ANTEPRIMA DELLA MIA STORIA di Sara Guerriero

genere: ROMANCE

PROLOGO

Nel 2007 avevo tredici anni e un grande sogno: diventare giornalista.

C’è chi fa la gavetta nelle redazioni di piccole o grandi testate giornalistiche e chi, come me, si mette in testa di creare un giornale tutto suo.

Mi misi all’opera sfruttando le mie inesistenti competenze di reporter e il primo quesito sorse spontaneo:

«Sì, ma di cosa scrivo?»

Avevo a disposizione ben quattro nonni desiderosi di farmi da cavie. Decisi di raccogliere storie lontane dai miei tempi per dar vita al mio originalissimo giornale dal titolo “Pazzi ricordi” che avrebbe dovuto richiamare “Pazza idea” di Patty Pravo (almeno così mi consigliò mia madre quando ero in crisi per la scelta del nome).

Per tre dei miei nonni ideai una canonica intervista preimpostata in cui prendevo appunti finché loro raccontavano (non possedevo un registratore!).

Il nonno Sandro invece, non lo intervistai direttamente. Non perché non volessi, ma perché lui è sempre stato un gran chiacchierone e un notevole scrittore.

Me l’hanno detto fin da bambina che parlavo poco, ma quando scrivevo ero proprio come il nonno Sandro, “un’inguaribile prolissa”, come dice lui.

Gli chiesi semplicemente di rispondere a qualche domanda, ma con grande sorpresa si mise davanti al computer (super tecnologico il nonnino!) e iniziò a scrivere una sorta di racconto contenente le sue memorie.

Lo intitolò “Anteprima della mia storia”.

Ci mise anima e corpo e ricordo che quando me lo consegnò ero la ragazzina più felice del pianeta. Avevo finalmente la mia storia d’apertura, che emozione!

“Anteprima”, come ha scritto lui, perché quello doveva essere solo l’inizio di un travolgente romanzo che avrebbe sfornato successivamente.

Il nonno però, dopo poco si ammalò, di quella malattia che ti tormenta in un infinito e buio loop, la depressione.

Non credo che sarà mai in grado di terminare il suo capolavoro e, piccolo spoiler, il mio giornale non vide mai la luce del sole, ma vi assicuro che le storie di mio nonno meritano di essere ascoltate in quanto preziose testimonianze e pezzi di vita che sembrano così lontani dall’attualità.

So perfettamente quanto sono fortunata e spero che mio nonno sia orgoglioso del lavoro svolto, che finalmente qualcuno leggerà, oltre alla sua nipotina non più tredicenne.

Io sicuramente sono molto orgogliosa di lui.

ANTEPRIMA DELLA MIA STORIA

Allora, io sono Sante, per gli amici Sandro, il tuo nonno prediletto.

Il solo pensiero che nei miei primi mesi della tua vita io ti portavo a spasso in passeggino per le vie attorno a casa di via Rizzato a Padova, mi commuove ancora e mi riempie di nostalgia.

Tu sei nata nel 1994, anno in cui ho smesso di lavorare ovvero, come si dice volgarmente, sono andato in pensione.

Per tale ragione accudire la mia prima nipotina mi faceva sentire importante e orgoglioso e mi dava una sensazione nuova che non si può spiegare in due parole.

Non mi dilungherò pertanto a spiegarlo qui, anche perché questo è un accadimento relativamente recente nel contesto della mia ahimè lunga vita di cui sto per parlarti (spero succintamente, perché un mio grosso difetto, come dice tua nonna Maria Rosa, è quello di essere inguaribilmente prolisso, ovvero lungo nel raccontare i fatti, sia oralmente che, ancor peggio, per iscritto).

Sono nato nell’ormai lontano 1940, nel mese di luglio, un mese per me bellissimo perché cade in estate e io amo l’estate, il giorno 25 alle ore 23 e 11 minuti (l’ho letto sul mio atto di nascita e poi me lo diceva sempre mia madre Angela, buonanima).

Non sono nato al Nord, mia zona geografica italiana di adozione, e nemmeno al Sud, zona da cui provengono le mie radici, ma al Centro Italia e più esattamente a Latina, che a quell’epoca si chiamava Littoria, collocata nella regione Lazio a sud di Roma, in una zona denominata Ciociaria, terra di peones, ovvero pastori e contadini.

Come mai i miei natali sono al di fuori della mia zona di origine? La domanda viene spontanea.

Semplice: mio papà, buonanima anche lui, era un dipendente statale, per cui al momento della mia nascita egli con mia madre era in quel luogo in trasferta per lavoro.

Successivamente, dopo qualche mese, l’opera di mio papà fu richiesta all’estero e più precisamente a Zara, località sita nella vicina Croazia, allora Jugoslavia.

Qui sono rimasto fino ai due anni di età e ricordo ancora una parola di quella lingua: praset, che significa “maiale”, “maialino”. Questo termine mi è rimasto impresso perché è legato a un episodio curioso e drammatico allo stesso tempo, ma raccontarlo qui potrebbe essere lungo, pertanto mi esimo, così non do la possibilità a tua nonna di ripetere:

«Ecco, hai visto… Che ti dicevo? El xè longo!» (“È lungo!” nel nostro amato dialetto veneto).

Ci sarebbe materiale per continuare perché anche se avevo due anni, ho tanti ricordi di quei tempi, ma penso che li userò se deciderò di scrivere il mio memoriale.

Dunque, andiamo avanti.

Dai due ai cinque anni ho vissuto in casa della nonna materna in un villaggio di due-trecento anime chiamato Speziale in provincia di Brindisi nella regione Puglia.

Qui ho trascorso il periodo più bello, spensierato e nostalgico della mia infanzia, coccolato, accarezzato e viziato da una nonna e dieci zii, tre maschi e sette femmine.

Queste ultime mi spupazzavano a destra e a manca, mentre da mia nonna mi rifugiavo ogni qualvolta mi rincorrevano mamma e zie per farmi bere l’olio di ricino e per farmi fare il riposino pomeridiano, appuntamenti odiosi che avvenivano quasi tutti i giorni.

Dimenticavo che nei primi mesi di vita, mentre eravamo (i miei genitori ed io) a Littoria (ora Latina, cittadina sorta dove prima si trovavano le paludi pontine che furono bonificate e prosciugate da gente affluita lì un po’ da tutta Italia, in prevalenza veneti e pugliesi) e mentre eravamo lì, dicevo, siamo stati punti dalla zanzara anofele, che lì ve n’era in grande quantità, e con le sue punture trasmetteva il virus della malaria.

Io e mia madre lo abbiamo preso.

Mia madre è guarita subito perché adulta e in possesso di buone difese immunitarie, che a me, bambino piccolo com’ero, difettavano.

 Pertanto, per debellare questa malattia, ci sono voluti diversi anni, mediante cure anche pesanti per un bambino, per cui da pacioccone che ero, sono diventato magro e gracilino e molto cagionevole di salute fino ai quindici anni.

Dai cinque anni in su, fino ai diciannove, la mia vita è profondamente cambiata.

Mio papà, che era via a causa della guerra, è tornato a casa e siamo andati ad abitare in altra casa e in un paese diverso che era ed è Fasano.

Di conseguenza mi sono venuti a mancare l’affetto e le coccole di nonna e zii, e per di più mio padre si è rivelato subito autoritario con me; pertanto, sono cresciuto con un carattere taciturno e introverso che, nonostante siano passati più di cinquant’anni, ancora mi tormenta.

La vita in quegli anni era più semplice, più povera ma sicuramente più bella, più genuina e alcuni valori, oggi scomparsi, erano fondamentali e sicuri punti di riferimento.

Mi è d’obbligo, per meglio far comprendere certe situazioni paradossali che si verificavano e che oggi farebbero sorridere, raccontare un episodio curioso.

È inevitabile che questo fatterello accentuerà la mia congenita prolissità.

Dunque, siamo verso la fine degli anni Quaranta, avevo otto-nove anni. Si stava diffondendo tra i ragazzini della mia età il gioco della palla di gomma, ripeto: di gomma.

Eh sì, la gomma impiegata così era una novità e il costo non era proprio accessibile a tutti.

Parlo di una pallina di gomma di dimensioni all’incirca come quelle di un’arancia media, ma che rimbalzava che era una bellezza.

Le palle di questo genere prima erano fatte di pezza e imbottite di segatura, realizzate in casa in economia dalla mamma, nonna o zia, ma ovviamente non rimbalzavano per niente.

Il meglio del gioco consisteva nel far rimbalzare la palla a colpi di testa, tra la fronte e un muro opportunamente scelto, privo di asperità, di porte e di finestre.

Un osservatore esterno vedeva impegnati nel gioco: il giocatore (che era anche il proprietario della palla) e un certo numero di ragazzini che, oltre ad essere spettatori e tifosi, avevano il compito di contare i rimbalzi della palla di gomma.

Il conteggio terminava quando la palla, per un motivo o per un altro, toccava terra.

Purtroppo, non c’era competizione perché il proprietario della palla, geloso e anche orgoglioso di essere il solo a possederla, non la cedeva mai a nessuno.

Questa situazione mi diede il coraggio di chiederla a mia mamma. Il coraggio, sì, perché le poche disponibilità finanziarie che circolavano per casa servivano per i bisogni primari come il cibo, le medicine (allora si compravano sempre), le scarpe, i vestiti, qualche mobile indispensabile, e la mia palla non rientrava di certo in questa lista.

La risposta fu naturalmente, come già mi aspettavo, negativa, e non sto qui a elencare la sequela di motivazioni che mia mamma pronunciò per spiegarmi che la mia richiesta era l’ultima cosa da prendere in considerazione in quel momento.

Ma… la mia famiglia possedeva un appezzamento di terreno ereditato dai nonni paterni, piantumato a ulivi, mandorli, fichi e carrubi (alberi, questi ultimi, maestosi, sempreverdi, che producono una grande quantità di frutti, le carrube, appunto, che vengono impiegate per mangime degli animali nell’industria farmaceutica).

Era la stagione in cui i mandorli venivano potati.

Questa operazione lasciava sul terreno una grande quantità di rami nodosi che a toccarli potevano ferire le mani (e i guanti a quel tempo si adoperavano soltanto per ripararsi dal freddo).

Ora, tutta questa gran quantità di ramaglie, doveva essere raccolta (un ramo alla volta) e formare delle fascine che poi nell’inverno seguente dovevano servire per far fuoco in casa. Il gas non c’era, come tante altre cose che ci rendono più facile la vita oggi.

E allora? Io fui liquidato subito per quanto riguarda la mia richiesta, ma i miei genitori ne continuarono a parlare fra loro.

A mio papà venne un’idea: se accettavo di raccogliere i rami in fascine, la palla sarebbe arrivata.

Era un lavoro immane per un bambino della mia età, ma la voglia era così tanta che non ci pensai due volte e accettai.

Noi abitavamo in paese e il terreno in questione distava 5 km, pertanto tutti i giorni, al mattino a scuola e dopo pranzo inforcavo la bici (quella c’era perché mio papà, nel tempo libero e in casa, aveva allestito una piccola officina e riparava le bici degli altri, ed io in tal senso mi ritenevo fortunato).

Dunque, mi facevo questi 5 km, di cui più della metà sulla strada statale nr. 16, molto pericolosa anche allora, ma il mio angelo custode mi ha sempre protetto.

Arrivato sul posto, mi mettevo di buona lena e andavo avanti finché c’era luce, tanto la bici aveva il fanale.

Le mie piccole e delicate mani a contatto con i rami nodosi cominciarono a piagarsi e a farmi male, ma, come si dice in veneto, mae che se voe no doe (male che si vuole non duole), e una volta a casa, cena e poi compiti di scuola fino a che non cascavo dal sonno.

E così sono andato avanti per almeno un mese.

Finalmente, finii il lavoro, raccolsi tutto e potevo contare centinaia di fascine, messe in ordine una vicina all’altra per fare uno strato e poi sopra a questo un altro strato e poi ancora un altro, fino a costruire una torre alta 5 metri.

Mi sono così ritrovato tutto lacero e graffiato, ma non importava, perché ci sarebbe stata l’agognata ricompensa.

Quindi, con tre bici (io, mio papà e mia mamma che portavano su un seggiolino le mie sorelle più piccole), si va a controllare il mio lavoro.

«Ah, ma hai fatto tutto questo da solo? Davvero? Non è possibile!! Bravo, sei stato veramente bravo!»

Questi i commenti a caldo dopo l’ispezione.

Io tutto impettito e orgoglioso, già non pensavo più alle ferite delle mie manine e al contempo mi vedevo con la mia meritata palla a divertirmi contro un muro che avevo già adocchiato e scelto dietro casa mia, soprattutto per far crepare d’invidia i ragazzini vicini di casa.

La notte dormii come un ghiro, sognando la palla.

Il mattino dopo mi svegliai per tempo, senza farmi tirare giù dal letto da mia mamma come le altre mattine e andai a scuola saltellando come un grillo.

Al ritorno da scuola, sulla tavola imbandita per il pranzo, trovai un involto sul mio posto e capii subito di cosa si trattasse.

 Non stavo più nella pelle, combattuto fra il piacere del prolungamento dell’attesa e il desiderio di appagare subito la mia curiosità.

Ebbe la meglio la seconda emozione.

Aprii febbrilmente il fagotto e.… sorpresa! Delusione, disgusto, rabbia, seguiti da un pianto nevrotico.

Quello che c’era nell’involto non era ciò che mi aspettavo.

Una palla sì, c’era, ma era di pezza e pure fatta male, che mia mamma non le aveva mai fatte prima; perciò, mi dovevo accontentare perché in quel momento i soldi per comprare quella di gomma servivano per cose più importanti.

Arrabbiato scappai di casa per protesta e me ne andai in giro per il paese fino a sera e poi mi avvicinai a casa ma non entrai. Volevo far capire loro che ero deluso e arrabbiato.

Vicino a casa c’erano degli orti in cui vi erano dei ricoveri per gli attrezzi, fatti di paglia, e lì dentro passai la notte e le due notti successive.

Lo avevo fatto altre volte quando facevo le marachelle e temevo la punizione.

Il terzo giorno, mentre gironzolavo intorno a casa, indeciso se entrare o meno, non mi accorsi che mio papà, in bici, mi si stava avvicinando da dietro, mi afferrò per i capelli con una mano, mi sollevò da terra e pedalando mi portò fin dentro casa dove, sempre tenendomi per i capelli, mi diede un gran calcione nel sedere lasciandomi cadere.

Ruzzolando come una palla, andai a finire sotto il tavolo e contro una parete, con il naso rotto che colava di sangue.

Ecco, così si concluse questa storia un po’ meschina, se vuoi patetica anche, ma verace.

Io, comunque, mi considero fortunato perché malgrado tutto, ho ricevuto un’educazione severa, certo, ma debbo dire che a parte l’ingiustizia ricevuta nell’episodio raccontato e che ora mi fa sorridere, io non ero certo uno stinco di santo, tutt’altro.

Ero un vero monello: una ne facevo e cento ne pensavo.

Il fatto poi che mio padre fosse severo, e mia madre a modo suo non era da meno, mi faceva aguzzare l’ingegno per assicurarmi di non essere scoperto mentre attuavo le molteplici marachelle.

Ne ho combinate tante, dai sette ai dodici anni, che mettendole insieme ne verrebbe fuori un romanzo.

Bene, mi sono bruciato un bel po’ di tempo e di spazio per aver raccontato veramente poco, ma d’ora in avanti andrò più spedito e cercherò di recuperare.

Io del mio paese non posso raccontare molto, perché non sono mai rimasto tanto in un posto per poterlo descrivere bene.

Infatti, sono nato a Littoria, poi dopo pochi mesi trasferito a Zara- Jugoslavia e dopo un paio di anni rientrato in Italia in casa della famiglia materna a Speziale- Brindisi, quindi dopo tre anni trasferimento nella cittadina di Fasano e di qui, dopo circa un anno, trasloco in altra casa, più grande, dove ci sono rimasto per circa dodici anni e fino al momento del mio ingresso nel mondo del lavoro.                                                          

Un lavoro speciale il mio: ho intrapreso la carriera militare e, pur avendo avuto un sacco di dispiaceri e pochissime soddisfazioni, se dovessi ricominciare, lo farei.

Ma tornando a bomba, il periodo della mia vita in cui ho appreso le caratteristiche che poi ti seguiranno fino alla fine dei tuoi giorni, è stato quello trascorso a Fasano, dai sei ai diciannove anni.

Un periodo abbastanza lungo, lo so, ma non è sufficiente per assimilare quelle particolarità salienti, basilari, che si acquisiscono da subito, appena nati direi.

Mi riferisco al modo di parlare, all’inflessione della voce, alle sfumature della lingua che solo chi è nato e cresciuto sempre nello stesso posto recepisce bene.

Insomma, sono sempre stato un po’ straniero nel mio paese.

Tuttavia, un surrogato di idioma si impara sempre e quindi posso dire senza ombra di dubbio che il dialetto, la cadenza con cui è parlato, gli usi e gran parte dei costumi, non mi sono mai piaciuti e li detesto tuttora.

Il periodo della mia pubertà, ovvero dai tredici ai diciotto-diciannove anni, è stato molto travagliato.

Si cresce in fretta e non si ha il tempo di capire cosa ti succede, e magari lo capisci molto tempo dopo, quando sei nonno, come me adesso.

Tutto ti sembra difficile, mete lontane da raggiungere, ti pare di essere pieno di difetti rispetto agli altri, ma non è vero, non è assolutamente vero! Solo che questo lo capisci dopo, come dicevo pocanzi.

La scuola si alternava fra alti e bassi, ma io mi sono collocato sempre, per quanto riguarda il rendimento, nella media e superiore alla media, fra 6 e 8, come si valutava allora lo studente.

Prima di proseguire devo dire una cosa importante che può essere d’aiuto ai ragazzi che ora hanno l’età che avevo io allora.

Nel momento in cui si passa dalla scuola dell’obbligo agli studi superiori, è molto, molto, molto importante pensare a scegliere bene l’indirizzo scolastico che poi servirà per il buon e migliore inserimento nel mondo del lavoro.

Ecco, a me questo è mancato, mi sono trovato a seguire studi sbagliati, non adatti alla mia indole.

Per cui è stato speso per me tempo e denaro senza alcun risultato se non quello di una discreta cultura generalizzata.

Ho avuto tre figlie e anche loro hanno svolto studi che non sono serviti (o molto poco) per accedere al mondo del lavoro.

Per quel che riguarda me, il fallimento scolastico è dipeso dalla mancanza di scuole sul posto e soprattutto dall’assoluta assenza di una qualsiasi forma di orientamento agli studi.

Per quel che riguarda le mie figlie, i motivi sono diversi e sarebbe troppo lungo spiegarli qui.

L’unica che si salva in questo bailamme, secondo il mio modesto giudizio, è mia moglie Maria Rosa che, pur avendo conseguito soltanto la licenza elementare, non solo è entrata nel mondo del lavoro senza difficoltà, ma è riuscita a crearsi una famiglia e a educare le figlie in maniera direi ottimale.

Per concludere, con la scuola non mi stancherò di ripetere che è molto importante pensare per tempo alla scelta degli studi tenendo conto del carattere, dell’indole, della propensione per una disciplina anziché per un’altra, dell’intelligenza, che è dote fondamentale. Insomma, bisogna spendere del tempo per trovare la giusta via del sapere.

Ora, ritornando al tema dell’intervista, dopo non pochi patimenti di varia natura, mi sono ritrovato con una divisa militare addosso e sbattuto su un treno con destinazione Padova (regione Veneto), una città italianissima ma che a me, che non ero mai uscito dal guscio, sembrò subito un posto straniero: sia per il modo di parlare (che a quel tempo era prevalentemente il dialetto), che per gli usi e costumi.

Insomma, un altro mondo.

Ma… sono sopravvissuto!

Non che non abbia incontrato ostacoli da superare, ma ribadisco che il mio angelo custode mi ha sempre protetto.

Sono andato avanti nella carriera militare, che poi è stata anche il mio lavoro, e da soldatino imbranato quale ero, sono arrivato a fregiarmi del grado di Maresciallo Maggiore Aiutante, attualmente modificato in Primo Maresciallo.

Non nascondo di essere soddisfatto e orgoglioso di tutto questo, anche se avrei sicuramente potuto fare di meglio, ma le mancanze di un titolo di studio adeguato e di un importante requisito fisico (la vista acuta), me lo hanno impedito.

Ed ecco che sulla scia di queste ultime parole arriviamo al mio sogno che è rimasto tale e che ancora mi stuzzica e mi perseguita.

Sempre, fin da bambino, mi ha affascinato tutto ciò che vola, dagli uccelli (che mi divertivo a mirare con la fionda senza mai colpirne uno), agli aerei più o meno grandi.

E allora com’è che avrei potuto volare anch’io? Facendo il pilota, no? Semplice!

E invece non era affatto semplice.

Bisognava infatti essere fisicamente veramente impeccabili, e io non lo ero, avevo tutti i requisiti meno uno, il più importante per quell’attività: la vista perfetta, per l’appunto. Io ci ho provato, ma volare è rimasto e rimane un sogno. Chissà, forse nell’altra vita…

Per consolarmi mi sono scelto degli idoli che mi facessero dimenticare le utopie.

Da giovane mi piaceva ascoltare il cantante dall’ugola d’oro, il “reuccio della canzone”, come veniva chiamato.

È stato davvero un mito degli anni Sessanta! Mi sorprendevo a canticchiare le sue canzoni (quando ero da solo, naturalmente) e mi dicevo che ero bravo quasi quanto lui: Claudio Villa.

Poi passano gli anni e mi sono messo a seguire (e seguo tuttora), un altro mito: John Wayne, un personaggio che calza perfettamente col tipo che io avrei voluto essere.

Altri miti poi me li sono creati nella mia fantasia e con quelli realizzo meravigliose avventure, specie nelle notti insonni che talvolta capitano all’età dei nonni.

Ma l’avventura più grande che è successa nella mia vita è senz’altro l’incontro con la persona che poi è diventata mia moglie: Maria Rosa, e penso che valga la pena raccontare com’è successo.

Dunque, siamo nei primi anni Sessanta, la fine del Sessantatré, per l’esattezza. La mia carriera militare stava per naufragare perché da giovani mal si accettano la disciplina e la sottomissione alle gerarchie superiori.

Succede però, che in un grigio pomeriggio di domenica, in autunno inoltrato (quasi inverno), un amico, che aveva un appuntamento con due ragazze, cercava invano per tutta la caserma qualcuno da accompagnare all’amica della sua ragazza.

Scoraggiato va in cameretta (così veniva chiamata la stanza da letto degli scapoli), che era anche il mio alloggio, con l’intenzione di cambiarsi, e vede una sagoma sotto le coperte di un letto.

Ero io che dormivo.

Eh sì, a me è sempre piaciuto dormire, tanto che mi diverte raccontare che una volta, appena ventenne, ho dormito da sabato dopo pranzo fino al lunedì mattino successivo, senza mai alzarmi una volta, nemmeno per le necessità fisiologiche… oh, che bella la gioventù! Vivetela ragazzi, vivetela bene che poi anche voi avrete bei ricordi!

Dunque, rientrando nel seminato, l’amico comincia a strattonarmi e a furia di «Dai, alzati!» mi ha convinto.

Sistemati in abiti borghesi, prendiamo il filobus numero 10.

Allora c’erano le filovie, sistema semplice che sfruttava l’energia elettrica per muovere il mezzo senza inquinare, ma il mezzo era obbligato a seguire un percorso prestabilito.

Successivamente con il progresso incombente si è cercato di dare sempre più spazio alle libertà, fra cui anche quella di affrancarsi dalla schiavitù del percorso obbligato che i mezzi pubblici erano costretti a seguire.

Perciò il filobus fu prontamente sostituito dall’autobus, più pratico e più libero di andare dove voleva, e soprattutto di inquinare quanto voleva.

E allora?

E allora, basta… ora si ritorna indietro!

Infatti, siamo arrivati all’attuale metrotram su cui non so dare giudizi, ma lo farete voi, generazione di adolescenti.

Ma, come si può constatare, sono di nuovo andato fuori strada.

Torniamo quindi al filobus numero 10, che dalla Caserma Pierobon ci portò in centro.

Da lì a piedi raggiungemmo il punto della città in cui sarebbe avvenuto lo storico incontro.

E infatti, poco dopo, si ferma una 500 bianca con due ragazze a bordo.

Due signorine che vengono a prendere in macchina due maschietti appiedati… che figura!

Per me la cosa cominciava proprio male.

Ma che importanza aveva, tanto doveva essere solo una conoscenza passeggera.

E invece no, tanto è stata passeggera, che è diventata tua nonna!

Le due ragazze sono scese dalla macchina e abbiamo fatto le presentazioni: una si chiamava Renata ed era la ragazza del mio amico; pertanto, l’altra era l’amica che io avrei dovuto intrattenere.

Disse di chiamarsi Maria Rosa, ma io non percepii nulla, tanto ero rimasto ammaliato da quella figuretta e soprattutto dalla incantevole voce.

Ci infilammo tutti e quattro nella 500, guidata sempre dalla proprietaria Renata e ci dirigemmo al nostro Circolo Sottufficiali, un bel localino per quei tempi.

E lo sarebbe anche oggi se non avessero chiuso parte della caserma “Piave” in cui è ubicato questo circolo e dove, guarda caso, dopo la bellezza di quarantaquattro anni, ci lavora come impiegata civile la zia Michela.

Eh, che strano il destino, chi l’avrebbe detto!

Quella sera al circolo davano una serata danzante, che nel nostro caso ci stava proprio come il cacio sui maccheroni.

Lì, ballammo tutta la sera e, come succede fra due sconosciuti, parlammo del più e del meno cercando di conoscerci l’un l’altra.

Così venne fuori che io ero libero da impegni sentimentali e lei pure.

Quella sera ci lasciammo dandoci un altro appuntamento.

Intanto avevo saputo che le due ragazze erano infermiere e facevano turni di lavoro presso l’Ospedale Civile di Padova.

Da questo momento, con alterne vicende di piccoli litigi e grandiosi riappacificamenti, dopo circa due anni e mezzo ed esattamente il 27 agosto 1966, ci siamo trovati sull’altare della Chiesa Parrocchiale di Santa Croce in città, per pronunciare il fatidico “Sì”.

A testimoniare questo evento storico c’era anche l’amica Renata con suo moroso che, per correttezza e verità debbo dire, non era il mio amico e collega sottufficiale con il quale, e comunque grazie al quale, ho conosciuto mia moglie Maria Rosa.

Ecco, io con questo ultimo e, se volete, prolisso racconto, ho terminato di rispondere all’intervista.

Alla fine dei miei racconti mi sono riletto le domande dell’intervista e mi sono accorto di aver sforato abbondantemente sia sui tempi che nei contenuti.

Insomma, con il mio materiale, anziché dare vita a un giornale, si potrebbe pensare a mettere insieme un bel romanzo.

Mi dispiace, ma io quando devo iniziare qualcosa, ci metto sempre un po’ di tempo perché mi comporto come un fiume in piena che a volte rompe gli argini e allaga tutto.

Per concludere, mi corre l’obbligo di precisare che ciò che ho raccontato non sono che piccoli, piccolissimi episodi della mia vita e sto pensando che, se mi arrivasse il giusto pungolo, riuscirei a mettere insieme numerosi racconti, come quelli che venivano letti mensilmente in classe nel libro “Cuore” di E. De Amicis, oppure, e perché no, scrivere un romanzo intitolato “Le mie memorie”, come fece a suo tempo Silvio Pellico con il racconto “Le mie prigioni”.

Va bene, ora basta con queste stupide presunzioni, e mi auguro che il tempo che ho impiegato qui possa favorire la nascita di un vero e originale “giornalino”.

Auguri e buon lavoro.

Il Nonno Sandro

Padova, 15 dicembre 2007

ANTEPRIMA DELLA MIA STORIA di Sara Guerriero

genere: ROMANCE

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