NEL POZZO DEI BUTTI (verità a confronto) di Gabriella Sabbioni

Foto di mh-grafik da Pixabay 

Giulia era la mia nonna materna.

Me la ricordo bene, ma per quanti sforzi faccia se ripenso a lei, e mi capita di frequente, so vederla solo in un’immagine che definisco invernale, forse perché è stata l’ultima volta che l’ho vista viva.

D’inverno.

Immersa nel suo cappotto cammello lungo fin quasi ai piedi, un cappotto sicuramente datato, ma di buona fattura.

Il foulard in tinta dai minuscoli disegni cashemere, annodato sotto la gola fino a coprire il mento come una matrioska, conteneva l’ancora folta capigliatura candida raccolta dietro la nuca da una treccia arrotolata che fermava con le forcine d’osso. Forse di tartaruga.

Ricordo bene, però, i suoi occhi violetti lampeggiare quando si arrabbiava, o più chiari se esplodeva in una rara risata di gusto che le scuoteva le spalle e mostrava i suoi denti. I pochi rimasti.

Ci stava salutando, mia sorella e me, le uniche presenti in quel momento.

Non ricordo addii particolari, non ricordo abbracci o baci, solo un timido ciao con la mano.

Lei aveva un’espressione indefinita.

Non saprei se di dispiacere o di sollievo, ma non si profuse di certo in convenevoli. Noi ragazzine ci sentivamo in colpa nei suoi riguardi per colpe non nostre certamente, ma dovevamo mantenere una certa neutralità per non doverci schierare né dalla sua parte, né dalla parte dei nostri genitori, nonostante questi avessero preferito non essere presenti.

Oggi posso definirla una mossa vigliacca da parte loro.

Nonna tornava spesso a Orvieto, sua cittadina natale, non potendo sopportare oltre le liti con sua figlia e suo genero.

Spesso le voci volavano alte, e gli insulti e le accuse reciproche si sentivano oltre le finestre. Litigavano da una vita.

È per questo che non ci siamo frequentati molto con la nonna e sempre per questo motivo che favoriva una scarsa conoscenza, mantenevamo, noi nipoti, una certa distanza da lei.

A dirla tutta, della nonna avevamo soggezione per i rimbrotti che ci propinava a piene mani, visto che non le stava mai bene nulla.

Aveva sempre da ridire, su tutto e su tutti.

Per lei era tutto scandaloso.

A noi nipoti imbarazzavano i commenti sentenziosi che esprimeva con la bocca schifata contro il l’allora casta televisione.

Il dadaumpa delle gemelle, per fare un esempio, era per lei una vergogna.

Se ne andava dopo aver trascorso alcuni mesi con noi a Terni dal momento che, malata di cuore com’era, le avevano diagnosticato solo un paio di mesi di vita.

Invece, presa in cura dal nostro bravo e paziente medico di famiglia, riuscì a superare la crisi cardiaca.

Mia madre si recava al lavoro con la sua bella divisa da infermiera stirata e profumata, mio padre in giro a cercare di lavorare come rappresentante di commercio.

Lavorare sotto padrone? Mai.

Preferiva l’arte comoda dell’arrangio, quel che veniva, veniva.

C’era lo stipendio di mamma e poteva bastare secondo lui, ma non bastava a mantenere una famiglia di sei persone. 

Inoltre, la morbosa gelosia nei confronti di mia madre dopo il matrimonio non permise a quest’ultima, pur volendolo, di cercarsi un impiego e mettere a frutto i suoi studi di infermiera professionale.

Fino a che capitolò alle pressanti necessità familiari e le concesse il lusso di lavorare. Rimase la gelosia.

Io ero la più grande dei figli e lasciai la scuola dopo le medie.

Già a dieci anni decisi il mio futuro: avrei fatto l’infermiera come mamma, ma non all’ENPAS come lei, io sarei andata in Africa, in qualche missione, a curare i lebbrosi. Poi si vedrà, dicevano i miei.

Si vedrà…

Che ci andavo a fare alle superiori, visti gli scadenti risultati scolastici?

Mi applicavo decentemente solo con l’italiano, la musica, il francese, scienze e dattilografia e qualche sette lo ottenevo.

Le restanti materie, per prima la matematica, potevano anche non esistere.

Fui gelosa quando mia sorella, terminate le medie con successo, si iscrisse all’Istituto d’Arte.

Azzardai l’ipotesi di iscrivermi anche io con lei, ma fui stoppata dalle testuali parole di mio padre: «Tu no, adesso ci servi in casa!».

Ci rimasi male.

Mi ritrovai perciò a fare la donna di casa prematuramente.

Accompagnare a scuola elementare la mia sorella più piccola, fare la spesa, cucinare per tutti, stirare, lavare i panni nella vasca, ché la lavatrice non c’era ancora, pulire e occuparmi della nonna quando veniva diventarono i miei compiti giornalieri.

Perdevo tempo però a leggere i fotoromanzi e sognare un Principe Azzurro tutto per me che sarebbe arrivato prima o poi e avrebbe avuto il volto bello dei protagonisti.

I fotoromanzi, tanto deprecati da mia madre, me li passava sottobanco Loretta, la figlia della portinaia.

Li leggevo avidamente, dopodiché li nascondevo per evitare il solito rimprovero: «Pensa alle cose serie, invece di queste stupidaggini!».

Quali fossero le cose serie non me lo ponevo proprio.

Per un breve periodo, qualche mese, mi presi cura anche della nonna nell’attesa di raggiungere i tanto agognati diciotto anni, età minima per accedere alla scuola infermiere professionali.

Anni che sembravano irraggiungibili per quanto fossero lenti a passare.

Non mi pesava dedicarmi alla nonna.

La mattina le preparavo il caffè d’orzo con le fette biscottate e un filo di marmellata, proprio un filo come voleva lei, dopo averle lavato viso e mani nel catino, oltre a una sorta di bagno a letto con abluzioni intime e spugnature insaponate sul corpo.

Un giorno, per la prima volta, vidi il suo torace deturpato dalla mastectomia totale subita oltre trent’anni prima per un cancro.

Aveva sconfitto il cancro o la diagnosi non era quella giusta.

Avevo quasi diciassette anni e niente mi turbava, neanche la vista del sangue.

Non volevo fare l’infermiera?

Affrontai con freddezza a soli undici anni anche l’inconveniente accaduto a mamma piegata in due dai dolori davanti al frigorifero, mentre tra le cosce le scendeva un rigagnolo di sangue scuro e maleodorante che formò una pozza sulle mattonelle. Presi uno straccio e ripulii diligentemente il pavimento senza scompormi, consapevole a quell’età che prima o poi sarebbe successo anche a me, me lo aveva spiegato a grandi linee mia madre e successe proprio il mese prima di entrare in prima media. Ero veramente piccola.

Cominciarono le costrizioni fisiche per me quando mamma mi fece indossare non gli assorbenti, che ancora non esistevano, ma quegli odiosi, ingombranti panni di lino con le frange tenuti con le spille da balia davanti e dietro e che dopo l’uso ero obbligata a lavare, sbiancare, stirare io stessa, prima di riporli ordinatamente piegati per il mese successivo.

«Sei una donna adesso, smettila di giocare sempre. Ti rendi conto che saresti già in grado di fare un figlio?».

Non la capivo o lei non capiva me.

I figli non nascono solo dopo essere sposati?

Continuai a prendere i miei undici anni come giustamente andavano presi.

Come un gioco che se perso, nessuno mi avrebbe restituito.

Alla nonna era destinata la stanza più grande, molto luminosa, l’unica stanza con due finestre che affacciavano sul verde di un parco immenso recintato da un muro di pietra, dove vivevano e lavoravano alcune suore, che dal nostro terzo piano vedevamo andare e venire leste.

Nonna non le sopportava.

Le “scuffione”, le definiva, per via del pomposo copricapo inamidato e oscillante che indossavano, per appartenenza all’ordine delle Figlie della Carità, dette anche “monache cappellone”. In un certo senso la nonna usava un aggettivo diverso, un pochino sprezzante, per definire la stessa cosa. 

Anche quando nonna fu in grado di alzarsi dal letto ed essere più autonoma, continuò a mangiare i cibi da noi cucinati, chiusa, serrata nella sua camera.

«Per non vedere quelle brutte facce dei tuoi genitori» mi diceva.

Non potevo darle torto, anche se un po’ mi dispiaceva.

La chiamavano “contessa” per i suoi modi altolocati, ma rimaneva una serva figlia di servi.

Detto in modo dispregiativo per rinfacciarle le sue umili origini.

«Carogna come il suo degno compagno» si lamentava nonna con me, riferendosi alla figlia, mia madre e papà.

Continuavo a non spiegarmi tutto quel risentimento.

Ascoltavo le alterne campane senza permettermi di giudicare.

Sembrava avessero tutti ragione, ma non ero in grado o non avevo il coraggio di schierarmi, di prendere una posizione.

Mi limitavo ad ascoltare.

Nei pomeriggi di quell’ultimo inverno passato a farle compagnia, nonna mi raccontava episodi del suo passato.

I suoi ricordi del nonno, della guerra, della città di Firenze nella quale avevano vissuto insieme per tantissimi anni, prima che lui morisse.

Se era morto prematuramente, la colpa era tutta della loro figlia, quella disgraziata. Ma nonna perché?

«Non te l’ha mai detto tua madre, che è rimasta pure incinta?».

«Ma quando?».

«Ancora prima di conoscere tuo padre, eh, sapessi… Che vergogna!».

«Ma allora che fine ha fatto quel bambino?».

«E che ne so io, l’avrà “buttato”! Non l’ho mai vista con la pancia piena!».

Riferii in gran segreto le parole della nonna a mia sorella, che riferì a mamma, che riferì a papà, e scoppiò la terza guerra mondiale.

Era una vecchia pazza, una che non ci stava più con la testa, dire certe cose a delle ragazzine.

Anche se fosse stato vero non avrebbe dovuto dirlo.

Mai.

L’aria prese fuoco, l’atmosfera divenne irrespirabile, nonna si barricò nella sua camera per paura di ritorsioni verbali e chiuse la porta a chiave.

Appena gli animi si calmarono, la vecchietta prese l’abitudine mattutina di uscire, misteriosamente.

Attendeva che i miei uscissero di casa, indossava il cappotto, il foulard e, appoggiandosi al suo fedele bastone, scendeva e risaliva tre piani di scale senza ascensore da sola, ché non voleva essere accompagnata da nessuno. Alla faccia del suo cuore scassato! 

Usciva di nascosto per organizzarsi ad andarsene.

Tutto da sola: alla stazione per il biglietto e in banca a ritirare i suoi risparmi che vi aveva depositato.

Si recò perfino dai carabinieri a fare una denuncia per sequestro di persona nei confronti della figlia e del genero che non le permettevano di tornare a Orvieto, a casa sua.

CONTINUA

NEL POZZO DEI BUTTI (verità a confronto) è un romanzo di Gabriella Sabbioni

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