I SOGNI DI ERIKA di Paolo Bertelli

Foto di Enrique Meseguer da Pixabay 

Sogno: speranza o desiderio vano o inconsistente, vagheggiamento della fantasia, esperienze vissute al di fuori della coscienza.

E se non fosse così?

Se quella distinzione così netta tra sogno e realtà, che ci permette di essere così concreti e presenti ai nostri doveri quotidiani, non fosse altro che un’illusione?

Non stava impazzendo, ne era sicuro, ma da quando quella ragazzina si era presentata nel suo studio, tutto era cambiato.

Nonostante la giovane età, Adam era diventato uno degli psicologi più famosi di Londra. Sapeva, come pochi, leggere il linguaggio del corpo dei pazienti, riusciva a essere empatico e a comunicare con loro a cuore aperto.

Infine, a persuaderli che le loro paure, le incertezze e i loro incubi non erano altro che effimere barriere che potevano abbattere semplicemente credendo in loro stessi.

Lui, Adam Parson, sapeva ascoltare.

…….

Erika si presentò nel suo studio il giorno prima, con la madre.

Una delle tante grigie mattine invernali londinesi, che facevano apparire i giorni tutti uguali.

Come era suo solito fare, si concentrò immediatamente sul suo linguaggio corporeo; la bambina, puntò dritto verso il lettino e vi si sedette sorridente, giocando con le lunghe trecce castane che le ricadevano ai lati del volto.

«Ciao…».

«Erika!».

«Molto piacere, Erika. Sono il Dottor Parson, ma tu puoi chiamarmi per nome, Adam».

Le porse la mano, che la piccola strinse con entusiasmo.

La madre rimase in disparte e pareva non ascoltare ciò che le diceva lo psicologo.

«Ha degli incubi ricorrenti, dottore».

«Adam…».

La donna gli sorrise distratta, mentre esaminava la stanza senza soffermarsi su niente in particolare, come se cercasse, o avesse paura di qualcosa.

Il linguaggio del corpo era chiaro.

Non era a suo agio, era turbata e l’esile fisico dava in continuazione chiari segnali di nervosismo.

Una mamma stressata nel portare la propria figlia così piccola, da uno psicologo.

Non era inusuale.

«Tutto a posto…».

Il dottore la fissava stupito dal suo strano comportamento.

Appena se ne accorse, la donna sussultò, poi gli tese a sua volta la mano.

«Pamela. Mi chiami pure Pam».

Spostò ancora lo sguardo dietro le spalle dell’uomo.

Fissò per un attimo la libreria in legno, che riempiva tutta la parete ovest della stanza, dominandola.

Poi emise un mugolio sommesso, guardando verso la portafinestra. 

«Pam… sicura di stare bene?».

«Si. Sono solo un po’ preoccupata».

«Pam, gli incubi sono una cosa usuale nei bambini, frutto del loro immaginario con cui devono imparare a fare i conti, per superarli».

La bimba aveva iniziato a canticchiare un motivetto che ricordò ad Adam un qualche cartoon della propria infanzia, che non riusciva a focalizzare.

Dondolava i piedi e la testa a ritmo della musica.

Aveva gli stessi occhi della madre, di un verde intenso e vivaci, ma al contrario della donna non era agitata, ma sorrideva fissando il tendaggio della portafinestra.

«Erika, smettila per favore».

«Il Jabberwock, mamma!».

Sorrideva verso la tenda, continuando a canticchiare.

«Cos’è il Jabberwock, Erika?» le chiese incuriosito Adam.

«Un mio amico. Lo vuoi conoscere?».

«Dopo, magari. Adesso parliamo un po’, ti va?».

Lo psicologo scostò le tende, ma il grigio cielo della città non fu molto d’aiuto nell’illuminare lo studio, nonostante fossero all’ultimo piano di uno dei più curati e aristocratici palazzi del centro cittadino.

«Ci lasci soli, Pam?».

Ancora uno sguardo a scrutare l’intera stanza, sembrava la implorasse di lasciar stare sua figlia.

Annuì e uscì, richiudendo la porta alle proprie spalle.

«La mamma ha paura».

«La mamma è solo preoccupata per te, Erika».

«Mi devo distendere? Come nei film?».

Sembrava più matura dei suoi sette anni, non era intimorita né suggestionata dall’uomo che le stava davanti.

Adam cercava di studiare quella bambina, i gesti, i movimenti del corpo, il tono di voce, ma niente gli dava da pensare che fosse turbata da qualcosa a tal punto da giustificare la sua presenza lì, di fronte a lui.

«No, Erika. Puoi stare seduta, come preferisci».

«Ok».

Un lampo passò nei suoi occhi, per un attimo le pupille si spostarono, poi tornarono sull’uomo.

«Allora, Erika. Raccontami dei tuoi incubi. Chi è il Jabberwock?».

«È un mostro delle fiabe».

«E ti compare in sogno?».

Ancora le sue pupille si spostarono.

Adam stavolta se ne accorse, ma non distolse lo sguardo dalla bimba, anche se percepì un’ombra, un movimento.

Le sorrise affabile, per metterla a suo agio.

«Racconta, non avere paura».

«Ma io non ho paura, la mamma ce l’ha…».

L’uomo inarcò le sopracciglia e si sistemò sulla sedia accavallando le gambe.

Poi ci ripensò, doveva essere più empatico, avere pazienza, cercare di capire cosa volesse comunicargli quella bambina.

«Cosa fa, questo mostro delle fiabe?».

«Mi parla, assieme ad altri mostri».

«E cosa ti dicono?».

«Che sono miei amici e non mi lasceranno mai sola».

«E tu sei contenta?».

Erika fece cenno di no con la testa, le treccioline le oscillarono rendendo quel gesto quasi comico.

Si accorse però che non era rivolto a lui, o alla domanda che le aveva fatto.

Era rivolto a qualcosa dietro, di lui.

Scacciò via dalla sua mente quelle sciocchezze e provò a scavare più a fondo nel racconto della bambina.     

«E poi, Erika? Chi sono gli altri mostri?».

«C’è il coniglio vampiro, con i dentoni affilati che mangia sempre le verdure».

«Non sembra così pericoloso».

«Nessuno lo è, con me…».

«E ti dicono altro?».

«Loro no. Parla sempre una donna vestita in nero. Lei mi dice sempre che non c’è differenza, tra sogno e realtà».

Adam sentì uno strano brivido sulla schiena.

Era l’esatto contrario di ciò che cercava sempre di far capire ai suoi pazienti.

«La prossima volta devi dirle di andare via, che sono tutte bugie quelle che ti dice e che tu non vuoi parlare con i bugiardi».

«Ma io non voglio che vada via. Lei è gentile con me».

«E non hai paura nemmeno di lei, quindi?».

Fu distratto dall’anta della portafinestra che si aprì di qualche centimetro, probabilmente sospinta dal vento.

Erano vecchi infissi, si doveva ricordare di sistemarli.

«Ok, Erika. Quindi tu stai bene? Non ti spaventa ciò che sogni?».

«Sono un po’ triste…».

«Perché?»

«Perché nessuno vuole conoscere i miei amici e rimango sempre sola con loro».

Erika chinò la testa, fissandosi i piedi e incrociando le braccia al petto.

Finalmente si era aperta a un’emozione che fosse diversa da quella strana allegria che la pervadeva.

Decise di non lasciarsi sfuggire quell’occasione.

«Io, voglio conoscerli».

Le sorrise comprensivo, come sapeva fare sempre così bene con i pazienti e la bambina contraccambiò il sorriso, spalancando gli occhi per la gioia che le aveva dato quella affermazione del dottore.

Nello stesso istante in cui pronunciò quella frase, la porta dello studio si aprì.

«Erika, dobbiamo andare».

La madre era agitata. Il linguaggio del corpo faceva capire chiaramente che non voleva restare lì un secondo di più.  

«Pam…»

«Torneremo la prossima settimana, Dottor Parson».

Concedere i giorni liberi alla segretaria senza avere una sostituta, portava a questi inconvenienti.

Ma chiudere la porta a chiave quando non c’era, avrebbe dato un segnale di costrizione al paziente, facendolo sentire prigioniero in un ambiente che avrebbe reputato ostile anziché amichevole.

E non si sarebbe aperto.

«Posso parlarle un attimo in privato, Pam?».

«Dottor Pa…».

«Adam».

«Adam» sospirò. «Dobbiamo andare. Siamo in ritardo a un appuntamento che mi ero dimenticata. Parleremo la prossima settimana».

Stava mentendo, ma sarebbe stato inutile osteggiarla.

Aveva iniziato di nuovo a guardarsi intorno nervosa, in maniera incomprensibile.

Pensò che probabilmente era lei ad aver bisogno di una seduta, non la bambina.

Forse era anche il caso di parlarne con Michaela, la sua amica assistente sociale.

«Ok. Io ed Erika nel frattempo siamo diventati amici, vero?».

La bimba annuì, visibilmente entusiasta.

«Adam ha detto che vuole conoscere i miei amici, mamma!».

La donna le infilò il cappotto senza dire niente, la prese per mano e si avviò alla porta d’uscita.

Erika si voltò per salutare il Dottore agitando la mano, poi lo fece in un’altra direzione, verso le sedie vuote della sala d’aspetto.

Sentì dirle “lupo”, mentre si allontanava quasi trascinata dalla madre.

Era tentato di seguirle per il vano scale, per sentire qualche dialogo tra loro, ma desistette. Si era fatto tardi e quella strana situazione gli aveva messo una gran fame.

Finché il fisico glielo consentiva, non si sarebbe mai abbassato a fare diete o a mangiare cibi ipocalorici.

Si sistemò con la mano i folti capelli neri che stavano cedendo in qualche filo bianco e si accinse a chiudere quel maledetto infisso che stava cigolando sui propri cardini.

Si stupì del fatto che non c’era un filo di vento in quel momento, ma non diede peso alla cosa.

Era stanco e doveva confessare a se stesso che comunque quella bambina lo aveva un po’ inquietato.

Aveva delle caratteristiche comportamentali che la distinguevano da tutti gli altri minorenni che aveva psicoanalizzato fino a quel momento.

Prese in mano il cellulare e si mise a cercare quello strano nome che aveva pronunciato. Jabberwock: menzionato in una poesia del seguito di “Alice nel paese delle meraviglie”.

Una bestia mangia uomini con corpo di drago.

Non sapeva nemmeno che la storia di “Alice” avesse un seguito.

Era da sempre contrario a fiabe con la presenza di essere così spaventosi, anche se era pur vero che rimpinguavano il suo portafoglio.

Si sforzò di ricordare quali altri “mostri” aveva menzionato.

Digitò “coniglio vampiro” e spuntò fuori il nome “Bunnicola”.

Abbastanza ridicola come storia, sicuramente l’altro risultato che gli aveva dato il motore di ricerca, “Il coniglio nero di Inlé”, era più angosciante.

La “Donna vestita in nero” era la più inquietante senza dubbio.

Gli ricordava “l’uomo nero” e tutti quei “Babau”, spiriti e fantasmi che servivano a tenere buoni i bambini, protagonisti di filastrocche per farli addormentare.

In questo caso però si parlava di una madre a cui era morto il figlio e cercava vendetta uccidendo innocenti.

No, assolutamente inadatta per degli adolescenti.

Posò il cellulare, ne aveva abbastanza di mostri, fiabe e storie fantasy senza senso. Ricordava che da piccolo, teneva una lucina accesa in cameretta, per tener lontane queste presenze. 

Adesso anche lui aveva la strana sensazione di non essere solo nella stanza.

Sorrise per la sua stupidità, ma iniziò, come quella donna, a guardarsi intorno senza un preciso motivo.

La testa si era fatta pesante e lo studio aveva iniziato a girare su se stesso.

Pensò che la fame gli faceva brutti scherzi, alle volte.

Anche la libreria si muoveva adesso, minacciava di cadergli addosso per poi tornare indietro al suo posto, come fosse telecomandata.

Vedeva una decina di sedie attorno alla propria scrivania, disposte ordinatamente e con la seduta incurvata, come se ci fosse accomodato qualcuno sopra.

Si mise a sedere nel lettino, sperando che quell’assurdo vorticare si fermasse.

Quando si ridestò, era disteso come uno dei suoi tanti pazienti e cercava di focalizzare il moderno lampadario incastonato nel soffitto, che aveva fatto installare pochi mesi prima. Inizialmente, la luce gli aveva impedito di vedere chi c’era seduto di fianco.

«Ciao, Adam. Erika ci ha detto che vuoi conoscerci…».

Il lupo lo fissava, chino su di lui.

Il folto e irto pelo nero lo faceva sembrare ancora più mastodontico di quello che era.

Il ghigno demoniaco che gli si era formato sul muso contrastava con la voce profonda e suadente.

“È solo un sogno”, il pensiero fuoriuscì dalle labbra e lo pronunciò ad alta voce.

Terrorizzato, Adam si voltò dall’altra parte, dove una donna con dei bottoni al posto degli occhi lo guardava con espressione vuota e assente.

Ma gli sorrise, benevola.

Accanto a loro, c’erano tutte le altre creature che aveva nominato Erika, i suoi amici.

«Voi non esistete!».

Lo disse con un filo di voce, il sudore gli imperlava il volto.

Ne sentiva il solletico sulla fronte e gocce scendevano dalle tempie per farsi strada sulle guance.

Sembrava tutto troppo reale.

Una voce in lontananza attirò la sua attenzione.

Era la donna vestita in nero, il volto oscurato da uno strato di grigiore che assomigliava a nebbia, che lo sfocava e ne nascondeva i lineamenti.

Il vestito ondeggiava come se fosse comandato dal ritmo di una danza macabra. 

«Voi umani non siete così fantasiosi da poterci creare. Noi esistiamo. Il sogno è realtà, la fantasia è ciò che è stato già vissuto».

Si fece avanti e poggiò la fredda mano sulla fronte dell’uomo.

«Benvenuto, Dottor Adam Parson».

I SOGNI DI ERIKA è un racconto di Paolo Bertelli

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