I LIBRI DI FOYLES di Paolo Bertelli

Foto di Simona da Pixabay 

“Londra sarà inghiottita nell’oscurità.

Tutto partirà da qui, perché qui ho perso la mia anima.”

Ted fissava l’ingombrante libro di matematica.

Tutti quei numeri e simboli, che portavano sempre a un risultato diverso da quello che lui aveva calcolato dopo ore di sofferenze mentali, lo deprimevano.

Aveva undici anni e voleva diventare uno scrittore di storie fantasy, non un commercialista.

Anche quel giorno, le persiane spalancate dell’aristocratico palazzo in cui viveva cercavano inutilmente di far entrare qualche raggio di luce, ma il sole era sopraffatto ancora una volta dalle plumbee nubi del cielo di Londra.

Per fortuna abitava a Soho, in uno dei quartieri più caratteristici, cosmopoliti e trendy di quella grigia, ma meravigliosa città. Così, per lo meno, lo definivano gli adulti, ma lui non capiva bene cosa intendessero con quegli aggettivi.

“Ma che ne sanno loro…” pensava.

I suoi genitori non facevano altro che litigare e urlare.

Ultimamente le cose erano addirittura peggiorate e lui, per non sentirli, preferiva rifugiarsi in soffitta a studiare l’odiata matematica.

Il suo mondo si limitava nell’attraversare la Romilly Street, che si affacciava sulla più famosa Charly Cross Road e incontrare i suoi pochi amici o rifugiarsi nella bibliotea “I libri di Foyles”, che si trovava poco distante.

Si arruffò frustrato i ciuffi castani e ribelli, che gli ricadevano sulla fronte senza alcun rispetto e disciplina.

Le iridi ambrate, del colore del rame, si soffermarono sull’altro libro che aveva davanti.

Sfiorò la rilegatura in cuoio, invecchiata da anni di letture, ne inspirò il dolce profumo tannico, che gli riempiva le narici e aveva la meglio su quel vago odore di umidità e muffa che impregnava la soffitta.

Era l’unico ricordo che aveva del nonno.

Quel libro e la soffitta, dove passava ore e ore con lui, incantato dai racconti fantastici narrati dalla sua voce calda e profonda.

Non era giusto.

Una lacrima scese solitaria sulla guancia, percorrendo il suo giovane volto, solleticandogli la pelle, fino a rompersi in mille cristalli nostalgici sul vecchio pavimento in legno.

Lo aprì, come faceva ogni giorno.

Ma non aveva mai confessato a nessuno, nemmeno ai suoi amici, che, ogni volta che lo sfogliava, quelle pagine ingiallite e fragili raccontavano una storia diversa.

Non c’era un titolo, non c’era il nome dell’autore, ma mille racconti diversi, che danzavano davanti a lui come fossero reali.

Da quando suo nonno era morto, ogni volta che finiva di leggerlo e lo riapriva dalla prima pagina, compariva una nuova storia, che lo accompagnava tra orchi e folletti, tra guerra e oscurità.

«Questo libro è magico» gli sussurrava sempre «un giorno sarai tu a doverlo leggere a me».

Non era arrivato quel giorno.

Il nonno aveva deciso che era troppo stanco per continuare a lottare contro quella maledetta malattia che da anni lo fiaccava.

Udiva dai suoi genitori le parole “cancro” o “tumore”. Era andato anche a cercare su internet cosa significasse.

Lui la chiamava “la bestia”.

Lo squillo del cellulare lo riportò alla realtà.

Chiuse il libro e rivolse la sua attenzione al display, che mostrava la foto del suo migliore amico che lo salutava con un dito medio in bella evidenza.

«Ciao, Mike».

La voce non uscì per niente entusiasta, anche se ogni volta quell’immagine gli procurava l’accenno di un sorriso.

«Scendi da quella caspita di soffitta e raggiungimi a…».

Il ragazzino guardò con sospetto il cellulare. No, non era in videochiamata, aveva solamente inserito il vivavoce.

«Tanto lo so che sei lì ad ammuffire come sempre».

La voce di Mike era un misto di comprensione e rimprovero.

Sapeva quanto era affezionato “al vecchio”, come lo chiamava lui.

Ricordava anche le sere passate assieme, tutti e quattro in fervida attesa che iniziasse a raccontare una storia delle sue.

Sempre loro quattro.

Ted, Mike, sua sorella gemella Linda e Toby, quel ragazzino di colore, gracile, che proveniva dal Brixton, il Bronx di Londra, senza genitori e con gli zii adottivi che lo sopportavano a malapena.

Ogni volta il nonno apriva quel libro in pelle e, facendo finta di leggerlo, raccontava nuove e fantastiche storie, che li inchiodavano per ore di fronte a lui.

Ascoltavano quelle parole che, come musica, uscivano dalle sue labbra e riempivano la soffitta, materializzando davanti ai loro occhi immagini di eroi ed entità malvagie, avventurieri e viaggiatori.

«Chi c’è?» chiese Ted senza troppa convinzione.  

«Chi vuoi che ci sia…». Mike interruppe ancora una volta i suoi pensieri. «Noi quattro! Forza, muoviti!».

Già, sempre loro, i disadattati.

Mike aveva un caratteraccio che lo portava sempre a litigare con gli altri, un bullo con i bulli, dal cuore d’oro, che si ergeva in difesa dei più deboli senza volerlo ammettere.

Un bel giorno decise di difendere Toby, che era sempre taciturno e molte volte, purtroppo, veniva denigrato per il colore della pelle.

Il ragazzo che aveva aggredito Toby era più grande di loro di alcuni anni, ma quando gli arrivò un pugno in piena faccia come risposta alla sua aggressione, la differenza di età scomparve, assieme a lui.

Linda, per qualche oscuro motivo che ancora non si spiegava, rifiutava l’amicizia con le sue compagne di scuola. Il suo strano autoisolamento e mutismo era terminato con l’ingresso nel loro sfortunato gruppo.

Infine Ted.

Che preferiva leggere e passare le giornate circondato dal profumo di carta della biblioteca, invece che andare a giocare nel parco.

Si mise il cellulare in tasca e scese i cigolanti scalini in legno della soffitta.

Ogni volta che lo faceva, sembrava che lo richiamassero con i loro gemiti, lamentandosi con lui, che già se ne stava andando via.

Ogni volta un sordido senso di colpa lo attanagliava, come se, pur sapendo di appartenere a quel mondo, lo rifuggiva, timoroso che non fosse normale stare lì, a leggere e fantasticare.

Le scale di marmo del palazzo erano molto più solide e amava saltarle due a due. Prima o poi sarebbe riuscito a saltarle tre per volta, come faceva Mike.

I rimbombi sordi ed echeggianti si propagavano per tutti i piani dell’edificio, disturbando quella quiete quasi religiosa che lo pervadeva.

Al terzo salto si fermò un attimo in ascolto.

Da dove proveniva?

Una musica soffusa, melodiosa, di cui non riusciva ad associare lo strumento.

Appoggiò l’orecchio ai portoni che si affacciavano alla rampa delle scale, ma non sembrava giungere da nessuno di essi.  

A dirla tutta, non era nemmeno tanto sicuro che provenisse dall’interno del palazzo.

Fece spallucce e riprese a saltare i gradini, ma con meno entusiasmo, distratto da quella cantilena le cui note parevano fondersi tra loro e trasformarsi in una voce che lo chiamava.

Scosse la testa, leggermente stordito e, giunto al piano terra, prese la sua bici rossa fiammante di cui andava tanto fiero.

Nemmeno il traffico e il chiacchiericcio animato delle persone sulle strade riuscivano a distrarlo.

Era confuso, continuava a sentirla senza capire da dove arrivasse.

Adesso, la percepiva ancora più chiaramente.

Osservava la gente che gli passava accanto, per capire se anche loro la udissero.

Era… strana.

«Ehi, ragazzino!».

Sussultò.

Bill, il vecchio fioraio del quartiere, lo guardava incuriosito.

«Cos’hai visto, un fantasma? Alla mia età…».

Lo interruppe prima che iniziasse a raccontare le sue prodezze giovanili.

«Non senti questa musica?».

Il vecchio tese l’orecchio senza successo, poi lo guardò con espressione stranita, inarcando le sopracciglia.

«Proprio niente, Bill?» insistette Ted.

«Ragazzo mio, alla tua età è un po’ troppo presto per iniziare a bere…» gli scarruffò i capelli, e se ne andò.    

Ted continuava a osservare le persone attorno.

Nessuno sembrava sentire, era mai possibile?

Prese il cellulare e compose il numero di Mike.

«Che c’è?».

Al solito, quel suo tono scocciato e impaziente lo fece sorridere.

«Passate da me, vi devo far sentire una cosa».

«Non ho voglia di stare chiuso in soffitta, Ted!».

«Sono già fuori con la bici, giuro!».

Mike sospirò.

«Cinque minuti, ok? Poi dobbiamo finire la ricerca scolastica su quei maledetti sette nasi, ne abbiamo trovati solo quattro!» e riattaccò.

I sette nasi di Soho, scolpiti da Rick Buckley, in segno di protesta contro le telecamere di sorveglianza installate alla fine degli anni novanta in giro per la città.

Erano trentacinque in origine, ma la maggior parte fu rimossa.

Di quei sette rimasti, alcuni si faceva così fatica a trovarli che ne nacquero sopra persino leggende metropolitane.

Loro li dovevano scovare, fotografare e fare una ricerca sull’artista.

Almeno era divertente, come una caccia al tesoro.

Il flusso dei suoi pensieri fu interrotto dall’arrivo dei suoi amici.

«Allora…» .

Ignorò Mike, soffermandosi sugli smeraldi verdi che impreziosivano gli occhi di Linda.

Lei gli fece un sorriso timido, sfiorandosi i capelli ondulati che le ricadevano fino alle spalle.

Non le aveva mai confessato quanto le piacesse.

C’era qualcosa in lei che lo elettrizzava, come se si fossero già conosciuti in un’altra vita, o in un altro mondo.

A volte aveva fantasticato di essere con lei tra le pagine del libro del nonno.

Ma erano troppo piccoli per confessarglielo.

E poi i ragazzi della sua età evitavano come la peste le femmine, lo avrebbero preso in giro.

Già era abbastanza strano.

«Ted?».

Toby lo guardava accigliato, tenendosi in equilibrio sulla sua bicicletta, che, logora e arrugginita in molti punti, cercava di tenere assieme in maniera eroica i propri componenti metallici.

«Ma non la sentite?».

Spostò il peso da una gamba all’altra. Iniziava a sentirsi in imbarazzo e anche spaventato. Mike era visibilmente spazientito.

Era sicuro fosse l’ennesimo goffo tentativo di Ted per non uscire di casa.

Gli voleva bene, era il suo migliore amico, ma doveva svegliarsi, iniziava a essere stufo di tutte quelle scuse.

«Viene da là, dalla biblioteca».

La voce di Linda li fece voltare tutti e tre.

Era strana, lo sguardo ipnotizzato dinanzi a sé, visibilmente emozionato.

Un misto di paura e risolutezza traspariva dai suoi lineamenti da bambina.

Non era la prima volta che aveva questi comportamenti strambi, suo fratello c’era abituato.

«Vieni, andiamo».

Prese la mano di Ted e partirono a passo svelto verso la biblioteca.

La Foyles si trovava poco più avanti, svoltato l’angolo dove abitava.

Era una delle biblioteche più famose e importanti non solo di Londra, ma anche d’Europa. Spesso lui ci andava, molte volte da solo, a cercare nuovi libri di fantasia che lo aiutassero a evadere dai litigi dei genitori, anche quando il nonno era ancora vivo.

Aveva una sorta di rispetto reverenziale verso quell’ambiente, dove il silenzio riempiva le stanze e i libri le possedevano, piuttosto che il contrario.

Sembravano sempre osservarlo severi, pretendendo muta deferenza e attenzione nel maneggiarli e nello sfogliarli.

In mezzo a quei milioni di pagine, c’era un mare d’inchiostro in tempesta, che raccontava la storia della civiltà umana, emozioni e sofferenze, sapienza e fantascienza.

Se poggiavi l’orecchio, sfiorandone i contorni, potevi udire, sussurrate e lontane, le grida delle battaglie, le lacrime di gioia, le voci tenebrose e incomprensibili degli antichi filosofi.

Lui le sentiva, come sentiva quella musica, dal timbro delicato e dolce: mai aveva udito una melodia così angelica e accattivante.

Non era solo l’orecchio che la percepiva, ma tutto il corpo, come se ne fosse entrato in risonanza.

Doveva raggiungerla.

Chissà se anche a Linda stava facendo quell’effetto.

«Ci ruberanno le bici se le lasciamo qui sul marciapiede!» urlò Mike, imprecando poi a bassa voce.

«Mettiamole dentro, il portone è ancora aperto».

Toby aveva già preso la bici di Linda e la poggiò a un lato dell’ampio ingresso dell’edificio, aspettando che Mike lo imitasse.

Poi li seguirono.

Le porte di vetro automatiche si aprirono immediatamente di fronte ai quattro ragazzini. L’entrata in nero metallo e la vistosa insegna luminosa “Foyles” stridevano con l’interno rimodernato e minimale, dove predominava il colore bianco, dando respiro e ampiezza all’entrata.

«Mi dite che vi è preso?» insistette Mike, toccando il braccio dell’amico.

Linda si portò l’indice alla bocca, intimando il silenzio.

«Ascolta…».

Si trovavano al centro della stanza d’ingresso, sovrastati dalla struttura in cinque piani della libreria che li circondava.

I parapetti in vetro rendevano tutto ancora più luminoso e spazioso e i nuovi scaffali in legno chiaro, invitavano la clientela a scoprire i libri che custodivano gelosamente.

«C’è da perdersi qui dentro!».

Toby si guardava spaesato attorno.

Era la prima volta che entrava lì dentro.

I ragazzini spostarono lo sguardo in alto, con espressione smarrita, sentendosi piccoli come formiche, senza direzione e meta.

«Io non sento nien…».

Mike non fece in tempo a finire la frase.

Linda aveva di nuovo preso per mano Ted, trascinandolo verso le scale alla loro destra e iniziarono a salirle.

«Perché loro non la sentono?».

«Non lo so».

Linda gli strinse più forte la mano e continuò risoluta a montare i gradini.

Ted stava provando un misto di curiosità e paura, una sensazione nuova, che lo scosse dal torpore degli ultimi tempi.

Si voltò un attimo verso gli altri due che, immediatamente dietro, gli restituirono uno sguardo sconcertato, allargando le braccia spazientiti.

La musica stava aumentando di volume man mano che salivano i piani, ma sembrava che le persone presenti la ignorassero.

Arrivarono fino al quinto e ultimo piano, dove la melodia era così ben distinta da poter udire le corde dello strumento vibrare.

Era deserto, quasi irreale.

Ted notò che le persone del piano inferiore passavano davanti alle scale ma evitavano di salirci, come se fossero ipnotizzate o comandate da un’entità invisibile.

«Voi avete qualche problema!».

Mike stava tornando indietro, scocciato da quell’ inutile perdita di tempo, dagli atteggiamenti strani di sua sorella e del suo amico.

Poi si fermò. Quella voce, quella canzone, adesso la sentiva anche lui.

“Il presente è un’immagine riflessa del passato,

ti ricordi tu, chi sei stato?”.

L’arpa, mossa con maestria dalle mani di quel signore che si trovava di fronte a loro, accompagnava armoniosa le sue parole.

Si muovevano leggiadre, a volte strisciando le dita sulle corde, a volte pizzicandole in rapida successione, aumentando il ritmo come per magia.

Il suono si propagava per la stanza, come cerchi concentrici nell’acqua quando si getta un sasso.

E li avvolgeva, catturandoli come se fossero parte di esso.

Era appoggiato a uno dei tanti tavoli da lettura presenti nel piano della libreria.

Continuò con la sua cantilena, senza guardarli, gli occhi impegnati a seguire i movimenti delle proprie dita sulle corde tese dello strumento.

“Il futuro è un’incognita dolente,

ma lo puoi costruire solo grazie al presente”.

Si fermò un attimo, le note divennero più cupe.

I quattro ragazzini lo guardavano ipnotizzati, ma un sorriso appena accennato si affacciò sul volto di Linda.

“Oscura è l’anima del malvagio, occhi di fiera,

questo è il presagio”.

La mano si aprì, bloccando le corde.

La musica cessò e quello strano signore, per la prima volta, alzò lo sguardo verso di loro. Due occhi verdi, come l’erba di quei prati appena rinata durante la più tiepida delle primavere, brillanti e vivi come il colore smeraldino delle acque profonde.

L’accenno di un sorriso si formò sul suo viso, evidenziandone le poche rughe d’espressione che lo caratterizzavano.

Si scostò dalla fronte i lunghi capelli castani e ondulati, grattandosi la corta barba curata.

«Bentornati ragazzi miei, è il momento di ricordare».

I LIBRI DI FOYLES è un racconto di Paolo Bertelli

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