Indagini di fuoco

INDAGINI DI FUOCO

Capitolo I

Il Vicecommissario Paolo Caldieri era seduto alla scrivania del suo Ufficio di via Fatebenefratelli e consultava il Mattinale pensieroso.
Pochi arresti ieri sera, sicuramente il Dirigente mi chiamerà. «Caldieri, ma come mai la sua squadra batte la fiacca?» Che cosa gli dirò… le solite cose, che sono arrivato a Milano da Torino, mia città natale, per fare un’esperienza di Squadra Mobile solo da qualche mese, che non c’è ancora amalgama con gli uomini della Sezione, che la mia specialità sono gli stupefacenti e al limite gli omicidi, e che all’Antirapine devo farci l’abitudine… Glielo dico o no che il mio Vice, l’Ispettore Carrisi, mi fa la guerra e che pensa sia solo un dottorino che non conosce la strada, come dice lui ?
Ma, no, non è il caso, devo conquistare la sua fiducia, prima o poi ce la farò, anche se è difficile.
In fondo non era proprio di primo pelo. Si era già fatto tre anni in polizia in Commissariato a Torino e il mestiere lo conosceva.
Si alzò e cominciò a guardare il fascicolo dei sospetti della rapina della settimana scorsa ai danni della BNL di Piazza Virgilio.
Osservò con attenzione i fotogrammi tratti dal sistema di videoripresa e le foto segnaletiche che Carrisi gli aveva passato, senza riscontrare alcuna somiglianza.
«No, questi non c’entrano niente, ma che gli è venuto in mente a Carrisi di passarmeli? Bisognerà fare altre ricerche.»
Mentre continuava a osservare silenzioso le foto segnaletiche e i fotogrammi della rapina, squillò il telefono interno. Era l’Ufficio di Gabinetto del Questore. «Buongiorno Dottore, le volevo ricordare che domenica prossima è di turno allo stadio. Purtroppo le tocca, poi, ci pensiamo al prossimo mese, va bene?» «Ma sì, certo non si preoccupi, prendo nota.»
Mentre stava scrivendo la data del turno sull’agenda, entrò nell’Ufficio, l’Ispettore Giuseppe Carrisi, il suo Vice. Era un uomo che aveva oltrepassato la quarantina da un bel pezzo, capelli ancora neri, sguardo acuto e movimenti agili. Portava sempre la pistola infilata nella cintura anche in Ufficio e aveva un’aria quasi sempre accigliata.
«Buongiorno Dottore, ha un attimo?»
Ci siamo, si deve lamentare di qualcosa o di qualcuno e mi deve dire che per il caso della rapina siamo in alto mare.
«Se andassimo a prendere un caffè? In fondo è metà mattina e non l’abbiamo mai preso insieme.»
Paolo lo guardò con attenzione e si avvide che quel giorno Carrisi aveva un’espressione diversa dal solito; non era accigliato, sembrava incerto e quasi in apprensione.
Che cosa sarà successo? Speriamo non ci siano problemi familiari.
Carrisi aveva una moglie bellissima ma molto gelosa e lui correva facilmente dietro alle gonnelle, perciò magari lo aveva sgamato. Tutto il contrario di lui, che da qualche mese, cominciava a sentire il peso della solitudine dopo una storia tormentata con una sua compagna di corso, finita purtroppo male. Chissà cosa sarà successo ad Angela?
Magari si sarà fidanzata, magari sposata e lui, come un cretino, ancora la pensava, soprattutto di sera prima di addormentarsi. Angela era stata così carina con lui, si erano divertiti tantissimo; si erano cercati, voluti e amati per un anno e mezzo e avevano fatto delle vacanze meravigliose a Ventotene.
Si ricordò all’improvviso della sua bella bocca a cuore e della risata contagiosa di prima mattina, quando si alzava dal letto, dopo l’amore e andava a preparare la colazione.
«Dai svegliati pigrone, non far finta di essere stanco.»
«Prende lo zucchero o lo preferisce così, visto che è macchiato?»
Paolo si riscosse dai suoi pensieri e pensò di entrare subito in argomento «Sì, grazie. Cosa è successo Carrisi? Ha un’aria insolita stamattina.»
«Sono preoccupato. Si ricorda Gioffredi, quel ricettatore che abbiamo denunciato a piede libero l’altra settimana?»
«Sì, vagamente. Mi pare che il caso l’abbia seguito lei, tutto da solo. Io non ci ho messo quasi bocca.»
«Sì, infatti, è stato facile, gli abbiamo sequestrato la refurtiva del furto Grazioli. Abbiamo ritenuto che non ci fosse pericolo di fuga. Abbiamo annotato le sue dichiarazioni confessorie spontanee e denunziato il tutto in Procura. Il pover’uomo, si fa per dire, non si poteva capacitare della fortuna che gli era capitata e mi è rimasto riconoscente. Ieri sera ha chiamato in Ufficio. Ero solo. Io stavo smontando. Mi ha chiesto di andare a bere qualcosa, e nonostante le rimostranze di mia moglie Irene, ci sono andato. Gioffredi mi ha detto che ha avuto notizie di un grosso colpo alla Cassa Continua di Piazzale Ovidio nei prossimi giorni. Secondo lui si tratta di una banda molto agguerrita, che ha a disposizione armi pesanti ed è specializzata in cose grosse. Non ha voluto fare nomi, nonostante insistessi. Mi ha solo detto che la persona che lo ha informato del colpo gli ha detto che le armi sono custodite da un incensurato, di nome Luigi, che abita dalle parti di via Mecenate. È uno specialista di armi di ogni genere e sa sparare alla perfezione. Addirittura, usa un tipo di pallettoni di plastica per i fucili che non sono letali. Avrebbe un lavoro regolare, fa il campanaro.»
«Cosa? Suona le campane nelle chiese?»
«Ma no dottore, quel mestiere non esiste più… lavora al computer da remoto e le programma. Non dovrebbe essere difficile identificarlo.»
«Sì, ma il problema è serio. Ha detto quando ci sarà il colpo?»
«No, ma forse è il caso di tenere d’occhio la Cassa… possiamo organizzare degli appostamenti notturni. Sua moglie lo ucciderà e non ci crederà mai… Bisogna chiedere l’autorizzazione al Dirigente, so che non ci sono soldi per gli straordinari e forse neanche la macchina, se segnalassimo la cosa a Crescenzi, il Dirigente delle volanti, così fanno qualche perlustrazione in più, che ne dice?»
«Mi sembra una buona idea, vado a fare un piccolo sopralluogo in zona. Magari pensano di agire di notte e di penetrare all’interno facendo saltare la Cassa… Purtroppo Gioffredi non è stato preciso; ho avuto l’impressione che avesse colto l’informazione sentendo parlare terze persone della cosa, oppure non si è voluto sbottonare più di tanto. Magari è stato proprio il campanaro a confidarsi o qualcuno della sua famiglia.»
«Se ha parlato di armi, deve essere una cosa grossa, perché non ci parliamo un’altra volta?» «No, non direbbe niente di più di quello che mi ha detto, è inutile. Prendo Giovanni e vado a fare un giro. Lei, nel frattempo, parli con Crescenzi» Paolo lo guardò di sottecchi.
Carrisi si comportava come se fosse il Commissario e lui l’Ispettore.
Ma tu guarda questo… capisco che ha retto la Sezione per sei mesi prima che arrivassi io ma, fino a prova contraria, sono io adesso il Dirigente oltre che suo superiore; forse lo dovrei puntualizzare una volta per tutte.
Preferì tacere, il momento era complesso e l’Ispettore era agitato. Anche lui, per la verità, cominciò a preoccuparsi. Non aveva molta esperienza in quel settore e si sentiva un po’ spiazzato.
«Va bene, ci vediamo in Ufficio nel pomeriggio.» Si avviò a gran passi verso la Questura e salì alla Centrale operativa.
Il Commissario Crescenzi era in Ufficio, con la porta aperta. Era un uomo, un po’ in carne, non giovanissimo, dal sorriso aperto e leale.
«Che c’è Carrisi? Hai bisogno?» espose chiaramente la questione.
«Non preoccuparti, provvederò a raccomandare alle Volanti un giro perlustrativo rinforzato ma è difficile, se non impossibile, organizzare servizi di questo genere in maniera sistematica perché in Centrale il lavoro è stare dietro alle urgenze e non posso distaccare nessuno per altre cose. Ti suggerisco di parlare con il Commissariato di zona, se non sbaglio, c’è un Commissario che è arrivato da poco come te, mi sembra si chiami Lignani. So che hanno una volante notturna, sono più adatti per mettere sotto controllo la Cassa, che ne dici?»
«Sì, grazie, mi sembra un’ottima idea.»
Come ho fatto a non pensarci prima. Crescenzi è un amico, se era un altro mi diceva che non era possibile, come dice Carrisi.
Ritornò in ufficio e chiamò Lignani. Lo conosceva bene, era stato suo compagno di corso ed erano stati molto amici. Poi le loro strade si erano divise ma era certo che si ricordasse di lui. «Buongiorno, sono Paolo Caldieri della Squadra Mobile.»
«Paolo carissimo come stai? È una vita che non ci si vede. Allora, hai fatto carriera, sei già alla Mobile.»
«Mah… ho dovuto cambiare città però, a Torino non era possibile. Tu?»
«No, io sono rimasto sempre a Milano, io amo la mia città. Qui non mi trovo male. Il lavoro mi piace; vado abbastanza d’accordo con la squadra investigativa che comando e il Capo mi vuole bene, mi tratta come un figlio e mi lascia piena libertà di movimento.»
«Beato te, qui, alla Squadra Mobile è un po’ difficile ambientarsi. Inoltre mi hanno messo a lavorare all’Antirapine… sai bene che non è proprio il massimo per me.»
«Hai bisogno?»
«Sì, abbiamo avuto notizia di un possibile furto alla Cassa Continua di Piazza Ovidio. Non sappiamo le modalità. La Cassa è nella tua zona.»
«Hai fatto bene a dirmelo. Organizzo un servizio di controllo. E ti faccio sapere.»
«Grazie…»
«Oh Paolo»
«Che c’è?»
«Poi te la sei sposata Angela?»
«No, per niente, ci siamo lasciati. Sai che fine ha fatto?» la domanda gli venne alle labbra senza che la potesse frenare
«So che è rimasta a Roma, l’ho persa di vista completamente.»
«Va bene, grazie mille Francesco.»
«Di niente, fatti sentire qualche volta, magari ci andiamo a fare una birra. Che dici?»
«Ma sì, appena posso dai… ci si vede.»
Bravo, Francesco un pezzo di pane. Non era difficile andarci d’accordo e lavorare con lui. Sì, lo avrebbe chiamato al più presto. Avrebbero potuto parlare dei bei tempi spensierati del corso a Roma e, chissà, anche di Angela.
Posò il telefono e si concesse una piccola pausa. Ormai è ora di pranzo.
«Vado a mensa a Sant’Ambrogio, poi faccio un salto a casa e magari ritorno nel pomeriggio. Tanto, la giornata è quasi finita. Non devo far altro che andare a parlare con il Dirigente. E poi stasera me ne vado alla stadio a vedermi l’Inter e me ne frego di tutti i problemi del lavoro. Sì, stasera me ne esco con gli amici e mi rilasso un po’.
Mica posso passare tutte le mie giornate pensando a quello che avrei potuto fare meglio o peggio.»
Era giunto all’ufficio dell’Capo della Squadra Mobile. Il giovane poliziotto dell’anticamera gli fece cenno di entrare, segno che il Dottor Merisi era libero. Entrò nell’Ufficio velocemente e non si meravigliò nel trovarlo al telefono. Gli fece cenno di sedersi, cosa che fece aspettando la chiusura della telefonata. «Sì Mariangela, stai tranquilla… arrivo massimo alle otto. Mezz’ora per cambiarmi la camicia e la cravatta e andiamo a cena da Arnaldo. Ma no, vedrai che ce la faccio, la giornata è stata tranquilla, quasi un mortorio. Ciao cara, adesso ti lascio che devo lavorare.» Il Dirigente posò accuratamente il telefono nel suo alloggio e alzò i suoi occhi azzurri per scrutare bene il suo interlocutore.
Alfredo Merisi era noto nell’ambiente come uomo di introspezione. Amava farsi un’idea personale dei propri collaboratori ed era solito seguire da vicino il lavoro di ogni Sezione della Squadra Mobile che dirigeva, nonostante si trattasse di un compito molto impegnativo. «Allora Caldieri che mi dice? Ha trovato la quadra con il suo Vice o state ancora l’un contro l’altroarmati? Naturalmente, intendo metaforicamente…»
«Ma no, Dottore, vorrei precisare, se mi permette… Non è che non ci s’intende, anche se abbiamo differenti vedute di fare investigativa. È che Carrisi è abituato troppo a fare da solo e spesso si comporta come non esistessi.»
«In che senso diverse vedute?»
«Carrisi è un “vecchio poliziotto di strada”. Ama intrattenere rapporti confidenziali con i pregiudicati, mischiarsi un po’ fra di loro. Insomma, è uno che fa la differenza fra i veri poliziotti e i cosiddetti appartenenti alla polizia di stato e purtroppo pensa di mettermi in questo secondo gruppo di persone.»
«Forse perché reputa che lei non abbia l’esperienza giusta.»
«Per carità, sono il primo a riconoscere di aver bisogno d’imparare da tutti ma spesso si esagera veramente un po’.»
«Tranquillo, Paolo. Vedrà che saprà farsi valere. Lei è un ragazzo coraggioso, preparato e intelligente. Milano è un’ottima palestra e vedrà che anche Carrisi dovrà ricredersi. Gli dia un po’ di tempo. Ma non era per questo che l’ho chiamata. Volevo sapere perché non avete proceduto all’arresto del ricettatore dell’altro giorno, quel tale Gioffredi che avete beccato con le mani nel sacco.»
«Ecco, vede, è un esempio tipico di come lavora Carrisi. Gioffredi era un suo uomo. L’ha fermato lui e ha fatto tutto da solo comunicandomi il tutto a cose fatte. Mi ha detto che aveva deciso di non arrestarlo perché si era consultato con il Pm di turno e Gioffredi aveva confessato. Io sinceramente ci avrei pensato un attimo; il soggetto aveva un lenzuolo di precedenti di polizia ed era stato addirittura proposto dal Questore per un avviso orale… ma ormai la decisione era stata presa; tra l’altro, proprio adesso mi ha detto che il pregiudicato si è voluto sdebitare dandogli una soffiata molto importante.»
«Davvero?»
«È un po’ inusuale non trova?»
«Perché?»
«Perché, se si voleva sdebitare, doveva farlo subito e non aspettare un po’ di giorni. Come la faceva fruttare questa confidenza?»
«Va bene dottore chiederò meglio all’Ispettore. Ma non può essere più semplicemente che la notizia l’abbia appresa adesso?»
«Sì, è possibile. Tutto sommato c’è qualcosa che non va in questa tempistica… Lei è un ragazzo sveglio Paolo, mi raccomando tenga gli occhi aperti e ottenga di andare a parlare anche lei con il confidente, la prossima volta. Da quello che si capisce sembra una cosa un po’ delicata.»
«Sì, va bene, non mancherò dottore, starò ai suoi consigli. Grazie mille, e buona serata.» «Buona serata anche a lei Paolo, mi raccomando, occhi aperti.»

Indagini di fuoco è un romanzo di Maria Sodano