SAND CREEK di Paolo Bertelli

Foto di David Mark da Pixabay

Alcune leggende sono antiche come la creazione del mondo,

ma anche reali, come il vero amore che lega due individui.

Il vento soffiava nella prateria, piegando gli steli morenti, appiattendo arbusti e inclinando le chiome dei pochi alberi che, come vecchi eroi solitari, vegliavano sulle praterie.

Pensava a quanto la storia avesse poca memoria.

Qualsiasi civiltà di ogni tempo ricorda le proprie disgrazie e i suoi caduti, ma nessuno percepisce la presenza del sottile filo che lega tutti gli eventi: l’uomo.

Sarebbe stato costretto a rivivere ancora quel massacro, a guardare la sua famiglia morire sulle rive del fiume e ad assistere, inerme, a quell’atrocità tutti gli anni il solito maledetto giorno, e tutto per avere la speranza di riabbracciarli.

Quante volte il suo cuore era stato squarciato da immagini insopportabili alla vista.

Quante volte le lacrime erano fuoriuscite dai suoi occhi come un fiume in piena dai propri argini e le urla di dolore gli erano esplose dentro, come il più forte dei terremoti.

Le lune passeranno, ne dovrai contare più di mille, prima di rivederli… sempre se sarai

pronto!.

In realtà, ne erano passate quasi il doppio.

Questa era la maledizione.

Questa era la sua unica speranza.

Questa era la leggenda.

E le leggende sono antiche, come le montagne.

Stava aspettando per l’ultima volta, fissando la lapide.

Sand Creek.

Battle Ground.

NOV 29 & 30 1864

Cosa c’era di consolatorio in quel pezzo di marmo?

Cosa evocava l’iscrizione a chi, passando di lì, si soffermava a leggerla?

La terra, dove viveva la sua gente, non avrebbe mai dimenticato il sangue di cui era satura. L’erba e gli alberi sarebbero nati e cresciuti nutrendosi del suo ferro.

La natura non dimentica. L’uomo sì.

È molto più facile vivere ignorando il passato, lavarsi la coscienza dallo sporco di eccidi e d’ingiustizie ed edificare una lapide, che si erode sotto le intemperie e il sole cocente di terre talmente aride da non nutrire nemmeno più la speranza che qualcuno ne possa conservare la memoria.

Odiava quella stele, perché non riusciva in alcun modo a ricordare realmente ciò che era successo.

Odiava l’ipocrisia, che ormai impregnava l’umanità, di cui prima, invece, ne faceva parte.

Rivivere ogni anno quell’atroce momento faceva sì che la profonda delusione verso ciò che aveva di fronte prendesse il sopravvento sui sentimenti di odio, ormai sopraffatti dal troppo dolore.

Ancora una volta lasciava che il vento disperdesse le sue lacrime, cristalli di muta sofferenza e di ricordi rimasti per troppo tempo come unico appiglio alla speranza.

Il solito vento trascinava lontano le urla di dolore, ma non abbastanza da poter essere udite da tutti; aveva cercato invano di ripulire quelle pianure malsane, portando nubi cariche di pioggia per lavare via le macchie rosse che riaffioravano ogni volta, ricordo di un massacro indiscriminato.

Osservava il Sand Creek, nel ricordo della sua gente e di quei bambini.

Anime innocenti tra le sabbie del fiume.

Urla non udite tra la terra del fiume.

Fiori di sangue tra le crepe di quel letto di morte.

Corpi abbandonati nelle rive del fiume.

Cupa è l’anima di chi odia.

Può un uomo perdonare tutta questa crudeltà e follia?

Chi ha permesso che l’umanità fosse portatrice dei più vili sentimenti e azioni di cui il suo spirito era stato spettatore, negli ultimi centocinquant’anni?

Perché sono stati creati uccelli urlanti di ferro e acciaio, con il solo scopo di uccidere, ma che non avrebbero mai avuto la grazia e l’imprevedibilità, nelle proprie ascese e traiettorie, di un rapace.

Ancora una volta, i venti trascinano l’urlo dell’aquila: lì dove tutto ebbe inizio e dove tutto, adesso, sarebbe finito.

Chiuse gli occhi.

Avvertì un dolore lancinante, poi un varco si aprì nella sua mente e… tornò al 29 Novembre del 1864.

*******

Erano a caccia, sulla pista del bisonte, a diversi chilometri dall’accampamento.

Decine di fieri guerrieri Cheyenne e Arapaho in cerca di cibo per le proprie famiglie.

Non avevano lasciato difese, riponevano tutta la loro fiducia nell’Uomo Bianco, nelle Giubbe Blu, nelle loro parole.

«Finché sarete accampati sotto la bandiera degli Stati Uniti d’America, non avrete niente da temere!» .

Osservava il cielo terso e quella strana aquila che li stava seguendo già da tempo, come fosse un avvoltoio in attesa di una vita morente, da saccheggiare.

Planava in cerchio, emettendo lunghi versi acuti, all’apparenza sofferenti.

Gli altri guerrieri la ignoravano, come se non la sentissero, ma lui non riusciva a staccare gli occhi da quella regale figura in volo.

L’Uomo Bianco aveva invaso le loro terre, in nome dell’oro e dei propri interessi.

Presero coscienza del fatto che non potevano combatterli.

L’unica soluzione era trattare e accettare false promesse, per poi essere confinati in riserve ed essere obbligati a cacciare lontano da esse.

Ma erano le loro terre d’appartenenza, non c’era diritto né giustizia in ciò che stava succedendo.

Strinse con rabbia le briglie del cavallo, fino a sentire il dolore delle unghie sulla carne.

Erano un popolo pacifico: vivevano rispettando ciò che avevano attorno.

Ancora un urlo si propagò nel cielo, talmente acuto che fu costretto a tapparsi le orecchie e a fermarsi, chinando la testa sofferente.

Il cavallo era agitato, batteva gli zoccoli a terra e iniziò ad arretrare.

Quando si riprese, nel tentativo di calmare l’animale, si accorse che l’aquila era di fronte a lui; sbatteva le ali lentamente, accarezzando l’aria, mantenendosi all’altezza dei suoi occhi e fissandolo con i propri.

Punte di spillo penetranti e vermiglie, come il sangue.

Gli altri non si curarono della scena, proseguendo il proprio galoppo verso i bufali da cacciare.

Il rapace mosse il becco, come se volesse proferire parola, ma gorgheggiava versi che sembravano pianti di bambino.

Il sangue iniziò a scendere dalle pupille, scorrendo sopra il piumaggio bianco e nero e finendo la sua corsa contro quel terreno infecondo; poi prese di nuovo il volo, scomparendo in alto. Il rumore delle urla cessò e si accorse che uno dei capi tribù lo aveva affiancato.

«L’aquila che hai visto segnerà il tuo destino… se sarai abbastanza forte da percorrerlo!».

Non capiva, ma non ebbe il tempo di fare alcuna domanda.

L’anziano si era già allontanato al piccolo trotto con il proprio cavallo.

Il ricordo si dissipò.

Spostò lo sguardo verso l’alto, finché la luce solare non divenne ombra e il cielo azzurro, purpureo; la sua mente si squarciò, obbligandolo ancora una volta ad osservare il giorno in cui massacrarono fino alla morte la propria famiglia.

*******

L’accampamento era insediato in un’ansa a ferro di cavallo del fiume Sand Creek, un arido affluente del fiume Arkansas.

Erano rimasti solo pochi guerrieri che non erano andati a caccia, sui seicento nativi presenti nel campo; tutti gli altri non erano che vecchi, donne e bambini.

Improvvisamente, si udì un rimbombo all’orizzonte, finché una coltre di polvere e terra si alzò sopra il calpestio feroce degli zoccoli sulla pianura sabbiosa.

Non c’era niente da temere: si fidavano dei visi pallidi.

Il terreno ormai vibrava talmente forte che i sassi e i granelli della stessa terra si spostavano al suo ritmo, in tutte le direzioni.

Ma quelli… non erano gli zoccoli di una mandria di tatanka.

Quando si accorsero che tutto ciò era provocato da cavalli al galoppo che portavano soldati armati e il pericolo mostrò il suo vero volto, era già troppo tardi.

Era costretto a guardare, ancora una volta, quelle maledette immagini: uomini che, d’istinto, cercavano di recuperare le armi per difendersi, donne e bambini che correvano fuori dalle tende urlando, con il terrore negli occhi.

La sua famiglia.

Il frastuono degli spari di carabine e pistole, e ancora le lacrime, la rabbia, l’odio iniziavano ad impossessarsi del suo cuore.

Sua moglie, il suo unico e più grande amore, era stesa a terra, travolta da un cavallo, e si trascinava dolorante e avvolta dalla polvere.

Urlava, disperata, il nome della loro figlia.

Un soldato si avvicinò e le sparò a una gamba; l’urlo straziante che emise gli penetrò i timpani e falcidiò la sua anima, mentre lei continuava disperata a chiamare la loro bambina, a dirle di scappare, di nascondersi.

Poi, l’uomo la prese per i capelli, iniziò ad urlarle contro parole insensate, fino a picchiarla. Cercava di difendersi, coprendosi la faccia con le braccia, ma gliele spezzò, colpendola con una sciabola e infierendo su di lei.

La lasciò lì, a morire dissanguata.

Dopo centocinquant’anni che era costretto a rivedere quella scena, non c’erano più lacrime che potessero scendere sul suo volto.

Rimase impassibile nel suo muto dolore, con la sua maledizione a fargli compagnia.

«L’aquila ti ha scelto. Quando la tua anima sarà in pace, potrai riabbracciare la tua famiglia».

Così gli disse il vecchio capo tribù, quando tornarono nell’accampamento a piangere i loro morti, a meditare una vendetta, che si sarebbe consumata solo alcuni anni dopo.

I peggiori sentimenti che l’animo umano potesse mai partorire avrebbero impregnato quella terra per sempre, rendendola arida, come il cuore di chi non sa amare.

La fissava: aveva le vesti bianche intrise del color scarlatto e i capelli che le ricadevano addosso come un nero velo funebre, sparsi sull’esile corpo, ormai senza vita.

Uno degli anziani Cheyenne dell’accampamento raggiunse il palo di legno dove era fissata una grossa bandiera degli Stati Uniti d’America.

Un dono: dovevano essere al sicuro sotto di essa.

«Finché la bandiera americana sventolerà sopra le vostre teste, nessun soldato vi sparerà!».

Così gli dissero.

Ma quel giorno spararono.

E uccisero.

Un pezzo di stoffa che avrebbe dovuto rappresentare l’emblema di giustizia e umanità. Quanti indiani furono uccisi per ogni singola stella cucita su quella bandiera “portatrice di pace”, durante quegli anni.

Non sapeva ormai più darsi una risposta.

Ogni volta che si risvegliava, vedeva sempre più sangue sgorgare da quelle stelle.

Ma non si limitarono a uccidere: la sua gente venne oltraggiata, mutilata, scalpata.

Poi, vide la figlia.

Un gemito di sofferenza uscì dalla sua bocca. Iniziò a gridarle di nascondersi meglio, che così l’avrebbero vista, ma lei non riusciva a sentirlo, non poteva, perché lui non c’era: né allora né adesso.

Era a caccia del bisonte e dopo, per tutti quegli anni, alla ricerca della propria pace interiore.

Due soldati la scoprirono e le spararono.

Una bimba indifesa, che si faceva scudo solo della propria innocenza.

La tirarono fuori dalla sabbia, dove aveva cercato di celarsi alla loro vista, trascinandola per le esili braccia, finché ne sfigurarono il corpicino.

No, non c’erano ormai più lacrime per consolarsi: i suoi occhi erano aridi come il letto di quel fiume.

Ma non avrebbe ceduto stavolta.

Tutto era pronto.

Niente offuscò la sua vista e una nenia dolce e sussurrata gli riempì le orecchie

Nessuno vive a lungo. Solo la terra e la montagna

L’aquila non volò via come in tutti gli anni passati, quando lui aveva ceduto all’odio e alla disperazione, ma gli si posò accanto, come un vecchio amico che vuole cercare di consolarti.

Dagli occhi dell’animale, scesero alcune lacrime, poi vi riconobbe lo sguardo della moglie, caldo e intenso come il primo sole d’estate e, immediatamente dopo, le iridi verdi e vivaci della figlia.

Emise un lungo verso dal becco adunco, come se in un unico suono volesse disperdere il dolore di più di un secolo di sofferenze.

Un attimo dopo, spiegò le ali e si allontanò, giocando tra le poche nuvole che disturbavano quel cielo, che ogni giorno osservava, rispettoso, il Sand Creek.

Due figure si fecero dinanzi a lui.

La moglie lo prese per la mano e lo avvicinò a sé, poi gli toccò la guancia, come faceva sempre quando erano insieme, sfiorando la piccola cicatrice che lo faceva sempre sembrare così uomo ai suoi occhi.

O meglio: un vero Guerriero.

Toccò ancora il suo volto sofferente, le folte sopracciglia nere e i lunghi capelli, che ricadevano scomposti sulle spalle.

Quel giorno, però, non c’era a proteggerle, né a far da scudo con il suo corpo agile e allenato dalla caccia e dalla fatica, per difenderle e impedire che le facessero del male.

La sua maledizione prevedeva che non sarebbe morto con loro.

Ad un tratto, la donna si alzò sulle punte dei piedi e lo baciò sulla bocca…

Quanto gli era mancato il calore delle sue piccole e sfuggenti labbra, quel calore di un amore che nemmeno la peggior crudeltà umana era riuscito a spegnere.

Si sentì abbracciare la gamba sinistra e abbassò lo sguardo verso la figlia.

La prese e la issò su, all’altezza del proprio volto.

Le morbide manine iniziarono a toccarlo, fino a che si persero tra i suoi capelli.

Glieli tirava, facendogli male, ma per la prima volta, dopo tanti anni, era un dolore che lo faceva gioire.

Non c’era niente da dire.

Non c’erano storie da raccontare.

C’era un giorno da dimenticare.

C’era un’altra vita da passare insieme.

Niente muore, se si conserva il ricordo.

Niente passa, quando credi fermamente che sia l’amore a far muovere gli eventi, e non l’uomo.

Voltarono le spalle a quel posto maledetto, eterei e invisibili, come il vento che li accarezzava.

Quanti altri luoghi erano stati sfregiati con il sangue, fino a macchiarne, indelebile, la terra?

Quante anime avrebbero dovuto ancora aspettare il momento di potersi ricongiungere con i propri cari?

Quanta sofferenza ancora sarebbe stato in grado di generare l’uomo, uccidendo senza nessun discernimento, come per gratificare le peggiori passioni che attraversano il suo animo nero?

E, infine, quanti bambini sarebbero dovuti ancora morire sul fondo sabbioso di un fiume?

Non avrebbe più fatto parte di quel mondo.

Era finalmente libero.

Non avrebbe più dovuto guardare.

Mano nella mano, finalmente ricongiunti, seguirono la via dell’aquila.

Si asciugò gli occhi e sorrise al proprio destino, come un vero combattente Cheyenne.

Perché alla fine, quelle, non erano solo leggende.

SAND CREEK è un racconto di Paolo Bertelli

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