Nebbia

Un gesto deciso. Rapido e conosciuto.
La trasformazione si è compiuta.
Il volo notturno cessa e il tabarro, con le sue grandi ali nere, ti avvolge mentre con un saltello elegante tocchi terra.
Ti piace apparire all’improvviso, nero e tenebroso, e sconvolgere la nebbia distesa come un manto sulla piazza. Ci vogliono alcuni minuti prima che le spire di vapore causate dal tuo arrivo si acquietino e torni l’ordine silenzioso e ovattato.
Quanto tempo è passato? Trecento anni? Quattrocento?
Forse di più.
Non riesci nemmeno a ricordarlo. O forse non vuoi.
Eppure, anno dopo anno, sei sempre tornato qui, dove la tua eterna dannazione di non morto è iniziata, dove hai versato il primo sangue.
Il suo.
Era tutto diverso, allora.
Nella mano stringevi il vessillo del duca, biscione e aquila imperiale, orgoglioso della tua armatura scintillante nel sole.
Ora sei solo un cavaliere delle tenebre, uno dei tanti. Senza nome.
Un tempo salivi baldanzoso a cavallo sulla grandiosa rampa d’accesso al castello, là in fondo, dove si apriva l’arco trionfale a occidente; ora è rimasta solo una scalinata ai piedi della torre, l’arco si è ridotto a un colonnato affrescato e la statua di un santo è apparsa, a metà circa del Settecento, se ricordi bene.
Ma allora, al tempo della tua vita al sole, era il giorno successivo all’inaugurazione della piazza, quando re Carlo VIII giunse dalla Francia per stringere l’alleanza con gli Sforza.
Lei era la più giovane delle damigelle della duchessa Beatrice, la più bella per te. L’unica.
Ricordi come fosse ieri i lunghi capelli castani, dai riflessi ramati, intrecciati coi nastri di raso nella vezzosa acconciatura.
Non dimenticherai mai la prima goccia di sangue, che lenta scendeva sulla pelle nivea.
Un brivido ti scuote e ti stringi nel mantello.
Cammini adagio, tra ciottoli e lastre di serizzo, circondato da sbuffi ostinati di nebbia, e ti guardi intorno. Le colonne ti osservano, a mala pena illuminate dai lumi a gas dei lampioni in ghisa, silenziose testimoni del tuo primo crimine.
Nemmeno loro hanno dimenticato il rivolo di sangue che è sceso lento dal tenero collo, ha percorso il petto ansante mentre la vita si spegneva nei suoi occhi verdi, e poi è stillato a terra, goccia dopo goccia, mentre tu infine comprendevi cosa avevi fatto.
Ogni anno torni tre volte in questa piazza.
Nel giorno in cui l’hai vista la prima volta e te ne sei subito invaghito.
Nel giorno in cui l’hai amata con tutta la tua irruente passione.
Nel giorno in cui l’hai uccisa.
Un bacio appassionato.
Un morso avventato.
L’errore agghiacciante di un giovane vampiro innamorato.
Non sei riuscito a fermarti in tempo.
Lacrime trasparenti, di amore e di dolore, sul tuo volto pallido; lacrime di sangue, di colpa e di rimorso, nel tuo cuore.
Rimpiangere il tuo errore è inutile, lo sai.
Lei non avrebbe mai voluto vivere la tua vita da dannato. Lei amava la luce e il sole: non avrebbe mai voluto l’ombra eterna della tua notte tenebrosa.
Era bella, troppo bella. E innocente.
La nebbia ti avvolge, ti abbraccia, ti stringe. I ricordi ti soffocano e i rimorsi ti uccidono.
Ma tu non puoi morire.
Tu puoi solo ricordare: giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo.
Per l’eternità.
Don… don… don…
I rintocchi cupi della campana si susseguono ossessivi nell’aria e la nebbia si dirada adagio, si sfilaccia e vola in alto in spire fumose, dissolvendosi piano.
Un lucore appare appena a oriente, dietro la facciata ricurva della chiesa: non esisteva ancora quando l’innocenza e l’amore illuminavano i tuoi occhi neri.
Toc… toc… toc…
L’alba si avvicina.
Il lampionaio in fondo alla piazza ha già cominciato a compiere il suo dovere mattutino e i lumi a gas si spengono uno a uno.
Sotto i suoi passi misurati, sotto i sassi scuri, sotto la terra che un tempo non esisteva, senti ancora vibrare il sangue del tuo amore.
Rabbrividisci nelle ali del tuo tabarro nero, e appoggi piano un fiore sotto il lampione, la fiammella che in alto oscilla nella notte che si fa giorno. L’aconito che ha avvelenato il vostro amore e la tua vita. Il simbolo del tuo perenne rimorso.
Devi andare, non c’è più tempo.
Forse il tempo non c’è mai stato.
Il tempo di essere felice, prima che l’innocenza morisse, prima che il mondo svanisse in un morso crudele, ricevuto alle spalle mentre andavi incontro al tuo amore.

Nebbia è un racconto di Ida Daneri