PIGRO (LA LEGGENDA DI NONNO BRUTTO) di Ennio Buonanno

Foto di pixabay

C’era una volta un bambino di nome… accipicchia, non ricordo più quale fosse il suo nome.

Il fatto è che, da un certo momento della sua vita, i genitori cominciarono a chiamarlo Pigro.

Eh sì, perché questo bambino, nonostante le attenzioni e l’educazione ricevute, non voleva proprio saperne di avere cura dei propri giocattoli, tantomeno di mettere in ordine a sera, prima di andare a dormire.

Così, oltre a dover rassettare casa, i genitori erano costretti anche a mettere in ordine nella stanzetta di Pigro.

A nulla valevano punizioni, privazioni, restrizioni.

Nulla, niente di niente, riusciva a convincere Pigro che avere cura dei propri beni, tenerli in ordine, fosse importante.

Una mattina in cui questo cruccio lo svegliò molto irritato, il papà di Pigro si sfogò con i suoi colleghi in ufficio.

Per sua fortuna tutti avevano figli, per cui furono molto comprensivi nei suoi confronti.

«Scusatemi, scusatemi davvero, ma non sappiamo più cosa fare. Non voglio picchiarlo, non ha senso, credo neanche sarebbe costruttivo, ma non sappiamo davvero più quale azione adottare. Giuro, ormai io e mia moglie litighiamo quasi solo a causa del disordine di Pigro.»

Mentre era a mensa, da solo al tavolo, sempre con la mente rivolta a Pigro, uno dei suoi colleghi gli si sedette di fronte.

«Senti,» gli disse «prima non ho potuto parlarne davanti a tutti, ma… hai provato a rivolgerti a Nonno Brutto?»

«Nonno Brutto?» chiese meravigliato il papà di Pigro.

«Ok, io non avrei nessuna voglia di parlarti di Nonno Brutto. L’ultima volta che l’ho fatto, mi hanno preso in giro per mesi e mesi, ma ti vedo troppo disperato e già da molto tempo. Ti dirò tutto, ma tu non devi farne parola con nessuno e, soprattutto, tieni basso il volume della voce mentre ne parliamo.»

«Va bene» ribatté il padre di Pigro, pensando che il suo collega fosse un po’ matto.

«Bene» sussurrò il collega, rilassato. «Devi sapere che anche io ho avuto il tuo stesso problema con i miei figli che, come ben sai, sono gemelli. Hai idea della confusione che possono lasciare in casa due tempeste in forma umana di sei anni?»

«Beh, posso pensare al doppio del disordine che potrebbe lasciare Pigro. A me già viene mal di testa soltanto a immaginare quello che troverò stasera al ritorno a casa.»

«Bene, allora ascolta me» lo incalzò il collega. «Va da Nonno Brutto e non te ne pentirai. Noi siamo una famiglia felice adesso, ma soltanto dopo il suo intervento.»

«Ma come faccio a trovare questo Nonno Brutto? Neanche so chi o cosa sia!»

Il collega gli passa un foglietto accartocciato prendendogli la mano:

È scritto qui dove puoi trovarlo. Vai, non te ne pentirai!»

Sorrise, si alzò e, dopo avergli dato una pacca di incoraggiamento sulla spalla, andò via.

Il papà di Pigro aprì il fogliettino: c’era scritto un indirizzo, nulla di più.

Il navigatore dell’auto lo portò davanti ad una saracinesca grigia di quello che sembrava un negozio chiuso, in una strada frequentata della città, piena di esercizi commerciali.

Era perplesso, forse aveva letto male.

Riprese il fogliettino, lesse, controllò che la strada fosse quella indicata, il numero anche: sì, era proprio lì.

«Vuole affittare questo negozio?» gli chiese una signora in piedi davanti all’ingresso del bar accanto. «È chiuso da anni, non lo apre mai nessuno. A dire la verità, non so neanche bene chi sia il proprietario.»

Preso alla sprovvista e sentendosi ridicolo, il padre di Pigro rispose balbettante:

«No… no… credo mi abbiano dato un indirizzo sbagliato. Grazie, arrivederci!»

E andò via, interdetto.

Il giorno dopo raccontò l’accaduto al collega che gli aveva dato l’indicazione, questa volta credendo davvero fosse un po’ matto.

«Non hai bussato, vero?» gli chiese anche un po’ sornione il collega.

«Ma a cosa vuoi che bussassi?» ribatté il papà di Pigro, anche un po’ irritato. «Ci mancava solo che chiedessi alla signora del bar: “Scusi, sa a che ora apre Nonno Brutto?” Ma dai!»

«Nooo, ma sei scemo? Non pensarci neanche! Stammi a sentire, anche a me è successo: vai in un orario meno affollato, così ti senti più a tuo agio. Va alla saracinesca e bussa. Se non bussi, non ti risponde nessuno!»

Non era molto convinto, ma appena tornato a casa, le urla della moglie verso Pigro e la baraonda nella stanzetta del figlio gli tolsero ogni dubbio: ci avrebbe provato il mattino successivo, prestissimo, così nessuno l’avrebbe visto.

Si alzò prima che suonasse la sveglia!

Tanto erano grandi la sua decisione, la sua convinzione, la sua disperazione, che all’alba era già in piedi. Si vestì in fretta, uscì senza far rumore, prese l’auto e andò di nuovo all’indirizzo segnato.

Come il giorno prima, parcheggiò proprio davanti alla saracinesca grigia del civico indicato.

Il bar di fianco era ancora chiuso.

“Bene” pensò.

Scese deciso, si pose ritto vicinissimo alla saracinesca e bussò, con due colpi decisi ma non rumorosi.

Una finestrella si aprì davanti ai suoi occhi.

Fu così meravigliato che non fece nemmeno in tempo a pensare di guardarci dentro, quando sentì una voce profonda provenire da dentro la fessura:

«Benvenuto, so di cosa hai bisogno. Sarai accontentato!»

E la fessura si richiuse.

«Ma… per il pa ga mento…?» farfugliò.

Non aveva fatto in tempo a chiederglielo.

In ufficio, il suo collega lo vide intontito e gli si avvicinò:

«L’hai trovato, vedo! Bene!» e se ne andò.

«Ma… per il pa ga mento…?» farfugliò ancora, ma anche col suo collega non fece in tempo a chiedere che era già andato via.

Aveva enormi dubbi.

Durante il tragitto verso casa, non faceva che pensare a quanto era accaduto da quando aveva bussato a quella saracinesca:

«E se mi avessero preso in giro!? In fondo il mio collega sapeva tutto, mi avrà tirato un brutto scherzo. E se succedesse qualcosa a Pigro!? È vero, però, non ho dato il mio indirizzo di casa e il mio collega non sa dove abito, ma se l’avesse letto nello schedario aziendale!»

Insomma, il padre di Pigro si stava torturando il cervello così, una volta tornato a casa, si fece largo tra tutti i giochi sparsi sul pavimento e, risoluto, parlò a Pigro:

«Pigro, come sai, io e tua madre abbiamo provato tante volte a dirti quanto sia importante che tu impari ad avere cura dei tuoi giocattoli, a conservarli in ordine. E tutte le volte tu non ci hai dato ascolto. Ancora oggi che hai quasi sei anni, continui a comportarti come un bambino che ne ha tre. Pertanto, ho deciso di rivolgermi a Nonno Brutto. Quindi, sappilo: ogni sera che non metterai in ordine i tuoi giocattoli, i tuoi colori, i tuoi libri, insomma, qualsiasi cosa sia tua, lui verrà e porterà via tutto.»

Pigro lo guardò interdetto: sembrava impaurito, ma fu solo un’illusione!

Perché invece rise a crepapelle e, deridendolo, disse al padre:

«Ahahahah, e tuo papà allora chi è, Nonno Bello? Ahahahahahah!»

I due genitori si guardarono – loro sì – impauriti: dove avevano sbagliato se il loro unico figlio, già a quest’età, si mostrava così irriverente?

Pigro, inutile dirlo, andò a dormire lasciando tutto in disordine.

Per dargli il bacio della buonanotte, i genitori camminarono su peluche e pezzi di costruzioni, facendosi anche male.

Stefano dovette essere fermo con sua moglie e convincerla ad andare a dormire senza riordinare.

Lei, al solo pensiero di ritrovare quel caos di giochi al mattino, non riusciva a chiudere occhio.

Lui si sentiva ancora un po’ ridicolo e, prima di addormentarsi, parlò tra sé e sé per tranquillizzarsi.

Sua moglie pensò che stesse pregando e non lo interruppe.

Il mattino seguente furono entrambi ‘buttati giù dal letto’, ancor prima che suonasse la sveglia delle 6:30, da un urlo di disperazione.

«Noooooooooo! Dove sono i miei giocattoli? Dove sono? Noo! Noo! Nooooooo!»

Pigro aveva dormito, ma mi sa che un po’ di preoccupazione era penetrata nella sua testolina! Si era svegliato presto per controllare che i giocattoli fossero ancora lì.

I genitori lo videro arrivare di corsa e lanciarsi sul letto, come un lottatore di wrestling.

«Dove sono? … Dove li avete messi? …»

La madre non riusciva a proferir parola, tanto era sconvolta dall’aggressività e dalla rabbia di Pigro. Solo il padre riuscì a balbettare un timido:

«Hai vi… visto nella cesta?»

«Non ci sono! … Non ci soooooooono! Li avete messi in cantina per potermi spaventare, vero?»

«Ma no, Pigro, ti assicuro di no!»

«Andiamo a vedere!» ribatté Pigro.

«Ma sono in pigiama» disse timidamente il padre.

«Niente scuse! Andiamo!»

A Pigro non bastò controllare in cantina: volle che i genitori controllassero in ogni angolo della casa, persino negli armadi dove erano riposti i vestiti, sotto il letto matrimoniale e nel bagagliaio dell’auto (dove, ad essere sinceri, tutti quei giocattoli non sarebbero mai potuti entrare!).

Dei giocattoli nessuna traccia!

Era disperato!

Stava a pancia in giù, sul letto, con la faccia affondata nel cuscino, piangendo senza sosta.

Ogni tanto, in risposta a qualche rassicurazione dei genitori, lasciava partire un grido così stridulo, che avrebbero potuto sentirlo a chilometri di distanza.

Per fortuna non era giorno di scuola e di lavoro, altrimenti sai che problema!

I genitori erano stravolti.

Intanto erano anche loro meravigliati che questa storia di Nonno Brutto fosse vera.

Controllarono ogni via possibile di accesso alla casa, ma non trovarono alcuna traccia di scassinamento, nessuna forzatura, niente di niente. Come aveva fatto ad entrare questo Nonno Brutto? E, soprattutto, come aveva fatto a portare via tutti quei giocattoli?

L’attenzione a questi particolari durò poco.

La disperazione di Pigro era tale, che i genitori si stavano pentendo di aver attuato la soluzione di Nonno Brutto.

Così, presi dal panico, decisero che sarebbero andati da Nonno Brutto a chiedere di restituire tutto, a pagarlo per il fastidio arrecatogli e a cercare un’altra soluzione per educare Pigro.

Sì, ma quale?

«Ci penseremo dopo!» disse lei in piena agitazione «Adesso va a prendere quella roba, se no divento matta! … matta! …»

“Sembrava una così ottima idea” pensava il papà di Pigro mentre guidava e ancora pensava lo fosse, ma già Pigro urlante era insopportabile, anche la moglie che dava di matto proprio non lo poteva sostenere.

Nonostante fosse sabato e il viavai nel bar di fianco fosse continuo, andò alla strana saracinesca e bussò, anche se con un po’ di titubanza.

La fessura si aprì ancora, di nuovo quella voce profonda:

«Già qui? È così grave? Va bene!» e la fessura si richiuse.

Quanto sarà durato, 2 secondi?

Il papà di Pigro era tentato di bussare ancora, per essere sicuro di aver capito bene ma, guardando con la coda dell’occhio tutte le persone entrare ed uscire dal bar, pensò di non ripetere il gesto e andò verso l’auto, entrò, mise in moto e partì.

Durante il tragitto studiava le parole tranquillizzanti da usare con la moglie, ripetendo ad alta voce, per trovare il tono giusto, nonostante non fosse convinto di quanto fosse successo.

Salì le rampe due scalini alla volta, per darsi entusiasmo, ma una volta entrato in casa, rimase di stucco: la stanza di Pigro era per metà piena di giocattoli, che il bambino tirava fuori dalle confezioni con un’avidità simile ad un cercatore d’oro davanti ad un giacimento.

Erano nuovi!

Si voltò verso il salottino: sua moglie aveva l’aria e lo sguardo di chi avesse subito una violenza fisica e morale, i gomiti appoggiati sulle ginocchia chiuse, le spalle ricurve, la testa china.

La vide alzare lo sguardo, prendere qualcosa dal taschino e porgergliela:

«Scusami, non ce la facevo più!»

Lui prese la scheda che lei gli stava porgendo.

Era la sua carta di credito e lo scontrino intorno non lasciava dubbi: gliel’avevano svuotata!

Ora, bambini, se voi pensate che l’arrivo dei nuovi giocattoli avesse calmato l’animo di Pigro, siete ben lontani dall’immaginare la realtà.

Eh sì, perché Pigro era – appunto – pigro, ma aveva un carattere niente male.

L’idea che un qualsiasi folletto, gnomo, mago o nonno, che fosse brutto o bello, avesse portato via tutti i suoi giocattoli, non gli era proprio andata giù.

Infatti, arrivato a sera, nonostante le insistite preghiere dei suoi genitori, non ne volle proprio sapere di mettere in ordine la sua stanzetta.

Il suo papà dovette esercitare tutto il suo autocontrollo, pur di non perdere la calma.

L’idea che potesse arrivare di nuovo Nonno Brutto, portare via anche tutti quei giocattoli e, al mattino successivo, dover spendere altri soldi per altri giocattoli, lo atterriva.

Non immaginava, però, quanto spaventato ma, soprattutto, arrabbiato fosse suo figlio.

Appena fu certo che i suoi genitori stessero dormendo, Pigro si fece largo tra i giochi, prese cuscino e coperta, e si stese proprio al centro di tutto il disordine della sua stanza.

«Voglio proprio vedere se si azzarda a venire anche stanotte, quel faraBrutto!»

Era notte fonda quando Pigro, pur dormendo, sentì il rumore di movimenti tutt’intorno a lui, simili a fruscii.

Si alzò di scatto, prese la piccola torcia che aveva nascosto sotto il cuscino, la accese e la puntò nella direzione da cui sembrava venissero i rumori.

Giusto il tempo di abituare gli occhi alla luce e, proprio davanti alla torcia, Pigro scorse la sagoma di un omino grande quanto lui, ma in tutto e per tutto simile ad un elfo nonno.

«Ma… allora esisti davvero?»

«Certo, cosa credevi, che tuo padre ti avesse raccontato bugie?» rispose l’elfo come a rimproverarlo.

In effetti, Pigro aveva pensato che il padre l’avesse preso in giro, ma era evidente che non fosse così.

«Ti sembra il modo di comportarti con due genitori che ti vogliono così bene?» continuò ad ammonirlo Nonno Brutto.

«Beh, sono i miei genitori, sono a mia disposizione, no?» ribatté sicuro Pigro. «Lo sono tutti i genitori.»

«Questo è quello che credi tu, mio caro Pigrone!»

Nonno Brutto prese un giocattolo di legno tra quelli sparsi a terra:

«Lo vedi questo? Ci sono altri genitori che lavorano per costruire giocattoli come questo e che, per farlo, non sono a disposizione dei loro figli.»

Pigro lo guardò come se avesse sentito una cosa assurda: com’era possibile che ci fossero genitori non a disposizione dei loro figli?

«Certo!» continuò Nonno Brutto, come se avesse letto nella sua mente «Ci sono genitori che, per lavorare, la sera non riescono a tornare a casa per giocare con i loro figli, come invece possono fare e fanno i tuoi genitori. Tu sei fortunato, sai!?»

Pigro lo guardava ancora incredulo e questo a Nonno Brutto non sfuggì.

«Vieni, ti mostro qualcosa. Dammi la mano!»

Come rapito dalla voce di Nonno Brutto, Pigro gli diede la mano e, in men che non si dica, si ritrovò a viaggiare velocissimamente da una parte all’altra di chissà dove nel mondo, da una scena all’altra.

Nonno Brutto non gli diceva nulla, ma intanto Pigro guardava e pensava.

Guardò un bambino che dormiva nel lettone con il papà, perché la madre era lontana a causa del lavoro.

Guardò una bambina sforzarsi per tirare fuori il proprio peluche impolverato dalle macerie della sua casa crollata, l’unico giocattolo rimasto ‘vivo’.

Guardò un’intera camerata ordinatissima di bambini dormire uno di fianco all’altro, evidentemente orfani.

Guardò… guardò… guardò… guardò senza dire mai alcunché, senza far domande a Nonno Brutto, finché davanti all’ennesima scena, all’improvviso disse:

«Ferma, ferma qui!»

La cameretta davanti ai suoi occhi appariva incredibilmente uguale alla sua: quadrata, il suo letto di fronte all’entrata, il tavolino sulla sinistra, i ripiani per i libri a fare da protezione a chi dormiva.

Il suo letto però aveva anche dei cassettoni sotto la rete ed il materasso, quello che stava osservando aveva sotto soltanto un cartone che non veniva cambiato da chissà quanto.

La cameretta, a differenza della sua, era vuota, ad eccezione di un carrettino di legno.

«Come si chiama?» chiese Pigro, mentre lo osservava, proprio di fronte a lui, seduto sul letto, la schiena appoggiata al muro, le ginocchia raccolte al petto e tenute ferme dalla cintura delle piccole braccia.

«Giorgio» rispose Nonno Brutto. «Suo padre ha dovuto vendere tutto, perché devono scappare dalla guerra che sta arrivando.»

«Anche i libri?» chiese Pigro senza distogliere lo sguardo dall’espressione di Giorgio. I ripiani sopra il letto erano assurdamente vuoti.

«Anche i libri!» rispose Nonno Brutto.

Pigro abbassò la testa, chiudendo gli occhi.

«Mi porti a casa, per favore? Voglio andare da mamma e papà!» chiese poco prima di cominciare a piangere, trattenendo i piagnucolii, come avesse paura di farsi sentire da Giorgio.

Nonno Brutto gli appoggiò una mano sulla spalla, sorrise e annuì.

Una volta tornati a casa, Nonno Brutto guardò Pigro con tenerezza, invitandolo a mettere in ordine nella sua stanza.

Pigro gli fece cenno con la mano di aspettare e si avviò, silenziosamente, verso la camera dei genitori. Entrò, andò da una parte del lettone e diede un bacio sulla fronte alla madre; poi passò sull’altro lato e accarezzò con dolcezza il padre, quindi uscì dalla camera, chiudendo la porta con delicatezza.

Tornò nella sua cameretta e si rivolse a Nonno Brutto:

«Mi aiuti, per favore?»

Ricevette un sorriso in risposta e cominciarono.

Impiegarono poco tempo, o almeno così sembrò a Pigro, che si meravigliò pensando a quanto fossero assurde tutte quelle moine che faceva: era così facile!

Stanco, si ripose a letto.

Nonno Brutto gli sistemò le lenzuola, lo accarezzò e andò via solo una volta sicuro che Pigro stesse dormendo profondamente.

Al mattino successivo, quando Stefano vide la stanza sgombera, pensò subito che anche quella notte tutti i giochi fossero spariti, ma poi vide, penzoloni, la coda della tigre di peluche dalla cesta sulla sinistra.

Sorrise.

Pigro si svegliò che era quasi ora di pranzo, riposato, sorridente, affettuoso.

Non volle raccontare nulla della notte precedente, anche se incalzato dalle domande dei genitori.

Arrivati a sera, Pigro chiese loro di giocare tutti e tre insieme, e tutti e tre insieme giocarono così tanto da coprire di giochi il pavimento della cameretta del figlio.

Finché:

«Che ora è, papi?»

«Un quarto alle nove, Pigro, perché?»

«Mi aiutate a mettere tutto in ordine, per favore?»

I genitori si guardarono l’un l’altra, felici e commossi e, senza dir nulla, aiutarono Pigro a raccogliere i giochi.

Come la notte prima, ci volle davvero poco tempo, o così parve a Pigro.

A terra erano rimasti solo la tigre di peluche – quella con cui aveva dormito ogni notte – e l’ombrellino trasparente.

Il papà stava per prenderli, quando Pigro lo fermò:

«No, quelli lasciali lì.»

«Perché?» chiese stranito il padre.

«Così li prende Nonno Brutto!» e sorrise.

Il padre non capì, ma lasciò fare.

Il tempo di voltarsi e Pigro gli piazzò sotto il viso un foglio con una penna:

«Mi aiuti a scrivere PER GIORGIO?»

«Per Giorgio?»

«Sì, Per Giorgio!»

«Chi è Giorgio?»

«Un bambino” e spinse la mano verso di lui:

«Grazie!»

Mentre scriveva, vide Pigro andare verso il letto, scegliere due libri e posizionarli vicino al peluche e all’ombrellino.

Non passò sera che Pigro non mettesse in ordine la sua cameretta prima di andare a dormire.

Non ci fu volta, nemmeno da ragazzo, che non lasciasse qualcosa a terra, senza alcun biglietto.

Lui sapeva che, ogni notte, Nonno Brutto sarebbe passato dalla sua cameretta, a prendere quanto Pigro lasciava per Giorgio, o per qualsiasi altro bambino come il Giorgio che aveva incontrato quella notte.

Pigro divenne così una persona dolce ed ordinata e, anche grazie alla sua esperienza con Nonno Brutto, riuscì a vivere felice e contento per tutta la sua esistenza.

La saracinesca di Nonno Brutto è ancora lì, nonostante il palazzo sia stato abbattuto e ricostruito nel tempo, ad aspettare tutti quei genitori convinti di avere un figlio come Pigro.

Doveste averne bisogno, la potete trovare in Via… in Via… Accidenti, adesso che è finito il racconto, non ricordo più l’indirizzo, magari mi tornerà in mente.

Mi sa che ho il cervello un po’… pigro!

PIGRO (LA LEGGENDA DI NONNO BRUTTO) è un racconto di Ennio Buonanno

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