UNA STORIA DEL CIELO di Cristiano Croci

Foto di Victoria rt da Pixabay 

Nel bel mezzo di un assonnato cielo del sud, esattamente sopra un campo di terra arsa ed erbaccia nodulosa, nacque una nuvola.

Dapprima un mucchietto di umidità, poi un velo di vapore opaco, infine un bel cumulo bianco e lanoso.

La nuvola era curiosa, piena di energia e ansiosa di conoscere il mondo, ma tutto quello che le stava intorno le insegnava solo la noia.

Sotto di lei c’era il solito campo bruciato dalla siccità e dall’abbandono.

Ogni tanto passava, carica di attrezzi e uomini in canotta bianca, una vecchia carretta, sputando fumo nero e incespicando fra le buche.

Ovunque, l’assordante cianciare delle cicale.

Sopra di lei il cielo vuoto e sbiadito, senza alcun riferimento se non un languido sole, che da lontano appariva alquanto affaticato.

Di quei soli che infuocano ormai l’aria da mesi, non hanno più voglia di parlare e hanno bisogno di riposo, di notti più lunghe e stagioni meno esigenti.

Intorno, il nulla.

Solo l’afa immobile

Proprio quando si stava scoraggiando, convinta che avrebbe patito quella noia per sempre, la nuvola sentì un rumore provenire da dietro: una folata di vento la raggiunse e la scosse piacevolmente.

Era un vento tiepido, di libeccio, che con garbo cominciò a trasportarla.

Ora il bel cumulo lanoso correva via.

Via dalla durezza della terra secca.

Via dal morso dell’inerzia.

Il vento la sosteneva con vigore e lei, passando, osservava avidamente cosa si ergesse all’ombra del suo soffice corpo.

Conobbe boschi, fiumi, montagne e città.

Dai boschi di querce e olivi secolari imparò la pazienza, dai fiumi e dal loro impeto imparò la tenacia, dalle montagne maestose imparò il rispetto.

Dalle città brulicanti di persone, sempre indaffarate, imparò l’amore.

E fu così che, come gli uomini fanno ogni giorno, la nuvola si innamorò del Vento, che la spingeva tanto lontano e la faceva stare bene.

Corse insieme al suo amato per chilometri e chilometri ancora, fino a non sapere più dove si trovasse, fino a perdersi in un dolce smarrimento che la scuoteva dall’interno.

Dopo l’amore conobbe così la libertà, che invece dagli uomini non ebbe potuto apprendere. Tutti questi sentimenti, sommandosi e mischiandosi chimicamente nel suo cuore di idrogeno e ossigeno, presto si tramutarono in un sentimento ancora più potente, che la nuvola non esitò a riconoscere: la felicità

Ma giunta nei pressi della costa, dove anche la spiaggia finisce la sua corsa, distendendo le sue braccia di sabbia verso l’acqua come un maratoneta verso il nastro del traguardo, la nuvola cominciò a rallentare. Il vento sembrava distratto, assente.

Poi, di colpo, la abbandonò.

Ora si trovava sopra il mare blu accecante, di nuovo sola.

La felicità lasciò il posto alla tristezza, un’altra emozione sconosciuta.

Le parve però che la tristezza non fosse nient’altro che la coda lunga della felicità, l’altra faccia di una stessa medaglia.

Senza l’una non poteva esistere l’altra.

Come il buio con la luce, il silenzio con il suono, il vuoto con il pieno.

Mentre la nuvola era lì, galleggiando mestamente a qualche centinaio di metri di altezza, si accorse che sotto di lei quella lastra di liquido zaffiro nascondeva qualcosa.

Aguzzando la vista poteva scorgere il mondo variopinto e movimentato che viveva immerso nell’acqua del mare. I guizzi scintillanti dele sardine che si muovevano in branco, il placido ondeggiare delle posidonie, l’immobilità atavica del corallo.

I piccoli paguri che scomparivano sotto il fondale, scavando la sabbia granello per granello.

La nuvola stava incantata ad osservare, e per un momento sentì la tristezza lasciare di nuovo il posto alla felicità.

Ma ancora una volta le cose cambiarono. Il mare, come innervosito da troppa impertinenza, cominciò ad agitarsi e a incresparsi.

Le onde rigavano di bianco la superficie dell’acqua, sfocando e distorcendo le immagini di quella vita sommersa e silenziosa, ora nascoste alla vista.

La nuvola si dispiacque, distolse lo sguardo pensando di aver offeso il mare e tuffò il pensiero nei ricordi.

Rivide i boschi pazienti, i fiumi impetuosi, le montagne maestose e quegli esseri affascinanti chiamati uomini.

Poi la memoria tornò al vento, che per primo la fece muovere, la fece conoscere, le insegnò la libertà e la felicità.

Al pensiero del vento, suo perduto amore, la nuvola non resistette.

Gradualmente delle gocce si formarono sui suoi riccioli lanosi e cominciò a piovere.

Piovve disperatamente, senza riuscire a trattenersi.

Piovve incessantemente sciogliendo i cristalli di ghiaccio che la componevano.

Più pioveva, più si faceva piccola e misera, fino a che, inesorabilmente, la nuvola svanì

Nel suo viaggio aveva imparato tante cose, ma questo non poteva saperlo.

Non poteva sapere che il mare non si arrabbia se si guarda il suo interno, ma che quando si agita è semplicemente perché da lontano, di nuovo il vento arriverà.

Così, poco dopo, il Libeccio tiepido, che da sud era venuto, attraversando boschi, montagne, fiumi e città, da sud ancora una volta tornava, trasportando con sé nuvole felici.

UNA STORIA DEL CIELO è un racconto di Cristiano Croci

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