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UN SACCO PIENO DI PEPE di Yorgo Piccinaki

Era la fine dell’estate del millenovecentotrentasette e io allora giovincello di nemmeno diciannove anni stavo vivendo quella fase della vita in cui bisognava decidere cosa fare.

Qualche mio coetaneo era già partito cercando fortuna aggregandosi a gruppi di emigrati all’estero in qualche paese dell’Europa o raggiungendo terre oltreoceano per mezzo di conoscenti o parenti.

Senza pensarvi più di tanto feci domanda come volontario al bando di concorso della scuola sottufficiali. D’altronde la paga era buona e lo spirito avventuriero non mi mancava.

Passò un po’ di tempo e dal distretto militare di Taranto ricevetti la comunicazione di essere stato ammesso al corso e dopo le varie visite mediche venni fornito dei documenti di viaggio e un premio trasferta in denaro per raggiungere la destinazione. 

Partii il sabato mattino con destinazione Pistoia.

Dovevo viaggiare da solo e mi furono date delle indicazioni molto precise riguardo a come arrivare al luogo di assegnazione.

Non avevo mai viaggiato se non intorno al mio paesello ed era la mia prima volta in treno. Ero preoccupato e timoroso di affrontare un percorso così lungo e complicato per i vari cambi e le varie coincidenze da non sbagliare.

Mi sentivo come sprovveduto di punti geografici precisi, non avevo mai sentito nominare prima i paesi indicati nelle istruzioni del percorso minuziosamente scritte su un foglio che accompagnava il biglietto.

Una delle soste più importanti era Fidenza dove attesi il treno che mi avrebbe portato a Pistoia.

Era domenica pomeriggio ed ero in viaggio da almeno trenta ore.

Ero stanchissimo nonostante il vigore della mia giovane età.

Ero affamato e dovevo rimanere lì due ore per poi salire sul treno successivo. Andai quindi alla ricerca di una bottega per trovare qualcosa da mettere sotto i denti.

I negozi in quel luogo erano aperti anche la domenica.

Uscii dalla stazione e notai che in una vetrina era esposta una teglia che mi parve piena di un dolce al cioccolato. Così decisi di entrare e mi feci dare un bel pezzo pagando quattro soldi.

Soddisfatto rientrai in stazione per cercare una panchina e mi misi seduto a fianco di un signore che mi salutò con un cenno della testa.

Borbottai tra me e me deluso mentre mangiavo quel dolce che tutto poteva essere fuorché cioccolato.

La fame era tanta e continuai ad addentarla brontolando.

Quell’anziano signore, notando il mio disappunto, mi chiese se andasse tutto bene e io gli risposi un po’ innervosito che avevo preso una fregatura credendo fosse un dolce al cioccolato.

«E’ castagnaccio, lo mangi, lo mangi pure, e vedrà che alla fine le piacerà» mi disse.

Non lo avevo mai assaggiato prima ma continuai ad ingurgitarlo scuotendo la testa.

Lui sorrise, prese la sua valigia e se ne andò.

Attesi il treno con trepidazione non tanto per il desiderio di viaggiare ma per il timore di perderlo.

Sul vagone c’era poca gente e incontrai nuovamente quel signore seduto sulla panchina insieme a me poco prima.

«Lei ha ancora fame suppongo» mi disse incrociando il mio sguardo.

«Mangerei un bue intero» replicai.

Aprì un sacchetto di tela ed estrasse una pagnotta con una fetta di formaggio e me la porse.

«Lo prenda, io fra un po’ sarò a casa e questo fa più comodo a lei.»

Sorrisi e ringraziai. Cominciai a consumare la pagnotta voracemente.

Subito dopo mi addormentai.

«Giovanotto si svegli! Siamo a Pistoia!»

Era sempre lui, il mio compagno di viaggio che mi esortò.

«Dove si deve presentare?» domandò.

Senza parlare gli feci vedere l’indirizzo scritto sul foglio e dopo averlo letto mi offrì il suo aiuto.

«Ah, caserma Gavignana! L’accompagno io, tanto sono di strada.»

Accettai con piacere perché avevo perso la cognizione del tempo, ero confuso e non sapevo a chi chiedere.

Non era lontano e poco dopo, prima di continuare per la sua strada, il signore mi segnalò la direzione da prendere.

«Ecco, la caserma è a fianco di quella bella chiesa, buona fortuna, le auguro di far presto ritorno a casa!»

E scomparve nel buio di un vicolo.

Era già tardi e la notte si avvicinava.

Arrivai all’entrata principale e mi accostai alla sentinella in garitta con i documenti in mano.

Con un urlo assordante che mi fece prendere un colpo chiamò il capoposto che scrutò velocemente le carte che avevo in mano.

Costui a sua volta chiamò il sergente d’ispezione al quale mostrai nuovamente i miei documenti.

Stavo per dire qualcosa quando costui mi interruppe immediatamente e a sua volta, sempre con voce roboante, chiamò il tenente di picchetto che arrivò con la sua fascia azzurra e la sciabola scintillante. Guardò anche lui quelle carte e senza che io potessi parlare mi disse:

«Si presenti qui domattina alle otto, alle otto in punto!»

Mi sentii perso.

Erano due giorni che ero in viaggio senza dormire, senza mangiare e senza potermi lavare. Ero veramente allo stremo delle forze.

«E mo’! Dove vado!»  esclamai guardando tutti quelli che avevo attorno.

Qualcuno dondolò la testa verso di me come per dire “non ci possiamo fare nulla” e con una andatura mesta e afflitta puntai verso una panchina là vicino fino a che la possente voce del tenente di nuovo mi bloccò;

«Si fermi, torni qui, una soluzione la troviamo» mi gridò. E poi, dopo aver meditato qualche istante, diede un ordine:

«Chiamate subito il trombettiere!»

Sorrisi mentalmente e pensai” speriamo che non siano in molti in questa caserma…con il trombettiere siamo a cinque” e mi sforzai di non ridere.

Il trombettiere arrivò come un fulmine e il tenente gli diede ordine di convocare, con il suono della tromba, il piantone della 5a compagnia che arrivò in un attimo.

«Trovi una sistemazione per questa notte a questo giovine» gli ordinò.

Il piantone comunicò con un’espressione eloquente, ma senza proferire parola, che non sapeva come fare.

L’idea del tenente fu di occupare una branda che per quella notte era libera perché il soldato che normalmente la occupava era fuori per una piccola licenza e sarebbe rientrato il giorno dopo.

Una volta sistemato con l’aiuto del piantone mi appoggiai alla branda e caddi in un sonno profondo.

Durò poco quel momento perché fui vittima del solito scherzo da caserma.

I compagni di quel soldato, credendo che fosse rientrato per la mezzanotte come normalmente avveniva, mi fecero letteralmente volare giù dal quel letto improvvisato prendendo per i piedi la brandina e rovesciandola da un lato.

Mi ritrovai sul pavimento sepolto da letto e materasso mentre attorno a me un gruppo di ragazzi si sbellicava dalle risate.

Qualcuno si zittì quando si accorse che non ero il solito occupante della branda mentre gli altri continuarono a ridere e schiamazzare tanto da attirare l’attenzione del piantone che arrivò immediatamente.

Accorse subito dopo anche il sergente che richiamò energicamente all’ordine gli autori del gesto i quali vennero puniti in seguito con alcuni giorni di consegna di rigore.

Mi sistemai nuovamente sulla branda con la solidarietà del piantone che quasi si scusò per l’accaduto, comprendendo il mio stato di sfinimento.

Il mattino mi alzai pieno di energie e dopo una fugace colazione e una veloce doccia gelata, improvvisata con un tubo collegato ad un rubinetto, mi feci trovare pronto per affrontare la giornata.

Fui accompagnato al reparto scuola dove mi assegnarono il posto e tutto il vestiario compresa la divisa.

Il giorno stesso cominciò l’addestramento e trovai il modo di racimolare qualche soldo.

Molti ragazzi appartenevano a famiglie benestanti ed erano disposti a pagare pur di evitare le fatiche del trasporto delle varie attrezzature. Non mi feci sfuggire l’occasione e mi offrii di portarle io stesso.

Mi caricai sulle spalle per centinaia di metri mitragliatrici, cassette di munizioni e varie suppellettili.

Una fatica immane ma che mi permetteva di rimediare un bel gruzzoletto a fine giornata.

L’addestramento durò alcuni mesi. Non fu un periodo brutto, eravamo trattati bene, il cibo era decente e in quell’occasione conobbi tanti ragazzi che come me avevano deciso di arruolarsi.

Era bello sentire gli accenti delle regioni, era un po’ come conoscere l’Italia intera.

I Toscani erano i più numerosi. Era divertente sentir parlare il veneto, il romanesco, il romagnolo e qualche volta il siciliano anche se non capivo niente perché quando parlavano fra di loro era impossibile per me comprendere anche il solo senso del discorso.

Feci amicizia con un coetaneo della provincia di Roma.

Si chiamava Flavio, dal quale imparai alcune esclamazioni che ripeteva continuamente e che a volte facevo mie.

«Daje, … li mortacci, …te possino! …» erano le più frequenti.

«Te possino!» era quella che preferivo di più perché si poteva usare con qualsiasi cosa.

Mi raccontò che non era il suo vero nome perché suo padre, orgoglioso romano da antiche generazioni e appassionato della storia dell’impero scelse come nome di battesimo Tarquinio in onore di due dei mitici sette re (Tarquinio Prisco, Tarquinio il Superbo).

«E che me annata bene!» esclamò.

«Pensa all’altri che se chiamavano peggio! … Ahò, te lo immagini se me metteva er nome … Anco Marcio! Nun potevo uscì de casa! … Li mortacci sua!»

Mi fece ridere fino ad aver mal di pancia.

Era talmente divertente che lo punzecchiavo continuamente per il solo gusto di sentirlo parlare.

Diventammo amici.

CONTINUA

UN SACCO PIENO DI PEPE è un romanzo di Yorgo Piccinaki

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