solito sghignazzo maligno.

Alberto fu preso da un singulto, ma si fece coraggio e iniziò il suo racconto:

«Ho tanto sbagliato nella mia vita. Il peggior peccato, però, l’ho commesso nei confronti di mio fratello.

Ora io sono convinto che non lo incontrerò mai più per il resto della mia vita, in quanto sono sicuro che lui sia asceso al paradiso, dato il bravo ragazzo che era!   

Eh sì, dico ragazzo perché se n’è andato troppo presto il mio caro e perfetto fratello Antonio. Non dico “perfetto” a caso, io non uso mai parole a caso! Egli era davvero la perfezione incarnata in una persona.

Tanto per cominciare, partiamo dagli aspetti più superficiali, Antonio era bello come Apollo. Era scolpito dal muscolo più inutile a quello più evidente. E non aveva mai dovuto allenarne neanche uno.

Perdio, no!

Era un dono di natura la sua perfezione.

Aveva poi mille doti.

Riusciva a far tantissime cose all’unisono e a farle tutte egregiamente: era scultore di splendide statue, si cimentava nella pittura con ottimi risultati, anche a scuola e poi all’università era sempre stato perfetto. In somma in ogni azione in cui si cimentava risultava perfetto.

Io, dal canto mio, provavo un’ammirazione pazzesca per quel mio idolo più grande di tre anni.

Era assolutamente un modello a cui ispirarmi, e non avevo fino a quel momento mai provato moto d’invidia nei suoi confronti.  e per quanto non ne avesse bisogno, ero felice di aiutarlo a migliorarsi, per avere un modello ancora più impeccabile ai miei occhi!»

«Vai al punto, mi stai annoiando!» disse il perverso vecchiaccio con occhi di fuoco.

«Ma, ahimè, le cose cambiarono» continuò Alberto «quando conoscemmo una splendida ragazza. Era bellissima e ineccepibile anch’ella. Si chiamava Giulia. Era come un fiore in aprile. Aveva mani di seta ed ogni cosa che toccava pareva la carezzasse per farla migliorare e sbocciare. Inutile puntualizzare che me ne innamorai come un allocco.

Antonio, invece, era sempre stato restio all’amore. Sosteneva che innamorarsi era per deboli, perché dovremmo bastarci da soli, anche in amore, e innamorarsi non è altro che la forma che diamo alla nostra solitudine.

Ma quella ragazza era davvero irresistibile. Per la prima volta in vita sua, Antonio cambiò idea. Dato il legame stretto che avevamo, il mio caro fratellone mi confessò immediatamente lo smarrimento dei sensi che aveva avuto la prima volta che aveva visto quella dolce ragazza.

Io, dal canto mio, per cercare forse di farlo desistere dal conquistare quella ragazza, gli riferii immediatamente che provavo gli stessi sentimenti per la ragazza. Credevo che essendo una persona buona e altruista avrebbe capito e avrebbe lasciato Giulia a me, che tra l’altro non avevo mai avuto una ragazza.

Purtroppo, così non andò, e si scatenò l’ira di Antonio.

Seguì il più feroce litigio di cui io abbia ricordo nella mia vita, nel quale mio fratello sosteneva che non facevo altro che imitarlo, prosciugandogli la vitalità. Sosteneva che avrei dovuto farmi una vita mia, con dei gusti miei. Dato che lo imitavo nell’essere innamorato di Giulia, quella ragazza spettava di diritto a lui. Io, però, non avevo voglia di sottomettermi alla richiesta di Antonio e gli tenni testa.

In altre parole, decisi che avrei provato a conquistare quella ragazza per conto mio, superando mio fratello per la prima volta in vita mia.

Ma, come avevo già previsto nell’ottica della mia bassa autostima nei confronti di mio fratello, lei era sempre più propensa a scegliere mio fratello.

Più la corteggiavo, più lei mi parlava di lui.

Capii, quindi, che non avevo molta scelta se non quella di lasciare a mio fratello quella splendida occasione chiamata Giulia.

Un evento straordinario, però, arrivò a stravolgere le cose: la morte improvvisa di mio fratello.

In seguito a questo tragico evento, io ebbi campo libero per potermi accaparrare la splendida ragazza.

Quindi, caro traghettatore di anime, qui sta la mia colpa: aver gioito della morte del mio caro fratello.

Me ne approfittai in tutti i sensi in quanto ora quella splendida rosa è mia moglie. Anche se ora la rosa è appassita, resta sempre una splendida donna ed ero felice di averla al mio fianco.

Lei, dal canto suo non era così felice.

Durante le nostre litigate continuava a ricordare Antonio, di come io mi fossi approfittato della sua morte per abbindolarla e conquistarla.

Aveva ragione! Sono stato un uomo pessimo! Quindi ora mi porti al mio cerchio, sono pronto alla dannazione eterna!»

«Non ha detto tutta la verità!» proferì una voce dall’alto.

«Ho confessato la mia colpa! Cosa volete che faccia di più?»

«Non è colpa tua, caro Alberto, purtroppo tu non hai memoria di quanto è accaduto realmente. Mettetevi comodi! Vi racconterò una storia, molto più affascinante e tetra di quella proposta da Alberto.

Dovete sapere che Alberto non è solo nel suo essere ma ha un doppio a tenergli compagnia. Ebbene sì, un sosia.

Si chiama Alberto come lui e prende le decisioni più malvagie della coppia.

Si trova a vivere nel suo stesso corpo.

L’Alberto malvagio è stato sepolto per anni sotto il buon Alberto che riusciva, tutto sommato, a tenerlo a bada.

Quando, però, si scatenò l’invidia per il fratello, il sosia tornò in superficie e prese il sopravvento sul buon Alberto.

Fu così che il malvagio decise di assassinare il suo caro e perfetto fratello.

Lo fece in maniera magistrale, somministrandogli un intruglio di veleni che non lasciavano traccia sul cadavere del povero martire.

È, quindi, questa la tua colpa Alberto, aver commesso un fratricidio. Ti spetta, perciò, la pena peggiore e giacerai per l’eternità con Caino, come te, omicida di suo fratello!»

Solo a quel punto la barca mal ridotta accostò sulla riva e si trovarono nella caina, zona dedicata agli omicidi dei propri fratelli.

E per l’eternità Alberto sarà costretto a leggere il suo stesso libro, che gli ricorderà giorno per giorno, il suo efferato passato.

IL SOSIA DI ALBERTO è un racconto di Chiara Migliucci

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