ACERO ROSSO di Maria Teresa Necchi

Nel piccolo borgo di Settimo Cielo, provincia di Carezza Emotiva, via delle Parole Belle n. 8, piano attico con balconata di nuvolette-relax, l’angelo custode Splendor svolazza nervosamente a destra e sinistra, avanti e indietro, saltellando di qua e di là, con lo sguardo rivolto alle stelle del firmamento, e, alquanto dubbioso e scombussolato, si chiede:

«Questa volta come faccio? Devo ridarle fiducia! Mi servirebbe un manuale d’istruzioni. Dopo tutti ‘sti incarichi portati a buon fine vorrei un po’ di pace! E invece…»

Splendor, ormai angelo custode di livello superior, brilla di luce propria.

Ha un paio d’ali da far invidia ai suoi colleghi: ne può regolare i battiti e l’apertura telecomandata è molto comoda in caso di strettoie improvvise. Sono addirittura illuminate con luci a led per poter atterrarecon precisione chirurgica anche in orari notturni. Se le è guadagnate nel corso della sua luminosa carriera.

La sana fatica formativa – come la definisce il suo Maestro – gli ha portato soddisfazioni e comodità ma la tanto desiderata comfort zone per lui non è ancora arrivata.

Infatti, attualmente si sta occupando di un caso molto impegnativo vista l’aridità di spirito dei tempi moderni ed il carattere decisamente particolare della sua Fogliolina che non si sente mai abbastanza brava.

«Questa piccola mi preoccupa.

È fissata con le parole e la medicina naturale: solo ingredienti DOC come coccole emotive, empatia quanto basta, un pizzico di tono delicato, contorno a cucchiaio di affettuoso tiramisù.

È agitata a dismisura perché il mondo moderno si è precipitosamente impoverito di emozioni, lo spettro dei sentimenti ha subito una drastica riduzione, le anime ne risentono e lei vorrebbe contribuire almeno in parte ad incanalare nel modo giusto la comunicazione moderna ma si sente inadeguata.»

Splendor avverte l’esigenza di una tisanina alla camomilla e magari un goccio di Baileys aromatizzato vaniglia per calmare le irrequietudini ed i pensieri martellanti che lo assillano a causa sua.

Fogliolina, solo apparentemente signorina fibre sintetiche pronta a scansare ogni situazione che le potrebbe scheggiare lo smalto, si è rivelata invece un’autentica samaritana: si ferma a proferir parola appena trova l’occasione, anche agli angoli delle strade più buie, con il rischio di mettersi in qualche situazione imbarazzante a furia di dare retta proprio a tutti.

«Per fortuna, non si sente all’altezza, altrimenti chi riuscirebbe a fermarla? Ma quale tattica posso adottare per restituirle un po’ di meritata autostima?»

All’improvviso la lampadina delle idee si accende mettendosi a lampeggiare come un faro islandese in soccorso ai naviganti e Splendor mormora tra sé e sé:

«Ecco, ci sono. Le farò ricordare i successi ottenuti in modo tale che si rincuori un po’. Per tranquillizzarla le invierò, sul maxischermo della memoria, i file degli episodi più significativi che ho salvato in questi anni di osservazione. In aggiunta, dato che ha scritto un breve ma intenso trattato sulle parole ed il loro impiego, glielo “parcheggio” in versione cartacea sul comodino. Sì, questo sarà il primo passo, totalmente green, come piace a lei.»

Una volta deciso, Splendor vola diritto allo scopo.

Stampa l’elaborato e, con la leggerezza eterea che gli si addice, lo fa atterrare sul comodino di Fogliolina, nascondendolo leggermente, per non dare troppo nell’occhio, sotto il Quadernetto dei pensieri notturni che lei si tiene sempre a portata di mano.

“Le parole mi sono sempre piaciute, fin dagli anni dell’università, quando rincorrevo la loro evoluzione come se fosse la mia.

Ma ora se ne è perso il senso e addirittura l’uso appropriato.

Tutto sparito! Che tristezza!

Le parole sono un balsamo per l’anima, ma anche un punteruolo per il cuore.

Sono un medicamento ma, sbagliando dose, si trasformano in veleno letale invece di essere curative.

Se dette solo per educazione, tanto per dire, come va di moda oggigiorno, sono prive di fondamento e non conducono ad un passo evolutivo.

Quelle magiche, invece! Ah, sì che hanno intima bontà.

Sono rigogliose e stracolme di sintonia, diffondono un profumo contagioso, sanno cambiare il mood della giornata e danno l’approccio giusto che permette di superare qualsiasi pietra d’inciampo che ostacoli il cammino.

Sono racconti, perché frutto di esperienza.

Sono incanto, sono archi lunari di straordinaria bellezza.

Sono le bussole della vita, nuvole che si rincorrono per poi combaciare, stelle cadenti ed inneschi emotivi straordinari. Più le guardi e più splendono.

Ma quali sono?

Quali scegliere?

D’altronde, ogni parola nasce neutra, sei tu che le affidi un contenuto e le conseguenze.

La nostra esistenza è fatta di parole e, certe volte, l’ultima può cambiare l’insieme del cammino.

Anche il contesto e l’intonazione hanno il potere di incanalarne il senso e crearne un effetto. Tua è la scelta. A te spetta trovare la combinazione giusta per l’attimo che stai vivendo. Nessuno lo può fare al posto tuo.

Non dire quelle che suonano bene, suonano di educazione, di circostanza o, peggio, quelle che nascondono finto amore, alimentano il nulla o, addirittura, lo amplificano.”

Splendor, rileggendo la trattazione di Fogliolina, rimane sbalordito per l’impronta emotiva che trasmette.

Vuole assolutamente calmarle il senso di ingiustificata inadeguatezza che la opprime.

Come secondo passo previsto dalla sua strategia, Splendor rinforza la dose.

Le presenta una selezione accurata di situazioni nelle quali lei stessa ha agito in modo straordinario, accompagnata da un’incoraggiante premessa:

«Mia cara Fogliolina,

ho riletto il tuo saggio trattato.

Ti ricordi che vai in giro a proferir parole?

Stai imparando ad interpretare il mondo che è indirizzato a fare splash.

Non riesci a stare a guardare.

Dal tuo piccolo, con le tue pallottole emotive chiamate parole, sai che sono queste che conquistano senza far guerre, ampliano i confini senza usar bombe, rinforzano le difese immunitarie meglio degli integratori in tubetto, fanno germogliare un sassolino, danno il potere di splendere, la felicità di sentirsi considerato, la pace interiore che si moltiplica se condivisa.

Le tue parole sono anche azioni. Sono fatte persino di un silenzio parlante, di sguardi che si rivelano un’enciclopedia a cielo aperto.

Ormai ti è chiaro che ci sono parole che rendono superleggera la vita e un peso piuma le difficoltà.

Sei la Prof. Acero Rosso come ti hanno definita per via del colore della tua folta chioma e, quando sei a zonzo, catturi e regali parole.

I tuoi dialoghi hanno un’impronta emozionale strabiliante, arricchita da effetti curativi per te e per gli altri.

Sei l’autrice di queste pagine di vita vera che ho raccolto e ora ti ripropongo.

Ti saranno di incoraggiamento per continuare su questa strada che è decisamente la tua.»

Nei corridoi della scuola, tu ed io, sempre al solito banchetto, rigorosamente quello e non un altro, che pulivi prima di riempire con biro, pennarelli, quaderni e stick di colla a go-go.

Ti avevo soprannominato il mio magnifico Freccia Rossa per via della tua passione per i treni ad alta velocità che mi nominavi alla minima occasione impreziosendo il racconto di dettagli tecnici da ingegnere.

Mettevi tutto rigorosamente in ordine, ogni cosa al proprio posto.

Alle colleghe che ci passavano davanti dicevi:

«Come sei bella Prof.!»

«Come sei bella Prof.!»

E loro proseguivano risplendenti per quel complimento inaspettato che cambiava lo stato d’animo della loro mattinata.

Eri sincero anche se era un automatismo accompagnato da un insolito sfarfallio di mani.

A me non l’hai mai detto però e mi chiedevo ogni volta:

«Dove ho sbagliato?»

«Come posso migliorarmi?»

Mi sarebbe bastato guardare meglio.

Per me avevi in mente qualcosa di più grande, straordinariamente più grande.

Mi hai preso la mano quando hai avuto paura durante la prova antisismica ed il suono penetrante della sirena ti spaventava.

Questa è la parola silenziosa più grande e significativa che ho ricevuto da te. Mi hai fatta brillare. Ho capito che anche un passo può essere voce ed avere il superpotere di guarire.

Ti ringrazio per avermi aperto un nuovo orizzonte, una nuova finestra di conoscenza.

A scuola piange.

È all’ultimo banco, anche se minuscola, dopo file di teste e ciuffi ingellati, come fossero cemento armato, che coprono la visuale dalla cattedra.

Ma tu, Frau Acero Rosso, la senti, nonostante il mormorio dei compagni, e ti accorgi che il singhiozzio arriva dall’angolino in fondo, alla tua sinistra.

È l’ora della consegna delle verifiche corrette nel fine settimana.

Non ti piace questo momento.

Ogni volta polemiche da sanare con voti da motivare.

Lo vorresti evitare, ma questa volta lo farai diventare grande.

Hai dato un tre.

Decisamente un gran bel votaccio ma anche un numero che parla molto più di un discorso se lo si sa leggere bene.

Non avresti voluto, ma i conti sono conti e non guardano il contesto.

Ed ecco che giri la situazione, vuoi imparare anche tu che sei dall’altra parte della cattedra.

«Come mai piangi? Cosa c’è?»

«Niente Prof.…non fa niente…»

Forse la domanda è sbagliata, e cambi tattica:

«Come niente? Ti stai rovinando il rimmel! Sembri già Pierrot. Mica è poco! I goccioloni hanno un senso. È per la verifica?»

«Ma no Prof… lasci…non cambia niente…»

«Mi preoccupo in ogni caso, ma non insisto. Se è per la verifica, però, sai che un voto è solo un voto e, al di là di questo, rivela che c’è una difficoltà da qualche parte.

Non avrò spiegato bene!

Tu che sai, fammi capire dove non sono stata chiara e ci riprovo: correggo il tiro con indicazioni su misura per te. Se mi dai una mano, il tuo tre lo recuperi come niente!»

Mi guardi esterrefatta.

«Ma questa da dove è venuta fuori? Mai sentito da una Prof.! Che roba è?»

Pensi, prima di proferir parola:

«Beh, Prof…. io …forse sono io …»

«Non importa chi è. Dammi indicazioni, e poi di sicuro ti porti a casa un votone tutto tuo.»

«Qui Prof… non mi tornano: ma cosa sono ‘ste desinenze e… i sostantivi? Che è ‘sta roba? Il tedesco è arabo.»

«Sei più chiara di me. Adesso ho capito. Devo considerare che la grammatica usa parole difficili che sono da chiarire prima di spiegare la regola.»

Passa poco e l’intervento mirato produce effetti.

«Adesso stai facendo davvero bene. Vedi, sono proprio le finali delle parole che sono da aggiungere in base alla regoletta. I sostativi li puoi anche chiamare nomi e si scrivono con la lettera maiuscola cioè grande. Il tuo voto sta già cambiando e tu risplendi!»

«Grazie Prof.! Adesso faccio la correzione della verifica.»

Asciugandosi occhi e naso per non imbrattarli dice:

«Grazie ancora! …semmai, le chiedo!»

«Ma sono io a ringraziarti. Mi sei stata di grande aiuto!»

«Io, Prof.? A Lei? D’aiuto?» dici spalancando gli occhioni lucidi.

«Certo tu. Adesso non darò più nulla per scontato. A volte basta poco per avvicinare o allontanare. È così che le parole fanno in modo che le esistenze si incontrino.»

Quell’alunna minuscola ha conosciuto una grande Prof. ed è diventata una brillante insegnante dotata di quell’empatia che a suo tempo l’aveva fatta smettere di piangere.

Al di là di anni, le regalerà parole magiche di estrema sensibilità inviandole una lettera:

«Grazie Prof. Acero Rosso,

insegnare è una questione di cuore. Un like da un’ammiratrice. Lei è il mio mito. Mi ha imprintata e se oggi sono una mini prof. è perché l’ho incontrata sul mio cammino! Volevo dirglielo.»                                                         

                                                                               Piccolina 5ª E A.S. 1987

Ti corre incontro un cucciolotto da ultimo anno d’asilo, con il mini-zainetto della merenda in spalle, colpito dalla tua testa rossa riccioluta che risplende sotto il sole di luglio.

Ad un certo punto, lanciato come se dovesse stabilire il record della Speedy Bimbo Ciucciotto, inciampa rovinosamente in una radice di tiglio.

Strilla come poche ugole sanno fare per attirare l’attenzione sulla sua disavventura.

È ancora lontano da te, e teme che tu lo ignori.

Allora urla ancora più forte.

Ti avvicini e gli regali, inconsciamente, quella cura che ti chiede:

«So che ti fa male, anzi malissimo. Il ginocchio, qui, vero? Ma tu sei come il leoncino Simba che è diventato re e sai resistere finché tutto sparisce.»

Ti guarda.

Ripeti il messaggio cambiando riferimento per rafforzare il pensiero:

«Come Dumbo o Bambi dei cartoni animati. Li guardi tutti vero?»

Smette di strillare.

Gli hai lasciato un peso in più: è carico di autostima.

Adesso si sente di vincere qualsiasi dolore.

Dal parrucchiere, nella zona benessere, accanto a te c’è il tuo airone cenerino: la nonnina tutta grigia, piccola-piccola, sempre più ristretta per l’età che avanza, e che incontri qui, ogni tanto.

Ti guarda e ti dice:

«Che bei capelli! Oggi più brillanti del solito. Non come i miei, che sono grigi, il grigio topo delle vecchiette.

«È vero sono argentati. Il rosso l’ha regalato tutto a me, per farmi assomigliare alla mia adorata Pippi Calzelunghe. A Lei però è rimasta la nuance della saggezza che è un’invidiabile conquista!»

La dolcissima professionista del colore, che si prende sempre cura di entrambe, ti dirà in seguito che la nonnina non ha più insistito per farsi creare, su misura, una tinta magica antietà

L’aveva trovata, quel giorno, nelle tue parole.

Marcello, in arte JM-RAP, è il tuo nipotino in lotta con i genitori.

Per il suo futuro lo immaginano ingegnere, impegnato a firmare grandi progetti, a ricevere targhe encomiabili.

Lui si sente sempre più confuso e disorientato.

«Che faccio zia? Non so proprio. Che confusione! Io voglio scrivere canzoni rap. Mi viene bene sai? E non fare ponti.»

«Le ho ascoltate JM! Il ritmo non è più il mio genere, io sono rimasta al country, ma il contenuto è notevole. Sei proprio ad un bivio strategico. Considera, però, che ogni direzione in cui guardi è bella, ma diversa dalle altre.»

«Eh, zia… per te è facile dire bella. Mica lo capisco che è così bella … e tantomeno loro!»

«Sono solo preoccupati. Sai, di questi tempi di incertezze vorrebbero per te solo percorsi lineari senza tante rotonde con più uscite. Scegli secondo i tuoi saldi valori e vai avanti. Così potrai dire che, se la cambi cammin facendo, anche la strada percorsa ti ha portato un anello da agganciare alla tua personale catena di esperienze che ti guiderà al tuo traguardo.»

«Mah, zia! Come farlo capire a quei due?»

«Se lo farai presente, vedranno che stai riflettendo sul tuo domani. Non è poco. Una volta che si rendono conto che sei sul pezzo, come dite voi, ti lasceranno libero di scegliere.»

Anni dopo JM aggiornerà il suo Instagram. Compare in foto, sorridente, con un casco giallo da Ingegnere-Capo a Dubai ed una musica rimbombante come sottofondo.

Non è diventato rapper di professione ma quando presenta i progetti qualche volta canta, perché si sente un ingegnere sonoro con un tono in più, la sua canzone preferita.

Cammini per strada ed incontri Barbalunga.

È la mascotte, libera da mura domestiche, che vive per le stradine della tua cittadella Harmony Point.

Tutti gli stanno alla larga, semmai gli lanciano una confezione di pane a lunga scadenza per sentirsi in pace con la coscienza, mantenendo le dovute distanze.

«Non si sa mai», è il luogo comune «magari morde!»

Tu, invece, passi, ti fermi lì davanti, oltrepassando la linea di pericolo e gli dici:

«Ciao! Serve qualcosa?»

Si stupisce.

«Chi mai osa oltrepassare il limite di sicurezza?» si chiede, tra sé e sé.

E poi risponde:

«Prima sì…adesso no! Ritorna, ti aspetto!»

«Ciao, ci vediamo!» ti dice il tuo amico allontanandosi.

«Resta!» rispondi.

Ti sorride.

La prossima pausa durerà di più.

La signora fissata con la dieta, che già ti aveva chiesto «Ma l’insalata ingrassa?»,più preoccupata del solito per il suo vitino da vespa, ti domanda:

«Ma quale acqua prendo? Più bevo e più peso! Non so proprio cosa fare! Avranno dentro qualcosa? Che faccio?

«Tranquilla Signora, fanno tutte bene! Se ne vanno in fretta, come l’insalata, e poi… lei è pure depurata dentro!»

Ti rincorrerà, in un’altra occasione, tra le corsie dei super food, per altri consigli rincuoranti.

«Fogliolina Red,

i tuoi passi insegnano.

Le classiche parole magiche – la più gettonata è, forse, ti voglio bene – non si possono definire a priori guaritrici d’eccellenza dotate di garanzia di successo.

Nessuno conosce quali siano in modo assoluto le espressioni giuste.

L’elenco potrebbe essere infinito.

Se sono vuote, però, rimangono involucri contraddetti dai fatti. La loro forza dipende, in effetti, dal ripieno emotivo con il quale le hai sapute addolcire e, nel tuo caso, è l’immagine che ti rappresenta a testimoniarne il successo.

Sei un acero rosso rigoglioso, impreziosito ed arricchito di energia vitale.

I rami sono i destinatari dei tuoi discorsi e le foglie le deliziose parole degli incontri che hai avuto.

Continuando ad innaffiarlo con le lacrime di gioia suscitate dal tuo amorevole agire, da ogni fogliolina crescerà un promettente alberello. Lotterà contro la deforestazione, il vuoto cosmico dell’indifferenza dilagante sulla nostra Madre Terra che, a dispetto del riscaldamento globale, sta diventando un pianeta di ghiaccio, in attesa del tuo pronto intervento.

Non tardare.

Ricorda che ti aspetta, infreddolito.»

Splendorrametto d’Acero Rosso

Comments

  • Roberto Belotti
    27/05/2024

    Maria Teresa scrivi Scrivi aspettiamo altri tuoi racconti chissà che riusciamo a guarirla questa società malata
    Grazie a presto 😊😊😊

    reply
  • Beppe
    27/05/2024

    Ciao Teresa sempre un gran piacere leggere i tuoi racconti hai la leggerezza di un soffio di vento la limpidezza di uno specchio d’acqua di un ruscello di montagna e la semplicità di un fiore di campo si aspetta sempre il prossimo racconto

    reply
  • Beppe
    27/05/2024

    Ciao Teresa sempre un gran piacere leggere i tuoi racconti hai la leggerezza di un soffio di vento la limpidezza di uno specchio d’acqua di un ruscello di montagna e la semplicità di un fiore di campo si aspetta sempre il prossimo racconto

    reply
  • Antonella
    27/05/2024

    Maria Teresa, grazie per evidenziare che l’empatia e la gentilezza sono un patrimonio dell’umanità. Ne abbiamo sempre più bisogno!

    reply
  • Antonella
    27/05/2024

    Maria Teresa, grazie per evidenziare che l’empatia e la gentilezza sono un patrimonio dell’umanità. Ne abbiamo sempre più bisogno!

    reply
  • Graziano
    28/05/2024

    Il racconto di Teresa, molto articolato, ci ricorda che abbiamo bisogno di tanta umanità e che, in fondo, l’ attenzione verso gli altri non è niente altro che l’ attenzione che noi desideriamo per noi stessi. Inoltre ci insegna che un buon docente non sale in cattedra e comanda ma si ferma, ascolta, e impara dai suoi alunni. Troppo spesso i ragazzi vengono “parcheggiati” a scuola nella speranza, purtroppo molte volte vana, che i docenti ascoltino i ragazzi dando loro quello che manca in casa.. io vedo Teresa al bar del supermercato, seduta in un angolo con il suo caffè d’orzo in tazza grande a scrutare il mondo e pronta a regalare quell’ umanità che solo le persone grandi come lei ci sanno dare. Grazie Teresa

    reply
  • Cristina Comolli
    28/05/2024

    Che bello leggere i tuoi racconti Tere, le tue parole non sono mai vuote. Sono colorate e volano nella.mia mente facendomi riflettere e commuovere.

    reply
  • Alberto Temporelli
    29/05/2024

    La via è tracciata… seguila sempre mai tradendo il cuore ❤.
    Si nota la tua personalità ricca di sentimento e di surreale semplicità , che coniuga il moderno (mood, file, superschermo etc.) con esperienze di vita e con pensiero umile, ma vero!

    reply
  • Rina
    30/05/2024

    Il racconto mi è piaciuto veramente molto. Mette in evidenza la sensibilità, l’emotività , la grande disponibilità del protagonista. La narrazione è estremamente “delicata”. I temi sono di attualità e catturano l’attenzione invogliando anche la rilettura. Come per gli altri, alla fine, rimango in attesa curiosa del tuo prossimo “lavoro”! 🍁

    reply
  • Marta B.
    02/06/2024

    le parole sono importanti ed esprimono appieno il proprio significato solo se accompagnate dall’ empatia. Acero Rosso è una bella dimostrazione di questo.

    reply

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