La cascina dei delitti

Mark era sprofondato in un incubo.
Purtroppo, non stava dormendo nel suo comodo letto, non stava sognando, era realtà.
Da due giorni era prigioniero in una fattoria persa nel nulla.
Aveva dolori in tutto il corpo.
Quello che lo faceva soffrire di più, però, era la gran sete: era quasi un giorno, ormai, che non beveva neanche un sorso d’acqua; aveva la gola talmente secca che avrebbe dato qualsiasi cosa per dissetarsi.
Aveva perso la cognizione del tempo, non sapeva se fosse notte o giorno.
Lo scantinato, ove si trovava, era senza finestre, molto umido.
Aveva paura di svenire; ma doveva resistere; non voleva morire; aveva solo trent’anni!
Perché gli stava succedendo questo?
Sentiva che, a poco a poco, stava perdendo le forze.
Per non pensare al dolore fisico, si mise a ricordare frangenti della sua vita.
Era nato a Boston.
Suo padre faceva l’avvocato penalista, sua madre faceva la dottoressa specializzata in cardiochirurgia: due genitori molto intelligenti e conosciuti da tutti.
Lui, invece, faceva il pilota, non di macchine, ma di aerei.
Fin da bambino adorava viaggiare in aereo. Con i suoi genitori aveva fatto vacanze meravigliose, soprattutto in Europa. Avevano visitato quasi tutte le capitali del continente, soprattutto Parigi, città molto amata dalla madre.
Per questo, crescendo, aveva deciso di fare il pilota.
Non era sposato. Volava in tutto il mondo, non aveva tempo di crearsi una famiglia.
Non che fosse solo. Aveva sempre avuto molte donne. Era un gran bel ragazzo: alto, snello, capelli biondi e due meravigliosi occhi verdi, era l’idolo delle hostess.
Ce ne era stata una in particolare, Ellen, della quale si era quasi innamorato.
Avevano fatto molti viaggi insieme. Così si erano fidanzati. Ma la storia era finita dopo un anno, quando la ragazza aveva deciso di trasferirsi a Londra, dove viveva sua madre.
Mark, al ricordo di Ellen, si sentì meglio,
Decise di reagire: era legato; ma avrebbe potuto liberarsi dalle catene!
Prima, però, avrebbe dovuto dormire un po’!
Si impose di costringere la sua mente a coprire il pensiero ossessivo della sete; doveva recuperare le forze; non doveva soccombere alla sua carnefice.
Mai avrebbe potuto immaginare che quella dolce e bella ragazza conosciuta un mese prima fosse una psicopatica!
E pensare che si stava innamorando di lei: di Susan, ammesso che quello fosse il suo vero nome.
Non l’aveva conosciuta in aereo. L’aveva incontrata in un famoso club di Los Angeles. Ne era stato soggiogato subito. Lei appariva come una diva di Hollywood.
Lui era in compagnia di un suo amico; ma alla fine della serata, era tornato in hotel con Susan.
Avevano fatto l’amore; e poi si erano addormentati abbracciati.
Il giorno dopo Mark sarebbe stato libero dal lavoro. Perciò, erano rimasti insieme; avevano pranzato; dopo una lunga passeggiata, infine, erano rientrati in hotel dove avevano trascorso un’altra notte di amore intenso.
Susan gli aveva confidato che lavorava, un po’ di qua e un po’ di là, come indossatrice; ma era rimasta sul vago.
In seguito, non gli parlò mai dei suoi genitori, né fece mai accenni alla sua vita passata.
A Mark non importava.
Pensava che, pur essendo chiusa di carattere, fosse molto tranquilla.
Quando lui volava lei non si lamentava mai, anche se non si vedevano per tre giorni.
Era sempre comprensiva.
Era diversa da molte delle sue amanti passate che pretendevano, egoisticamente, la sua presenza con continuità e non consideravano il suo lavoro impegnativo.
Poi, era successo!
Tutto era cambiato all’improvviso!
Era accaduto due giorni prima di quei momenti che stava vivendo.
La mattina Mark si era alzato molto presto: aveva una settimana di ferie.
Susan gli aveva proposto di fargli conoscere i suoi genitori: abitavano a Las Vegas.
Lei aveva già programmato tutto. Aveva già acquistato i biglietti dell’aereo.
La sera prima la ragazza aveva deciso di restare a casa sua; dichiarò di essere impegnata per preparare la valigia.
Lui aveva protestato; ma lei era stata dolce e convincente.
«Amore mio, sii paziente, staremo insieme per una settimana, vedrai staremo bene, ci divertiremo molto!»
Lui si era rassegnato.
Il giorno dopo erano a Las Vegas
«Andiamo subito dai miei genitori, alla loro fattoria!» aveva esclamato la ragazza mentre salivano sul taxi, appena lasciato l’aeroporto.
In effetti furono lasciati davanti ad una specie di cascina.
Dei genitori, però, non c’era traccia.
Questi fatti stavano torturando il suo cervello!
Era caduto in una trappola mortale!
Aveva freddo, gli girava la testa, sentiva che stava per perdere conoscenza.
Susan apparve all’improvviso.
«Slegami, ti prego, lasciami andare! Ti prometto che non dirò a nessuno quello che mi hai fatto! Non ti denuncerò!» implorò con la voce strozzata.
Lei emise una risata stridula e lo guardò con disprezzo.
«Ho già deciso!» disse indirizzandogli uno sguardo sdegnoso «Dovrai morire! Io ti ucciderò!»
«Non è la prima volta che uccido un uomo.» riprese Susan, dopo una breve pausa «Ti dirò, anzi, che il primo che ho ammazzato è stato quel porco di mio padre. E nessuno ha mai sospettato nulla. Proprio così, mio caro Mark. Tutti credettero ad un incidente. Mio padre, sai, era sempre ubriaco. Quando avevo tredici anni mi violentò e continuò per molto tempo. Mia madre sapeva tutto; ma non mi difese mai. Aveva paura, era terrorizzata. Lui la picchiava tutti i giorni. Mi dovetti arrangiare da sola! Comunque, adesso basta! Niente più confidenze!»
Mark la guardò con gli occhi velati, sopraffatto dagli eventi.
Non ne sarebbe uscito vivo!

Il pensiero di avere, almeno, una morte veloce, senza sofferenze, sopraffece ogni altro nella sua mente.
Susan, la carnefice, gli porse un bicchiere d’acqua.
Aveva una sete terribile!
Bevve avidamente.
Trangugiò il liquido in un unico sorso.
Si sentì meglio.
Credette di stare per uscire da quell’orrore.
Dopo pochi minuti, incominciò a vedere tutto annebbiato.
Pensò che qualcosa fosse stato messo nell’acqua.
Forse aveva bevuto troppo in fretta!
Si impose di non dare peso al fatto che i suoi occhi vedessero ogni cosa sfocata.
Si disse che non gli importava.
Fra un po’ Susan avrebbe aperto le catene che lo imprigionavano e l’avrebbe lasciato andare.
Perse i sensi.
Mark collassò dopo neanche mezzora.
Susan guardò il suo corpo inerte, compiaciuta.
Decise di abbandonarlo lì!
Nessuno avrebbe potuto trovarlo.
La fattoria era isolata.
La cascina dei delitti era sperduta nelle lande.
Sarebbero passati anni prima che qualcuno fosse arrivato in quel luogo.
Fuori c’era il sole.
Prese l’auto e partì.
Il giorno dopo era in aereo diretta a New York.

Era passato un mese dall’uccisione di Mark.
Susan aveva trovato lavoro a New York: era commessa in un negozio di abbigliamento.
Il suo nome era cambiato; adesso si faceva chiamare Ellen.
Aveva modificato il taglio dei capelli. Erano sempre biondi; ma ora presentavano dei colpi di sole rossi. Prima erano molto lunghi; adesso arrivavano appena alle spalle.
Stava bene.
Aveva preso in affitto un piccolo monolocale nel quartiere di Brooklyn.
Recava una vita tranquilla; lavorava tutto il giorno; e di sera non usciva mai.
La sua nuova vita solitaria le piaceva. Cercava di non pensare a quella passata. Non voleva ancora soccombere all’odio.
Era un sabato sera.
Ellen era uscita dal negozio alle otto, pregustando che finalmente domani avrebbe potuto dormire. Era stata una settimana intensa. Le festività del Natale erano prossime. La gente impazziva per la corsa ai regali.
New York, poi, era assalita da turisti da ogni dove proprio per le festività imminenti.
La titolare era contenta di lei poiché vendeva parecchio. Aveva un fascino particolare che attirava i clienti.
Il negozio era ampio, disposto su due livelli: il piano terra adibito ad abbigliamento maschile; quello sopra ad indumenti femminili.
Le sue preferenze di clientela erano per le donne. Il negozio, tuttavia, era frequentato anche da uomini; e con molta frequenza era lei che doveva servirli.
Alcuni arrivavano a richiedere esplicitamente la sua assistenza per i loro acquisti.
Non c’era gelosia, però, da parte delle altre due commesse, anche loro belle ragazze. Dicevano che l’avvenenza di Ellen faceva il gioco della squadra.
Finalmente era arrivata a casa.
Non aveva fame.
Mangiucchiò una specie di dolcetto, non più morbido, vecchio di due giorni; mise il pigiama; e si infilò a letto con la tv accesa. L’intenzione era di vedere un film; ma non arrivò alla fine dello spettacolo poiché si addormentò dopo appena mezzora.
Si svegliò presto, nonostante fosse domenica.
Non voleva poltrire.
Decise di andare a correre in Central Park.
La temperatura era abbastanza rigida è infilò una giacca a vento sopra la tuta.
Corse per più di un’ora.
C’era tanta gente che frequentava il parco, nonostante fossero le prime ore del mattino!
Considerò che le persone avessero tutte bisogno, la domenica, di cambiare le loro abitudini.
Si fermò per riprendere fiato. Adocchiò una panchina e vi si diresse decisa.
Aveva un fisico giovane e snello. Il suo lavoro, però, non le permetteva di esser allenata e si stancava presto.
La panchina era inondata di sole; niente vento; cielo azzurro; un tepore piacevole.
Si stava bene!
Aveva portato un libro.
Lo aprì e iniziò a leggere.
Un uomo giovane si sedette vicino a lei.
Ne fu contrariata. Voleva godersi la sua conquista di quell’angolo di godimento.
Non avrebbe potuto, d’altronde, cacciarlo via.
lo sbirciò di sottecchi. Era decisamente bello: alto, abbronzato, capelli neri ondulati.
Portava occhiali da sole scuri.
Cercò di immaginare di che colore fossero gli occhi.

La cascina dei delitti è un racconto di Antonella Brioschi