Il regno del mistico

Daniel era sempre stato un bambino un po’ particolare.
Da piccolo, non amava molto giocare a palla insieme agli altri bambini; correre libero nei prati; nascondersi dietro i tronchi degli alberi e vivere le esperienze che si addicono maggiormente alla tenera età.
Il giovane Brulesque (questo infatti era il suo cognome) gradiva molto di più la lettura e, soprattutto, l’atto di analizzare, come un instancabile scienziato, il mondo che lo circondava.
Le persone attorno a lui si rendevano, tuttavia, conto di quanto gli sguardi attenti con cui osservava la natura fossero carichi di un qualcosa di insano: un innato desiderio malsano di controllare ciò che lo circondava, di rendere ogni oggetto o animale un proprio schiavo.
A dieci anni, ad ogni modo, quel bambino così particolare aveva stretto un legame abbastanza forte con una sua coetanea venuta da poco ad abitare nella periferia di Greenwich.
Il caso aveva posto le loro abitazioni a distanza di pochi metri, ovvero lo spazio intercorrente tra due appartamenti dello stesso palazzo.
La fanciulla si chiamava Ginevra, per tutti Ginny, Smith. Possedeva un istinto da avventuriera ed un carattere molto solare.
Ella induceva Daniel a non mancare mai di sorriderle, un po’ perché considerava, con superiorità sprezzante, quell’allegria troppo travolgente presente in lei un sintomo di stupidità; un po’ perché la sua vicina di casa era l’unica persona nella sua vita per cui provasse affetto.
Quella bambina dai capelli rossi e gli occhi grigi, combinazione alquanto insolita, soprattutto se ci si soffermava ad osservare le orecchie un po’ a punta di Ginny, era diversa da tutto il mondo dell’altro, costellato da tristi momenti trascorsi a rimuginare tra sé su quanto fosse tremendo il destino che gli aveva riservato due genitori completamente disinteressati alla sua esistenza ed un carattere così schivo ed introverso.
Il piccolo Brulesque non odiava, infatti, la compagnia degli altri e non si isolava per divertimento.
Egli era solo troppo insicuro. Temeva di compiere un passo falso, ad ogni momento, per la sua passione verso una visione di mondi fantastici ed altre dimensioni. Paventava che potesse venire giudicata una stramberia.
Accadeva, infatti, che non riuscisse, a volte, ad evitare risatine, occhiatacce ed indici tesi ad indicarlo, mentre camminava per la strada.
La sua pelle olivastra; le profonde borse sotto le pupille dalle iridi piuttosto scure; i capelli arruffati e del colore del carbone sopra la sua testa non aiutavano la sua, già di per sé, disperata situazione.
Un pomeriggio, Daniel stava osservando le sfere dipinte dei pianeti che formavano il plastico in scala del sistema solare posto su una mensola della sua camera.
Ad un certo punto, toccando quella che rappresentava Marte, sentì una scarica elettrica pervadergli il corpo e scuoterlo per ogni parte.
Erano passati sei anni dall’arrivo in città di Ginny.
A quel ragazzo, esperto di realtà paranormali, mancavano poco più di ventiquattro mesi per diventare maggiorenne.
Quando Daniel vide la scintilla di luce verde sprigionarsi dall’estremità del suo indice, rimase sbalordito. Dovette gettarsi di peso su letto per non svenire.
Esaminò il dito, preoccupato.
Non vi riscontrò la minima traccia dell’accaduto. Non una scottatura. Non una cicatrice. Niente che avrebbe potuto essere causato dall’energia sprigionata.
Dopodiché egli distese le braccia e formò numerose figure unendo e disgiungendo le mani nelle pose più differenti.
L’ultima fu una colomba.
Poi inquadrò il lampadario nello spazio lasciato libero da quell’incastro di dita ed esso iniziò a muoversi.
Quell’oggetto di metallo ebbe infatti una sorta di brusco sussulto ed iniziò ad agitarsi, oscillando avanti ed indietro, lasciando, come testimonianza di quel proprio accenno di vitalità, crepe sul soffitto che continuavano ad espandersi e ad aggiungere un numero crescente di diramazioni.
Allora, Daniel compì con le mani un movimento rotatorio in senso antiorario. Le spaccature sparirono, ripristinando lo stato originario. Rimasero sul letto solamente minime tracce d’intonaco e di una fine polvere bianca.
Il giovane Brulesque si aggrappò al cuscino del letto.
Era impaurito.
La sua mente iniziò ad essere pervasa da immagini che gli apparivano in una definizione reale.
Esse non appartenevano ai suoi ricordi. Erano scene create per lui.
Creature sovrannaturali, nella forma di licantropi, streghe, vampiri, elfi, fantasmi continuavano ad avvicendarsi in un lungo fluire di sequenze dinamiche e terribili. Gli sfondi delle rappresentazioni avevano colori varianti da un nero simile all’ossidiana al rosso sangue.
Con uno sforzo mentale terribile, Daniel si divincolò da quella situazione.
A quel punto, tutte le sue dita si accesero della luce verdognola di prima; la stanza si oscurò completamente; una coltre simile alla pece ricoprì il chiarore rosato del tramonto pomeridiano che penetrava attraverso la finestra aperta; bagliori di smeraldo iniziarono a stagliarsi sulle pareti.
Percepì l’aria attorno a lui addensarsi, diventare pesante, soffocante.
Si sentì stretto in una morsa di tentacoli che lo avvolgevano come le spire di un serpente.
Cercava di liberarsi. Ogni sforzo, tuttavia, risultava vano.
Agitò convulsamente le braccia, nel disperato tentativo di aggrapparsi a qualcosa. Ma incontrò solo il nulla.
Una scoperta inquietante all’improvviso: le sue mani aperte avevano sfiorato un oggetto liscio e duro. Daniel non poteva vederlo ma ne percepiva la consistenza.
Chiuse entrambi i pugni e batté con forza, più volte, sull’ostacolo ignoto.
In quell’incubo ad occhi aperti, udì un fragore inquietante. Proveniva smorzato, come fosse ostacolato da una specie di schermatura.
Sembrava che l’essere o gli esseri, dall’altra parte di questa, tentassero di rispondere, con urla acute e stridule. Erano così laceranti da far raggelare il sangue nelle vene.
Le sue dita continuavano ad emanare bagliori verdi. Quasi automaticamente, le puntò verso la zona di provenienza di quegli effetti spaventosi. Le trepidazioni di Daniel si trasformarono in uno stato di terrore.
Si era materializzato uno specchio con una cornice fatta di ossa. Ossa che non sembravano umane. Teschi dai denti troppo aguzzi. Altri con terminazioni laterali appuntite.
Si avvicinò per esaminarle con un senso di ribrezzo. Ebbe l’impressione che fossero residue cartilagini di orecchie elfiche.
C’erano, poi, omeri allungati, falangi con artigli. Immaginò che fossero appartenuti a forme di licantropi.
Rivolse la sua attenzione alla superficie opaca contenuta nella cornice. Al senso di ripugnanza si unì meraviglia. La tastò con cautela. C’era, sul vetro, parecchia polvere.
Improvvisamente, le ossa iniziarono a sgretolarsi. Sulla superficie che racchiudevano si formarono crepe. Divenivano sempre più vistose. Cominciarono a roteare. Divennero un vortice nell’acqua.
Il ragazzo fece un balzo indietro. Voleva allontanarsi.
Ma il vortice era la risultanza di innumerevoli forze che si erano concentrate sull’oggetto; ed egli fu risucchiato dal turbine.
Daniel Brulesque aveva varcato una soglia. Una soglia dalla quale era stato catapultato dentro una sorprendente dimensione fantastica. Quell’evento segnò per sempre la sua vita. Costituì una cesura tra la tranquilla, monotona, noiosa esistenza a Greenwich e quella che avrebbe percorsa d’allora in avanti.
Prima di quell’evento, nella solitudine della propria camera, egli era solito soffermarsi, disteso sul letto, a pensare di essere destinato a qualcosa di più grande ed importante di quello che la quotidianità gli offriva. Erano pensieri che gli sopprimevano linfa vitale.
Ma, ora, le sue aspirazioni sembravano che avessero trovato la degna, reale concretizzazione.
Dal vortice che lo aveva ghermito, Daniel fu scagliato duramente in una enorme e sfarzosa sala.
Appariva come la sala del trono di un palazzo reale.
La brusca caduta gli aveva affievolito i sensi; e non riusciva a distinguere completamente le immagini. Non tanto, tuttavia, da non poter percepire lo sfavillio di oro ed avorio del salone sul cui pavimento si trovava ancora adagiato in posizione prona.
Fu così che poté accertare che intorno a lui c’era un corteo di individui strani.
Vide due elfi inginocchiati che tenevano l’arco sul braccio destro; un nano si sfiorava continuamente la cotta di maglia argentata con l’ascia; un uomo alto dal contegno serio e accigliato in volto, osservava ritto la scena.
Vide anche due streghe con i capelli scuri, scompigliati, pieni di sporcizia, sotto cappelli evidentemente rattoppati più volte.
Quegli tutti sibilavano frasi in lingue incomprensibili, con un tono di voce assai basso, quasi un sussurro.
Sembrava che non volessero far trapelare i loro discorsi ad altre orecchie.
Il gruppo cominciò a stringersi attorno a Daniel. Due donne si chinarono su di lui e ne esaminarono attentamente il volto. Avevano unghie lunghe ed appuntite che, al ragazzo, apparivano minacciose.

«È lui! Sì, ‘Nastasia, è proprio lui! È il nuovo Mistico di cui parlano le profezie! Non c’è alcun dubbio!»
«Scusate, io non credo di comprendere! …» interloquì Daniel, esterrefatto.
«Oh, caro ragazzo, è naturale che tu non comprenda! …» replicò una delle streghe in tono accomodante.
«Lascia che ti spieghi. Io sono l’Orologiaio!» esordì l’uomo dall’atteggiamento austero, dando nel frattempo un’occhiata ad un piccolo orologio da taschino dalla cornice dorata.
«Come? … Scusa! … Non credo di capire! … Sei una specie di venditore di orologi? …» aggiunse confuso.
«Molto di più! … In pratica, io controllo il tempo! … Mi basta lanciare uno di questi interessantissimi gingilli su di una persona o sul suolo di un’area, che voglio bloccare, ed essa si ferma. Un tempo, esistevano tante persone come “lui”! … I loro talenti erano, spesso, anche più straordinari! … Adesso loro si contano sulla punta delle dita! …»
L’uomo abbassò il capo accorato, schermandosi il volto con entrambe le mani. In tal modo, mise in mostra lunghe file di capelli castani brizzolati che, in alcuni punti tendevano al grigio.
Daniel considerò che quegli non fosse più un giovine. Però, osservò anche che da un uomo in possesso del potere di giocare col tempo, come se si fosse trattato dell’azione più naturale del mondo, ci si sarebbe potuti aspettare di tutto.
Infatti, continuò subito:
«All’inizio, noi, ed intendo tutti noi, elfi, streghe, nani, fate, vampiri, fantasmi, eccetera, vivevamo nella tua stessa realtà, in pace e tranquillità con le persone che si ritenevano “normali” poiché prive delle caratteristiche fisiche peculiari o dei poteri sovrannaturali! Con il trascorrere dei secoli, tuttavia, il clima è cambiato! … Sono state formulate accuse, alcune anche molto gravi, nei nostri confronti! … Sono iniziate tremende persecuzioni! … Credo che tu abbia sentito parlare delle torture, da parte di persone particolarmente ignoranti e superstiziose, perpetrate nei confronti delle donne che potevano servirsi della magia. La pazzia è giunta, ad un certo punto, a tali livelli che sono state condannate a morte persino persone completamente esterne alla vicenda. Donne che non avevano mai nemmeno sfiorato la conoscenza delle antiche arti mistiche! …»
«Sì, … ne sono a conoscenza! …» disse Daniel con un filo di voce. «Ma poi, … cos’è successo? … Come mai siete finiti qui? … E chi è questo Mistico? …» riuscì a dire sempre più a disagio.
«Quante domande, ragazzo mio! … Però, non posso far a meno di considerare che il dubbio è una delle qualità peculiari delle guide più sagge! … Solo chi è in grado di ritornare sui propri passi, di non dare niente per scontato, sarà, un giorno, capace di ascoltare anche la voce del più umile per trovare la soluzione a grandi dilemmi!
Ad ogni modo, ritorniamo alla nostra storia…
Ebbene, quando le persecuzioni divennero così numerose; di una portata tale da trasformarsi in stragi di intere comunità; quando le persone che si autodefinivano “normali” ebbero studiato e messo appunto armi di tale forza distruttiva da far loro conseguire tale scopo; solo allora, il Mistico decise che era giunto il momento di creare una nuova dimensione. Una dimensione riservata soltanto a noi “speciali”, in cui avremmo potuto vivere al sicuro! Correva l’anno 1947, se non mi sbaglio.
Io non ero nemmeno ancora nato. Anzi, credo che nessuno dei presenti lo fosse!
Comunque, il Mistico, per rispondere alla tua domanda, è l’essere più potente di tutto l’universo. È in possesso delle abilità di tutte le specie e, al contempo, ha il compito di salvaguardare la loro esistenza! … Cosa stavo dicendo? … Ah, sì! … Quello che fece il Mistico nel 1947… Scusami, ma ogni tanto perdo il filo del discorso!
Quindi, egli salvò tutti, creando questa nuova dimensione e trasportando magicamente tutti all’interno di essa.
Mentre era, però, intento a mettere al sicuro l’ultima famiglia di elfi finiti in prigione (in quel periodo gli “speciali” si trovavano costretti a nascondersi come criminali), due guardie fecero partire dei colpi di fucile.
Il Mistico, intento a chiudere il portale, se ne avvide troppo tardi.
Probabilmente, o almeno questo è quanto hanno scoperto le streghe, oltrepassando il gate tra le due realtà, cancellò dalla mente dei “normali” ogni ricordo dell’esistenza di quelli come noi.
È quasi certo che non morì quel giorno.
Comprese, però, di dover compiere un grande sacrificio per evitare che venissero mietute altre vittime: rimanere sulla terra dei “normali” per evitare che qualche ospite indesiderato varcasse la barriera tra i mondi.
Il nome del Mistico era Albert Brulesque, tuo nonno.
Se tu adesso possiedi tali poteri, ciò significa che egli è appena morto ed il potente spirito magico ha designato un successore. Le streghe ti hanno riconosciuto dai lineamenti del viso, ma io sono ben consapevole di quanto quest’importante ruolo per la nostra società non sia ereditario. Sono state premiate la tua capacità ed il tuo valore, non il tuo lignaggio! …»
A Daniel vennero le lacrime agli occhi al pensiero del decesso del suo caro ed anziano nonno, un uomo che si era sempre comportato bene con lui, rivolgendoglisi con affetto, quelle poche volte in cui l’aveva incontrato per via delle varie festività.
In quel momento più che mai il giovane Brulesque rimpianse di non essersi recato a fargli visita abbastanza spesso.
Comprese tuttavia che si sarebbe ben presto rivelato inutile piangere sul latte versato e che in quel momento rimaneva soltanto da onorare l’importante retaggio del caro e venerando Albert.
Per Daniel, i giorni successivi erano stati particolarmente intensi quindi.
Avendo deciso con risolutezza ferrea che non sarebbe tornato a casa, dal momento che gli era ormai risultato chiaro il proprio posto nell’universo, si era addestrato duramente per mettere pienamente a frutto il suo potenziale.
Aveva appreso numerosi incantesimi più o meno complessi dalle streghe, ogni tecnica di combattimento di rilievo dall’Orologiaio e dagli elfi.
Aveva imparato la storia delle creature magiche grazie alle fate ed a ricavare armi per mezzo dalla minima quantità possibile di materiali dai nani.
Insomma, si era dedicato anima e corpo all’obiettivo che si era prefissato dall’istante in cui era venuto a conoscenza delle vicende degli “speciali”: diventare un Mistico potentissimo, in grado di salvare dall’oblio e dalla condizione di relegazione gli individui con poteri definiti generalmente “sovrannaturali”.
Una sera le dieci streghe ed i tre maghi viventi nella dimensione alternativa tennero consiglio con l’Orologiaio.
Fu subito espresso un verdetto inconfutabile: il giovane Brulesque era un ragazzo dal grande talento e che aveva raggiunto livelli considerevoli nell’uso delle arti mistiche, perciò era ormai giunto il momento di premiarlo.
Il riconoscimento in questione consisteva in un lungo abito verde bottiglia, che sarebbe dovuto arrivare inferiormente fino ai piedi di Daniel ed allungarsi fino a coprire le mani per quanto riguardava gli arti superiori del corpo.
Tra le terminazioni di quella sorta di lunga casacca vi era anche un cappuccio, decorato con ricami argentati, i quali si raccordavano in tal modo con quelli presenti nella parte anteriore in corrispondenza del busto e delle gambe.
Il vestito sarebbe calzato perfettamente all’adolescente grazie al sortilegio impresso su di esso.
Non era tuttavia questo il pregio più grande di quel regalo.
Quel capo era stato infatti ricavato a partire dalla pelle di drago, cucendo insieme le diverse frazioni di tessuto squamoso per mezzo di un gomitolo offerto in dono alla prima comunità di streghe dalle tre Parche.
Cloto, Atropo e Lachesi avevano sempre custodito molto gelosamente i preziosi gomitoli a cui era legato il destino di tutti gli uomini, ma, giunta loro notizia dell’esistenza di un essere come il Mistico, viste successivamente le sue azioni e compreso che c’era bisogno di confezionare per lui un abito, si erano impegnate di comune accordo a contribuire alla causa nella maniera che reputavano più consona.
In poche parole, quel vestito era in grado di rendere praticamente invincibile chiunque lo indossasse, perciò, i più saggi tra gli “speciali” avevano atteso il momento secondo loro più opportuno per affidarlo alle cure del giovane Daniel.
Albert Brulesque non aveva indossato quel portentoso capo d’abbigliamento la notte in cui si era avventurato per salvare la famiglia di elfi prigionieri e la conclusione di quella vicenda, con tanto di colpi di fucile, è adesso nota anche al lettore.
Esisteva in tutto l’universo un solo oggetto in grado di attraversare le squame della veste di Sibinni (dal nome del drago ucciso per ricavarne la pelle): la spada di Lord Mirundell, l’unico essere umano oppostosi ad un Mistico nel corso della storia.
Quel coraggiosissimo uomo aveva infatti sposato una maga, la quale si era spesso preoccupata dei possibili risvolti negativi dovuti alla concentrazione di tanto potere nelle mani di un solo individuo ed aveva perciò preparato delle adeguate contromisure.
La donna, procuratasi una lama particolarmente affilata, l’aveva intrisa del sangue di varie creature magiche e non: troll, elfi, gnomi, folletti, ma anche leoni e lupi.
Aveva poi impresso una protezione sull’arma attraverso la combinazione dei sette incantesimi arcani, rendendola in tal modo infrangibile.
Donatala al marito con la condizione di farne buon uso, gli aveva chiesto di servirsene un giorno per trapassare la gola del Mistico del tempo.
I dissapori di Madame Indevausen (così in pubblico la gente si riferiva a quella maga) con il più rispettato degli “speciali” crebbero tuttavia piuttosto repentinamente da allora e ben presto Lord Mirundell si trovò costretto dal vincolo della promessa ad attentare alla vita di una persona che non conosceva e, soprattutto, non si sarebbe mai sognato di uccidere.
A seguito di un brutale scontro in cui una parte della veste di Sibinni rimase lacerata, a subire una fatale sconfitta fu proprio il consorte di Madame Indevausen, la quale fu presto cercata dal resto dell’ordine magico ed arrestata.
Il Mistico non era però riuscito a sottrarre per tempo la spada al cadavere del nemico abbattuto.
Essa si era improvvisamente teletrasportata, svanendo in un confondersi azzurrino ed argentato di bagliori luminescenti.
Solo la perizia di Aracne, tessitrice talentuosa punita per la sua superbia dall’ira della dea Atena, era riuscita a riparare il danno inflitto all’abito di squame.
Tuttavia, il timore che l’evento potesse ripetersi aveva continuato ad affliggere ogni notte senza restìe la mente dei Mistici susseguitisi nei vari secoli.
Nel frattempo, a Greenwich i conoscenti e i pochi cari di Daniel Brulesque continuavano a disperarsi per la scomparsa del ragazzo, la cui madre aveva trascorso le ultime settimane a piangere terrorizzata immaginando il peggio.
La polizia era stata informata la sera stessa in cui i genitori del riservato sedicenne, tornando a casa, non l’avevano trovato nella sua camera.
Dopo due ore terribili passate a chiedere informazioni a chiunque avesse potuto vederlo, i signori Brulesque avevano sporto denuncia, temendo di essere anche stati causa di un rallentamento delle indagini.
Essi erano infatti rimasti molto calmi all’inizio, parendo loro impossibile che il figlio fosse scomparso così, di punto in bianco.
Nei loro pensieri, un ragazzo tranquillo come Daniel non avrebbe mai potuto compiere alcuna azione avventata.
Eppure, avevano avuto modo di ricredersi.

Il regno del mistico è un racconto di Valerio Covaia