IL TEMPO SOSPESO di Antonella Buttelli

Foto di Peace,love,happiness da Pixabay 

Non sempre i ricordi riescono a dare conforto.

Allontanarli dal nostro pensare può diventare condizione di sopravvivenza.

Allontanarli dalla mia esistenza fu un atto di puro egoismo, adesso ne sono consapevole, ma allora non avevo altro modo per poter risollevarmi dal baratro entro il quale ero sprofondato in quel lontano 2022.

Anno che segnò purtroppo anche l’inizio della decadenza culturale e del progressivo annullamento di tutte le risorse della Terra.

Un’area infinita e desolata quella in cui ora viveva il genere umano, gradualmente omologato in anni di condizionamento collettivo.

Le nuove generazioni, liberate dalla maggior parte delle malattie, venivano private di affettività di alcun genere. 

Del precedente millennio restavano qualche migliaio di persone, confinate.

Ora sopravvivono solo organismi rielaborati in laboratorio, nutriti chimicamente per equilibrare le proprie risorse interne, adattandole all’assenza di alimenti naturali.

Esseri perfetti, ma vuotati dei colori dell’anima: acromatici esseri viventi.

Vivono su anelli sospesi, come metropoli artificiali sopraelevate, a metà tra ciò che è, e ciò che è stato di questo pianeta sconfitto e malato, chiamato Terra e che, del mio tempo, non possiede più nulla. 

Chi vive sugli Anelli, tuttavia, deve stare ben attento a non precipitare oltre quel confine, laddove non esiste altro che il Presente. Perché il Futuro, da noi, non esiste.

Ottobre 2030.

Elena è sola, svuotata da ogni desiderio, i progetti e le attese non le appartengono più.

Dopo il drammatico evento che coinvolse tutta la sua famiglia, tre anni addietro, non ha più nessuna ragione che le conceda un appiglio a questa vita.

Autunno come allora, con quegli interminabili giorni di pioggia, incessante, fastidiosa, snervante.

Elena si avvicina alla finestra, scostando la pesante tenda che lambisce il pavimento e, quasi con timore, appoggia il palmo della mano sul vetro.

Opaco e freddo come una lastra di ghiaccio, dilatando le dita come a voler appropriarsi di tutta la superficie disponibile.

Chiude gli occhi.

A quel contatto così freddo e umido, il palmo della mano si contrae nuovamente, chiudendosi a pugno, come una carezza fermata nel tempo.

Un tempo apparente, svuotato.

Un tempo lontano, struggente, come quando da bambina la bisnonna Adele le raccontava la sua fiaba preferita, “La Regina dei ghiacci”, descrivendo minuziosamente i luoghi, i personaggi, scandendone le parole, soppesando i dialoghi.

Mimando persino le emozioni dei protagonisti.

La saggia bisnonna, capace di evocare incantesimi e magie soltanto con il suono della sua voce.

Adesso non c’erano più fiabe da raccontare, o emozioni da condividere. 

Quel vetro, dove ancora era appoggiata la sua mano, sembra piuttosto un sipario capace di isolare Elena dal mondo. 

Un mondo che non le apparteneva più e del quale, soprattutto, non voleva più farne parte. Non senza di lei, non senza Lisa.

Pioggia battente, tanto violenta da non dare tregua nemmeno al discendere delle innumerevoli gocce che terminano la loro corsa a terra, nella fanghiglia depositata sulle strade. 

Quella melma e le foglie che vi si trascinavano dentro, le evocano mondi sconosciuti, mondi agli albori. Ancor prima che si creasse la vita, quando l’unica matrice comune era il caos e l’acqua.

Lo stesso caos che adesso scandisce le sue giornate, che popola la sua mente e al quale vuole totalmente abbandonarsi.

Elena si allontana dalla finestra ed abbassa la tenda, dirigendosi infine verso la camera da letto.

Di nuovo supina, come un paio d’ore prima, di nuovo immersa in un oblio senza suoni e tra mura pregne dell’odore della solitudine e del rimpianto. 

Privata degli affetti più cari, sacrificando consapevolmente tutto, certa poi di trovare la forza per sopravvivere. 

Dimenticando Antonio ed il loro amore, smarrito anch’esso nel loro inabissarsi sempre più. In una scelta più grande di loro.

Ingoia la compressa che ogni sera l’aiutava ad assopirsi.

“Ne prenderò un paio in più” dice a se stessa “così avrò maggiori possibilità ad addormentarmi, almeno questa notte”.

Un po’ alla volta i suoi terribili pensieri si placano.

Raggiungono una dimensione sconosciuta, di quiete, un limbo dove il primo sonno le riporta Lisa accanto.

Poco più di una neonata, meravigliosa e profumata, un odore mai dimenticato, un aroma che ogni giorno Elena ricercava negli abiti della figlia, conservati accanto ai suoi.

Poi sprofonda velocemente, nel tunnel buio dei suoi ricordi.

 «Lisa, Lisa… Dove sei?».

Un suono assordante quello della sua voce in fondo alla profonda cavità.  

Nel sogno le sue membra si disperdono   tra acque scure, mosse da correnti gelate.

Ad Elena pare di sentire il freddo di quell’acqua salata arrivare fino ai suoi organi, fino al cuore. 

«Lisa, dove sei? Rispondimi, per favore…».

L’urlo gutturale di Elena si fa sempre più debole, il suono vaga tra i flutti e finalmente giunge fino a Lisa.

Improvvisamente la vede apparire in lontananza, minuscolo bozzolo sospeso appena sopra il fondale di quello sconosciuto mare.

Lisa, sua figlia, dilaniata dal mercenario di vite umane più terribile al mondo, racchiusa tra ghiaccio e strani congegni.

Otto anni prima, nel 2022.

Totalmente conscia, allora, della scelta fatta dalla figlia.

Pienamente consapevoli entrambe.

Inizialmente era d’accordo con il desiderio della figlia: farsi ibernare in attesa di una cura al suo male.

Quella decisione adesso, dopo otto terribili anni, le sembra inumana.

Non riuscire nemmeno a pregare in memoria di sua figlia, non poter placare almeno un poco il proprio dolore, su una tomba, adagiando un fiore a terra, le stava togliendo la forza per andare avanti.

Le stava togliendo pure il senno.

 «Se ci sarà un futuro per te, Lisa, e per tutti quelli che stanno attendendo come te, io non ci sarò, non voglio esserci. Non con queste sembianze almeno. Per fortuna, non si può vivere in eterno».

Furono gli ultimi pensieri di Elena.

Ottobre 2075.

La ragazza, distesa supina, tenta nuovamente di muoversi.

Si concentra sulle falangi della mano destra, cercando di alzare almeno un dito.

Nulla.

“Dove sono? Non riesco ad aprire gli occhi. Le palpebre e le labbra serrate. Ho paura. Sento freddo, un gelo terribile… se davvero sto dormendo, perché ho la precisa sensazione di essere sveglia? Cos’è questo  odore, aspro, fresco, pungente?  Sento anche un fruscio, come se qualcuno stesse accartocciando della carta…Posso farcela, devo concentrarmi meglio sul mio corpo, su ogni singola cellula».

Tutto poi diventa innaturalmente silenzioso. Persino l’accartocciamento di prima ora è scomparso.

In lontananza, alla ragazza, sembra di udire un debole sibilo, come quello di un trapano da dentista.

Quel suono non la tranquillizza affatto.

L’ipotesi che possa trattarsi di un sogno, un sogno vigile peraltro, travestito da terribile incubo, sfiora la sua mente per pochissimi secondi. Nei sogni però tutto avviene in modo velocissimo, spesso convulso, e soprattutto le immagini, le situazioni sono visibili.

Tutto le appare oscuro invece.

Sospesa dentro un corpo che percepisce ma non riesce a muovere e del quale non ricorda nulla.    

“Il mio nome, qual è il mio nome? Se mai ne abbia mai avuto uno. Donna, uomo, giovane, anziano… Non ho risposte nemmeno a questo”.                                                               

Tuttavia il pensare a una “se stessa” le fa supporre di essere donna.

Improvvisamente quel sibilo lontano si fa più preciso, poi diventa acuto, fastidioso. Lacerando infine la sua persona totalmente, in modo inumano.

“Questo peso nel centro del petto mi fa urlare di  dolore…”.

I pensieri di Lisa diventano ancora un groviglio di paura e sofferenza, ma nessun suono sembra uscire dalle sue labbra.

Solo quel rumore metallico di sottofondo.

Lentamente si attenua ed anche il corpo della giovane si placa un poco.

Un piacevole calore la invade, conducendo la ragazza verso la porta della sua nuova esistenza.

Anche se lei ancora non se ne rende conto.

Questa volta, davvero, si addormenta.

Aprile 2076.

L’uomo cammina debolmente, si appoggia al bastone mentre affonda nel terreno, con una sorta di rispetto per l’antica bellezza posta sotto ai suoi piedi. 

Foglie dorate discese dai radi tigli rimasti a fiancheggiare il viale di accesso.

Quelle manciate di foglie adagiate a terra in modo ora scomposto, mesi prima apparivano appese con tenacia alla linfa del maestoso albero.

In parte simile alla sua esistenza, giunta ormai all’imbrunire, a quell’ora del giorno quando le ombre si allungano a dismisura, sottili e incorporee.

Addentrandosi poi nella notte.

La solita breve passeggiata pomeridiana, quella dell’uomo, prima di rientrare per la cena, anzitempo.

Come sempre negli ultimi nove anni.

Quei quattro passi lo aiutano ad affrontare la lunga sera e la notte, che non passano mai.

Nella struttura  A.S.C. di “Adattamento Senile Conclusivo” (così ora denominata quella che un tempo era la Casa di Riposo) si cenava alle 18.00.

Non un attimo dopo.

Alle 19.00 due chiacchiere nel salone adibito alla condivisione di momenti relazionali.

Da quell’inverno del 2020, durante il quale un terribile virus aveva decimato la popolazione mondiale, vi era stata una catastrofica involuzione del genere umano.

Dal 2030 ciclicamente il virus si ripresentava, in particolare colpendo l’area degli Anelli sospesi, nonostante vi vivesse la popolazione più giovane e selezionata, la più forte.

Antonio viveva invece nell’ Area denominata Presente, insieme alla popolazione più anziana e che pareva intaccabile dal virus.

In quella zona degradata, vivere era l’unico privilegio possibile.

Un giorno alla volta senza nessun progetto al di fuori delle 24 ore.

Nei nove lunghi anni di permanenza nella struttura non gli era sfuggito nulla: aveva annotato gli innumerevoli prelievi di sangue che ogni mese erano costretti a subire.

Il loro potente sistema immunitario era oggetto di studio da anni, al fine di poter continuare a fornire i vaccini necessari.  

La pandemia era servita proprio a questo: rifornirsi di cavie perfette a garantire le continue sperimentazioni.

Minando tuttavia l’integrità mentale degli anziani ospiti della struttura e non solo.

Negli ultimi cinque anni si era passati da 245 a 190 anziani presenti in struttura ed il processo involutivo pareva inarrestabile.

Alle 18.55 Antonio si diresse verso il salone, ben sapendo che avrebbe trovato poche persone delle 190 ricoverate, in grado di formulare un pensiero lucido e coerente.

Si riteneva fortunato a conservare ancora un’ottima memoria e capacità di intendere e di volere, che sapientemente celava agli addetti della struttura. 

Sapeva bene cosa sarebbe successo se solo si fossero resi conto di questa sua longevità mentale e soprattutto di quanto stava annotando, con un alfabeto di sua invenzione, mascherato da formule chimiche.

Voleva che sembrassero i ricordi strampalati di un vecchio insegnante di chimica al liceo.

Nella struttura era unicamente permesso attingere informazioni su una parete olografica, le immagini presenti erano programmate e ben poco attendibili.

La notte però la situazione cambiava. 

Gli addetti proiettavano nei loro spazi privati immagini ben diverse, che non davano adito a nessun dubbio: il Mondo ormai era privo di radici fertili.

Nell’area denominata “Anelli sospesi”, dove si riteneva che l’aria fosse più sana e respirabile, pareva che tutto procedesse con le stesse dinamiche di cinquant’anni addietro.

Tuttavia niente di quello che facevano vedere era veritiero, ogni persona ed ogni situazione erano governate da un preciso progetto di condizionamento,

L’insonnia di cui soffriva Antonio, causata anche da quelle scoperte che furtivamente era riuscito a vedere, era una sorta di autoconservazione.

Quando infine crollava in un sonno profondo, i ricordi riaffioravano tutti.

Ricordi meravigliosi ed insieme, momenti terribili dove il tempo pareva dilatarsi all’infinito. 

Si apriva la porta dell’inconscio e i fotogrammi della vita di Antonio si depositavano dappertutto, ricucendo la sua vita ogni notte.

Le stesse ferite di allora si riaprivano, dalle quali uscivano i frammenti di un’esistenza intera. 

Schegge di dolore si conficcavano nel costato.

Ogni volta.

Elena vicina a lui, Elena che lo accarezzava, Elena che baciava il suo viso.

Poi la loro bambina, Lisa, dagli occhi come il cielo, al profumo di buono.

Lisa che non dorme e che soltanto nel lettone tra loro riesce a prendere sonno.

La loro vita a tre, meravigliosa e debole al tempo stesso.

Quindici anni volati come aquiloni felici di vagare leggeri tra nuvole e battiti d’ali.

Poi la terribile tempesta, quella che non ci si aspetta e che prende all’improvviso forze e speranze.

Gli aquiloni precipitano quando il vento diventa impetuoso e le correnti avverse.

Ottobre 2075.

“Un profumo dolce e soffuso mi circonda, mi avvolge totalmente. Mi piace. Mi sta accompagnando, adesso riesco a percepire il mio corpo e lievi brividi scorrono sulla mia pelle”.

La ragazza  ruota la testa verso destra, sempre ad occhi chiusi, cercando con le narici la fonte di quel profumo.

Poi le sue dita, distese lungo il corpo, sfiorano debolmente le gambe nude e un tremore la invade.

Alcune parole ora sembrano avere un senso: ripresa, sguardo vigile, cura ottimizzata, stabilizzazione…

“Provo nuovamente un freddo terribile, non vedo nulla. Aiutatemi, per favore…”.

Lisa cade in un torpore vigile e controllato: vede una casa, una  donna e un uomo   abbracciati, stanno piangendo.

Poi l’uomo si stacca dalla donna e le afferra le spalle.

Urla.

Un suono violentissimo, come se fosse stato trasportato da una tormenta.

 «Perché Elena, perché questa scelta?» sta dicendo alla donna, senza smettere di fissarla.

 «Sarà sola, dopo, spaventata. E per noi, da quel momento in poi, sarà come morta, una morte apparente e terribile».

“Chi sono quelle persone, perché continuano a parlare di morte… Cos’è, la morte?”.

Pensando a quanto ha appena visto ad occhi chiusi, nell’oblio che sta provando, Lisa riesce a spalancare completamente le palpebre.

Osserva l’ambiente in cui si trova: vede il suo corpo di donna, dal collo in giù muoversi debolmente, ma muoversi finalmente.

È distesa e completamente nuda, una specie di coperchio trasparente lattiginoso la ricopre.

Ci sono diverse persone attorno a lei, delle quali vede soltanto gli occhi. 

Due di loro la aiutano a sedersi sul bordo del piano sul quale è distesa, sostenendole la schiena.

  «Lisa… Stai tranquilla, va tutto bene, anche se non ricordi nulla e non riesci a parlare. Sta andando tutto nel migliore dei modi, ti abbiamo risvegliato, stai riprendendo conoscenza… Un po’ alla volta ti spiegheremo cosa è successo».

«Domani inizieremo l’adattamento psicologico e motorio in questo Hospital di Primo Intervento di Post-criogenesi.  In pochi mesi potrai fare quello che vorrai».

Aggiunge l’altro personaggio con una voce metallica che a Lisa sembrava riempisse tutta la stanza.

«E il 2075 offre molte opportunità, vedrai».

“Quindi Lisa è il mio nome, femminile. Per tutto il resto non ricordo nulla, nemmeno le persone viste prima ad occhi chiusi mi sono familiari. Hanno detto 2075… Per me è solo un suono. Sono tranquilla adesso e soprattutto, so di essere viva… Solo questo è importante”.

Maggio 2076.

Quella mattina Antonio sentiva il desiderio di fare colazione in veranda.

Era ancora gradevole stare all’aperto, soprattutto il mattino presto: il sole non ancora alto era clemente sulla pelle ed il vento, per qualche ora, non si sarebbe fatto sentire.

Ormai   le giornate primaverili di quel 2076 erano segnate da cambiamenti atmosferici repentini e violenti.

Gli abitanti degli Anelli rinchiusi negli alloggi strutturati adeguatamente, in edifici impenetrabili e rigorosi, costruttivamente indistruttibili per qualunque genere di cataclisma.

Confinati come topi. 

La colazione fu come sempre, chimiche rielaborazioni di appetibili forme che del passato conservavano solo il colore e l’incarto.

Tutto il resto era anonimo e quasi insapore.

Tuttavia Antonio si sentì appagato anche sola dal tenere tra le deboli mani quella tazza fumante di surrogato di caffè, sbocconcellando l’informe brioche.

Un forte rumore vorticoso in fondo al viale attirò la sua attenzione, alzò lo sguardo oltre il limite della recinzione, ove si apriva una grande area incolta e desolata, un tempo il più importante parco della città.

L’elicottero governativo, dal tipico colore verde e pale rosse, stava già toccando il terreno e, nel suo atterraggio velocissimo, aveva sollevato un’enorme e invadente quantità di sabbia giallastra.

Il cielo sereno di un’ora prima si stava già oscurando, mentre una leggera ed insistente pioggia aveva iniziato a discendere.

“Ancora poche ore e il vento travolgerà ogni cosa”.

Ripetè Antonio a se stesso.

“Ci hanno pensato questi signori in elicottero a sollevare la polvere ancor prima”.                                                        

Impiegarono non più di cinque minuti a raggiungerlo sulla veranda, poi i tre uomini vestiti di scuro, discesi dall’abitacolo volante, lo salutarono composti, menzionando il suo nome e cognome come se lo conoscessero da sempre.

«Miracoli della vostra epoca, sì, credo di essere Antonio Vitali, uno degli ospiti di questa Unità. Non ricordo altro. Ho dimenticato un appuntamento forse?».

Doveva continuare ad apparire incerto ed insicuro, si sforzò persino di balbettare un poco.

Non voleva destare sospetti riguardo alla sua reale condizione mentale, mai come allora era attento ad ogni particolare.

Si era infatti accorto che sul piccolo stemma che i tre individui avevano applicato sul bavero della giacca appariva una sigla: HPPC, Hospital Primo-intervento Post Criogenesi.

«Nessun errore sig. Vitali, siamo qui per lei. Abbiamo una bella notizia da comunicarle».

«Una bella notizia… Faccio fatica ad immaginarmela».

Antonio iniziò a ridacchiare confuso, poi aggiunse: «Scusate, signori, a volte confondo le persone e pure i miei anni».

Gli uomini presenti si guardarono impassibili, poi fu il più basso e mingherlino a parlargli.

«Come lei saprà dalle notizie che circolavano già dieci anni fa, la nostra equipe medico-scientifica sta riattivando tutte le funzioni vitali delle numerose persone che, dalla fine degli anni 90, si erano sottoposte ad ibernazione in attesa di una cura risolutiva alle loro gravi patologie».

«Non credo mi riguardi l’argomento, non ho familiari in tali condizioni, né parenti stretti».

«Signor Antonio, vostra figlia Lisa, ricordate? Nel 2022 si sottopose al trattamento di ibernazione, detto criogenesi. Appunto, al riguardo volevamo informarla che, sei mesi fa, è iniziato con successo il suo risveglio biologico. Ora si è concluso il processo di guarigione dal tumore alle ossa del quale soffriva».

Gli spiegarono che le autorità erano eticamente obbligate ad informare eventuali parenti in vita. 

Restava soltanto lui, suo padre.

Per un attimo che parve infinito, mentre le condizioni atmosferiche erano in repentino

peggioramento, l’anziano ospite non proferì parola.

Poi, con tono deciso, si rivolse a tutti loro:

«Lisa, la mia unica figlia. Certo che ricordo di lei… Pensavate forse che la vecchiaia oltre che del mio corpo si stesse nutrendo anche della mia mente? Pensavate che i vostri esperimenti mi avessero spappolato il cervello come agli altri presenti in questo Lager?  Voi siete uomini senza compassione… Senza etica».

Ormai non era più necessario fingere di essere privo di memoria.

Non gli importava più degli esperimenti che avrebbero potuto fargli in seguito.

Lisa si era destata, come la Bella Addormentata, che ci mise cent’anni.

Sua figlia invece aveva impiegato meno della metà del tempo.

Ma loro non erano i protagonisti di una fiaba.

«Voi vivete sugli Anelli e non conoscete il rimpianto, non avete ricordi, non conoscete la sofferenza della malattia, ma nemmeno la speranza della guarigione. Non conoscete

la compassione negli occhi dell’altro, la dedizione verso chi sta male. Voi non conoscete    l’amore e l’altruismo. Non potete capire, Lisa per me è morta nel 2022».                                                                              

Si stava alzando un forte vento e la temperatura era in rapida discesa.

Antonio si diresse al portone d’ingresso dell’Unità di Adattamento senile, con vigore percosse l’anta con la testa del bastone da passeggio.  

Si aprì nell’attimo successivo all’ultimo rintocco, poi si girò verso i tre uomini che avevano ripreso a parlare e che erano rimasti immobili al loro posto.

Mentre il forte vento sembrava portare via i loro abiti tanto li stava percuotendo con tenacia.

«Sig. Vitali, però c’è un unico inconveniente nel processo di stabilizzazione di vostra figlia.   Non possiede più la memoria pregressa di quanto le apparteneva un tempo».

Gli spiegarono che la criogenesi, in tutti i pazienti recuperati, aveva creato una specie di barriera temporale, ma anche emozionale di quanto apparteneva alla loro vita precedente.

Lisa si trovava in una sorta di amnesia totale ed inespressività.

«Inconveniente dite, lo chiamate inconveniente. Come se si potesse congelare l’anima, pretendendo poi di ritrovare l’essenza dell’essere umano. Niente di più assurdo e dissacrante».

«Torneremo a prenderla, per portarla da sua figlia. Quando il tempo si placherà».

«Tornerete dite, ma un’anima non va in stand by. Ed io nemmeno».

Antonio sospirò malinconicamente.

«Buona giornata, signori».

Si voltò, entrò lentamente nell’edificio dirigendosi verso la propria unità.

Era stanco, voleva stendere le gambe un poco.

Così rimase, fino all’ora di pranzo, ad occhi socchiusi e con la mente altrove.

A quei giorni felici e ricchi di amore e gioia nei sorrisi della figlia e nello sguardo di sua moglie.

Tutto ciò che avrebbe fatto da lì in avanti era continuare a pregare, nel nome di Lisa, in memoria di Elena.

Ottobre 2076.

Lisa è in procinto di andarsene dall’HPPC, rimasta un paio di mesi in più rispetto agli altri ricoverati come lei per espletare alcune formalità burocratiche.

Del resto sapeva di essere l’unica con ancora un familiare in vita. 

Ha tra le mani alcuni fogli stampati nel 2022, in basso a sinistra si leggono due firme, una è il suo nome e cognome e l’altra è quello di sua madre.

A lato il marchio governativo.                                                                  

Il nome di suo padre Antonio era presente soltanto come postilla, nella quale si dichiarava contrario al trattamento di criogenesi.

Lo sguardo di Lisa per un attimo si dirige lontano, oltre ciò che appare incorniciato dalle enormi finestre, come se vedesse quel mondo che apparteneva al passato.

Chiude gli occhi e pone le narici sulla carta, sulle firme apposte dove appare l’impronta di rametti, forse un tempo fioriti.

Sente un lieve profumo proprio sopra quelle macchie.

Si alza, inizia a camminare nervosamente lungo il corridoio vetrato dell’edificio nel quale un anno prima era avvenuto il suo risveglio ed il suo recupero.

Tra le righe di quei documenti si menziona persino la mancanza di affettività e di ricordi dal momento del risveglio nell’Hospital.

Tutto era dettagliatamente indicato.

Tranne un particolare che non potevano prevedere.

Sentire l’odore di quei fogli, custoditi in una busta di plastica, dove suo padre aveva riposto quei piccoli rametti di lavanda, aveva riportato alla luce, nel vuoto della sua mente, l’ultimo ricordo.

Che affiorò tagliente come una lama di luce nel buio della notte: l’abbraccio di suo padre e sua madre, prima di addormentarsi per sempre.

Bastò quell’attimo per far riaffiorare il passato, si insinuò dentro di lei, irrorando ogni cellula con l’elisir più prezioso: l’amore.

Suo padre avrebbe compiuto entro pochi giorni novantacinque anni ed in quei mesi non aveva mai voluto incontrarla.

Del resto neanche lei non aveva mai fatto nessun tentativo di riavvicinamento.

Il lungo anno trascorso all’HPPC adesso assumeva una fisionomia diversa.

Ripercorse i giorni trascorsi attimo per attimo con eccezionale lucidità.

Uno dei privilegi del processo di riadattamento, dopo l’immersione in azoto liquido a  

-196 gradi, era stata l’acquisizione di una sorprendente memoria.

Lisa avrebbe potuto leggere una enciclopedia intera e riuscire a conservare ogni parola nella sua mente.

Si rese conto che il condizionamento al quale era stata sottoposta in quell’anno riguardava solo la sfera psicologica.

Il corpo era stato guarito molto prima del suo risveglio cosciente.

Agire sugli aspetti sensoriali era una tecnica consolidata in quegli anni, tuttavia avevano sottovalutato l’olfatto, uno dei sensi prevalenti nell’essere umano.                                                                     

Quell’insignificante rametto incastrato tra i fogli, gli era sfuggito, ma proprio da quella dimenticanza ora lei sapeva bene cosa fare sia di se stessa che del rapporto con il padre.

Del resto anche lei come lui era stata una vittima in tutti quei lunghi dodici mesi.

Una lacrima le bagnò il viso, lentamente scese fino alle labbra.

Un sapore nuovo, che le portò ancora sensazioni struggenti ed intense.

Si riappropriò di quei colori abbandonati, o meglio dire, rubati da mesi di condizionamento. Il cuore iniziò a battere più velocemente, come se il sangue avesse ripreso a scorrere in tutta la sua potente appartenenza all’essere umano.

Il 30 dicembre del 2076 alle 9 di mattina, di un giorno non diverso dagli altri di quei lunghi inverni, una giovane donna si incamminò verso la Struttura ASC, in un’area denominata “Presente”.

Alle sue spalle gli stessi tre uomini vestiti di scuro che un anno prima avevano percorso quel viale.

Non la perdevano di vista un secondo, morbosamente attenti alle reazioni della ragazza, abilissima a nascondere ogni dettaglio della forte emozione che invece stava provando davanti a suo padre.

Lisa si sedette sotto la veranda antistante l’ingresso, era una mattinata tiepida, ancora per poco, ma aveva tutto il tempo per fare ciò che doveva.

«Ciao papà… Come stai? Auguri per il tuo compleanno, mi spiace di non essere arrivata in tempo».

«Ciao ragazza, chiunque tu sia, ti ringrazio… Fa sempre piacere ricevere nuove visite, ma non sono tuo padre…. Mia figlia morì nel 2022. Adorava il profumo di lavanda, sai?».

Il silenzio in cui si trovarono immersi tagliava l’aria come un’antica katana.

Bastò uno sguardo ad entrambi per comprendere ogni cosa e soprattutto ad Antonio fu chiarissimo l’anima di Lisa, ancora padrona del suo corpo. 

E lui ancora padrone del suo cervello.

Non tutto era perduto.

In un tempo senza data.

I ricordi ti vengono a cercare, ad un certo punto della vita.

Magari pensi di averli cancellati per sempre, oppure smarriti tra le pieghe dei tuoi anni.

Non si devono avere certezze indissolubili, può accadere qualcosa che li riconduce a te, dandoti nuova luce e riaccendendo la fiamma della speranza.

Sono nato nel 1981, ho avuto un’unica figlia nata nel 2007, deceduta nel 2022 per un male incurabile, a quel tempo.

Cinquant’anni dopo me la sono ritrovata davanti, più bella che mai, con gli stessi quindici anni del suo ultimo compleanno.

Pensavo che l’anima non potesse riappropriarsi di un corpo addormentato, pensavo che niente potesse risvegliare un cuore se prosciugato dei ricordi e soprattutto dell’amore.

Sbagliavo, mi è bastato solo un attimo seduto davanti a mia figlia per rendermi conto che non era assolutamente come pensavo e nemmeno come mi avevano fatto credere.

Dovremo stare attenti, da ora in avanti, molto attenti a non far trapelare nulla.

Neppure tutto ciò che Lisa ha annotato nella sua eccezionale mente ed io nei miei appunti travestiti da formule chimiche, di un vecchio matto quasi:

“Il grigio genere umano che popola ora questo Pianeta forse ha ancora una possibilità. Se il Mondo deve finire, finirà senza sconti per nessuno, ma se esiste una possibilità di salvezza, seppur remota, farò di tutto per aggrapparmi ad essa. Fino al mio ultimo respiro…. Con Lisa, in memoria di Elena, sua madre”.

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