Tempi di guerra. Il ricovero

Nelle prime ore del mattino del 10 luglio 1943, iniziò lo sbarco alleato in Sicilia.
Subito la notizia si diffuse a Catania e la gente cominciò a scappare verso le campagne, preoccupata per i bombardamenti che ne potevano derivare in città.
La signora Francesca, una giovane donna trentenne, in avanzato stato di gravidanza, che abitava nello stesso nostro caseggiato, venne a trovare mia madre.
«Rosa!» le disse «Io parto con i miei figli. Fra poco, verrà a prendermi mio padre con la macchina per portarmi nella sua casa di campagna, a Misterbianco (CT). Cerca di venire anche tu, il più presto possibile; cosa fai qua da sola con due bambini?»
Mia madre e la signora Francesca, amiche da parecchio tempo, erano coetanee e si trattavano come sorelle.
«Ti ringrazio!» rispose mia madre «Ci penserò. Potessi almeno avvertire mio marito!… Eventualmente, se dovesi decidermi, troverò sempre qualcuno che mi accompagnerà… o in qualche modo farò.»
Mio padre, richiamato alle armi, prestava servizio nella base militare di Augusta (SR).
Le due donne si abbracciarono e si salutarono.
Ci furono giorni di tregua, forse perché la marcia delle truppe inglesi si era bloccata nelle vicinanze di Catania dove i tedeschi avevano organizzato un’efficiente linea di difesa.
La calma durò poco: le forze aeree alleate sferrarono una forte offensiva osteggiata dalla contraerea italo-tedesca, provocando con i bombardamenti incrociati delle onde d’urto capaci di far oscillare le pareti degli edifici ed aprire le porte delle case.
Ricordo che, durante uno di questi combattimenti, più violenti del solito, mio fratello, Melo scoppiò in un pianto disperato e mia madre, impaurita e sconfortata, prese lui in braccio, afferrò me per una mano e si rifugiò con noi nell’angolo più sicuro e protetto della casa, mentre la porta, lasciata volutamente aperta per mitigare gli spostamenti d’aria, sbatteva con violenza contro gli stipiti e intorno a noi crollavano diversi calcinacci.
Finalmente, il suono di una sirena segnò la fine dell’incursione aerea.
Allora mia madre mi disse:
«Franco, dobbiamo andare via da qui. Dobbiamo camminare tanto ed io non potrò portarti in braccio perché ho già tuo fratello. Hai capito?»
«Sì, mamma!» risposi.
Mia madre lasciò un biglietto attaccato alla porta per papà e partimmo.
A quel tempo, mio fratello aveva sette mesi.
Io avevo cinque anni, ma le difficoltà della guerra, le privazioni ed i sacrifici, mi avevano fatto crescere in fretta e, di sicuro, i bambini di allora erano più maturi della loro età anagrafica.
In quel momento, infatti, io mi sentivo il responsabile della famiglia: l’uomo di casa, in assenza di mio padre…
Avevamo percorso un bel pezzo di strada e non ricordo se fossi già stanco.
Rammento solo che la fortuna ci assistette. Un grosso furgone carico di sfollati ci sorpassò. L’autista ci chiese, dove eravamo diretti e, poiché egli doveva fare la nostra stessa strada, ci invitò a salire.
Arrivati fuori città, molte persone scesero dall’automezzo per andare in cerca dei loro amici o parenti.
L’uomo del furgone ci portò gentilmente nella casa di campagna, a Misterbianco, in cui abitavano i genitori della signora Francesca, amica di mia madre.
La mia mamma ringraziò l’uomo.
Noi varcammo un cancello di ferro spalancato ed arrugginito dal tempo, percorremmo un piccolo vialetto ghiaioso e poco dopo, scorgemmo diversi agglomerati di sassi ed un edificio costruito a ridosso di una parete rocciosa di origine vulcanica.
Nelle vicinanze del fabbricato, non c’era anima viva.
Mia madre che l’aveva raggiunto sulla base delle indicazioni della sua amica, venne assalita dal dubbio che non fosse quello l’indirizzo esatto. Non voleva però bussare senza avere un minimo di certezza.
Si guardò in giro nella speranza di vedere uscire qualcuno e, osservando bene, si accorse che su un lato dell’edificio, c’era un “casotto”, sempre in pietra lavica lasciato al grezzo, sicuramente per gli attrezzi di lavoro e, nelle immediate vicinanze, all’ombra di una fila di alberi, era parcheggiata un’auto coperta da un telo di cotone.
Il suo viso si illuminò e disse:
«Questa è la casa giusta perché quell’automobile appartiene, senza dubbio, a don Ciccino, il padre della mia amica. Lui è un uomo benestante, ha abbastanza soldi per comprarsi una macchina. Non tutti possono permetterselo.»
E bussò alla porta.
Aprì la signora Francesca.
«Ti sei decisa, finalmente?» disse con un largo sorriso.
Le due donne si abbracciarono.
«Vieni accomodati! I miei genitori sono andati con i bambini sull’orto a prendere dei pomodori e un po’di insalata. Fra poco torneranno. Sarano contenti di vederti. Ti mostro, intanto, la casa. Tu non eri mai stata qua, vero?
Come vedi, è molto spartana. Mio padre l’ha sempre usata come casa di campagna per metterci dentro le casse di arance dopo il raccolto, in attesa della vendita. Abbiamo, infatti, un piccolo aranceto giù in fondo che da qua non si vede.»
Entrammo.
Dall’interno, la casa sembrava molto più grande e capiente.
«Come avrai visto, tutto l’edifico è costruito con pietra lavica, lasciata al grezzo, esternamente. Mio padre, per accontentarmi e convincermi a venire, si è deciso a mettere all’interno un po’ di ordine per adattarla ai bisogni di questo brutto momento.
Ha chiamato, perciò, un muratore per farla intonacare ed imbiancare. L’ha fatto poi pulire da una contadina, ricavando così una sala da pranzo decente. Cosa vuoi, lui preferisce spendere i soldi per la macchina per i suoi spostamenti. La casa di campagna, dice, serve solo per il lavoro, in tempi normali.»
Ci guardammo intorno.
La casa era composta da due stanze adiacenti, separate da una parete divisoria.
In quella anteriore, la sala da pranzo, erano stati ricavati i servizi essenziali.
C’era, infatti, sulla destra, un ampio stanzino, con dentro un focolare per cuocere i cibi, una piletta di pietra per lavare i panni e, all’interno, riparato da una parete che però non arrivava fino al soffitto, era sistemato un piccolo gabinetto per i bisogni corporali.
Vi erano anche delle tinozze per le abluzioni personali che, come spiegò la signora Francesca, risultavano molto utili, specie per i bambini che venivano sporchi di polvere dai giochi in campagna.
Quella da pranzo, era l’unica stanza che riceveva luce diretta dalla porta d’ingresso, perché il vano posteriore, addossato alla parete rocciosa, riceveva luce solamente da un’apertura praticata sulla parte alta della parete divisoria e vi si accedeva attraverso una tenda scorrevole.
Era la camera di don Ciccino e sua moglie, all’interno della quale, sul lato destro, era stata collocata una tenda anch’essa scorrevole, per ricavare un’altra camera di emergenza.
«Ecco!» disse la signora Francesca «in questa camera improvvisata, dove dormo io con i bambini nei due letti che vedi, ne sistemeremo un altro per te e Franco, mentre appronteremo una culla per Melo, come quella di Ferdinando che tu ancora non conosci. Anzi, vieni che te lo faccio vedere. Sta dormendo. È molto buono, sai! Dorme sempre!»
Era un bambino bello e paffutello; dormiva beatamente.
Mentre stavamo guardando il piccolo e mia madre faceva all’amica i complimenti per il neonato, entrarono i suoi genitori con in mano una borsa ripiena di ortaggi e frutta.
Erano don Ciccino di 65 anni e sua moglie, donna Carmela di anni 60 che accompagnava per mano suo figlio, di circa 35 anni: un povero handicappato di nome Domenico che tutti chiamavano Menico”, o meglio Minicu”, secondo l’espressione dialettale comunemente usata.
Don Ciccino e donna Carmela ci accolsero molto bene, tanto che io ho avuto l’impressione che fossero due brave persone.
Con loro c’erano anche i miei compagni di giochi: Pippa, Salvo e Nino; rispettivamente di nove, sette e cinque anni.
Mi salutarono festosamente e mi portarono fuori a giocare, con mille raccomandazioni di donna Carmela che ci raccomandò di non giocare vicino alla macchina e nell’aranceto.
Seguirono alcuni giorni di tranquillità e noi bambini ci mettemmo subito a ispezionare l’ambiente circostante e, in particolare, gli alberi da frutta che c’erano vicino casa: fichi, fichi d’India, pistacchi, gelsi ed ulivi.
Certo non potevamo mangiare i fichi d’India, ma facevamo scorpacciate di fichi, bianchi e neri, presenti in abbondanza e raccoglievamo qualche gelso bianco che pendeva dai rami più bassi degli alberi. Ignoravamo l’aranceto, anche perché le arance a quel tempo non erano mature.
Non contenti di frugare fra gli alberi, esplorammo la “sciara”, in mezzo alla quale spuntavano numerosi cespugli di ginestra.
“Sciara” è il termine dialettale usato per indicare l’insieme dei macigni vulcanici che, in genere, si formano durante un’eruzione vulcanica, a fianco delle colate laviche.
Durante tali esplorazioni, trovammo una grotta molto ampia e soprattutto lontana da occhi indiscreti. Ne facemmo subito il nostro nascondiglio segreto, dove ci rifugiavamo, specie dopo aver commesso qualche marachella.
Eravamo liberi e felici, ma una notte lo spavento fu tanto.
Scoppiò, infatti, un bombardamento violento, infernale.
Il cielo sembrava illuminato a giorno.
La casa, malgrado fosse molto solida, sembrava vacillare e si temeva veramente che potesse crollare da un momento all’altro, sia pure colpita da una bomba vacante.
Tremavamo per la paura, le donne piangevano e noi bambini facevamo altrettanto, mentre don Ciccino, cercava di tranquillizzare tutti.
Il figlio, “Minicu” saltava e girava intorno a sé stesso.
Non sapendo se ridere o piangere come gli altri, agitava le braccia in alto e gridava:
«Bum! Bum! Bum!»
In mezzo a quella confusione, Pippa ci ricordò della grotta.
Allora, noi bambini pregammo, fra le lacrime, gli adulti di seguirci, affermando che conoscevamo un rifugio sicuro.
Nell’ansietà del momento, e temendo un imminente crollo della casa, tutti si aggrapparono a quell’ancora di salvezza e ci seguirono speranzosi.
E ognuno di noi prese per mano il proprio genitore per condurlo verso la grotta.
Naturalmente, mia madre si preoccupò di prendere in braccio mio fratello che piangeva disperato e spaventato, mentre con l’altro braccio teneva la mia mano che la trascinava.
La signora Francesca prese in braccio Ferdinando, anche lui piangente, mentre don Ciccino si preoccupava di confortare ed accompagnare, seguendoci verso il rifugio, il suo povero figlio “Minicu” che continuava a gridare terrorizzato:
«Bum! Bum! Bum!»
Così, accompagnammo gli adulti nel nostro nascondiglio e per quella volta nessuno ci rimproverò, anzi tutti si organizzarono alla meglio e sistemarono noi bambini per trascorrere la nottata, mentre donna Carmela invitava tutti a recitare il Santo Rosario per ingraziarsi la protezione della Madonna.
Era il 5 agosto del 1943. Quella notte i soldati inglesi invasero Catania.
La guerra continuò violenta in Sicilia per un’altra decina di giorni, ma ogni volta che c’era un bombardamento, tutti correvamo a rifugiarci nel nostro “ricovero.”
Il 17 agosto, il generale americano George Smith Patton, con le sue milizie, occupò Messina.
Seguì un periodo di relativa calma. I bombardamenti erano quasi del tutto cessati; si sentiva a volte qualche raffica di artiglieria, poi nulla più.
Ma la paura era tanta e per alcune settimane, pur nell’assenza di detonazioni, gli adulti ci portavano a dormire nel “ricovero”.
E poiché in quella campagna isolata non arrivavano notizie di alcun tipo, sul finire del mese di agosto, don Ciccino, disse a donna Carmela, sua moglie:
«Domani prenderò la “Balilla” e mi recherò a Catania per vedere la situazione.»
«Vuoi andare a Catania con l’automobile?» chiese la signora Carmela «Non sarà pericoloso?»
«Non ti preoccupare, sai che sono prudente.» Rispose don Ciccino.
Poi, rivolto a mia madre che trattava come una figlia, le disse, orgogliosamente:
«Vieni, Rosa, ti faccio vedere la mia automobile!»
Approfittammo tutti per andare a vedere la macchina, spinti dalla curiosità.
Don Ciccino tolse il telo che la ricopriva e ci mostrò la sua bella vettura nera, lucida e pulitissima.
Poi aggiunse:
«Questa è una Balilla, Fiat 509 del 1939. È dotata di 4 marce ed è velocissima. Pensate che un bravo autista può spingerla anche a 80 Km orari. Io però non corro oltre i 50, massimo 60 Km orari.»
«Mi scusi, don Ciccino» azzardò mia madre «quanto può costare una macchina così?»
«Costa tanto, figlia mia. Io l’ho pagata la bellezza di 18.500 lire.»
Salì quindi in macchina, già messa in posizione di partenza, mise in moto e partì accompagnato dai saluti di tutti noi e le esortazioni alla prudenza di donna Carmela.
Arrivato a Catania, venne a sapere da alcuni suoi amici che il 18 agosto i tedeschi avevano abbandonato la Sicilia e si erano ritirati in continente con uomini e mezzi.
Don Ciccino accolse la notizia con gioia e tornato a Misterbianco, riferì ogni cosa.
Per precauzione, restammo in campagna per un’altra quindicina di giorni, mentre le donne facevano i preparativi per la partenza.
La mia mamma ed io partimmo per primi tra gli abbracci, i ringraziamenti e le lacrime delle donne che si diedero appuntamento a Catania.
Ci accompagnò don Ciccino con la sua “Balilla”.
A Catania, nel caseggiato in cui abitavamo, alcune famiglie erano già ritornate dai loro rifugi di campagna ed informarono mia madre sulle ultime novità: la scuola elementare, a circa duecento metri da casa nostra, adoperata prima come alloggio dai tedeschi, era già stata occupata dagli americani.
Così, quando anche i miei amici ritornarono ed il gruppo si fu ricostituito, per noi bambini che prendevamo tutto per gioco, non cambiò nulla.
Agli americani, malgrado i genitori ce lo avessero proibito, noi recitavamo sempre la solita frase storpiata, insegnataci chissà da chi:
«Hallo! Biscuit» intendendo per “biscuit”, i biscotti.
E ricevevamo, spesso, in cambio, qualche fetta di pane fresco di segale nero, quando c’erano i tedeschi; oppure un pezzo di cioccolata, qualche “galletta” o una fetta di pane bianco, quando subentrarono gli americani.

Tempi di guerra. Il ricovero è un racconto di Franco Lo Presti