Tra i fiumi della città

IL VICOLO
In un vicolo di New Portland un uomo, armato di pistola, attende.
Indossa un cappotto di cotone fino e caldo. Ha i capelli di un colore rosso spento, tirati indietro e un ciuffo ribelle che si arriccia dietro l’orecchio sinistro,
Ai suoi piedi c’è il corpo inerme di un ragazzino, immerso in una pozza di sangue.
È vestito troppo leggero per quella sera così fredda.
Intorno a loro il fumo trasuda dalla strada di mattoni e dai tubi di ferro sui muri.
L’odore acido dell’olio speciale Frank, per la manutenzione dei robot, ferisce le narici dell’uomo che ne calcia via una bottiglia. Ha in bocca una pipa squadrata, di metallo nero, dalla forma rettangolare.
Un topo appare da dietro un cassonetto. È giunto dalla strada principale, piena di luci e fischi di tram, dove le poche persone ritardatarie corrono verso casa per scappare al freddo pungente dell’inverno. Il ratto incede a tratti; si ferma e procede con brevi scatti; finisce per incastrarsi in una pozzanghera.
L’uomo vi si avvicina. Dal corpo del topo fuoriesce del fumo, mentre si ode un rumore stridulo di ingranaggi. Comincia ad armeggiare su di esso con foga. La bocca e uno degli orecchi cadono a terra.
«Destro, tu e i tuoi robot del cazzo!» impreca l’uomo.
Improvvisamente solleva quella macchina e la sventra con rabbia. Rotelle e bulloni si spargono a terra.
Da dentro il corpo del congegno, l’uomo preleva un biglietto con un indirizzo.
Senza riguardo, sferra un calcio a quel che resta del robot che finisce in mezzo ad un cumulo di altri rifiuti meccanici.
Infine, si toglie il cappotto e lo posa sul corpo del ragazzo, ancora riverso nel vicolo.
Egli rimane con una camicia di seta nera, fermata da delle bretelle di colore rosso sangue, e dei pantaloni pure neri.
«Sfortunato ragazzo,» mormora fra sé «ti sei ritrovato davanti un assassino senza pietà e senza pietà sei morto. Perdonami, se puoi, per averti usato come esca ed essermelo comunque fatto scappare!»
Se ne va, poi, stringendosi le braccia al petto, con passo veloce.
Appena girato l’angolo del vicolo, sulla strada, adiacente al marciapiede, lo attende una piccola macchina a vapore.
Il fumo comincia a dileguarsi con le prime gocce della pioggia che sta per formarsi.
Un uomo, giovane e alto, con i capelli biondo cenere scompigliati per metà, con degli occhialetti tondi, appena lo scorge, si precipita fuori dall’auto incespicando e mormorando a tratti:
«Ah, … Hugo, capo, … Signore! Finalmente siete tornato! Ero convinto che quello sporco assassino vi avesse preso! … Stavo per scendere … anzi no, … chiamare rinforzi! … »
«Mi stupisce che tu abbia pensato alla tua macchina privata, Therence! Ero convinto di vederti con la Mercedes!» lo interrompe bruscamente l’uomo.
«No, signore! Non lo farei mai signore! La sua è un’investigazione fuori servizio. Ma il ragazzo?»
Di rimando, l’uomo gli è improvvisamente addosso; gli tira un pugno, non troppo forte, sulla testa; e gli intima, con l’espressione del viso, di fare silenzio, senza aggiungere altro. Poi, si fa consegnare la giacca che indossa con un unico movimento fluido. Si siede al posto del passeggero ed attende che Therence lo raggiunga. Gli passa il bigliettino trovato nel topo meccanico di prima, il ragazzo lo legge e poi stritola il foglio nella mano.

IL LABORATORIO
La Pics Brothers, la più grande azienda produttrice di robot aziendali della capitale e forse dello stato, almeno fino a trent’anni fa.
L’edificio è ora un luogo di ritrovo di scienziati che conducono esperimenti illegali sugli automi. Per lo più.
Il treno delle sei di mattina fa tremare i vetri e per un attimo i tubi smettono di fumare.
Il cielo è ancora scuro mentre i due uomini entrano nell’edificio:
«Vedo che la reception c’è ancora!» dice divertito Therence mentre si avvicina al vecchio dietro al bancone.
«Hugo Carter, immagino! La sua fama la precede! Prego, da questa parte!» esclama questi con tono sbrigativo.
«Devi aver sentito le storie peggiori, se non hai fatto domande!» dice Hugo mettendo le mani in tasca dopo essersi sistemato i capelli umidi di pioggia.
«È un grandissimo detective!» dichiara Therence con voce bassa e lo sguardo fisso sul vecchio.
Un attimo dopo una mano di ferro lo afferra alla gola. I suoi occhi sgranati gli fanno apparire gli occhiali ancora più piccoli.
«Enzo non voleva essere scortese, lascialo!» interviene una donna con un camice bianco e il volto circondato da riccioli neri.
Del fumo esce dalla mano del giovane. Un attimo dopo lascia andare il vecchio, che cade a terra.
«Mi manda Destro, lo conosci?» chiede Hugo, facendo un passo avanti.
«Quindi si fa chiamare così adesso. Gli calza come un nervo L4K ad un bambino» dice la donna entusiasta.
«È un complimento!» aggiunge dopo una pausa, vedendo le facce dei due uomini. «Cosa hai fatto per farlo lavorare per te?»
«Sono qui perché potresti sapere qualcosa sull’uomo che sto cercando: Caro, il serial killer.»
La donna, senza dire niente, si gira e, a passo veloce, si dirige verso delle scale a chiocciola. I due la seguono immediatamente e insieme si addentrano in un corridoio poco illuminato.
Arrivati davanti ad una porta di metallo lucido, laccato di nero tutto si fa buio. Hugo cade a terra svenuto.
Al suo risveglio si trova in una stanza da laboratorio. Decine di insetti e mosche robotiche stanno volando intorno, seguendo dei precisi tracciati.
Una luce elettrica illumina bene la stanza, senza lasciare angoli in ombra.
La donna dai capelli neri è seduta su una sedia di pelle, le braccia piegate sui braccioli e Therence è semi seduto sulla scrivania, con le braccia incrociate.
Il giovane, quando si accorge che Hugo è rinvenuto, tira un leggero calcio alla sedia e la testa della donna cade di lato:
«Non ti preoccupare, è svenuta. Ha detto che avrebbe collaborato ma non posso certo fidarmi di lei!» esclama all’indirizzo di Hugo.
Questi prova a parlare; ma si accorge di non riuscire a muovere le labbra. Riesce solamente a produrre versi grotteschi.
«È anestesia locale, interessante vero? Non sentiresti niente neanche se ti strappassi la lingua!» dice Therence.
Si avvicina lento e gli libera le mani dal tubo al quale erano legate. Però, gliele lascia unite. Lo preleva di peso e lo appoggia su di un’altra sedia vicina con i piedi e le ginocchia anch’essi legati.
Nel movimento un po’ di saliva scende sul mento dell’uomo e Therence la raccoglie con premura, a mani nude.
«Non pensare che ti abbia tradito. Io ti ammiravo, tu mi hai salvato dal mio destino misero facendomi studiare e poi sono diventato tuo partner. Però, … non dovevi uccidere mio fratello!» esclama.
Il volto di Hugo si contorce per la sorpresa e altri versi escono dalle sue labbra.
Il ragazzo si siede a cavalcioni su di lui, estrae la sua pistola e inizia a giocarci.
«Eravamo dello stesso orfanotrofio! Forse, così, è più chiaro! Io ho sempre creduto in te. Ho accettato tutte le persone che hai ucciso, sfruttato e sacrificato per la tua giustizia … Ti ho sempre giustificato. Ma Caro ti ha fatto impazzire del tutto, hai mollato il lavoro, lasciandomi indietro e quando ho deciso di aiutarti lo stesso non mi hai degnato di una parola.»
Lo sguardo di Hugo è furente, cerca di far alzare il ragazzo dalle sue gambe, di muoversi; ma senza successo.
Therence, allora, si avvicina di più e, tenendogli la bocca aperta con la pistola, infila la lingua, facendo un pasticcio di saliva.
In quel momento, la porta si apre e un uomo dai capelli lunghi fin oltre le spalle, chiusi in una coda ordinata, dal quale scappano solo poche ciocche sulla destra, entra con passo leggero. Ha un cappotto simile a quello di Hugo, di colore blu notte, camicia bianca e gilet nero, un ciondolo dorato al collo e una sigaretta in bocca. I suoi occhi sono neri.
«Destro? Ben arrivato!» saluta il ragazzo alzandosi e pulendosi la bocca.
«Uoooha?» Riesce ad articolare Hugo. L’effetto dell’anestesia sta cominciando a sparire. «Era ovvio che foste in contatto! Neanche te potevi trovare un indizio in così poco tempo» proferisce, indicando la donna. Poi aggiunge:
«Sai, mi sono sempre chiesto chi fosse questo tipo nel quale riponi tutta la tua fiducia. Sapevo anche che saresti venuto lo stesso prima o poi, perché tu ci stavi seguendo vero? Lo hai sempre fatto. Quei tuoi giocattoli non sono così avanzati da poter compiere grandi distanze in autonomia.»
Fa un passo avanti, alza la pistola e chiede:
«Tu sai chi è stato ad uccidere mio fratello?».
L’uomo si prende un momento e poi alza il braccio ad indicare Hugo.
«Lo so. Lo ha sacrificato. Io voglio sapere chi è Caro!»
«Ma Hugo! In realtà la sua mente è sempre stata un po’ debole e malata, ha una doppia personalità, nata a causa delle botte che ci dava nostro padre, vero?»
A quelle parole cala il silenzio. Poi entrambi esclamano:
«Cosa stai dicendo! Lui è tuo fratello!»
Destro si mette a ridere dicendo:
«Scherzetto!»
Poi, ritorna serio e dice:
«In verità siamo mille anni nel futuro rispetto ad adesso, questo è solo un gioco, a cui tutte le persone annoiate possono partecipare. La memoria viene temporaneamente sostituita per permettere un realismo migliore. Io sono l’amministratore e voi delle persone annoiate. Abbiamo già avuto questa conversazione sapete? E per la cronaca le persone morte sono opera tua Therence, sono il risultato delle tue partite precedenti. Sei un giocatore assiduo, eh?»
«Io non ti credo! Si può sapere che cazzate stai dicendo?»
Hugo si alza in piedi con impeto, ma subito cade a terra, si dimena, urla.
Therence decide di liberarlo, mettendo bene in chiaro che è lui quello armato, puntandogli la canna addosso come minaccia.
Hugo però lo nota a malapena, si alza e si rivolge al fratello:
«Pensavo fossi scomparso, ucciso da Caro, per questo ti ho cercato tutto questo tempo… Ma tu, non sei nessuno per me?»
Il fratello si avvicina e gli tira un pugno tanto forte da farlo cadere a terra
«Scherzavo di nuovo» dice senza emozione stavolta. «Tu, mio caro Hugo, sei un robot costruito da me per il mio divertimento e per farti prendere la colpa se mai ci fosse il rischio di venire scoperto per gli omicidi.»
Si abbassa in ginocchio e gli accarezza una guancia.
«Però mi sono affezionato a te, quindi che ne dici di dare la colpa a questo sciocco e andare via?»
Un colpo di pistola ferisce Destro alla gamba, facendolo cadere indietro.
«Oscar!» urla Hugo, senza però muovere un muscolo. «Se non ci credi… Aprilo. E controlla» dice al ragazzo.
«Non mi interessa adesso. Sei davvero tu l’assassino che si fa chiamare Caro?» chiede, minacciandolo con la pistola.
«Forse. O forse è solo la scelta più facile per te. Ti avrò detto la verità?»
Tre, quattro, cinque colpi di pistola al petto affogano la verità nel sangue, forse. Non è sicuro nemmeno di questo. Sa però che era il fratello di Hugo e che adesso anche lui prova il suo stesso dolore.
Hugo non si è mosso per tutto il tempo. È ancora a terra, la guancia dolorante, le scarpe e i pantaloni sporchi della macchia di sangue che si sta allargando sul pavimento. Si guarda intorno come per vedere se cambia qualcosa, sperando di svegliarsi.
Therence si avvicina, la mano tesa che solleva il suo peso.
«Mi spiace. Davvero. Ma fin dall’inizio io… volevo uccidere Destro».
Hugo gli sfila la pistola; e in un attimo pezzi di cervello sono sul pavimento.
Prende gli occhiali ancora intatti e li indossa, sono leggermente larghi.
Si avvicina al fratello e prende il porta sigarette di ferro dalla tasca, lo svuota e ci mette i fiammiferi rimasti dopo aver acceso la sua pipa.
Esce, ormai è giorno. Gli ultimi scienziati nel palazzo si affrettano a prendere il treno per raggiungere il loro lavoro diurno. Le persone intorno a lui camminano frenetiche, mentre il fumo della città nasconde le macchie di sangue sul cappotto.
Sul giornale l’articolo su quel ragazzo del vicolo:
“Caro il killer compisce ancora” è il titolo.

Tra i fiumi della città è un racconto di Lisa Santucci