Cari amori miei

Cari amori miei, oggi mi sono svegliata alle sette e mezzo, e ho preso un treno.
Sì, ho preso un treno.
La destinazione l’ho decisa una volta arrivata alla stazione.
Ho visto un treno che era in procinto di partire, ho letto il nome della destinazione e, dopo aver comprato un biglietto andata-ritorno, mi sono lanciata su quel treno, sola.
A volte ci sono posti in cui abbiamo bisogno di tornare per ricordarci chi siamo, quando la vita ci spettina e modella le nostre sembianze originali fino a quasi farle scomparire. Avevo una miriade di cose da fare, alcune più urgenti di altre, e ho preso un treno per Cambridge, perché è la che tutto è più o meno iniziato. È sui muri di quella città antica, ma ancora viva, che io ho avvertito di appartenere a un luogo che era fin troppo lontano da casa mia, per poter pensare di trasferirmici davvero. Nel silenzio e nella solitudine di quel posto, tanti anni fa, ho capito dove il mio cuore poteva riiniziare a vivere dopo tanto tempo.
Dopo anni trascorsi a cercare di capire a quale posto appartengo, oggi sono tornata là perché è stato Mr. Gwyn a dirmi di regalarmi del tempo per me e aiutare me stessa “a tornare a casa”.
Sì, nel libro lui utilizza proprio questa espressione bizzarra, e solo a finale svelato ho capito cosa intendesse dire.
Sapete, tante volte le persone perdono sé stesse nel corso della propria esistenza, senza neanche accorgersene, con una facilità, difficile a spiegarsi.
Si perdono dietro a risposte che non arrivano, ad amori immaginati e reinventati, eppure sempre irrealizzabili, a progetti concreti che non trovano spazio nella crudeltà di questa vita, a tante altre cose che le allontanano da sé stesse senza concedere loro un manuale di istruzioni o una mappa che indichi una via di ritorno.
Allora Mr. Gwyn mi ha detto che quando perdiamo noi stessi, se non abbiamo indicazioni o punti di riferimento che ci curino, dobbiamo prendere il nostro tempo, abbandonare quello che ci uccide, e aiutarci a tornare a casa, a tornare da noi stessi.
Io non mi sono persa.
Ma mi sento lontana dalla persona che ero.
Questa nuova vita mi ha trasformato in qualcosa con cui a volte faccio fatica a convivere.
C’era una bambina che soffiava su un ciuffo capriccioso che le faceva avvertire un senso di fastidio, versava lacrime davanti a cose apparentemente banali ma che risvegliavano in lei un qualcosa che le faceva smuovere il cuore, e non c’era una cosa che non sapesse fare meglio del parlare col mare e ascoltare per ore le risposte che aveva da darle.
Oggi quella bambina sembra aver scavalcato il passato, senza averlo mai desiderato per davvero.
Non soffia più su quel ciuffo, perché ci sono cose che sembrano infastidirla di più.
È un robot che ha imparato a non farsi bagnare le guance da gocce salate, a rispondere alla vita con la freddezza di chi ha un dolore dentro ma ha spento tutto, per non farlo più uscire, per domarlo, e non importa se questo significa rinunciare anche alle altre emozioni. Quella stessa bambina oggi guarda il mare da lontano, in silenzio, non confida più segreti perché ha paura delle risposte di quel vecchio amico, fidato ma sempre fin troppo sincero. Quando sono arrivata a Cambridge sapevo già dove andare, mi sono seduta su una panchina davanti al ponte dei Sospiri, è là che gli innamorati si stringono e si mantengono le promesse del cuore. Si dice che Tolkien, a volte, sedesse su quella stessa panchina a riflettere, quando la stesura del Signore degli anelli lo stava allontanando dal mondo reale. Mi ha fatto uno strano effetto sedere su quella panchina, e stare a guardare con invidia quelle persone che si abbracciavano in un sospiro, come se quel momento potesse durare per sempre.
Questi mesi per me sono stati i più difficili.
Vivere senza Corrado, vivere senza amore, senza le persone che amo di più, lavorare tantissimo a tal punto da stordirmi per non permettere ai pensieri di parlare, spegnere le ambizioni per paura di non essere abbastanza forte da realizzarle.
Ma poi, seduta su quella panchina insieme a Mr. Gwyn, ho capito e ho iniziato a piangere come non facevo da tempo, per liberare un dolore che era stato per troppi giorni rinchiuso. E ho capito, ho capito che l’amore è tutto e, davvero, da qualche parte c’è un posto in cui è capace di resistere per sempre.
Come l’amore che provo per voi, che siete la parte più vera di questa vita caotica. Sapete, non penso di avervi ringraziato abbastanza. Come ho detto, sono diventata un robot che a stento si commuove per le cose che vede, si imbarazza alla vista del sole aspettandosi quasi sempre una giornata grigia, si consuma in gesti uguali e privi di ogni emozione. Ma voi, voi mi avete regalato un miracolo.
Siete stati con me per tutto questo tempo e, dopo tutte le sorprese che mi avete organizzato con cura, mi avete fatto riscoprire la magia di un amore senza tempo e distanze.
Oggi, per la prima volta, sono uscita con abiti normali. Come Mr Gwyn mi ha saggiamente suggerito.
Senza trucco, per non mascherare più quel dolore che cerco di affossare, perché a volte anche il dolore è un trofeo di cui andare fieri.
E ho capito, ho capito che l’unico punto di riferimento stabile di questa vita siete voi.
Siete voi, che col vostro amore immenso, ogni giorno mi riportate a casa e mi impedite di perdermi nelle mie paure.
Sarei una bugiarda se dicessi di non aver paura del futuro, perché è proprio questa paura a far baccano e non lasciarmi dormire la notte.
Ma dopo oggi, dopo quello che avete fatto per me, ho deciso di prendermi del tempo, occuparlo in cose che mi aiutino ad avvicinarmi alla persona che voglio essere, e non importa quanta paura o dolore causi, perché io ho voi e so che mi riporterete sempre a casa.
Vi amo di un amore che non immaginate e sarà proprio questo a farmi raggiungere obiettivi che per quanto possano essere lontani ora, so per certo che un giorno realizzeremo, e in quel momento dovrete sentirvi fieri di voi stessi perché sarà solo e unicamente merito vostro.

Cari amori miei è un racconto di Sara Scasseddu