Oinos

Quel giorno si svegliò di malumore, aveva fatto ancora una volta un brutto sogno. Si alzò con il sole quando i primi raggi ancora freschi di notte e di luna a tocchi sapienti di pennello cominciavano a dare di vernice alla realtà circostante.
Da casa sua si dominava la valle e il Pireo all’orizzonte giocava a confondere cielo e mare. Icario indossò il pallio, i suoi vecchi sandali e scese giù al porto quando la banchina era un brulicare di pescatori stanchi di pesce e di remi.
Da Egina era giunto il principe Eneo, era qui per Altea, la sua amata, la figlia del re sua promessa sposa; lei sarebbe partita proprio quel giorno, per sempre e non l’avrebbe più rivista.
Che tristezza per Icario, quegli ultimi giorni non faceva che sognarla. Spesso tra quelle stille soavi si ritrovavano ancora insieme bambini, quando anche al figlio di un umile vasaio era concesso giocare con i figli del re. Quante volte si erano teneramente abbracciati all’ombra di quel fico maestoso, loro due da soli, in un agosto lirico di cicale quando il frinire della canicola li stanava e quel fitto fogliame diventava il loro castello.
Alle visioni notturne alternava i suoi sogni ad occhi aperti. Quante volte avrebbe ricordato il loro ultimo incontro quando non ancora dodicenni si erano ritrovati alla solita fonte, concerto di acqua sorgiva a zampillare fresca di primavera.
Non capì nemmeno come fosse potuto accadere: gli occhi di lei neri di smalto ballavano su quelle loro sillabe acerbe, concerto di vita tra trame sottili di paura; la sua pelle scura vibrava tra le nocche delle sue mani leggere.
Si presero per mano come mai avevano fatto, poi, quando il sole al tramonto già regalava gli ultimi sprazzi di luce, prima dell’impalpabile congedo, accadde.
I suoi occhi ancora più mobili erano adesso stiletti acuminati a trapassare ogni fibra del suo essere.
Le loro labbra calamite pulsanti, ciliegie di sangue e di miele, si accostarono e fu il loro primo e ultimo bacio: interminabile e sapido di istanti come se il tempo si fosse arrestato lì per sempre, con la natura immobile e silenziosa ad attendere ruffiana quell’unico gesto d’amore, quell’unica e irripetibile epifania.
Poi d’improvviso l’incanto si spezzò, la voce impietosa di una nutrice, e il cielo e il tempo tornarono a rifluire degli istanti consueti, con il sole già stanco alle dimore d’occidente a refrigerarsi tra le acque salmastre del mare e a riposare i cavalli nelle sacre stalle d’occaso.
Non si incontrarono più, compiuti gli anni Altea già donna fu promessa dal padre al figlio del re di un’isola vicina.
Quel giorno maledetto volgeva dunque al termine e anche Icario, come tanti curiosi, accompagnò la sposa al mare, ma non gli fu concesso di vederla nemmeno per l’ultima volta.
L’imbarcazione prese il largo prima del tramonto e quei suoi grandi occhi azzurri dipinti a prua, schizzati di mare, sembravano piangere anch’essi lacrime di tristezza e di sale.
Icario non si era mai fatto illusioni, sapeva che il figlio di un vasaio non avrebbe mai potuto nemmeno sfiorare quel sogno, sperava solo di dormire per sempre sotto il suo stesso cielo, sotto la sua stessa luna.
I mesi passarono e Icario con la chimera di quell’amore perdette il sonno e il senno. Abbandonò presto con il tornio e l’argilla la bottega del padre, racimolò poche dracme e attraversò il mare per giungere, finalmente, sotto la stessa volta della sua donna.
Visse così anni di espedienti e di fatiche ma fu felice, felice di dormire sotto quel cielo, come se un’unica coltre stellata avesse il potere di ricongiungerli.
Si adattò a vivere in una catapecchia in aperta campagna, dove un vecchio, per pochi oboli, lo tenne come guardiano.
Fu lì che scoprì la vite.
Quei grappoli maturi di uva nera, quel sapore dolce e vagamente acre della polpa e del tannino gli ricordavano le labbra carnose e buone di Altea.
Spesso, con un tozzo di pane caldo, non mangiava altro.
Non aveva bisogno d’altro: l’odore delle stagioni, il frusciare lieve delle foglie, brezza leggera che con le voci dei pescatori gli giungeva dal mare, le chiacchiere del suo vecchio, ma soprattutto quei cieli misteriosi ed ineffabili, quell’unica coperta d’affetti, panacea a tutti i suoi mali. Non c’era anfratto, albero, nido, alveare, flora o fauna di quei luoghi che lui, con il passare dei giorni, non imparasse a conoscere. Ogni fruscio, ogni passo, ogni schiocco di merlo era per il lui metronomo a scandire le sue lente clessidre e i suoi giorni di pace e di luce.
Si illudeva talvolta nei suoi lunghi meriggi a meditare, occhi liquidi di orizzonti a bagnarsi di mare, che anche il sole, la luna e le stelle, producessero, impercettibile, un loro suono, una loro struggente melodia.
Poi si assopiva e un’altra notte lo coglieva d’improvviso, inerme, beato.
Un giorno per caso si trovò nei pressi di una radura, un anfratto del terreno che non aveva mai notato. Il cielo grigio di novembre, lastra di tristezza, cupa, spessa, impenetrabile, minacciava pioggia e gravava sul suo umore malinconico di pece; uno di quei giorni in cui non sapeva che corso dare ai suoi pensieri, ai suoi giorni, alla sua vita: senza meta, senza palpiti, senza più illusioni; solo una monotona e inutile sequenza di respiri.
L’estate adesso era solo un vano ricordo, profumi di notti e di stelle quando la campagna riarsa dalla calura era solo una fucina magica per un Dio alchimista felice di sperimentare nuovi odori tra sinestesie di luci e di colori.
Una di quelle sensazioni fugaci, effimere, come se tutto, parto subdolo di una mente inane, vivesse solo un infinito e interminabile inverno, avaro di barlumi e di toni.
Entrò dentro quell’anfratto e qualcosa di insolito lo incuriosì: un liquido rossastro baluginava misterioso all’interno di una conca che il tempo paziente aveva scavata in una roccia circolare.
Il suo cane Mera lo annusò ma subito si ritrasse. Pensò sulle prime che si trattasse del sangue di un animale e stava per tornarsene indietro dal sentiero triste da cui era venuto. Poi però ebbe l’ardire di assaggiarlo: una stranissima sensazione lo investì, un sapore celestiale, buonissimo e corposo, sapido di profumi e di ebbrezza vitale.
Ne bevve a piene mani, si sentì subito felice, ma un cerchio alla testa lo inebetì, temette che un veleno micidiale stesse facendo il suo corso e che presto stramazzasse privo di vita.
Poi si sedette all’aria aperta e prese a riflettere.
Si industriò, cerco di capire, per qualche momento pensò fosse un dono di Zeus munifico.
Tornò dentro e notò dei tralci di vite, numerosi raspi indicavano che grappoli d’uva erano maturati e che colando e stillando, preziosi umori di sole e d’estate, si fossero depositati lì.
Della natura rigogliosa di quel settembre non era rimasto più nulla solo questo umore nero e lui era l’unico a cui gli dei lo avevano concesso in dono.
Svuotò il suo otre e raccolse quel liquido portentoso dimentico di quell’inverno e della sua tristezza. Per tutto l’anno non pensò ad altro.
Tornò settembre e provò, in quella sua prima vendemmia, a ricreare il sortilegio. Giare colme di mosto decorarono quella sua umile stamberga. Non vedeva l’ora che quel liquido si facesse vino, voleva offrirne una coppa alla sua regina e specchiarsi ancora una volta in quegli occhi maliardi.
Passò una settimana ma quell’uva sapeva ancora di uva; tornò quella dopo, passò tutto il mese successivo ma nulla.
Disperò alla fine, rassegnato vagava per i campi convinto di essere stato burlato da un fauno dispettoso. Non rientrò a casa per giorni, la puzza a zaffate acri non lo lasciava nemmeno respirare.
Era ormai novembre inoltrato quando si risolse a disfarsene. Stava per svuotare il primo orcio quando, quasi per istinto, con un piccolo kilyx volle provare un’ultima volta. Strabuzzò gli occhi di sorpresa e finalmente capì: il tempo e la pazienza erano il segreto di tutto.
Quel giorno pianse di gioia.
Il giorno successivo chiamò il padrone e lo invitò a consumare un pasto frugale. Al suo desco comparve però una strana coppa, all’interno della quale un liquido rubino splendeva nella luce generosa del meriggio.
Il vecchio ristette, lo annusò incuriosito, inebriato non ebbe paura e lo assaggiò. Bevvero fino al tramonto, abbracciandosi felici sino all’ultimo tintinnare di coppe.
Poi caddero al suolo ubriachi fradici.
Si svegliarono con un cerchio alla testa quando il sole già alto li abbacinò di luce e di suoni.
Decisero, così, di mantenere il segreto e di mettere presto al corrente il loro re.
Quella mattina trascorse serena, Icario felicissimo alchimista e taumaturgo sapeva che adesso sarebbe bastato un buon bicchiere per scacciare tutti i fantasmi e ogni malinconia.
Sperava, poi, di presentarsi a corte per rivedere quegli occhi e farle dono di quella meraviglia: coppe d’estate da spillare goccia dopo goccia anche durante l’inverno più rigido.
Caso volle però che quello stesso giorno Icario si scontrasse con alcuni pastori suoi conoscenti.
Donò dunque una giara colma, dimenticando però di consigliare loro di mescerla con acqua.
I pastori, contenti, mangiando e bevendo divennero talmente ubriachi da vederci doppio e convinti, così, di essere stati avvelenati da Icario lo uccisero.
Poi passata la sbornia, resisi conto dell’errore, lo seppellirono in fretta e fuggirono.
Mera, il cane, ne fu testimone. Corse subito dal vecchio e tirandolo per la tunica lo condusse nel luogo dove era stato seppellito.
Zeus pietoso non volle però che si perdesse quest’arte e tributò tutti gli onori a Dioniso che ne divenne dio. Così Bacco si insinuò tra i sogni di Eneo, gli raccontò per filo e per segno l’accaduto e con la vite gli regalò i segreti della nuova coltura che dal re mutuò il nome.
Presto giustizia fu fatta, i pastori furono impiccati e per onorare la memoria di Icario si istituì la festa della vendemmia.
Altea assaporò, così, quel nettare delizioso e nel gusto intenso e corposo di quell’umore riconobbe felice il profumo soave della sua infanzia e di un antico e mai scordato bacio.

Oinos è un racconto di Gioacchino di Giovanni