La spina del marinaio I

I

Nelle profonde oscurità del mare nuotava, rasente alla sabbia, una tracina drago, e se ne stava, quasi indisturbata, nei pressi del suo sasso, nella fiduciosa speranza di incontrare qualche pesce più piccolo che transitasse, senza consapevolezza, vicino alla sua bocca.
Un pesciolino qualsiasi gli sarebbe bastato, inconsapevole di transitare nella tana del suo predatore.
Questo, purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista, tardava a succedere e la tracina non riusciva a saziare quell’irresistibile e bisognosa voglia di nutrimento.
Per lei era un’autentica goduria, ogni dì, starsene intorno a quel bel sasso ficcato per un pezzo nella sabbia, e tenuto lì fermo dalla pressione delle immensità del mare.
Lei era innamorata di quella base della tranquillità, se le avessero chiesto se avesse voluto vivere altrove, anche solo per poco, avrebbe di certo risposto di no, soprattutto per il silenzio.
Il silenzio delle profondità marine è stupefacente.
È avvolgente.
Quale pesce mai emigrerebbe da quella sublime quiete?
La nostra tracina no di certo, no di certo signori, neanche per scherzo.
Il blu, il bianco, l’azzurro, assumono colori e sfumature di una bellezza disarmante; i riflessi della luce del sole, che solo a tratti e per poco riescono a penetrare tutti quegli strati di acqua salata, e i raggi si spostano tra quelli, vi si divincolano, trovando difficoltà rispetto all’aria, ma comunque con debolezza illuminano a tratti solo alcuni livelli di quella profondità.
I riflessi di luce che provengono dall’alto disegnano onde luminose che vanno a mescolarsi con il fondale e con il blu e l’azzurro. È un’esplosione di chiarore e di oscurità, la più incredibile tra tutte.
Brevi fasci di luce fendono e si deviano, solo a quei gradi, tra gli strati dell’oscuro blu. Gli animali che li abitano vi si muovono, senza avvertire alcuna forza, alcuna forma di resistenza, con assoluta leggiadria, e come se nulla fosse nuotano sinuosi e lenti in quell’immenso posto silenziosissimo o rumorosissimo a suo modo.
Ma niente, nonostante la frenesia del luogo, nonostante l’intenso movimento di varie specie, la nostra povera tracina faceva fatica, sempre ronzando intorno alla pietra, a trovare qualcosa con cui riempirsi lo stomaco.
Transitavano vicino a essa solo pesci di grosse dimensioni, e lei, notandoli da dietro la pietra, esibiva ogni volta, per via istintiva, ma con aria quasi spavalda, i suoi sei raggi acuminati, posizionati davanti alla spina dorsale, intrisi di un veleno composto da proteine di dracotossina, capaci di provocare un livello di dolore talmente alto da sfociare nel delirio nei soggetti più sensibili.
Un’arma potente, un sistema di difesa di cui andarne fieri, di cui tanti suoi potenziali predatori ne erano profondamente spaventati e preferivano di conseguenza, stare alla larga da lei.
È meglio non toccarla… quella lì, sembrava dicessero gli occhi tondi di tutti quelli che transitavano presso quei luoghi. È meglio per voi che nessuno mi si avvicini, che nessuno mi tocchi, sembrava invece volesse dire la tracina mentre circumnavigava il sasso mostrando gli aculei, mentre iniziava a divenire sempre più dispettosa irritata e impaziente per via della sua pancia sempre più vuota.
Poi, dopo uno strano “pluf” che lei non aveva sentito, proprio quando stava per rassegnarsi alla triste idea di un per niente gradito digiuno, vide transitarle vicino qualcosa di inanimato ma che sembrava, per movimento e odore, quasi vivo.
Era un brandello di carne bianca sospeso a mezz’acqua. A lei sembrava, in quel momento, il più ricco e succulento dei pasti, e lo era.
All’inizio mostrò diffidenza, dubitosa. Ma poteva benissimo essere qualcos’altro rispetto a ciò che lei pensava che fosse. Magari il semplice residuo di un pasto molto più ampio che aveva saziato lo stomaco di qualche pesce più grande, magari si era liberato dalle insenature di qualche dente di qualche pesce di grandi dimensioni. Lo scarto di qualcuno poteva benissimo essere un buon pasto per lei, povera e piccola tracina.
Con uno scatto repentino, buttandosi all’indietro tutte quelle ciance insieme a un flusso d’acqua scaturito dal movimento delle pinne, andò con l’intento di addentare. Addentò e non provò alcun tipo di sollievo, non avvertì dolore ma qualcosa gli si era conficcata nella cartilagine della bocca e subito, in un impulso istintivo, aprì gli aculei avvelenati, inutili in quella circostanza.
Si sentì privata delle sue forze e ora si sentiva trascinata verso l’alto, verso quei luoghi remoti presso i quali di solito difficilmente si avventurava.
Trovò per un attimo soltanto la forza, il coraggio, nel mezzo di quei concitati momenti, di girarsi verso la sua casa, verso la sua pietra intorno alla quale amava ronzare e sotterrarsi nella sabbia, la vedeva sempre più lontana, sempre più piccola, fino a quando divenne invisibile.
Venne trascinata, in quel modo, all’infuori della superfice, e per la prima volta in vita sua, avvertì una sensazione nuovissima: il vento, l’aria.
Poi, d’improvviso, venne sbattuta su un ripiano e, con uno zoccoletto di legno, venne colpita più e più volte.
Gli vennero tagliati gli aculei, con una forbice affilata che ci mise poco a reciderli.
Le sue spine, i suoi strumenti di difesa, ma anche di attacco, finirono di nuovo gettati in mare e se ne andarono da soli, galleggiando come piume a filo d’acqua, lontano da lei.
Venne gettata in un secchio bianco, priva di vita, insieme ad altri suoi simili morti. Sarebbe più tardi diventata, insieme a tutti gli altri, quello stesso nutrimento che cercava, che l’aveva condotta alla morte.
Essa stessa nutrimento per qualcun altro.
Sarebbe stata cucinata, con del pomodoro forse, aglio, con qualche erbetta magari, un pizzico di sale, in padella, e a fine cottura servita con una spruzzata di succo di limone.
Ma per la bocca di chi?

La spina del marinaio è un racconto di Luigi De Luca

Continua . . .