Distopia

Il vento non la smette più di piegare gli alberi.
Un vento sabbioso, da Sud, come non l’ho mai visto.
Il cielo è giallo, sembra che il Sahara si poggi sulle nostre teste.
Almeno è una tregua dalla pioggia, che sferzante ed eccessiva ha martoriato cose, animali e persone per settimane.
E adesso il vento sta finendo di martoriare anche le piante. Quelle più grosse, perché ormai l’erba del giardino, i fiori nei vasi, l’orto sul retro sono già distrutti irrimediabilmente.
Mi dispiace per la pianta di uva spina. Trovo il sapore di quei frutti orribile, ma il loro aspetto a lanternino mi ricorda quel giorno tranquillo di sole, quando li ho visti per la prima volta con la nonna, al mercato di Rovigno.
La gatta è sparita da giorni, forse rintanata da qualche parte, forse ospite satolla e asciutta in qualche casa a valle, forse ormai digerita in qualche pancia.
Non ho avuto modo di cercarla, uscire era proibitivo.
Ogni tanto aprivo la finestra della cucina e la chiamavo, rimanendo col naso incollato ai vetri freddi per controllare se comparisse. Come un rito, una chiamata ad ogni caffè. Il caffè è un piccolo lusso che ancora mi posso permettere, serve poca acqua e basta il fuoco della stufa, accesa comunque.
È incredibile pensare che con tutto quello che ha piovuto si è senza acqua. Ma forse la cosa peggiore è l’isolamento.
Non sapere cosa sia successo al resto del paese.
Il telefono fisso è muto, i cellulari e le radio scariche.
È ora di un caffè.
Ma come, adesso che sono qui non mi apri?
La guardo, con il bicchiere di caffè in mano.
Miagola, ma non si sente oltre al vetro, come nei sogni.
Sebbene siano giorni che la attendo con ansia, adesso che è lì, è come se non fosse reale. Aperta la finestra, entra con un fruscio, lei e tutto quel suo pelo vaporoso e lunghissimo. Asciutta. Pulita. Perfetta, come solo i gatti sanno essere.
Sembra sia rimasta a dormire sul divano per tutto il tempo.
Si muove come una piuma.
Hai fame?
Certo che hai fame, vieni.
La ciotola di crocchette si vuota ancora prima che finisca di riempirla. Poi inizia a cigolare, lei non fa le fusa.
Il vento si placa, me ne accorgo perché i rami non sbattono più sui vetri della veranda.
Su quelli rimasti interi, perché più della metà delle finestre è esplosa con la tromba d’aria. Che abbia smesso?
Magari potremo rivedere un po’ di sole, uscire, tutto tornerà normale.
Vivi nella tua casetta, apprezzi la solitudine quando ne hai voglia, hai dei vicini che sono sufficientemente lontani per non essere reciprocamente invasivi.
Finché tutto cambia, finché sei obbligata a stare da sola, finché non sai se essere più annoiata o preoccupata.
Le altre case sono intere?
Dovrei cercare di uscire per vedere se qualcuno ha bisogno di aiuto?
Con la macchina non ci si muove, la frana blocca la strada. Fin ora non mi sono fidata a uscire, perché prima il diluvio era eccessivo, veniva giù acqua, ghiaccio, pezzi duri di non si sa cosa.
Poi è iniziato quel vento talmente forte che non si stava in piedi, e volavano pezzi di non si sa cosa.
Adesso fa caldo, tanto caldo.
Un caldo improvviso, torrido, anche se si è in pieno inverno.
Che ci sia un qualche incendio?
È una preoccupazione plausibile, ci sono stati tanti fulmini, o magari è esploso qualcosa. Dalla finestra semiaperta cerco di sentire se c’è odore di fumo, puzza di bruciato. Niente. La gatta tranquilla. Mi fido sempre delle sue sensazioni.
Un raggio di sole. Calma apparente, sembra una bella giornata di giugno, se non fosse che sono le tre e mezza del pomeriggio e si è quasi al tramonto.
Coraggio, usciamo a vedere.
Arrivo a piedi fino alla frana sulla strada che, quando è caduta l’altra notte, mi ha fatto ringraziare lo studio geologico che aveva impedito di costruire la casa più verso il canalone, dove c’era una vista più bella.
Non si può, zona a rischio, dissero. In duecento anni non è mai caduto niente lì, dicevano in paese per dar forza al mio disappunto.
Adesso mi sembra di vedere il sorrisetto di soddisfazione del geologo.
Dalla cima della frana, che è quasi sulla curva, dovrei vedere il paese sotto e il fondovalle. Fangosa e scivolosa, è caduta più roba di quello che sembrava. Terra, sassi, alberi spezzati. Arrivata in cima, cerco le case conosciute. Niente, nemmeno i tetti si vedono.
Una distesa grigia. Che strana nebbia, penso, sembra densa. Quasi come acqua sporca. Guardo meglio, ma comincia a fare buio.
C’è qualcosa sopra a quella nebbia.
Tronchi? Sì, sono alberi, si muovono piano e si ammassano.
Capisco. Non è nebbia, è acqua. Tanta, troppa. Nel posto sbagliato.
Non vedo se sale, spero che scenda.
Il caldo sempre più torrido, l’aria immobile, si accendono le prime stelle.
Ci siamo solo noi.

Distopia è un racconto di Antonella Stravisi