L’ALBERGO DELLE FAVOLE di Pietro Rainero

Foto di kinkate da Pixabay. 

«Salve! Sono Cappuccetto Rosso, sono qui per la settimana bianca ma sono completamente al verde».

«Non si preoccupi» la rassicurò il premuroso addetto alla reception «Alla fine della vacanza il suo conto non sarà in rosso: le farò uno sconto e pagherà in nero senza fattura».

«Grazie, non mi sono rimasti molti soldi».

«Sì, vediamo che camera darle: una singola con vista certo non sulle piste da sci, da 120 euro a notte».

«Non è poco…».

«Già, ma le stanze del Monte Pana, hotel che si affaccia sulle piste sciabili di Santa Cristina, qui in Valgardena, di norma costano non meno di 180 euro, le singole.

Comunque, non sborserà certo tanto quanto quella sua collega, Biancaneve, che tra l’altro si è pure arrabbiata per il prezzo».

«Si è arrabbiata?».

«Sì, le avevo riservato una singola, per lei, e poi ovviamente una suite all’ultimo piano per sette persone».

«Ah, capisco: i nani».

«Appunto! Ma lei ha fatto il diavolo a quattro».

«E perché?».

«Sosteneva che sarebbe bastata una suite da cinque persone, e non sette».

«È assurdo, i nani sono sette».

«Certo! È quello che le ho ripetuto anche io».

«E lei?».

«Ha ribadito che i nani sono cinque, facendomene anche i noni: Alluce, Melluce, Trillice, Pondulo, Minolo».

«Ma questi sono i nomi delle cinque dita dei piedi!» esclamò ridendo Cappuccetto Rosso.

«Infatti. E io ho obiettato che la favola si intitola Biancaneve e i sette nani.

Ma lei ha risposto che il nome di questa storia è L’albergo delle favole, e non Biancaneve e i sette nani, e quindi, essendo in un altro racconto, aveva diritto allo sconto per i due nani in meno.

Sconto che io le ho applicato, naturalmente, essendo lei dalla parte della ragione».

«Molto divertente. Posso andare in camera, ora?».

«Devo solo assegnargliela: dunque, vediamo… la 122 è una doppia, già occupata dai fratelli Hansel e Gretel.

A lei serve una singola: nella 345 c’è il gatto con gli stivali. A proposito di stivali, dietro la porta di ingresso c’è un paio di stivali che consentono di correre velocemente sulla neve, gli stivali delle sette leghe: può prenderli, se le servono».

«Grazie!».

«La 136 è occupata dal signor Aladino, l’ho messo vicino all’estintore del corridoio perché può causare un incendio con la sua lampada. Nella 144 c’è un soldatino di piombo, nella 151 un topo di campagna e nella 152 un topo di città. Ecco, ho trovato: è libera la 223, al secondo piano. Passi di fronte all’acquario, che contiene una ospite proveniente da Copenaghen, una certa Sirenetta, poi svolti a destra e prenda l’ascensore vicino alle scale».

«Un’ultima cosa: domani vorrei sciare fino a pomeriggio inoltrato. Sa che tempo farà?».

«Sì. Ho visto poco fa le previsioni di tre nostri esperti altoatesini: Helmuth Schmalzl di Radio Bolzano scommette il suo cane sul fatto che domani il cielo sarà sgombro dalle nuvole, Roland Thoeni di Tele Trento scommette la sua vita che domani ci sarà il sole, ed il colonnello dell’Aeronautica Erwin Stricker si dice abbastanza fiducioso che domani farà sereno, tanto da scommetterci le vite sia di Roland Thoeni che del cane di Helmuth Schmalzl».

«Ah! Sole tutto il giorno, bene. Però, che strana rosa di esperti! I loro nomi ricordano quelli di tre sciatori della famosa valanga azzurra. Va beh…mi dia la chiave della 223».

«Eccola. Ah, quasi dimenticavo, devo farle una raccomandazione: stia molto attenta, perché all’ultimo piano nella stanza 444 è alloggiato il lupo cattivo, e tra voi due se non sbaglio c’è un certo attrito».

«Certo! È una lunga storia, che ha coinvolto anche mia nonna».

«Già. Tra l’altro, saputo della presenza del lupo, i tre porcellini della 116 stanno sempre chiusi in camera, non scendono neppure per colazione».

«Beh, grazie. Starò in guardia. Arrivederci».

“A domani. Buona notte”

E Cappuccetto Rosso salì al secondo piano dove, percorrendo un lungo corridoio nel quale alcuni defunti della famiglia Innerhofer, proprietaria dell’hotel, la squadrarono da dipinti ad olio con cornici dorate, transitò davanti alla camera doppia occupata dalla Bella e dalla Bestia e a quella che ospitava la cicala e la formica.

Per giungere infine alla 223 che le era toccata in sorte.

E godersi finalmente un meritato sonno ristoratore.

Non fu però una notte esenta da imprevisti, perché a mezzanotte in punto la cara Cappuccetto Rosso fu svegliata da un terribile frastuono di chiavi proveniente dalla toppa della porta della stanza accanto, la 224.

Affacciatasi sul corridoio, si trovò davanti ad una fanciulla che si scusò del disturbo dicendo:

«Abbia pazienza, mi chiamo Cenerentola, sono desolata per il rumore ma dovevo assolutamente ritornare in camera entro mezzanotte. Scusi ancora!».

Cappuccetto Rosso si riaddormentò per essere però, ahinoi, risvegliata per la seconda volta verso le tre da una sirena d’ambulanza che stava posteggiando davanti all’albergo.

La bambina si affacciò nuovamente sul corridoio dove vide i militi della Croce Rossa soccorrere e trasportare poi all’ospedale l’ospite della 229, addirittura una principessa, una certa Aurora piombata in un sonno profondo e che perdeva molto sangue essendosi ferita col fuso di un arcolaio.

Per fortuna il resto della nottata trascorse poi senza altri inconvenienti e così il giorno seguente, di buon mattino, Cappuccetto Rosso poté dedicarsi al suo sport preferito, lo sci tra i meravigliosi boschi della Valgardena.

Confessiamolo: non è che fosse molto esperta.

Si limitava a lasciarsi trascinare a valle dal proprio peso dandosi una piccola spinta a monte e scendendo in linea retta per circa duecento metri, riducendo poi la velocità per inerzia sul grande pianoro antistante il Monte Panna.

Poi riprendeva la sciovia e ricominciava, felice di questo ripetitivo tran-tran.

E felice di questo rigido suo comportarsi fu anche (indovinate chi?) fu anche il lupo cattivo che dalla sua stanza 444 aveva spiato per due giorni il comportamento degli ospiti dell’albergo.

«Bene bene bene» pensò il lupo. «Le abitudini di Cappuccetto mi procacceranno un bel pranzetto: pancia mia fatti capanna!».

E il caro (si fa per dire) lupo si mise a progettare minuziosamente un malvagio piano per far finire la piccola bimba nel suo stomaco.

Aveva portato a termine le scuole superiori (del bosco) ed era abile, abilissimo nei calcoli, infallibile nel risolvere equazioni.

Escogitò un’idea per acchiappare Cappuccetto Rosso sulle distese di neve bianca, o bianca neve, fate voi.

Scartò il primo proposito, quello di intercettare la bimba con un percorso rettilineo che conducesse ad uno scontro tra i due sciatori, lui e Cappuccetto.

Era infatti ben conscio di non saper governare gli sci, di non saper frenare né cambiar direzione.

Calcolò che non potendo far questo non avrebbe potuto procedere in linea retta e che, una volta datasi la piccola spinta iniziale sufficiente per partire, le leggi della caduta gli avrebbero imposto una traiettoria parabolica, dato che la velocità sarebbe aumentata in direzione della discesa a valle, rimanendo però costante in quella invece ortogonale.

Riempì dunque un foglio di appunti e strani segni, proprio il foglio che fu ritrovato il giorno dopo dalla donna delle pulizie in un cassetto della stanza 444.

La scrittura si presentava in alcune parti confusa e disordinata (normalmente i lupi scrivono come i medici), ma i calcoli contenuti dal foglio gli suggerivano, anzi forse  addirittura gli gridavano, che senza il minimo dubbio partendo esattamente un secondo dopo Cappuccetto in una direzione ruotata di 45 gradi rispetto alla verticale e con una velocità di 25 chilometri orari, nonché 2 metri e 45 centimetri più in basso e 44 metri e 25 centimetri più a destra dal punto dove la bimba si sarebbe lanciata sulla pista, lo scontro sarebbe avvenuto 200 metri a valle dopo poco più di 9 secondi, giusto in vicinanza di un grande albero che gli avrebbe sicuramente permesso di nascondersi e mangiare l’innocente bambina indisturbato.

Il nostro (si fa per dire) lupo, tutto soddisfatto, passò la mattinata a provare e riprovare a spingersi sulla neve a 25 chilometri all’ora.

E finalmente alle sei meno un quarto di quel pomeriggio tutto era pronto!

Attese che la bambina si lanciasse sulla pista e dopo un secondo esatto si buttò anche lui, aumentando rapidamente la velocità.

Ormai nulla poteva deviare il moto dei due: il lupo fantasticava di due asteroidi destinati ad un incontro fatale, guidati dalle inesorabili e incorruttibili leggi dei moti.

Vedeva la bimba sugli sci avvicinarsi sempre più man mano che i secondi trascorrevano, sempre più, sempre più…

Sentiva contemporaneamente aumentare anche sempre più l’acquolina in bocca, si immaginava carne di Cappuccetto preparata in vari modi: condita col sugo di pomodoro, arrostita con spezie, cotta con patate.

Si avvicinava sempre più, sempre più… quando… quando di colpo si accorse che qualcosa non quadrava; la bimba non era dove avrebbe dovuto (o forse lui non era dove doveva).

Insomma: non ci sarebbe stato alcuno scontro!

Istintivamente si voltò ad osservare Cappuccetto Rosso.

Vedete, cari lettori, noi pensiamo alla nostra vita come ad una strada da percorrere in avanti, ma questo è sbagliato: alcuni popoli credono invece, giustamente, che l’esistenza sia simile ad un camminare all’indietro!

Dietro le spalle infatti c’è l’ignoto, il futuro, tutto quello che ancora non ci è successo e che non siamo in grado di sapere.

Mentre camminiamo all’indietro aumenta davanti a noi il panorama visibile, aumentano gli eventi già trascorsi, cioè il passato, e siamo in grado di scorgerlo.

Possiamo dunque, sposando il pensiero di queste genti, ben dire che abbiamo un grande avvenire dietro le spalle!

Il caro lupo, girandosi verso la bimba, si trovò ad avere invece l’avvenire davanti alle spalle.

Ora, non so se il suo fosse un grande avvenire, diciamolo, però sicuramente davanti alle spalle, e per lui invisibile, stava anche, e ben piantato, l’albero, quest’ultimo certamente grande, proprio quell’albero che avrebbe dovuto nasconderlo da occhi indiscreti durante il prelibato pasto (o cena, vista l’ora).

Albero in cui andò a sbattere!

La botta fu terribile, e per soprappiù al caro, malconcio lupo cadde pure in testa una mela.

Era un albero di mele, sì, come ce ne sono tanti in Trentino, solo che questo era in Alto Adige, su un campo da sci!

L’urto (intendo quello con la mela) provocò nel lupo una improvvisa illuminazione, da sommare (ma lui era bravo nei calcoli) a quella dovuta alle stelle che stava vedendo per il dolore.

«Accipicchia, che stupido sono stato! Come ho fatto a non pensarci? Ho trascurato l’attrito. Avrei dovuto calcolare la forza normale, moltiplicando il peso mio e di cappuccetto per il coseno di 30 gradi, e poi moltiplicare ancora per il coefficiente di attrito, che tra il legno degli sci e la neve, se ricordo bene, dovrebbe essere circa un decimo. Avrei trovato le forze di attrito, da aggiungere ai calcoli!».

A dir proprio tutta la verità, cari miei, anche tenendo conto dell’attrito sulla neve il lupo avrebbe saltato la cena (o la merenda, vista l’ora). 

Infatti, il quadrupede protagonista di questa storia avrebbe dovuto considerare pure la resistenza dell’aria, l’attrito con l’atmosfera, una complicata forza che dipende dalla velocità istantanea.

Il lupo, come tutti i suoi simili, sapeva usar formule e risolvere a menadito normali equazioni algebriche, questo sì, ma di certo non maneggiava con disinvoltura le più ostiche equazioni differenziali.

Dunque, avrebbe mancato comunque il rendez vous con Cappuccetto.

E forse, chi lo sa, avrebbe colpito di nuovo il melo.

Come vedete, l’addetto alla reception aveva perfettamente ragione: tra il lupo e la bambina dal cappuccio c’è sempre l’attrito

Addetto al ricevimento che la mattina dopo, verso le 10, nell’accomiatarsi da Cappuccetto Rosso che aveva finito la vacanza le chiese:

«Ha riposato bene?».

«Magnificamente, grazie».

«Meno male. Mi sono bastate, poco fa, le lagnanze della principessa della 357…della principessa… non mi ricordo il nome».

«Perchè?».

«E’ molto pignola, col sonno leggerissimo: pensi che ha voluto ben venti materassi. E poi ha avuto il coraggio di lamentarsi.

Dice che ha sentito un grosso sasso sotto la schiena che l’ha disturbata tutta notte impedendole di prender sonno e le ha causato un enorme livido blu e marrone.

L’addetta alle pulizie ha scoperto stamattina che si trattava invece di un semplice pisello sotto il nono materasso! Cose da matti!».

«Beh… dovete certo aver molta pazienza e savoir faire, voi ….. Magnifiche quelle candele, tutte dai colori così delicati, così tenui: bianco, beige, giallo, turchese, rosa e celeste».

«Sì, amo circondarmi di candele, qui alla reception: ne ho una decina, vede?» rispose James (già, l’addetto si chiamava James; strano, vero?) che, scorgendo con la coda dell’occhio un ospite uscire dall’ascensore, aggiunse «Buongiorno, principe!».

«Buona giornata a Lei, James» gli fece eco il principe, allontanandosi.

«Un principe?» chiese cappuccetto

«Sì, è il Principe Azzurro, è giunto ieri sera tardi. A lui non serve pagare in nero, è molto ricco. Le preparo invece il suo conto?».

«Certo. Non ho consumato nulla dal bar in camera».

«Bene. Ah… mi scusi un secondo» e James si rivolse ad alta voce verso Greta, la cameriera del bar:

«Greta, per piacere porta dell’uva alla volpe della 159. Desidera fare colazione in camera».

«Mi sono trovata benissimo qui al Monte Panna» riprese Cappuccetto Rosso «Un nome azzeccato perché qui intorno è davvero tutto di un chiaro abbagliante, anche le piste e le vette delle montagne sembrano fatte proprio con la panna!».

«Già. Anche le mie candele si intonano. Di tanto in tanto ne accendo una. I fiammiferi li compro da una bimba molto povera che sale fin qua il mercoledì dal paese qui sotto a fare la questua. Mi fa pena, la chiamano la piccola fiammiferaia.

È veramente un paradiso, il Monte Panna. Un hotel da favola! Solo ogni tanto, per fortuna molto raramente, succede un incidente. Per esempio, non so se l’ha sentito dire, ieri pomeriggio sul tardi uno sciatore sprovveduto è andato a sbattere contro un albero».

«No, non lo sapevo. Si è fatto male?

«Si è fratturato un piede e quattro costole. L’hanno trasportato a Bolzano con l’elisoccorso. Capita raramente ma succede. Dunque, come le avevo promesso fanno 120 euro per 5 notti, totale 600 euro. Se si è trovata bene confido che l’anno prossimo sarà ancora nostra gradita cliente».

«Credo proprio di sì. Speriamo però che non nevichi il giorno del mio arrivo, come è successo purtroppo quest’anno. C’era troppa neve sul tratto di strada che sale qui da Santa Cristina, l’ultimo chilometro, e con tutte quelle curve in salita ho penato moltissimo; temevo che la mia macchina slittasse fuori strada, un inferno».

«Già” confermò James con un sorriso e un cenno di saluto finale:

«Quando la strada è innevata è un problema: tra la neve e le ruote dell’auto non si sviluppa abbastanza attrito».

L’ALBERGO DELLE FAVOLE è un racconto di Pietro Rainero

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