DELITTI SOTTO ZERO di Clizia Germinario e Maria Stella Beatrice Spilotros

Foto di pixabay

 Highlands (Scozia), un gelido inverno verso fine ‘800

L’inverno, quell’anno, si era rivelato più rigido e lungo del previsto.

Alla metà del mese di marzo una bufera violenta aveva colpito la zona, già duramente messa alla prova, lasciandovi una coltre di neve che impediva qualsiasi ipotesi di viaggio.

L’Old Sheep Inn, una piccola e graziosa pensione locale, si era, così, trovata totalmente isolata per circa dieci interminabili giorni, con le strade bloccate e con il villaggio più vicino a troppe miglia di distanza per poter essere raggiunto.

Perciò, per uno strano caso del destino, i suoi avventori furono costretti a intraprendere una forzata convivenza.

Oltre ai proprietari Mary e Michael e ai loro figli ventenni Sam e David, nell’edificio alloggiavano otto ospiti:

miss Doris, un’eccentrica e boriosa attrice di teatro e cantante lirica con i suoi due assistenti Bernard e Stephan; Lady Susan, un’anziana nobildonna accompagnata dal fido maggiordomo Reginald; il misterioso signor Johnson; il detective privato francese Claude Moliere e il maggiore Hawthorne, un vecchio veterano dell’esercito ancora in gran forma.

Ma a preoccupare gli sventurati non fu, come si potrebbe pensare in occasioni come questa, la mancanza di provviste – per fortuna abbondanti, grazie all’intuito della titolare – quanto un qualcosa di sinistro che, avrebbero presto scoperto a loro spese, si aggirava indisturbato tra quelle mura.

Infatti, nonostante che i primi tre giorni fossero trascorsi in tranquillità, eccetto qualche piccolo battibecco tra i clienti subito sedato dai locandieri, al quarto accadde l’imponderabile.

Giorno 4

«Aaaahhhhh!»  

Era il mattino presto quando un urlo di terrore improvviso fece trasalire tutti.

Era una voce di donna.  

Anzi, era la voce, inconfondibile, della star anglo-tedesca che, con i suoi capricci e atteggiamenti da diva, aveva più volte infastidito e messo a dura prova l’altrui pazienza dall’inizio di quella imprevista coabitazione.

Fu lei a dare l’allarme e a sancire l’inizio di quell’agghiacciante esperienza.

«Miss Doris, tutto bene?» chiese preoccupata la proprietaria Mary bussando.

Si trovava a passare al piano della sua camera, il secondo, quando fu come raggelata da quel grido.

Non ricevendo risposta, decise di entrare con le chiavi di servizio.

Trovò la donna raggomitolata in un angolo, vicina a un divanetto imbottito dove giaceva esanime uno dei suoi due assistenti che alloggiava in quella stanzetta collegata alla sua.

«Cielo, cosa è mai accaduto qui!?» domandò pur sapendo che non avrebbe ricevuto risposta.

«Oh Signore, … È morto?» continuò, distogliendo la vista dalla vittima e cercando di avvicinarsi e soccorrere l’attrice che rimase, però, muta e in stato di shock.

«Aiuto, aiutateci!» urlò.

Sentendo le invocazioni, tutti gli ospiti si precipitarono nella camera e rimasero come gelati dal panico per la scena che gli si stava parando davanti.

L’assistente era riverso a terra con la giugulare recisa di netto.

Una tela da pittura, visibilmente danneggiata, era a terra vicino al presunto cadavere.

Pennelli e strumenti da pittura erano sparsi lì accanto assieme a numerosi pezzi di un calice da champagne frantumato e sporco.

«Povero Bernard, è morto!» disse il suo collega toccandogli il polso.

«Ragazzo, stai inquinando le prove! Dobbiamo scoprire cosa è successo senza spostare nulla e chiamare la polizia…» lo rimbrottò il francese senza, però, rivelare volutamente la sua identità.

«Impossibile, con questa bufera non possiamo certo uscire. Dobbiamo stare qui finché non passerà…» constatò Sam, uno dei figli dei proprietari.

«Vero, magari potremmo cercare dei dettagli per capire cosa è accaduto al poveretto» lo sostenne il fratello David.

«Sembra che sia morto a causa del bicchiere, il taglio pare corrispondere e poi è sporco di sangue ed è rotto e comunque non vedo nient’altro in giro…» osservò il signor Johnson.

«La tela è danneggiata. Stava dipingendo qualcosa? Sembrerebbe un corpo maschile alto e vigoroso come il maggiore…» fece notare l’assistente superstite guardando l’ex militare in maniera accusatoria.

«Che assurdità, perché quella donnicciola avrebbe dovuto ritrarmi?» chiese adirato.

«Già, strano! Dopo che ci avevate litigato la sera prima…» gli rispose quello rincarando la dose.

Hawthorne lo afferrò dal bavero con rabbiasollevandolo.

«Ma insomma, piantatela!» esordì l’anziana Lady Susan, una minuta vecchietta dall’aria gentile. «Magari è un suicidio d’amore, chi può dirlo…Anche sealla fine potrebbe essere solo caduto sulla tela, rompendo il bicchiere cascando e spargendo il materiale e le varie pitture.»

«Pitture! Oh, cielo, il mio tappeto! Glielo avevo detto di non portare questa dannata roba in camera!» disse la proprietaria Mary mentre travolgeva la presa del maggiore per controllare il tappeto e rivelando così un altro litigio con il defunto.

«Piuttosto,» continuò Hawthorne «ricordo bene di avere udito un alterco tra la signorina Doris qui e la nostra vittima un paio di giorni fa.»

«Cosa state insinuando?» domandò inviperita la diva. «Bernard aveva macchiato il mio abito preferito, ma non l’ho certo ucciso per questo.»

«Eppure non avete sentito nulla e siete stata proprio voi a trovarlo morto» ribatté Hawthorne con il volto paonazzo per il costante abuso di alcol.

Moliere rizzò le orecchie, convinto che l’assassino si nascondesse tra loro in bella vista.

Dopo varie discussioni, decisero di avvolgere il malcapitato in un telo e lasciarlo in camera chiudendo la porta.

Il tappeto fu insindacabilmente portato via per il lavaggio dalla locandiera, che non volle sentire ragioni.

Curiosamente, la finestra di quella piccola stanza era socchiusa: strano fatto date le glaciali temperature.

Il detective lo notò subito: semplice noncuranza di un suicida o indizio? Che qualcuno si fosse calato giù per farla franca? Purtroppo, la nevicata notturna sembrava avere cancellato qualsiasi impronta, semmai ce ne fossero state.

«Aspettate. E quella macchia rossastra?» chiese uno dei gemelli guardando sotto la finestra.

«Accidenti, è troppo lontana per controllarla» disse l’investigatore.

«Ci sono delle sigarette sul davanzale interno, probabilmente si sarà sporto per fumare e avrà fatto cadere un po’ di pittura…» osservò la vecchia.

Giorno 5

Il giorno seguente, Johnson decise di invitare a pranzo Miss Doris per tranquillizzarla e farle delle avances.

L’attrice sembrò ampiamente gradire tutti quei complimenti sul suo fascino e sui suoi bei gioielli, tanto che tornò subito di buon umore.

Nel frattempo, al piano di sopra, anche un altro ospite era piuttosto indaffarato.

«Che ci fa lei qui, non è la sua stanza» tuonò così forte da sentirsi in tutta la magione il locandiere Micheal, scoprendo Moliere nella camera di Johnson.

Dopo vari tentativi di giustificazioni, l’investigatore, obbligato a rivelare la propria identità per non finire rinchiuso, confessò la vera ragione per la quale era lì: smascherare un famoso ladro e ritrovare una preziosa refurtiva.

«Che sciocchezze, quest’uomo è un gentiluomo!» lo difese l’attrice, dopo che tutti si furono radunati in salotto.

«Mia cara signora, vedo che le manca il grazioso collier che indossava stamattina e sono sicuro di poter dire che si trova…» disse il detective allargando la bocca in un vistoso sorriso «cioè, …nelle tasche di quel suo gentiluomo!»

Poi, frugandole, ne tirò fuori il maltolto.

 E così, decisero di recludere il malfattore in una celletta per cavalli vuota finché la bufera non fosse passata. Nella sua camera, tra l’altro, fu ritrovato nascosto il prezioso bottino tanto bramato dall’investigatore.

Quella sera, il forte maltempo fece sbattere con forza una finestra al secondo piano causandone la rottura del vetro. Quella stanza era stata abitata dal signor Dorian, un ospite che aveva lasciato improvvisamente la pensione giorni prima. Il frastuono radunò nuovamente gli inquilini distolti dal loro tentativo di dormire e che apparivano ancora più agitati

Accorsero anche i proprietari.

«Accidenti, prima di andarsene poteva chiuderla» esclamò irritata la padrona constatando il danno.

«Alloggiava qualcuno qui?» chiese il detective.

«Sì, un tale che aveva prenotato per tutto il mesee poi di punto in bianco se ne è andato lasciando tutto qui…» riferì seccata.

Intervenne allora Reginald, il maggiordomo della anziana nobildonna:

«Il signor Dorian era andato in città per delle commissioni improvvise. Rammento che me lo disse mentre sorseggiava del tè in salotto, immagino che la bufera lo abbia fermato impedendogli il ritorno…»

Mentre Mary ripuliva i cocci, si ferì a un dito:

«Ahi!» gridò.

Miss Doris la fissò per un istante, che sembrò molto lungo, impallidendo visibilmente.

Subito intervenne la vecchia:

«Reginald, porta in camera la signorina prima che abbia un mancamento!»

Le altre due donne si guardarono.

«Grazie!» disse l’attrice «È che tutte queste emozioni, il sangue, …Bernard! … È meglio che mi vada a riposare. Scusate, signori.»

L’anziana nobildonna alzò gli occhi al cielo come infastidita da tanta debolezza d’animo e, scuotendo la testa, porse un fazzoletto ricamato alla donna ferita per permetterle di fasciarsi.

Poi, si girò con aria spazientita mentre la locandiera le sorrideva con gratitudine.

Infine, Mary si rivolse, con aria autoritaria, verso suo marito:

«Tampona la finestra con un cartone e sigillala. Nei prossimi giorni penseremo a qualcos’altro.»

«Questo sembra scagionare la nostra divetta.» sussurrò tra sé e sé Moliere, conscio che una reazione simile molto difficilmente si sarebbe potuta avere da un’efferata assassina, pur se attrice di professione.

Giorno 7

Erano trascorsi due giorni relativamente tranquilli.

Ad interrompere la quiete apparente fu Mary che, decisa a dedicarsi alle pulizie per non pensare, giunse nei pressi della camera dell’ospite disperso, dove iniziò ad avvertire un cattivo odore.

«Non solo deve ancora saldarci mezzo soggiorno, ma è pure sparito lasciando chissà che immondizia qui dentro! E a me tocca pulire, che farabutto!»

Poi spalancò la porta e iniziò a cercare la fonte di quei miasmi individuandola, curiosamente, in un vecchio baule.

Un urlo agghiacciante scosse la locanda e tutti accorsero.

Trovarono la donna svenuta accanto al cassone aperto: dentro c’era il corpo dell’uomo.

«Ma è terribile, è disgustoso… Cosa può essere successo?» domandò il marito mentre la soccorreva.

«Di certo non si è messo lì dentro sa solo!”» osservò Lady Susan guardando con più attenzione con l’ausilio di un paio di occhialetti da vista.

«Non faccia la spiritosa!» la redarguì il veterano.

«Le pare modo di rivolgersi a una signora?» continuò quella.

«“Basta litigi!» esclamò irritato Moliere. «Qui c’è qualcosa che non torna. Due morti di cui un presunto suicida… E questo tizio qui ha un aspetto piuttosto malmesso, pallidissimo. Non sono un medico legale, ma… Ah, e per non dire che anche qui, curiosamente, avevamo una finestra aperta. Che qualcuno abbia, cos,ì cercato di far ritardare questo nostro ritrovamento?»

«Lei dice?» chiese il maggiore con stupore. «Se qui in mezzo a noi c’é un assassino se la vedrà con me!»

«Il sangue!» fece la proprietaria della locanda appena rinvenuta. «Il sangue sul tappeto non era poi molto…»

«Mamma, non vorrai dire che ci sono i vampiri?» domandò ridacchiando Sam affacciandosi sull’uscio.

«Tu, fuori di qui, non è uno spettacolo per te!» lo cacciò il padre in malo modo.

«Vampiri, che assurdità!» dissero in coro Hawthorne e Lady Susan.

«Vampiri…» sussurrò tra sé il detective pensoso. «Di certo un’ipotesi azzardata!»

«Controlliamo il corpo, ci saranno pure dei segni!» propose l’autrice del macabro ritrovamento.

Denudarono quindi il cadavere e trovarono sulle sue braccia segni di fori.

«Alcuni di questi segni, però, sembrano vecchi e in realtà potrebbero essere salassi… Ricordo che il signor Dorian era venuto qui anche per rilassarsi date le sue non ottimali condizioni di salute» fece notare l’assistente superstite dell’attrice.

«Effettivamente sembrano proprio salassi, anche io ho necessitato di queste cure e poi guardate la sua valigia: qui dentro c’è un kit per poterseli fare» disse il maggiordomo che intanto aveva preso a frugare nei dintorni.

«Mhmm, Bernard non aveva questi segni. Quindi direi che non sono nemmeno collegabili fra loro…» fece notare miss Doris.

«Padre,» li interruppe David all’improvviso «c’è stato un incidente…»

«Cosa? Non vedi che abbiamo da fare?»

«Il signor Johnson…»

«Che gli è accaduto?» chiese preoccupato Moliere «Avanti, ragazzo, parla!»

«Venite voi a vedere…»

Subito tutti corsero giù dove era stato rinchiuso il lestofante e lo trovarono riverso a terra, il polso senza battito.

Fu l’investigatore a ispezionarne il corpo, trovando poi una strana ferita sull’avambraccio.

«Anche qui estremo pallore e poco o niente sangue…»

«Magari lo ha assorbito il terreno, suvvia!» cercò di trovare una spiegazione razionale miss Doris.

L’uomo vi passò una mano sopra e scosse la testa, non era convinto dell’ipotesi.

Poi, si recò nella piccola biblioteca a disposizione degli ospiti e prese a cercare, quasi vergognandosi della cosa: era intenzionato a trovare due racconti di gran successo, Il Vampiro di John William Polidori e Carmilla di Sheridan Le Fanu.

Pur non essendo due grandi lettori, i locandieri avevano un po’ di titoli a disposizione per avventori spesso di un certo ceto sociale e, quindi, con alte aspettative e cultura.

Trovato ciò che cercava, tornò sulla scena del crimine.

Non potendo fare molto, all’unanimità decisero di avvolgere il corpo in un telo e conservarlo assieme agli altri.

Poi, si riunirono in salone.

«Quindi dite che il Signor Dorian vi aveva avvisato della sua partenza?» domandò scettico al maggiordomo il detective.

«Non direttamente, lui ne stava parlando mentre eravamo proprio qui in questa sala a fare colazione. Ne stava parlando alla mia padrona perché lei doveva consegnargli una lettera, visto che sarebbe andato in città… In quel momento aveva anche ordinato dei biscottini e uno dei gemelli aveva preso l’ordinazione e gli aveva anche consigliato la via più breve per giungervi, però non ricordo quale dei due ragazzi fosse» rispose.

«Oh, cielo, è vero, la lettera! Detective, deve assolutamente trovarla, dentro c’erano i soldi per i miei nipoti… una cifra rilevante, la prego di trovarla» lo pregò l’anziana nobildonna stringendogli le mani.

«Eppure, non abbiamo trovato nessuna lettera. Però, questo potrebbe essere il movente dell’assassinio…» osservò Moliere.

«Ricordo quella mattina, effettivamente uno dei gemelli al servizio, nonostante avessi chiamato, rimase per un po’ fermo alla colonna ad arco vicino al loro tavolo anche dopo aver preso l’ordinazione. Fece finta di non sentirmi. Pensavo fosse solo svogliato. Però, effettivamente, in quell’occasione avrebbe anche potuto origliare la situazione e la cifra della signora» suggerì l’assistente.

«Che assurdità, i miei figli li ho cresciuti bene. Nessuno dei due é ladro o sfaticato» disse la locandiera visibilmente alterata.

«Bene, per sicurezza frugheremo nei loro alloggi. Se non avete nulla da nascondere non ci sarà problema» le rispose il detective, che non voleva tralasciare nulla.

Dopo un sopralluogo, la missiva con i soldi spuntò fuori, ma la stanza era di entrambi i fratelli e la busta era sotto ad un tavolo. Quindi, non forniva il modo per smascherare il colpevole.

«C’è sempre un gemello buono e uno cattivo» sentenziò Lady Susan cercando di dare un alone di saggezza a quella strampalata affermazione. «Adesso, però, non sappiamo ancora chi sia stato.»

«Chiudiamoli entrambi e saremo al sicuro» propose l’attrice.

«Non chiuderete lì i miei figli, avete visto cosa è successo all’altro uomo? Non osate!» gridò la madre.

«Calmi, signori, i due ragazzi andranno in cella. Per ora, però, faremo dei turni per controllare, in modo che non ricapiti ciò che è già successo» li informò sicuro Moliere, che si era messo a capo delle indagini.

«Bene, allora ci baderò io» disse la locandiera insistente.

«Mi spiace, signora, ma non sarebbe giusto se le permettessi una cosa simile. Lo faremo a turno» concluse quello risoluto.

Poisi ritirò nelle sue stanze per leggere ciò che aveva silenziosamente sottratto dalla biblioteca.

Giorno 8

Dopo una tazza piena di caffè amaro, il detective si diresse alla cella per dare il cambio al veterano. Le letture notturne lo avevano tenuto sveglio per molto e lo avevano fatto pensare.

Aprendo la porta principale del locale, fece un’orribile scoperta.

Il maggiore, che puzzava di alcol, era esanime a terra con accanto una bottiglia rotta; uno dei due gemelli penzolava con un cappio attorno al collo; nessuna traccia del fratello.

Hawthorne sembrava fosse stato colpito alla testa. Probabilmente, inebriato dall’alcol, aveva abbassato le difese e qualcuno l’aveva ucciso in fretta.

Moliere ispezionò la serratura della cella notando una forzatura dall’esterno e non una manomissione del meccanismo.

Per quanto riguardava il ragazzo, invece, era da capire se si trattasse di un suicidio o di un omicidio.

L’altro gemello era colpevole ed era fuggito o era una vittima in fuga? Si era salvato o sarebbe saltato fuori il suo corpo in chissà quale altro meandro della casa?

Chiamò gli altri ospiti cercando di contenere la rabbia dei genitori.

«C’è sempre un gemello buono e uno cattivo» ribadì la vecchia. «Almeno adesso sappiamo chi è il colpevole.»

«Assassino, ladro, e adesso anche fratricida…» commentò tra sé l’attrice con aria corrucciata.

«Anche fuggiasco e scassinatore, visto che è riuscito a darsela a gambe e scappare dalla cella» aggiunse Stephan.

«Maledetti, per colpa vostra mio figlio Sam è morto! Io che vi ho ospitati in casa mia… E ora dove può essere l’altra mia povera creatura» singhiozzò piangente la povera madre.

«Mio figlio non è colpevole di nulla! Che la sciagura che ha colpito questa casa cada anche su di voi!» strillò il padre della nuova vittima.

L’uomo poi tirò su il maggiore guardandolo bene, nonostante gli stessero dicendo di non inquinare le prove, ma lui imperterrito lo buttò giù come un sacco di patate e poi passò al proprio figlio.

L’osservò per un lungo attimo negli occhi vitrei, poi si riprese e decise di ispezionarlo scrupolosamente. Prese il coltello e tagliò la corda. Poi, lo depose a terra denudandolo.

Nessuno ebbe il coraggio di interromperlo, nonostante il gesto sembrasse poco lucido a occhi esterni.

«Sotto un piede c’è un morso! Hawthorne sarà stato colpito alla testa per primo e poi l’assassino ha pensato a mio figlio! Qui non c’è nulla per suicidarsi da solo, qualcuno ce lo ha attaccato… L’aggressore doveva essere molto forte o magari più di uno… E l’altro mio figlio, o gli è scappato o lo ritroveremo morto… Ma David non è un assassino o un vampiro! Troverò chi di voi bastardi ha fatto tutto questo» minacciò puntando il coltello a giro su tutti gli ospiti.

«Si calmi, la prego!» lo esortò il detective avvicinandosi e porgendoglielo un pezzo metallico che aveva fra le dita.

«Questo è un pezzo del blocco della porta ed è spezzato. La porta deve essere stata forzata dall’esterno, visto che i due non avevano il materiale per poterla scassinare. In ogni caso non c’è scasso. Inoltre, deve esserci stato uno strumento che facesse una tale leva da rompere il blocco. La forza usata è stata davvero tanta e lo strumento non potevano certo nasconderlo, serviva un gran piede di porco o un ariete… Quindi qualcuno o voleva liberare il ragazzo o i ragazzi o voleva ucciderli entrambi… Scopriremo chi è il colpevole, glielo assicuro. Ora però mi dia quel coltello, sua moglie ha bisogno di lei.»

Il locandiere fece cadere l’arma con rabbia a terra e raggiunse la sua consorte.

«Quindi suggerite ci sia in giro un vampiro o un pazzo omicida? O cosa altro, signor Moliere?» chiese l’attrice bisbigliandogli nell’orecchio.

«Prima di tutto dobbiamo capire se è fuggito o morto… Un passo alla volta» rispose quello.

Intanto, le lanciò un’occhiata colma di sospetto.

“Prima era morto Bernard” pensò “con cui aveva avuto un litigio a causa del vestito, poi Johnson che aveva cercato di derubarla e ora Hawthorne, che aveva insinuato potesse centrare con la morte dell’assistente.”

Poi, prese a cercare tracce e con lui tutti gli altri iniziarono a ispezionare palmo a palmo la locanda, ma senza successo.

Nel frattempo, fuori infuriava ancora la bufera. Nessuno sarebbe potuto sopravvivere uscendo di lì. Il corpo non doveva essere lontano e così l’assassino.

All’improvviso, un’intuizione: il sottotetto.

E così fu.

Rannicchiato in un angolo buio, vi era il corpo del povero gemello scomparso, ormai preda del rigor mortis.

«Qualcuno o qualcosa deve averlo aggredito» sbottò Moliere, per poi coprirlo con un telo.

I pensieri danzavano nella sua testa e quella ipotesi così fantasiosa si faceva sempre più strada nella sua mente. Avvertì gli altri e intimò loro di stare calmi e di non avvicinarsi alle prove.

«Bene, ora che abbiamo trovato risposta anche su questo, possiamo iniziare a farci le altre domande. Prego, signori, andate a rinfrescarvi e tra un’ora vi voglio tutti in salone» ordinò loro.

Un’ora dopo

Gli ospiti, non ancora al completo, iniziarono a disporsi attorno al tavolo.

L’investigatore prese la parola per rompere l’imbarazzo e la tensione.

«Qui parliamo probabilmente di due persone in combutta, visto che per uccidere il maggiore ubriaco, sbloccare la porta e assassinare i due gemelli o comunque farne fuori uno tenendo l’altro impegnato, servirebbe un aiuto. Ed è strano vedere come alla fine siano rimaste tre coppie fra le quali capire chi sia il responsabile… Oppure…»

«Ancora non ci siamo tutti. E se qualcuno fosse fuggito?» domandò l’attrice interrompendolo.

«Nella tormenta? Impossibile…» disse sicuro. «Inoltre, lasciatemi continuare, è davvero curioso che non ci sia un movente. I soldi sono stati ritrovati… Che il nostro uomo o i nostri uomini abbiano una motivazione a noi oscura, forse? Che un pazzo omicida sia fra noi? Io davvero non vi so dire…»

Aveva l’aria contrita e preoccupata.

Poi si guardò nuovamente attorno e sbottò:

«Ma insomma, dove sono gli altri?»

In sala c’erano solo lui, la diva, la vecchia nobildonna e i locandieri.

«Il mio assistente stava facendo un bagno caldo…» lo avvisò miss Doris.

«Il mio buon Reginald l’ho lasciato che si stava preparando, ama imbellettarsi… Sempre così vanesio…» lo informò Lady Susan.

«E va bene, aspetteremo» alzò gli occhi al cielo Moliere.

Trascorse ancora del tempo, ma i mancanti non arrivavano.

Presero allora a cercarli e trovarono infine i due con le gole tagliate dentro una tinozza d’acqua, nudi come se facessero il bagno insieme e con una lama da barba sporca di sangue a terra.

«Omicidio-suicidio, erano amanti e colpevoli quindi! Sodomiti e assassini» azzardò il padrone.

«E voi che giudicavate i nostri figli!»

È strano che, dopo che pensavo che una coppia potesse essere la causa di tutto questo, ne ritroviamo una qui morta… Quale potrebbe essere il loro movente? O chi di voi sarà stato ad averli uccisi?» si chiese ad alta voce il detective.

«Voi!» tuonò l’anziana nobildonna spazientita.

«Ne ho abbastanza di queste illazioni, caro signore. Fino ad ora le sue deduzioni non ci hanno portato ad alcunché, anzi, a più morti di prima» singhiozzò accasciandosi vicino alla vasca.

«Ha ragione e poi perché mette sempre in mezzo noi? Potrebbe anche essere stato lui. Chi ci dice che stava davvero cercando il ladro. Magari le prove della refurtiva le ha messe proprio lui come quando ha frugato nelle tasche del signor Johnson e sono spuntati i gioielli. Magari lo voleva incastrare» continuò il padrone di casa, dandole man forte.

«Già e ha anche messo tutte quelle persone in cella e sono morte tutte! Qui tutti abbiamo perso qualcuno di importante tranne lui» fece notare l’attrice.

«Chiudiamolo da qualche parte e saremo al sicuro» propose la vecchia.

E così fecero.

Giorno 9

Da ore il povero Moliere era rinchiuso al freddo in una angusta cella.

«Volete capire o no che non sono io l’assassino?» domandò ormai senza speranze al suo carceriere, il locandiere.

L’uomo finse ancora una volta di non sentirlo. Non era la prima volta che cercava di difendersi.

All’improvviso, un urlo squarciò l’aria lasciando atterriti i due.

Il detective colse la palla al balzo per perorare ancora la propria causa.

«Deve essere accaduto qualcosa! Si sbrighi, mi liberi subito o non potrò aiutarla. Avanti!»

Quello tentennò, poi lanciò le chiavi a terra nella cella e scappò via a vedere cosa fosse successo.

Le grida, intanto, continuavano confuse.

Il locandiere, salendo le scale diretto al primo piano della magione, seppur di fretta, notò da una finestra che il maltempo sembrava stesse scemando. Tirò un sospiro di sollievo e pensò che forse l’incubo stesse per finire.

Una figura gli si parò allora davanti e, prima che potesse dire nulla, venne sbalzato via con una forza tale da cadere al piano di sotto col collo spezzato.

In quel momento Moliere, liberatosi, riuscì a guadagnare terreno e vide il corpo senza vita di colui che l’aveva seppur riluttantemente aiutato.

Ora c’erano tre persone ancora in vita nell’edificio: tutte donne.

«Qui, qui, aiuto …oooo!»

Un grido disperato proveniente da una stanza del primo piano lo scosse. Era la voce di Lady Susan.

Immediatamente corse su da lei per difenderla.

Una volta arrivato, trovò la nobildonna accasciata vicino a un corpo esanime: quello della locandiera Mary.

«Oh, detective, meno male che è qui! Ora so che non è lei l’assassino, ma quella sciagurata d’attrice…» singhiozzò.

L’uomo rimase in silenzio, quella situazione era così assurda e imprevedibile da ammutolirlo.

«Vede, quella donna lì ci ha aggredite ed è fuggita via solo quando ha udito che qualcuno stava arrivando a soccorrermi. Mi creda, non aveva nulla di umano…»

Moliere si inginocchiò a ispezionare il corpo, allontanando dietro di sé la nobildonna con un gentile seppur risoluto gesto della mano. Le ferite erano certamente compatibili con un’aggressione e sembravano frutto di artigliate e morsi: nulla di umano avrebbe potuto procurare uno scempio simile.

Miss Doris, il mostro, andava trovata e fermata prima che potesse uccidere ancora e, soprattutto, fuggire dalla locanda.

«Lady Susan! Io penso che lei debba nascondersi, non…» iniziò col dire, ma le parole gli morirono in gola. Il grande specchio che era proprio davanti a lui non rifletteva in alcun modo l’anziana. Deglutì, conscio di cosa stava accadendo.

Prese tutto il coraggio che poté.

«Tu, vile essere, ormai sei finito» le urlò contro afferrando veloce la gamba di una sedia lì vicino e percuotendola con l’oggetto.

La vampira, incattivita dal gesto di essere attaccata da un misero umano e stranita da quell’aggressione inaspettata, si rialzò e con una forte spinta del braccio di rovescio lo fece volar all’altro capo della stanza lasciandolo dolorante.

Moliere, dopo qualche istante di intontimento, fece per rialzarsi aggrappandosi alla tenda lì accanto, facendola lacerare e precipitare con lui sul pavimento.

Fu allora che la luce penetrò copiosa dalla finestra facendo arretrare l’essere. Il tempo era ormai sereno.

«La bufera è finita, vecchia, ora sei vulnerabile…» le disse con aria trionfante.

«Vero, detective, ma tu sei sempre vulnerabile per me… Sarà interessante vedere chi troverà prima il modo di fare fuori l’altro» gli rispose in tono di sfida.

Aggirando l’ostacolo luminoso gli balzò addosso e rotolarono insieme vicino al camino acceso.

«A quanto pare non sei fortunato, giovanotto» lo canzonò mentre stringeva sulla sua clavicola spezzandogliela.

Le urla di sofferenza di lui si fusero con le risate di lei.

Approfittando del momento, l’uomo prese un tizzone dal fuoco a mani nude e scagliandoglielo addosso urlarono di dolore insieme.

«Brutto mentecatto, nessuno si è mai permesso di farmi questo. Non mi sfuggirai» lo minacciò ritraendosi mentre si levava il soprabito in fiamme e lo buttava nel camino.

«Non se sarò abbastanza veloce a tornare in paese per chiedere aiuto prima che il sole cali» le disse con aria di sfida, con una riaccesa speranza negli occhi.

«E come intendi fare, di grazia?»

«Col mio aiuto» urlò una voce dietro al mostro.

Era l’attrice, accorsa in soccorso del compagno di sventure. Lesta, con un coltellaccio da cucina in una mano e un crocifisso nell’altra fece arretrare l’essere contro a un muro.

Fu allora che Moliere, rialzandosi e strappando le tende rimaste nella stanza dove si trovava, riuscì a relegare la vampira in un buio angolo.

«Sarete così coraggiosi da avvicinarvi e tentare di finirmi?» domandò ridacchiando divertita la vecchia.

«Ha ragione, andiamo via» lo esortò la donna.

Il detective ci pensò su pochi secondi e poi acconsentì. Erano entrambi stanchi e doloranti: l’opzione migliore era correre al villaggio vicino e chiedere aiuto.

«Sono stanca anche io, signori, che tregua sia. Il più veloce vincerà!” disse con aria falsamente seccata la comune nemica con un ghigno.

I due fuggiaschi corsero il più possibile con l’ausilio di un carro della fattoria, cercando di accorciare i tempi sulle discese.

Ritornò, poi, lui da solo accompagnato da alcuni uomini del villaggio, correndo con i cavalli.

Arrivarono che era ormai il tramonto. La casa era calda e illuminata dal fuoco di un incendio che la stava divorando. Le fiamme scintillavano guizzando negli occhi irritati non solo dal fumo del detective.

Parigi, 30 anni dopo

Moliere, come ogni venerdì sera da cinque anni a quella parte, era seduto ad un tavolo del suo locale preferito. Dopo un lauto pasto, la vista del Lungo Senna illuminato e un bicchiere di Cointreau lo rasserenavano.

Aveva appena iniziato a sfogliare, con un certo ritardo, il giornale del mattino, quando una notizia lo fece trasalire: “La diva Doris Weber trovata uccisa nel suo camerino, indagini in corso.”

«Diamine! Chi può aver fatto una cosa simile alla povera Doris?» esclamò ad alta voce, incurante della gente ai tavoli vicini. I due si sarebbero dovuti incontrare l’indomani, dopo la tappa parigina dello spettacolo della donna.

«Signore,» lo chiamò il cameriere «c’è un biglietto per lei, eccolo…»

L’ex detective, che ormai si stava godendo la meritata pensione nella capitale francese, lesse velocemente.

“Ne rimane soltanto uno…”

Trasalì.

«Chi ti ha dato questo, giovanotto?» domandò allarmato.

«Una gentile e anziana nobildonna, monsieur. Ha detto che voi avreste capito e poi è subito andata via in carrozza!»

DELITTI SOTTO ZERO è un racconto di Clizia Germinario e Maria Stella Beatrice Spilotros

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