La tribù

Gli altri ci chiamavano la tribù, perché vivevamo tutti assieme come gli indiani, ed eravamo tutti né più né meno che dei selvaggi.
La palazzina che sembrava scavata dentro Pizzofalcone, e negli anni l’avevamo colonizzata tutta quanta, soprattutto quando i Russo dell’ultimo piano se n’erano andati allo scoppiare della guerra.
In quell’ecosistema, a regnare eravamo rimasti noi.
Noi ragazzini avevamo consumato le ginocchia e passavamo le estati sui sampietrini di via Santa Lucia, dove eravamo nati tutti quanti da almeno tre generazioni.
Qualcuno della famiglia di mamma veniva da Monte di Dio; un altro cugino stava ‘n coppa ai Quartieri, e già sembrava un forestiero.
Mio padre era un brav’uomo, e in quanto tale non c’era mai.
Iss fatica, dicevano le donne. Ma che fatica facesse, non l’ho mai saputo.
Ogni tanto venivano a cercarlo le guardie. Mamma faceva il caffè, chiacchieravano e loro ci regalavano le caramelle. Per questo si sentivano. Dopo un po’, visto che mio padre non c’era, se ne andavano scusandosi per il disturbo.
«Sono amici di papà?» aveva chiesto una volta mia sorella Mena ma mamma aveva tagliato corto «No, quelli… Quelli lavorano con la concorrenza, ecco» e si era messa a lavare le loro tazzine con più energia del solito.
Quando arrivai all’angolo della strada e intuii in fondo la nostra tana, mi si strinse il cuore.
Ero diventato un altro dopo tutti quegli anni, e a guardare indietro mi sentivo come Dorian Gray davanti al suo ritratto.
Se pensavo che fossero altri, e non la mia famiglia, mi saliva quella compassione mista a ribrezzo che viene a chi non capisce; quando ricordavo che c’era il sangue a tenerci legati, quel sentimento si trasformava in vergogna.
Mi fermai lì davanti a studiare la casa, approfittando del fatto che dei ragazzini non mi avrebbe riconosciuto nessuno.
Avevo meno della loro età quando mi ero imbarcato e nessuno di loro era ancora nato a quel tempo.
Erano meno cenciosi di quel che eravamo stati noi, ma per il resto non erano poi molto diversi.
Le bambine imparavano a fare le smorfiose ancora prima di diventare donne, e i ragazzini si pestavano forte per nascondere la paura.
Da dentro, arrivava l’odore del pavimento lavato tutti i giorni per pulirsi la coscienza, e quello delle sigarette di contrabbando che da piccoli usavamo alla stregua di carta moneta.
Dalla finestra vidi la schiena di mia madre. Ora avevano un televisore in casa, credo addirittura a colori, e mamma portava degli orecchini d’oro. Forse erano finti.
Dopo aver riabbracciato tutti, ci sedemmo io e lei in cucina.
Avevo sempre scritto come promesso, ma poche volte mi avevano risposto. Sempre brevemente, in stampatello e a matita, calcando la mano come se ogni lettera fosse una gran sudata.
A parole, mamma era molto più loquace.
Mi raccontò gli ultimi dieci anni di vicissitudini di quella casta di diseredati come sapeva fare lei, allacciando una storia all’altra senza nessi logici, senza dire come o quando, tutto in un dialetto stretto che di sicuro italiano non era.
Mio cugino Mimmo si era fatto dentro e fuori da Poggioreale tre o quattro volte.
Non mi disse perché, ma solo che era un bravo guaglione, che aveva avuto sfortuna.
La ciorta. Pareva una specie di malattia ereditaria, come un tumore, che poteva essere benigno, oppure maligno. Per noi era sempre il secondo.
Zio Checco adesso si teneva a una, una ragazza giovane di Montesanto. Aveva avuto un figlio con una donna di nome Susy. Ora abitava pure lei con la tribù.
Il bambino lo avevano chiamato Francesco, come lui, ma non gli aveva voluto dare il cognome, e per sistemare le cose sulle carte quel povero creaturo era stato convinto di essere figlio di quella che in realtà era la nonna, e che la madre fosse la sorella più grande.
Chill tene sul a’ capa a pazzià, fu il laconico commento di mia madre.
Fece una pausa solo per accendersi una sigaretta. Io mi sentivo già disgustato.
Mia sorella Mena si era sposata. Ma presto era tornata a vivere con loro perché il marito aveva un’altra.
Quello veniva tutte le sere sotto la finestra a dirle che doveva tornare a casa e lei gli urlava dal balcone i morti e gli stramorti, mentre i figli dietro la gonna spiavano spaventati.
Ma di lì a poco sarebbe tornata a casa, che erano sposati e lì mica si poteva stare tutti coi bambini.
Quelli con cui lavorava mio padre si erano ingranditi, e quando lui era morto per riconoscenza, avevano preso a lavorare tutti i miei fratelli. Adesso di soldi ne giravano in casa, e mamma veniva trattata come una regina, cioè lavava lo stesso le mutande a tutti, ma con la lavatrice.
Pensai alla famiglia di Silvia, e mi si fece un nodo in gola.
Li conoscevo tutti.
Gente perbene con la camicia inamidata, che avrebbe chiamato scandalo un piatto rotto.
Immaginai per un attimo, allo stesso tavolo, il giorno del matrimonio con quella marmaglia che non sapeva sedere composta e parlare senza alluccare.
«Mamma, veramente ero venuto per invitarvi tutti. Mi sposo» ecco quello che ero venuto a dire.
Non lo dissi mai.
Dopo una serie di interminabili storie di miseria, mi alzai scusandomi «Me n’agg’ a ì» dissi.
Mi usciva un po’ forzato il dialetto ormai.
«Ma comm’è?»

Vennero a sapere che mi ero sposato dalle pubblicazioni del comune.
Fu allora che sul mio nome venne messa una croce nera indelebile.
Da noi funzionava così, che si perdonavano gli sfregi e si applaudivano i mariuoli, ma chi voltava la faccia alla famiglia era bandito per sempre.
Non misi mai più piede nella casa a Santa Lucia.
Con la famiglia di Silvia inventai una scusa, e dissi che nessuno poteva venire.
Loro non fecero domande.
Ogni volta che capito a Napoli, ci passo davanti al covo della Tribù. Li guardo da lontano come si guardano gli aborigeni dei documentari, pensando sia impossibile che in fondo in fondo apparteniamo alla stessa razza.
Eppure loro resistono, insieme, come cozze su quello scoglio sotto Pizzofalcone, mentre io ogni volta che mi avvicino vengo trascinato via di nuovo dalle onde del mare.

La tribù è un racconto di Denise Antonietti