La sirena bruttina

La sirena bruttina aveva quindici anni e desiderava uscire dall’acqua: non per essersi innamorata di qualche fascinoso esemplare d’uomo terrestre, ma per puro e semplice spirito d’avventura.
Ebbene sì, era bruttina, ma non le importava gran ché: aveva occhi grandi e intelligenti (anche senza ciglia lunghe), aveva labbra sottili, ma che dicevano ogni volta quello che pensava, le sue braccia avevano una lunghezza un po’ sproporzionata rispetto a corpo e coda, ma ne era felice perché riusciva ad abbracciare senza sforzo le sue sorelle. Le proporzioni sono sopravvalutate, pensava, circondando le sue sorelle in un abbraccio d’addio.
Non era orfana: aveva una sirena madre saggia e comprensiva, alla quale chiese un incantesimo da strega per mutare la sua coda adornata di cicatrici e smagliature in gambe forti e scattanti, pur mantenendo gli stessi segni del tempo, che lei considerava come medaglie al valore. La strega-madre la rassicurò:
«Non serve alcun artificio di magia, la coda basta srotolarla e sotto hai le gambe, qualsiasi sirena può camminare ed uscire da qui, se solo lo vuole. Esattamente come le donne terrestri possono entrare in acqua e nuotare.»
Dunque, senza troppi patemi d’animo, perché sapeva di poter tornare fra le accoglienti acque di sua madre e suo padre ogni volta che ne avesse avuto voglia, la sirena scelse di partire per l’avventura, si srotolò la coda e uscì.
Risoluta a camminare il più possibile e ad armarsi di conoscenza, infilò il primo viottolo della città sul mare e muovendo i primi passi un po’ traballanti come un piccolo cerbiatto appena nato, strada facendo diventò poi più veloce, sicura ed esperta finché raggiunse la foresta.
Lì, vide una casa linda ed ordinata, con sette nanetti che uscivano ed una bella donna che li salutava dall’uscio.
Con pochi scambi di parole se la intesero subito alla perfezione e la sirena bruttina fece notare a Biancaneve che poteva fare cose più interessanti che fare la sguattera a sette adulti incapaci di rassettare la propria dimora o che, quantomeno, avrebbe potuto chiedere d’esser pagata.
Dopo vari giorni di chiacchiere ed amicizia, quando sopraggiunse una vecchia portando un cesto di lucide mele rosse, la sirena seduta sul divano di casa-nani fece presente alla Biancaneve alla finestra, che già qualcuna delle loro ave si era tremendamente pentita del morso dato allo stesso frutto che si trovava nell’Eden.
«Quel frutto ha già recato abbastanza danno al nostro genere, no, grazie, preferiamo i kiwi.»
Quando Biancaneve fu messa in regola con le vacanze pagate, la sirena le diede appuntamento per i suoi giorni di ferie e la avvolse nelle sue lunghe braccia (non esageriamo, appena qualche centimetro più del normale!) e rimise in moto le sue gambette segnate per andare incontro ad altre avventure.
Proseguendo nella foresta incontrò la zona di caccia pullulante di lupi e, scorgendo una bambina in mantella rossa le si avvicinò per metterla in guardia, non tanto dai lupi, ma piuttosto dai cacciatori.
Le disse:
«Non devi avere paura degli animali, ti si avvicinano, ti scrutano, ti annusano, poi quando li tocchi e si strofinano su di te, è fatta.»
Le due ragazzine sedute sul prato mangiavano i dolci del cestino, circondate da bestiole scodinzolanti che si lasciavano accarezzare il pelo grigio.
Finita anche l’ultima briciola e dopo aver riso forte assieme per storielle e barzellette, la sirena disse addio a Cappuccetto e anche al branco di lupacchiotti, consapevole che la nuova amica sarebbe stata scortata dal branco nelle parti più impervie del tragitto, e che gli animali avrebbero saputo annusare nell’aria il puzzo dei cacciatori, mettendola in salvo.
Cammina, cammina, arrivò ad un’altra casetta che già stava facendo notte.
La casetta era graziosa, costruita di dolci e marzapane.
La vecchietta che vi abitava le aprì volentieri poiché erano appena arrivati anche Hansel e Gretel e un posto in più a tavola si poteva facilmente aggiungere.
La signora anziana era un po’ ansiosa, non era solita ricevere visite e la solitudine le aveva fatto molto male, causandole incubi e manie di persecuzione. Mentre tutti assieme mangiavano una deliziosa zuppa, la sirena parlò di come nel suo mondo sottomarino le sirene anziane non venissero mai lasciate sole, in quanto la comunità attribuiva grande valore alla loro esperienza e alla loro abilità nel raccontare storie.
Allora la vecchina abbandonò le smanie che da tempo la angosciavano e volle anche lei raccontare una fiaba che piacque molto.
La sirenetta e i due bimbi si addormentarono tranquilli e il giorno dopo ritornarono sulla strada di casa ma ripromettendosi di tornare a trovare spesso la vecchina che, dal canto suo, si sentiva felice e non vedeva l’ora che tornassero, e rientrò in casa pensando di annotare nuove storie su di un quaderno.
La sirenetta, salutati Hansel e Gretel ad un bivio, raggiunse dopo un paio d’ore di cammino, un grande castello circondato da un villaggio.
Vicino ad un pozzo aiutò una ragazza a caricarsi sulle spalle i secchi traboccanti. Aveva il vestito sporco di cenere e le parlò di un ballo, al quale avrebbe voluto andare, ma le sue sorellastre glielo impedivano.
La sirenetta prese uno dei due secchi e accompagnò Cenerentola fino a casa.
Nel frattempo, discussero assieme su cosa sarebbe avvenuto alla festa e su cosa si aspettassero entrambe per il futuro.
Giunte all’uscio, Cenerentola non era più così sicura di voler passare il resto della vita a partecipare a cene di rappresentanza come moglie-oggetto di un nobile che l’avrebbe scelta in sposa, come si sceglie un cavallo ad una fiera.
«Rinuncerò volentieri, offrendo il Principe ad una delle mie sorellastre.»
La sirena se ne andò da quella casa quando anche le sorellastre cominciarono ad aprire gli occhi e nessuno più voleva andare al ballo, volevano tutte e quattro (matrigna compresa) stare a casa a giocare a carte ed a strafogarsi di biscotti e nutella.
Il castello del villaggio era speculare ad un castello più lontano, su di una montagna che cadeva a picco sul mare, sul suo mare.
Allora la sirena pensò di recarsi lì come ultima tappa della sua vacanza, per poi ritornare alle acque genitoriali, sapendo però di avere delle amiche da tornare a trovare e che a loro volta avrebbero fatto un salto, di quando in quando, nel suo oceano.
Giunse al castello montano e sentì le dicerie dei popolani sul fatto che fosse abitato da una bestia.
La sirenetta arrivò e conobbe la bestia.
La sirena non era bella e non le importava, perciò non voleva nemmeno che fosse la bestia ad essere bella o ad avere modi più gentili o un portamento regale.
In realtà non le importava nemmeno di scoprire se la bestia fosse maschio o femmina, non aveva nessuna importanza.
Scoprì nella sua irruenza una immensa dolcezza, scoprì nella sua rabbia un immenso timore, scoprì nella sua forza manifesta la celata necessità di essere compresa e accarezzata.
E così fece, accarezzò la bestia, la ascoltò, la rassicurò, la amò. Decise perciò, dopo aver aiutato le sue sorelle e sperimentato il mondo acquatico e terreno, di restare con la bestia, di ricevere spesso la visita delle amiche e di andare e venire dal mare quando le fosse sembrato opportuno (anche la bestia imparò a nuotare).
E non vissero sempre felici e contenti, perché la vita non è sempre facile, perciò ci vollero sacrifici e compromessi, ma assieme e grazie anche all’appoggio degli altri, la seppero affrontare.

La sirena bruttina è un racconto di Silvia Favaretto