IL MONDATORE di Giuseppe Rosa (parte prima)

La luce filtra dalle tapparelle socchiuse e crea una penombra in tutta la stanza. Alla parete di destra sono allineate tre librerie stracolme di volumi con le copertine lucide che creano piccoli abbagli dagli oscuri antri della scaffalatura. Alla parete di sinistra vi è una poltrona in finta pelle con appesi sopra di essa le riproduzioni del Saturno e del Sabba delle streghe diGoya. Per il resto della stanza non si trova altro mobilio, fatta eccezione della scrivania, collocata all’angolo di sinistra, subito dopo la poltrona. L’ambiente è rigorosamente austero, solenne, rigido, come severo è chi lo ha creato. Nell’aria aleggia un leggero pulviscolo, appena visibile dal riflesso della lampada collocata sulla scrivania. Apparecchiata con i suoi libri di scuola, la cattedra è l’altare delle sue liturgie didattiche, della sua opera messianica di divulgazione del verbo, oltre che dei nomi, degli aggettivi e di tutte le parti del discorso che il vangelo della sua grammatica dispensa quotidianamente agli adepti. Questo altare della cultura è altresì duttile, e all’occorrenza è capace di una trasformazione repentina, trasmutando il suo impiego in un banco di macelleria, in un piano di lavoro di taglio, asportazione, evirazione ed estirpazione degli errori. La sua mannaia rossa di inchiostro incide sulle carni del foglio, evidenziando, correggendo, sostituendo, purificando l’elaborato dal morbo dell’errore.

Il mondatore opera tutto questo sulla sua scrivania.

Ma non quella sera.

A svolgere lo sguardo tutto intorno alla stanza non si intravede nient’altro che una flebile luce azzurrognola emanata dal monitor del computer.

Di fronte ad esso, una spettrale figura ha appena terminato di scrivere una e-mail, e ora il suo dito indice è in attesa sopra il tasto input della tastiera. Non sa ancora se inviare o meno la missiva. Di certo, se dovesse cliccare su quel tasto, da quel momento in poi non si potrà più tornare indietro. Una volta che il dio Ermes dell’informatica compirà la sua missione, nulla sarà più come prima. Arriveranno le milizie inviate dal ministero, ci saranno epurazioni del personale, si creerà un terremoto giornalistico che porterà alla gogna tanti suoi colleghi e alla fine, quando la tempesta si sarà placata, quando i venti di moralità avranno ripulito tutto quel ciarpame, ritornerà il sereno. Passata la tempesta, lui, finalmente, potrà di nuovo respirare aria pulita, potrà finalmente guardare in faccia tutti senza dover distogliere lo sguardo perché irritato dall’orripilante sensazione di non aver fatto niente.

I suoi occhi rileggono ancora una volta il testo scrutando eventuali refusi ma, soprattutto, rivalutando la sua decisione. Il cursore lampeggia nervosamente alla fine dell’ultima parola scritta, in attesa anch’esso sul da farsi. Il suo dito indice sfiora il tasto, scorre sulla superficie liscia di plastica avvertendo delle piccole cariche elettrostatiche, come a collegare l’uomo alla macchina, l’intelligenza biologica all’intelligenza artificiale: Deus ex machina. Difficile dire quale delle due prevaricherà. Di fatto, il dito è ancora lì, sospeso, sul destino dell’uomo e di tutti gli uomini che saranno coinvolti in quella storia. I suoi occhi continuano a scorrere sul testo appena scritto e ogni volta che giunge alla fine il suo cervello blocca la sua mano.

“Rileggi ancora una volta.”

E di nuovo i suoi occhi riprendono il testo da capo, attento a ogni parola, ogni frase. Deve essere sicuro di quello che ha scritto, certo che non vi possano essere fraintendimenti, mancanze, errori, false allusioni. Non deve valere solo la sua parola, ma i fatti, i dati oggettivi che lui è in grado di dimostrare. Solo quando sarà sicuro che la sua denuncia è incontrovertibile perché sostenuta dalla forza delle prove, rese valide dalla sua esposizione, solo allora potrà lanciare il messaggio, far galoppare quell’Ermes algoritmico incontro al Fato, senza più remore, senza più dubbi, senza più incertezze.

Ora, ancora una volta, il mondatore ha finito di leggere.

Non vi sono più dubbi.

Non vi sono più indecisioni.

Non vi sono più tentennamenti.

Vi è solo una certezza.

Il suo non è più un sospetto.

Il dito indice cala sul tasto input.

Ermes è partito.

Veloce.

Forte e veloce come il vento.

Quella mattina l’aria è particolarmente limpida e il vento la fa da padrone. Per la prima volta dopo tanti mesi, la foschia dello smog è svanita, scomparsa, cacciata via dai venti forti che hanno accompagnato il temporale. Per tutta la notte si sono succeduti tuoni e lampi, in una gara di bagliori e fragori in mezzo alla pioggia scrosciante.

Quel mattino, per la prima volta dopo tanti mesi, il suo sguardo può rivedere l’orizzonte contornato dalle montagne, le Alpi, che nei lunghi periodi di oscurità invernale si celano ai suoi occhi. Quella linea di picchi e curve ombreggiata di azzurro mostra tutta la sua bellezza e la sua vicinanza alla grande città, Milano, da cui per mesi resta occultata. Lungo il viale che lo conduce a scuola, l’uomo si gode quel panorama sinuoso fatto di montagne, alcune con le punte innevate, altre con le vette rocciose lucidate dalla pioggia.

L’aria fresca che gli riempie i polmoni sembra più pulita, lavata dal temporale della notte. E quella sensazione di pulito si estende anche al suo cuore, purificato dalla denuncia che ha fatto.

Giunto a scuola, al solito, è accolto dal signor Tiberio, il bidello facente funzione di aiuto segreteria, incaricato del controllo di entrata e di uscita di tutti gli insegnanti e dei suoi stessi colleghi. Seduto alla sua scrivania, posizionata al centro dell’atrio d’entrata in modo da calare il suo sguardo vigilante su tutti i corridoi della scuola che si diramano a partire da quella sala, è già pronto con una penna in mano per far firmare l’entrata al professore.

“Buongiorno professor Barzaghi.”

“Buongiorno signor Tiberio.”

“Oggi ci sono da firmare due circolari: una dello sciopero del 23 febbraio e una del collegio del 29 febbraio.”

Nonostante sia in vigore già da qualche anno il registro elettronico, la preside dell’istituto pretende la doppia firma per le circolari, una cartacea e una digitale.

“Non voglio sentire scuse che non avete letto le circolari.” Ha affermato al primo collegio dell’anno.

Così come quella firma di presenza posta nel foglio che controlla il signor Tiberio, anche quella doppia, è un volere della preside. “Della tecnologia non mi fido, preferisco la carta. Basta un nulla e i dati si perdono. Con la carta, invece, sono sicura che non ci possano essere perdite di dati. Chi ha firmato è scritto lì, nero su bianco. E una volta che avete firmato non ci sono più scuse, la responsabilità è vostra.”

E tanti saluti agli ecologisti.

Dopo aver firmato le due circolari, il professore si avvia verso la sala insegnanti. È sicuro che al suo ingresso sarà accolto dalle solite facce ipocrite dei suoi colleghi, cordiali oltre il dovuto con lui, forse perché consapevoli delle loro colpe. Ma non durerà ancora per molto. Con molta probabilità la e-mail spedita quella notte verrà letta questa mattina, e allora si metterà in moto la macchina indagatrice. Vi saranno telefonate, si prenderanno delle decisioni, tra le quali, forse, anche quella di installare delle telecamere. Poi, a prove raccolte, la verità verrà a galla.

Ora è seduto alla cattedra, in classe, e attende.

Aspetta che suoni la campanella e l’orda barbarica con cui quotidianamente deve confrontarsi entri in classe.

Poi inizierà la battaglia.

Si combatterà a suon di verbi, aggettivi, nomi, preposizioni, proposizioni, periodi e così via. Navigheranno lungo un fiume di parole che, all’inizio, alla sorgente, è composto da sole lettere, che poi si trasformeranno in sillabe, in parole, frasi, periodi, paragrafi, capitoli, testi fino a sfociare in un mare di libri, il Suo mare, l’ambiente che ritiene il suo habitat.

Aspetta, anche, che inizi l’ora della giustizia.

Attende che gli eventi per cui ha tribolato tutta notte senza chiudere occhio, rimestando con i pensieri la decisione da prendere, si compiano.

Ora tutto è pronto.

La e-mail è stata inviata e non resta che attendere.

Si toglie un pelucco bianco dalla giacca a quadri marroni che oggi ha abbinato a un paio di pantaloni grigio chiaro. Sotto la giacca indossa il suo solito maglione rosso di lana con collo a V dal quale si intravede la cravatta. I suoi cinquantasette anni li porta discretamente: una leggera pancetta al basso ventre, delle rughe a zampa di gallina a bordo degli occhi in parte coperte dalla montatura degli occhiali, fronte alta con i capelli che dai cinquanta stanno iniziando a diradare, di colore grigio chiaro, pettinati di lato con un po’ di cera.

Il viso è al solito ben rasato, operazione che compie con consuetudine giornaliera insieme ad una serie di vocalizzi che hanno la funzione di preparare la sua voce alla fatica che dovrà compiere in classe per contrastare venticinque bocche parlanti.

I suoi pensieri ripassano la lezione che di lì a breve dovrà spiegare.

Ormai ci siamo.

La prima campanella è suonata.

Arrivano i barbari.

“Ostrogoto?”

“Sì Schenetti, ti decidi? Parlo forse ostrogoto? Che cos’è il Sacco di Roma e in quale anno è avvenuto?”

“Vede, prof, in questo periodo ho un sacco di cose in testa, ma non il suo sacco!”

Risate.

Sghignazzi.

Ilarità.

Ecco, ci siamo.

Questo è uno di quei classici momenti in cui inizia la battaglia, e se non si è abbastanza accorti da parare i colpi e rispondere prontamente, in modo da far capire chi è che tiene le redini del comando, la battaglia è persa.

E, persa una battaglia, si può perdere la guerra.

“Vedo che siamo in vena di ironia, Schenetti! Bene, considerato che ti piace giocare con le parole, ti risponderò in rima.”

“Avrei un sacco di motivi

Per cacciarti via a posto

Ma all’inizio non mi apparivi

Così tanto mal disposto

Ora noto la tua ironia

Che ti fa apparir estroverso

Ma tu guarda la mia scrivania

C’è un registro di traverso

Se lo osservi da vicino

Puoi scoprire il tuo voto

Mi dispiace piccolino

È solo la metà di otto.”

La battaglia è vinta.

Il loro eroe va a posto.

Sul volto un sorriso spavaldo, di chi vuol far credere di non aver subito la batosta.

I suoi compagni, che fino a poco prima lo avevano sostenuto, ora lo sbeffeggiano. Il suo tentativo di deridere l’insegnante è andato male, e il risultato è stato una magra figura e un brutto voto.

Bussano alla porta.

“Avanti” ripetono tutti in coro senza che lui abbia fatto in tempo a rispondere. È dall’inizio dell’anno che va ripetendo loro che tocca a lui rispondere quando qualcuno bussa alla porta, perché se in quel momento si sta affrontando un argomento importante, o stanno lavorando a qualche compito che non ammette distrazione, tutt’al più sarà lui ad uscire dall’aula per non farli distrarre.

“Buongiorno professor Barzaghi, la preside desidera parlare con lei. Starò io qua in classe a sorvegliare gli alunni.”

La signora Assunta, la bidella del suo piano, è ora ferma sulla porta in attesa.

Ci siamo.

Ecco il momento che stava aspettando.

La preside deve aver letto la sua e-mail e ora vuole conferire con lui.

“Alea iacta est.”

Ormai non si può più tornare indietro.

Prende la sua giacca dalla spalliera della sedia e dopo aver assegnato due pagine di lettura dal libro di storia esce dall’aula.

Lungo il tragitto che lo separa dall’ufficio della direzione pensa a come affrontare le domande che, di certo, gli farà la preside.

È assolutamente sicuro di quello che ha scritto?

È consapevole che la sua denuncia avrà delle conseguenze penali? Perché si sta parlando di un reato, peraltro grave! È quindi disposto ad andare fino in fondo?

Chissà quali altre domande gli rivolgerà la dirigente.

Ma lui ormai ha deciso.

Non poteva più aspettare, la sua coscienza non glielo permetteva.

Anche se nessun altro ne è a conoscenza, salvo i diretti interessati, non poteva far finta di niente e continuare come se nulla fosse accaduto. Ne va del rispetto che nutre nei confronti della propria persona. Come avrebbe potuto continuare a svolgere il proprio lavoro, consapevole di ciò che aveva visto? Con quale arroganza e ipocrisia avrebbe continuato ad assolvere al suo dovere di educatore e di insegnante se avesse scelto di non denunciare?

La sua decisione comporta sicuramente dei sacrifici, ma costi quel che costi, è sicuramente meglio così.

To be or not to be!” diceva Amleto, e in effetti, o siamo quel che diciamo di essere, oppure siamo solo delle maschere. Pirandello avrebbe di certo assentito.

Eccolo arrivato davanti alla porta della preside.

Si aggiusta la cravatta.

Si sistema i capelli con il palmo della mano.

Raddrizza gli occhiali.

Un piccolo colpo di tosse contro la raucedine.

È pronto.

Bussa alla porta.

“Avanti”

Ripetono ancora in coro gli alunni in classe.

“Il professor Barzaghi è in presidenza.” Risponde sollecita la signora Assunta, assisa alla cattedra come una regina nell’atto di governare il suo regno. I suoi sudditi, gli alunni del prof Barzaghi, non fiatano. Alla sovrana sono bastate poche parole per ottenere il loro rispetto. È stato sufficiente fare riferimento a certi fatti da lei osservati giù in cortile durante l’intervallo, che tutti hanno subito capito l’antifona.

Il professor De Paola ringrazia la signora Assunta e richiude la porta. Era passato in classe da Domenico per chiedergli un favore, ma pare che sia stato convocato dalla preside.

“Pecché? Domenico non ricopre nisciuno incarico, ha sempre rifiutato di far parte di qualche commissione o di assumere il ruolo di Funzione Strumentale. Lui si ritiene un insegnante! Punto. Nun ci sta che il lavoro nostro si possa fare anche occupandosi di documenti sulla didattica, o della semplificazione della legislatura scolastica, o altro. Lui si ritiene unicamente un trasmettitore di conoscenze e nun ci sta a distogliere le sue attenzioni dai suoi ragazzi e dai suoi libri. Come mai questa convocazione? Va buò, annamo a pigliare u caffè.”

Il professor De Paola si incammina verso l’aula insegnanti, indeciso se accontentarsi del caffè metallico che fuoriesce dalla macchinetta automatica, oppure se uscire da scuola e gustarsi un buon caffè nel bar di fronte al caseggiato scolastico. Ha ancora 45 minuti a disposizione prima di prendere servizio, quindi il tempo ci sarebbe. Come suo solito è giunto a scuola un’ora prima per sbrigare la burocrazia quotidiana: compilazione del registro on-line che lui svolge sempre in anticipo e rigorosamente utilizzando la connessione e i computer della scuola; lettura e firma per presa visione delle circolari, anch’esse tramite il computer della scuola perché in formato elettronico; lettura e presa visione delle eventuali comunicazioni da parte del collega responsabile di plesso, ecc. Oggi, registro a parte, dopo aver firmato solo le due nuove circolari, ha pensato di passare in classe da Domenico per chiedergli un cambio turno per il lunedì seguente, visto che dovrà accompagnare i suoi allievi ai campionati studenteschi regionali.

Quando giunge davanti all’aula insegnanti, ha ormai fatto la scelta di recarsi al bar di fronte alla scuola per bersi un caffè decente, non crede di riuscire ad affrontare il resto della giornata in palestra ad insegnare educazione fisica con il caffè della macchinetta. Entra quindi in aula insegnanti solo per prendere la giacca, ma dentro c’è una persona che lo attende.

Il professor Barzaghi è in piedi al centro della sala e lo guarda in modo severo.

“Avanti, prego.”

Il professor Barzaghi avanza nell’ufficio della preside e si accomoda nella poltrona posta di fronte alla scrivania. Il suo corpo denuncia il suo stato di tensione. Le mani sudano, il busto è eretto, rigido come se al posto della colonna vertebrale vi fosse un manico di scopa, i piedi sono giunti con le punte orientate in avanti parallelamente, il suo fondo schiena occupa il bordo esterno della poltrona, le mani poggiano sulle ginocchia e il suo sguardo è serio, pronto a ricevere contestazioni.

“Tutto bene?” Chiede la preside.

“Sì…, tutto a posto, grazie.”

“A vederla non si direbbe. Comunque, l’ho chiamata perché volevo parlare con lei della gita che farete ad aprile in Umbria. Ci hanno contattato dall’agenzia viaggi che si occupa della visita che farete al Pozzo di San Patrizio a Orvieto. Ci sono problemi per quanto riguarda la data che avete fissato. Pare che per lo stesso giorno ci siano già altre due scolaresche, quindi, la pregano di contattarli e comunicare una data diversa. Questo è il loro numero diretto. Ci avevano spedito una e-mail ieri, ma purtroppo ci siamo resi conto solo oggi che non funziona la linea ADSL. I tecnici dicono che il temporale di questa notte ha causato un bel po’ di danni alla linea. Non avendo ricevuto risposta da parte nostra, quelli dell’agenzia di Orvieto ci hanno contattato telefonicamente. Oggi mi sto occupando io di questi aspetti della segreteria perché, come può ben immaginare, con Internet che non va, devono sbrigate tutto il lavoro sulla carta e hanno il loro ben daffare.”

Uscito dall’ufficio di presidenza ha ancora in mano il foglietto con il numero dell’agenzia turistica, ma la sua mente non ha ancora assorbito il colpo. Era convinto che la dirigente lo avesse convocato per discutere della sua denuncia, ma la preside non ha ancora letto la sua e-mail. E chissà se mai la leggerà. Capace che con il problema tecnico di Internet, la stessa e-mail sia andata persa.

Questo significava che tutto ciò che ha scritto la notte scorsa potrebbe esser stato vano, inutile, perduto. Mentre si avvia con passo lento verso la segreteria per chiamare l’agenzia, riflette su come affrontare questo disguido. Intanto che cammina pensieroso, alza lo sguardo dal pavimento e vede in fondo al corridoio il suo collega De Paola che si avvia verso la sua direzione con gli occhi fissi sullo smartphone. Sa già dove si sta dirigendo, così decide di anticiparlo e attenderlo nella sala docenti.

Forse la soluzione è un’altra.

Affrontare il problema in modo diretto.

“Era diretto qui, le assicuro, solo che dopo aver voltato l’angolo del corridoio non l’ho più visto.”

La signora Beatrice, collega della signora Assunta e bidella nello stesso piano, sta in piedi davanti alla sua postazione nel corridoio e risponde all’interfono. Dall’altro capo del ricevitore vi è la dirigente scolastica che sta chiedendo alla signora Beatrice che fine avesse fatto il professor Barzaghi. Dopo che è uscito dal suo ufficio sono già passati venti minuti e lui non è ancora rientrato in classe. La signora Assunta, infatti, spazientita da quella lunga attesa che la teneva lontano dalla prima delle tre pause mattutine a base di brioche e caffè del distributore automatico, aveva chiamato in direzione dall’interfono vicino alla classe del prof Barzaghi e, adducendo una scusa circa i suoi impegni, aveva chiesto se il professore avrebbe tardato ancora il suo rientro in classe. Così è iniziato il giro di chiamate della dirigente tramite l’interfono per sapere che fine avesse fatto l’insegnante. Alla fine, ha scoprirto, da parte della signora Beatrice, che il professore si era materialmente volatilizzato non appena voltato l’angolo tra il corridoio della direzione e quello che conduceva verso la sua classe. In tale corridoio è presente la sala docenti.

E proprio dalla sala docenti si sentono provenire le prime urla, seguite poi da un gran trambusto.

Spaventata da tutto quel fracasso, la signora Beatrice non osa più rispondere alle impellenti domande della dirigente.

“Mi sente?”

“Signora Beatrice, riesce a sentirmi? Posso sapere che succede?”

Anche la signora Beatrice si pone la stessa domanda, ma non osa muovere un muscolo per trovare la risposta. Nella sala insegnanti sembra vi sia una mandria di buffali impazziti. Urla, tonfi di mobili che cadono, vetri che si infrangono, una vera e propria baraonda.

Stanca di parlare inutilmente all’interfono senza ottenere risposta, la dirigente lascia il suo ufficio e si dirige verso la postazione della signora Beatrice.

Quando la raggiunge, inizialmente anche lei rimane basita da tutto quel rumore che proviene dalla stanza.

Poi, ripresasi dallo choc, decide di far valere il suo ruolo di comandante in forze di quella scuola e così si avvia verso la sala insegnanti e apre la porta.

“Non stare lì sulla porta, vieni avanti e chiudi!”

Il professor Barzaghi si è rivolto al suo collega De Paola come solitamente si rivolge ai suoi allievi, usando l’imperativo. Massimo De Paola, originario di Napoli ma trapiantato al nord da una vita, è abituato a quel modo brusco e imperioso del suo collega, esattamente l’opposto del suo carattere scanzonato.

“Ué Domé, tutt’a posto? Sono passato da te proprio ora, ma non c’eri. Mi hanno detto che stavi dalla preside. Tutto buono?” “Senti, volevo chiederti una cortesia: mi potresti dare un cambio turno lunedì questo? Tengo i campionati regionali e altrimenti nun riesco ad accompagnare i ragazzi.”

“No”

“…”

“E che è Domé, stai incazzato?”

“Sì, ecco, hai detto bene, sono davvero furioso. Sono stanco della tua ipocrisia e di quella di tutti quanti qua dentro. Sono stanco di dover far finta di niente di fronte alle tue azioni. Sono stanco di non dire quello che penso di te e di tutti quelli che ti stanno dietro. Ma adesso è giunta l’ora di porre fine a questa situazione.”

“Ma che stai a dí, Domé?”

“Quello che voglio dire lo scoprirai tra breve, quando la dirigente ti convocherà nel suo ufficio per chiederti spiegazioni circa i tuoi affari loschi a scuola.”

“Ma di quali affari stai a parlà, Domé, non ti capisco proprio?”

“Senti Massimo, adesso basta! Sai bene a cosa mi riferisco. Credi davvero che non mi sia mai accorto dei tuoi traffici con gli studenti?”

“Ma che stai a dí?”

“Della droga Massimo, parlo della droga che spacci agli studenti!”

Quest’ultima frase gli è uscita di bocca ad un tale volume che lui stesso è rimasto stupito. Massimo è lì impalato di fronte a lui e lo guarda senza parlare.

“Credevi davvero di poter avviare il tuo mercato di stupefacenti senza che nessuno si accorgesse di niente?” Il volume è ancora alto. “Qui lo sanno tutti, Massimo, ma tutti fanno finta di niente, si girano a guardare da un’altra parte. Ma io mi sono stancato. Basta, non si può più andare avanti così. Questa notte ho inviato una e-mail alla direzione e in copia all’Ufficio Scolastico Regionale dove ho raccontato tutto riguardo ai tuoi traffici, scrivendo i nomi dei tuoi “clienti” che sono i tuoi e i miei stessi alunni, indicando i luoghi, i giorni e i momenti della giornata in cui tieni aperto il tuo squallido mercato.”

Massimo continua a guardarlo senza dire una parola. Da quando Domenico ha iniziato a urlare è rimasto immobile ad ascoltare, impietrito da quelle parole. Poi, alla fine della denuncia, quando il silenzio è calato tra loro, ha atteso ancora per qualche istante senza dire o fare niente.

Dopo ha deciso.

Ha riposto il telefono in tasca.

Si è sfilato gli occhiali da vista attaccati al laccetto che tiene sempre appesi al collo.

Si è tolto l’orologio da polso e lo ha collocato dentro la tasca della tutta.

Ha tirato su le maniche.

Ha guardato un’ultima volta Domenico negli occhi.

Gli ha sorriso.

E poi è partito all’attacco.

“Attacchi il ricevitore dell’interfono e chiami il 112!”

La dirigente scolastica è ferma davanti alla porta della sala insegnanti e urla il suo ordine perentorio alla signora Beatrice per sovrastare il fracasso che proviene da dentro la stanza. Davanti a lei uno spettacolo immondo.

Due dei suoi insegnanti si stanno azzuffando come i loro ragazzi all’uscita di scuola. Protendono le braccia in avanti per scagliare pugni contro l’avversario senza alcuna coordinazione, agitando gli arti come zombi nel tentativo di colpire l’avversario con calci e pugni, ma senza mai riuscire a centrare l’obiettivo. In preda alla loro foga di distruzione dell’avversario si muovono per la stanza rovesciando le sedie e colpendo, alle volte, gli scaffali posti alle pareti, così da gettare per terra tutti i libri in essi stipati. La preside osserva l’orrendo spettacolo senza riuscire a intimarne l’arresto. Ha più volte urlato dalla soglia della porta il suo diniego per quello che sta succedendo e l’ordine di fermarsi, ma i due insegnanti sembrano non accorgersi di lei e rimangono comunque concentrati nel loro tentativo di distruzione dell’avversario.

“Professor Barzaghi! Professor Di Maio!”

A urlare è stata la signora Assunta.

È entrata in aula insegnanti spostando di lato la dirigente e poi, ritta in mezzo ai due avversari, ha urlato i loro nomi. La sua voce stridula ha rotto l’incantesimo di cui sembravano vittime e, come se solo in quel momento si rendessero conto di quel che avevano fatto, si guardano intorno sconcertati, come se li avessero catapultati in un pianeta sconosciuto.

La dirigente decide di assumere il controllo della situazione e dopo aver ringraziato la signora Assunta con uno sguardo per il suo intervento, vuole chiedere spiegazioni circa quel comportamento a dir poco indecente.

“Posso sapere cosa vi è preso? Vi sembra un comportamento normale? Avete forse scambiato la scuola per una palestra di pugilato? Siete due insegnanti! Esigo spiegazioni!”

I due contendenti sembrano non recepire le richieste della preside e continuano a girarsi attorno osservando lo sfacelo che hanno creato nella stanza. Nel mentre, fuori dalla porta si è già creato un drappello di studenti i quali, tra risate e commenti, stanno immortalando con i loro smartphone la scena. Resasi conto che i due insegnanti non sono in grado di soddisfare le sue richieste, la dirigente ordina ai due di seguirla in direzione. Tra due ali di ragazzi lungo i corridoi della scuola si forma così una processione con avanti la dirigente seguita dai due insegnanti e col seguito della signora Assunta e del signor Tiberio, accorso insieme alla signora Assunta, che fanno da scorta ai due imputati.

“Venite avanti, seguitemi”

I due poliziotti entrano nella scuola al seguito della signora Beatrice, la collaboratrice scolastica che ha chiamato il 112. Seguono la bidella lungo i corridoi dell’Istituto con addosso gli sguardi curiosi degli studenti che si affacciano dalle loro aule. Quanto è accaduto è ormai risaputo da tutti. La sensazionale notizia è circolata attraverso le chat degli studenti, avvalorata dalle impietose fotografie che immortalano i due insegnanti con gli abiti laceri, i capelli spettinati e i visi con evidenti segni di contusione. Qualche buontempone ha già provveduto a caricare le immagini su Facebook, corredandole con didascalie ironiche e raccogliendo in breve tempo un cospicuo numero di pollici alzati.

La signora Beatrice accompagna i due agenti al piano della direzione, facendoli passare prima davanti all’aula insegnanti in modo che possano vedere con i loro occhi l’accaduto. Poi, il trio si sposta davanti alla stanza della dirigente scolastica. Dall’interno non proviene alcun rumore. È un po’ sconcertata per quel silenzio, la signora Beatrice si aspettava quantomeno di sentire un vociare, sennò una vera e propria discussione animata.

Decide così di bussare alla porta.

Attende che qualcuno le risponda, ma tutto tace. Allora bussa nuovamente e contemporaneamente apre la porta adducendo un “è permesso?”

“Ma che permesso e permesso, voi dovete tacere e ascoltare quello che ho da dirvi.” La dirigente scolastica è in piedi davanti alla sua scrivania e con voce squillante sta redarguendo i due insegnanti seduti davanti a lei.  Il professor Barzaghi continua a ripetere ossequiosamente “Se mi è permesso spiegare…”, ma la dirigente non gli fa mai terminare la frase e ribadisce il suo ordine a tacere e ascoltarla. Alla soglia dei sessant’anni, dei quali trenta passati come dirigente scolastica in vari istituti della Lombardia, non le è mai capitata una situazione così scabrosa. Dall’interno del suo tailleur grigio chiaro, un po’ stretto sui fianchi per via della sua passione per i dolci, troneggia sui due malcapitati come un giudice che legge loro la condanna. “Io non so dove voi crediate di lavorare, ma questa è una scuola, non un circolo di ubriaconi facinorosi, e voi siete due insegnanti! Ma cosa vi passa per il cervello? È questo l’esempio che date ai vostri allievi?

“Se mi è permesso spiegare…”

“Vi ho già detto di tacere! No, non vi è permesso spiegare un bel niente, ma dovete solo eseguire alla lettera quanto vi dirò. Voglio che voi due facciate domanda di trasferimento in un’altra scuola, non voglio più vedervi nel mio istituto. Non mi interessano quali sono le ragioni di un comportamento tanto disdicevole, e non voglio che gli alunni della mia scuola abbiano più alcuna esperienza con degli insegnanti così irresponsabili e indecorosi per il buon nome di questa scuola, anzi, aggiungo, di tutta la scuola italiana. Se farete quanto vi ho detto non solleverò denuncia nei vostri confronti, né aprirò alcun richiamo verbale nei vostri confronti, e questo, sia chiaro, non per salvare le vostre carriere, ma per salvaguardare la scuola e gli alunni. Voglio che da oggi in poi vi mettiate in malattia o in aspettativa, non mi interessa, fino alla fine delle lezioni, anzi, dell’anno scolastico. Provvederò subito a nominare dei supplenti. Non voglio più vedervi in questo istituto né voglio che i vostri alunni abbiano più contatti con voi. Parlerò io con loro e con la polizia che ho dovuto far chiamare a causa vostra. Mi inventerò qualcosa per evitare uno scandalo. Ora uscite da questa stanza e andate via dalla scuola”.

Senza proferir parola i due insegnanti escono dalla stanza. Il professor Barzaghi sa che ormai è inutile tentare di giustificare l’accaduto. È consapevole che la chance che ha dato loro la preside sarà irripetibile e dovrà rispettarla alla lettera, dopo quello che hanno fatto. Subito fuori dalla dirigenza i due si dividono senza nemmeno guardarsi, come mossi dalla consapevolezza che oggi si è giunti a un bivio e la strada che percorreranno da qui in poi sarà diversa da quella fatta finora. Il professor Barzaghi non prende nemmeno la borsa che ha lasciato in classe, ma si avvia verso l’uscita del cortile interno alla scuola, da cui poi raggiungerà il viale che lo condurrà verso casa, verso l’oblio.

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