Cose d’altri tempi IV

Con una punta di panico, mi rendo conto di essere distante da lui.
Ci eravamo lasciati Venaria alle spalle da un bel po’, avevamo quasi raggiunto Druento e lui probabilmente mi starà ancora aspettando lì, a meno che non si sia messo alla mia ricerca. Non ho il telefono per poterlo chiamare… perché? Era nella mia tasca destra, non c’è più. In quella sinistra, invece, il foulard c’è ancora, ragion per cui devo sbrigarmi a uscire di qui.
Mentre corro, incrocio persone vestite con abiti storici e che camminano con fierezza e superiorità.
“Una festa in grande” penso.
Meglio così, potrebbe essere un diversivo per dare meno nell’occhio. Oppure per essere notata, giacché i miei indumenti non si confanno alla situazione.
Per il momento nessuno sembra badare a me.
Attraverso la Sala di Diana che conosco alla perfezione, ci sono stata più volte. È una sala che mi ha sempre affascinata, ma adesso non ho il tempo di soffermarmici.
Vado avanti finché la struttura del palazzo mi porta a svoltare a sinistra: qui inizia la Galleria Grande, lo spazio più ampio di tutta la reggia. È lunga circa ottanta metri e risplende grazie alle enormi finestre che la caratterizzano.
La percorro correndo più veloce che posso e poi imbocco la prima scalinata che, se non sbaglio, dovrebbe portarmi all’uscita.
Così è: in un bagno di sudore sono fuori. E il mio corpo s’irrigidisce.
Carrozze e portantine si susseguono in un viavai da capogiro, le strade sono sterrate e l’asfalto a cui ero abituata è svanito. Tutti intorno a me indossano vestiti regali, o modesti per i meno fortunati.
Non una macchina avvisto nei paraggi, ci sono solo… cavalli.
«È stato difficile raggiungervi. Quanto correte!» È Charles, ha il fiatone.
«In che anno siamo?» gli chiedo tremando.
«1674.»
«Capisco» stringo i pugni e riorganizzo le idee.
Ora tutto ha un senso. Credevo che fosse un sogno: il fascio di luce abbagliante, le vibrazioni, il fischio alle orecchie, il senso di vuoto… e l’inspiegabile attrazione che mi spingeva verso quell’uomo. È stato in questo modo che mi ha trasportata qui.
«Quando vi ho portata nel nostro tempo, avete fatto un brutto atterraggio. Si tratta del vostro primo viaggio, quindi non eravate preparata; così una volta giunta nella stanza in cui vi siete svegliata, avete sbattuto la testa sul comodino accanto al letto, perdendo i sensi. Vi abbiamo subito medicata, avevamo timore che vi foste procurata una profonda ferita e invece ve la siete cavata con un graffio non troppo grave. Per fortuna, aggiungerei. Siete troppo preziosa per noi.»
Appoggio una mano nel punto dolorante della testa. Ho una benda che la circonda, non me n’ero accorta.
Nell’attimo in cui Charles stava spiegandomi i fatti, io continuavo a mantenere gli occhi inchiodati sulla gente che passeggiava, sulle carrozze, sui cavalli e sulla struttura del palazzo.
Quand’ero piccola doveva ancora essere restaurato, era un edificio abbandonato e in disuso. Il restauro l’ha reso imponente e un valido motivo di visita per i turisti.
Quella che ho davanti adesso è la stessa palazzina del 2020 ma i colori sono più spenti e tutto sa di antico.
Sospiro, rassegnata.
«Perché sarei tanto preziosa per voi?»
«Perché hai delle qualità straordinarie che ci servono» interviene Diana, apparsa di nuovo di punto in bianco.
«Fatemi capire bene: mi avete trascinata fin qui perché avrei delle doti particolari? Quali? E a che scopo vi sarebbero utili?»
«Di questo parleremo con calma, di sopra» mi dice la dea.
«Cosa credete che penserà mio fratello? Vi rendete conto che mi ha vista sparire?»
«Non mi preoccuperei, se fossi in voi. Cercate di non uscire di senno e seguiteci» mi ordina il duca.
«Mi pare che ci sia ben poco di ragionevole in tutto questo» ribatto seccata.
Non mi vengono in mente altre soluzioni per tirarmi fuori da questa storia, perciò li seguo. Dopotutto loro mi hanno portata qui e loro mi riporteranno a casa, se accetto di aiutarli.
Ci dirigiamo verso i piani alti della reggia, so dove siamo diretti.
Nella mia epoca le Sale delle Arti vengono utilizzate per ospitare mostre di vario genere; è probabile che nel 1674 possano esserci in corso degli spettacoli di teatro. Commedie, perlopiù.
Non mi sbaglio. Incrociamo persone in fermento che vanno avanti e indietro, divorate dall’ansia da palcoscenico. Mi scappa un sorriso.
«Cosa c’è di tanto divertente, signorina?» vuole sapere Charles.
«Ruby, mi chiamo Ruby.»
«Sì, come volete.»
«Sii un po’ più gentile con la nostra ospite» gli consiglia Diana.
«Bene, eccoci. C’è così tanto movimento che mi sembra il posto ideale per parlare. Nessuno si preoccuperà di noi» Charles dà l’impressione di non averla neanche sentita.
Mi incanto a osservare il panorama: è suggestivo già in questo periodo storico. I giardini sottostanti sono perfetti e si perdono in una sensazione d’infinito sino a scontrare le montagne; da un altro lato della sala invece si vede snodarsi in lontananza il borgo e, giusto qui sotto, spicca la Corte d’Onore con al centro la Fontana del Cervo.
Mi sento un po’ smarrita; non riesco ancora a credere di vivere il mio villaggio esattamente trecentoquarantaquattro anni prima.
«Nella tasca dei tuoi pantaloni c’è qualcosa che mi appartiene» esordisce Diana, riportandomi bruscamente alla realtà.
«Il telefono? Non credo proprio, considerando che qui non esiste. Sarà rimasto bloccato nel 2020.»
«Ovviamente, Ruby. Non è al telefono che mi riferisco, infatti.»
La scruto con aria interrogativa.
«Oh, ti riferisci a questo,» estraggo il foulard «in effetti è tuo. Ci sei raffigurata tu col tuo arco, il cane sempre fedele e l’aquila sulla tua spalla. Ma non posso dartelo.»
«Non dite sciocchezze, signorina! Perché mai?»
«Perché, caro il mio duca, ho fatto una promessa a una persona e potete stare certo che la manterrò.»
«Una persona… ma per favore! Chi sarebbe più importante di una dea?»
«Mia nonna, e sta per morire. Ha sempre desiderato avere e toccare quel foulard ma non abbiamo mai potuto permetterci di comprarlo; siamo una famiglia povera. Io e Peter abbiamo sudato e rischiato per rubarlo, non manderò tutto all’aria per voi.»
«Dimenticate che siamo i soli in grado di rispedirvi nel futuro, non vi conviene tirare la corda con la vostra sfacciataggine.»
«È sempre così adorabile?» domando a Diana.
«Quello che vogliamo proporti, Ruby, è uno scambio. Ti abbiamo osservata per molto tempo e sei la persona che fa al caso nostro.»
«Mi avete osservata?» domando incredula «E come diamine avreste fatto? Lascia perdere, niente dovrebbe più stupirmi ormai, ma esigo sapere cosa volete che faccia, a questo punto.»
«Rubare l’oranjirose e il mio calice di cristallo.»
Sgrano gli occhi fissando lei e poi Charles.
«Siete impazziti? È impossibile sottrarre quegli oggetti senza essere scoperti, ci sono telecamere ovunque. È una follia!»
«Eppure vi siete impadronita del foulard di Diana» puntualizza Charles.
«Sì, però il foulard non era tenuto sottochiave come l’oranjirose e il calice. Si trovava in una teca facilmente apribile con un ago sottilissimo. Per me e Peter, comunque, non è stato semplice come forse pensate. Abbiamo studiato un piano per mesi, specialmente per oscurare le telecamere e metterle fuori uso.»
«Dunque sapete già come fare, non vedo quale sia l’ostacolo.»
«L’ostacolo, signor duca, è la complessità di ciò che mi state chiedendo. Stiamo parlando di uno scrigno che può essere aperto soltanto con una chiave, non vi sono altri modi. Secondo voi, perché si sarebbero preoccupati di proteggerli a tal punto? Per evitare che qualcuno se ne impossessasse, è logico. Hanno un’importanza che nemmeno immaginate e inoltre nessuno ha nemmeno mai osato comprarli.»
«Ora state facendo la presuntuosa. Avete scordato chi avete davanti? Conosciamo bene l’importanza di quei manufatti, è per questo che ne abbiamo bisogno» Charles mi guarda agguerrito, offeso dalla mia insolenza.
«Aprire lo scrigno non sarà difficile, Ruby, ma non possiamo farlo noi» mi dice Diana. «Rischieremmo di alterare gli eventi del passato provocando disordini temporali irreversibili, senza contare che non possediamo le tue abilità di ladra. Inoltre potresti farti aiutare da Peter, a quanto ci risulta anche lui ha delle straordinarie capacità.»
C’è ancora qualche pensiero che la tormenta e aspetto che finisca il discorso.
«Hanno saccheggiato la reggia sette anni fa. Da allora il calice e l’oranjirose sono andati perduti. Io e Charles abbiamo insistito nelle ricerche per tanto tempo ma senza risultati. Poi sei apparsa in sogno tu, a entrambi. Una ragazza qualunque, nondimeno sorprendentemente scaltra e determinata. Abbiamo capito che saresti potuta essere la nostra unica chance. Nel 2020 calice e oranjirose esistono e sappiamo che sono ancora attivi. In qualche modo sono stati riportati a palazzo.»
La guardo per un po’ prima di parlare «Perché sono così fondamentali per voi? Nessuno ne conosce il potere. Nessuno nella mia epoca, perlomeno, ma io sì. Cosa c’è sotto?»
«Questa è un altro motivo per cui ci siamo messi in contatto con voi. Non vi reputiamo una fanciulla stupida, sapevamo sin dall’inizio che eravate a conoscenza di cose ignorate dalla maggior parte del popolo di Venaria, ignorate persino da vostro fratello. È per questo che riteniamo che possiate capire.»
«Capire cosa, signor duca? Mi mettereste nei guai, se accettassi di aiutarvi. Sarebbe la volta buona per me di dormire su una branda al fresco, piuttosto che sul letto di casa mia. Questa è l’unica cosa che capisco.»
«Poco fa ti ho parlato di uno scambio» mi ricorda Diana.
«Non l’ho dimenticato. Francamente non vedo alcun tipo di guadagno in questa storia, per quanto mi riguarda. Mi sottrarreste addirittura il foulard che vorrei regalare a mia nonna.»
«Lo puoi tenere. In realtà il foulard non mi serve.»
«Sarebbe a dire?»
«Volevamo mettere alla prova la tua determinazione nel lottare per qualcosa di significativo per te, e non ci hai delusi. L’amore per tua nonna è tangibile come la porta di questa sala. Nessuno sospetterà mai che siete stati voi a rubare il calice e l’oranjirose, così come nessuno, in questo esatto istante, sta sospettando che tu e Peter avete rubato il foulard.»
«È impossibile, l’auto della polizia ci stava inseguendo» controbatto.
«Dimentichi che sono una dea, Ruby. Per me nulla è impossibile» mi dice ammiccando.
«Va bene, non porrò domande in merito e non posso fare altro che crederti. In fin dei conti, sinora, ho fatto un viaggio nel passato, conosciuto il duca che ha fatto edificare la Reggia di Venaria e conosciuto persino Diana, una dea che all’occhio umano dovrebbe essere invisibile. Quindi non è difficile credere che la stessa dea abbia deviato le indagini dei poliziotti.»
Faccio una pausa per riflettere.
Mi torna in mente la famigerata fragranza dell’oranjirose; anche se non l’ho mai odorata, ho letto talmente tanto sui libri antichi, rubati nell’archivio del palazzo, che mi sembra di averla sotto le narici.
Il profumo del mandarino accompagnato dall’ambra e dal muschio: il risultato è il fondersi dell’essenza dei fiori con gli aromi dei frutti.
Rammento anche i versi riportati su un libro che dichiarava che si trovassero all’interno dello scrigno.

“La fresca acqua profumata
attende d’esser liberata.
Nel calice di Diana va versata
per evitare di rimaner avvelenata.
In lei fluirà sì naturale
da tornare nel mondo animale.
Spogliandosi della divina essenza,
nella Terra si godrà della sua presenza.”

Cose d’altri tempi è un racconto di Daniela Trombetta

Continua . . .