ISHÁ di Laura Cruciatti (versione integrale)

Inizio a raccogliere in un diario le mie impressioni e le mie valutazioni in merito al caso del “guaritore” indiano. Farò del mio meglio per mantenermi obiettivo, anche se, già in prima analisi, suppongo che i risultati finali saranno gli stessi che ho raggiunto in altri casi simili.

Siamo in una zona del mondo dove i fenomeni di divinazione e di profezia sono largamente diffusi, inoltre la religione induista lascia spazio a qualsiasi credenza o culto.

Il villaggio dove sono ora fa riferimento a un tempio indù localizzato a circa 120 chilometri e ho avuto modo di conoscere il bramino, che non mi è parso incline né a smentire né ad avallare le notizie riguardanti il guaritore. Ho avuto l’impressione che se anche i presunti miracoli non lo convincano ritiene invece molto convincente il flusso di visitatori e di pellegrini che arriva al tempio.

Sono arrivato al villaggio dopo circa tre ore di percorso su strade impossibili, piene di fango e di buche. Qui siamo lontanissimi da qualsiasi forma di civiltà moderna, quindi dovrò adattarmi a un soggiorno quasi monastico, ma ho scelto questa sistemazione perché l’albergo più vicino è a due ore di strada da qui e non posso spostarmi ogni giorno con mezzi di fortuna, a dorso d’elefante o su camioncini vetusti e sgangherati.

La popolazione del villaggio è socievole e cordiale, sono stato accolto con curiosità e con rispetto, inoltre alcuni dei residenti capiscono l’inglese e questo mi agevola non poco.

Il capo villaggio ha provveduto ad avvisare il guaritore che sono qui e, a differenza delle mie precedenti esperienze con questo genere d’impostori, devo ammettere che questa volta ho ricevuto una favorevole impressione. Non mi è stato chiesto alcun obolo né mi sono stati imposti strani rituali di purificazione, che sono il pretesto in genere per prendere tempo e organizzare la commedia della guarigione miracolosa. Il guaritore inoltre ha subito accettato di incontrarmi questa sera stessa, dopo il tramonto.

Vedremo di che si tratta.

Mi aspettavo qualcosa di totalmente diverso e devo ammettere di essere rimasto ben impressionato dal mio incontro con il guaritore.

Le caratteristiche somatiche di questo popolo sono tali da rendere difficile per noi europei intuire l’età anagrafica di questa gente.

Hanno spesso un aspetto molto più giovane della loro età o molto più vecchio.

Ho stabilito a occhio croce che il guaritore può avere un’età tra i venti e i trent’anni, è in buona salute e ha una corporatura magra ma vigorosa, capelli e carnagione scuri e degli occhi molto grandi ed espressivi, tanto che ho colto subito, al primo sguardo, una grande curiosità e vivacità.

Non è uno sprovveduto, al contrario deve avere una mente molto ricettiva.

Il nostro colloquio è stato piuttosto complicato perché parla poco l’inglese ed io non conosco neppure una parola della sua lingua, che poi in realtà è un dialetto locale.

Un po’ a gesti e un po’ cercando di usare termini semplici sono riuscito a fargli capire che sono qui solo per osservare, che non interferirò con la sua attività e che non è mia intenzione ostacolare il suo rapporto con i suoi fedeli.

Ha capito subito e mi ha elargito grandi sorrisi e inchini e poi mi ha stupito dicendo in un inglese quasi perfetto che sono il benvenuto e che la sua casa è la mia casa.

Ho valutato la possibilità di accettare l’invito a soggiornare nella casa del guaritore.

Il fatto è che si tratta di una grotta.

È molto confortevole per lui, senza dubbio ha provveduto a dotarla di molte comodità, ma per me resta pur sempre una grotta.

Quindi ho preferito l’ospitalità del capo villaggio che vive invece in una casa di legno con il tetto di paglia e ha una stanza riservata al bramino, le cui visite sono sospese in questo periodo dell’anno a causa delle forti piogge.

Ieri ho visitato la zona e ho scoperto che c’è un piccolo ospedale all’interno di una missione abbandonata, gestito da suore laiche e da un medico indiano piuttosto anziano. Magari mi sbaglio sulla sua età ma direi che ha almeno ottant’anni.

Comunque, l’ospedale funziona abbastanza bene, hanno modeste attrezzature e pochi essenziali medicinali, possono far fronte solo a una piccola parte dei possibili bisogni di questa gente ma per questi luoghi è già molto.

Mi sono messo a disposizione per qualsiasi loro necessità.

Oggi il guaritore mi ha convocato, ha voluto che mangiassi con lui e suo fratello quello ha definito “pasto dell’amicizia”.

Ha cercato di mettermi a mio agio, ha anche tentato di esprimersi nella mia lingua e la parola che sembra preferire fra tutte è “okay”.

L’ha utilizzata ripetutamente per mostrarmi tutto ciò che secondo lui avrei potuto gradire, dal cibo alle bevande, dal cuscino dove mi ha fatto sedere alla temperatura della grotta. Mentre parlavo lui ascoltava con attenzione e ogni tanto mi fermava per chiedere conferma del significato delle mie parole.

A gesti o disegnando con un bastoncino sulla terra battuta cercava di associare alle mie parole oggetti e concetti.

Poi si sforzava di ripetere meglio che poteva il termine cui aveva appena dato un significato e ritengo che sarà in grado di memorizzare con facilità quelli di uso comune.

Devo ammettere che ha una grande capacità di apprendere e una vivace intelligenza ma non è una prova che i suoi miracoli non siano frutto di manipolazione, al contrario ritengo che ne sia la dimostrazione. La furbizia non basta a inscenare i “miracoli”, è necessaria anche una certa dose d’ingegno.

Ha piovuto tutta la notte e la casa del capo villaggio si è allagata. Spaliamo fango da tutta la mattina ed io non sono venuto qui per fare il pompiere!

Quindi ho deciso di accettare l’ospitalità di Ishá.

È questo il nome del guaritore e suo fratello si chiama Lyán.

Sono stati subito entrambi entusiasti della mia presenza e mi hanno attrezzato un giaciglio molto comodo in fondo alla grotta, lontano dal vento e dalle sferzate di pioggia e vicino a un braciere che hanno l’abitudine di accendere dopo il tramonto.

La grotta è molto ampia e profonda e sulla sua volta c’è un’apertura piuttosto grande dalla quale entrano aria, sole e purtroppo anche pioggia.

Ma questi due ragazzi sono ingegnosi, hanno scalpellato la parete della caverna sotto l’apertura in modo da creare due canali di scolo che convogliano l’acqua dentro dei secchi di metallo. In questo modo raccolgono l’acqua piovana per le loro necessità giornaliere, come lavarsi e cucinare, ed evitano che la caverna si allaghi.

Sono vegetariani e il cibo che mi offrono ha come base il riso che condiscono con spezie e verdure. Ha un buon sapore ma non ci sono abituato, quindi sto dando fondo agli integratori alimentari che ho portato con me, per evitare che mi venga la dissenteria.

Ishá mi ha di nuovo stupito chiedendomi in inglese cosa stessi scrivendo e quando ho risposto che prendevo appunti per un diario raccontando di lui, mi ha mostrato un libro: “Le avventure di Oliver Twist” in lingua inglese. Ed io ho dato per scontato che sapesse leggere ma quando gliel’ho chiesto ha scosso la testa e ha riso. Poi mi ha mostrato delle pagine del libro dove erano sottolineate numerose parole e quelle le ha pronunciate tutte correttamente. Qualcuno ha cercato forse di insegnargli la mia lingua ma non ho approfondito perché lui subito ha sciorinato una sequela di parole indirizzate a suo fratello. Anche Lyán ha riso. Ho cercato di sorridere anch’io e Ishá mi ha chiesto di parlare ancora con lui perché vuole imparare bene la mia lingua.

Ieri non ha piovuto e Ishá mi ha fatto conoscere meglio il villaggio e la gente che lo abita; non è molto diverso da altri che ho visto in precedenza in altre regioni del mondo.

Variopinto, affollato, colmo di odori e rumori, un’umanità accalcata e variegata che ci veniva incontro mentre camminavamo sulla via principale.

Ho notato che il passaggio di Ishá provoca un varco immediato tra la folla incessante che occupa la strada, si scansano, gli cedono il passo e spesso s’inchinano.

Qui tutti conoscono Ishá e sembra che gli riservino un grande rispetto.

C’è un piccolo mercato lungo la strada, dove alcune donne vendono verdura e frutta riposte in grandi ceste di vimini.

Arrivati all’altezza della terza cesta, una donna ci è venuta incontro e chinando la testa ha teso verso il guaritore un fagotto pieno di frutta, lui ha sollevato il fagotto e ha piegato la testa in segno di ringraziamento. La donna gli ha sorriso e dopo una serie d’inchini si è allontanata. Ho chiesto a Ishá se fosse un’offerta e lui ha annuito, stringendo con delicatezza il dono appena ricevuto.

Poco più avanti la strada si è aperta su una piccola piazza con al centro un pozzo, il terreno è fangoso un po’ ovunque qui ma in quel punto c’erano numerose pozzanghere e dei bambini si stavano divertendo a saltarci dentro.

Come hanno visto Ishá gli sono corsi incontro e l’hanno circondato, saltando, gridando e tirandogli la tunica.

In pochi minuti aveva fango ovunque ma rideva gioiosamente e sembrava che quel gioco lo divertisse molto.

Poi ha aperto il fagotto e ha cominciato a distribuire ai bambini tutto il suo contenuto, quando il fagotto è rimasto vuoto Ishá ha ripiegato la stoffa e ne ha fatto una cintura che ha legato alla vita.

Gli ho chiesto come avrebbe fatto ora che tutto il cibo era stato distribuito e lui ha risposto che non ne avevamo bisogno, mentre i bambini hanno sempre fame.

Nelle pause di preghiera Ishá si isola totalmente, la sua concentrazione è tale che m’impedisce anche solo di tentare di avvicinarmi. Prega sempre con gli occhi rivolti al cielo e quando piove a dirotto come oggi, lo fa dentro la grotta ma guardando verso l’alto, verso la spaccatura da dove entra abbondante acqua. Lyán si prodiga a vuotare i secchi fuori della grotta ed io non avendo di meglio da fare gli ho dato una mano. È molto silenzioso Lyán, a differenza di suo fratello non sembra interessato a comunicare con me, anche se è sempre molto gentile e cerimonioso nei miei riguardi. Ad esempio, riempie sempre per primo il mio piatto e mi somministra porzioni molto più abbondanti di quelle sue e di suo fratello, non so se pensi che io abbia bisogno di più cibo di loro o se sia un obbligo verso l’ospite. Ho cercato di parlare con lui e ho capito che se mi esprimo a gesti lui si sforza di comprendere ma se uso le parole si ritrae e scuote la testa.

Non ha nessuna intenzione di imparare la mia lingua.

Piove incessantemente da cinque giorni e stanotte il vento ha portato la pioggia dentro la grotta. Siamo zuppi d’acqua e di fango, sporchi e infreddoliti e non abbiamo più cibo.

Ishá e Lyán non sembrano preoccupati della nostra condizione, io invece vorrei tanto essere in un albergo in questo momento per lavarmi, cambiarmi e mangiare.

Hanno acceso il braciere, almeno riesco a scaldarmi.

Dopo l’ora di pranzo, quello che noi abbiamo saltato, la pioggia è diminuita e fuori dalla grotta si sono accalcate una decina di persone, uno alla volta hanno poggiato nella cesta delle offerte del cibo: frutta e verdura e sacchetti di riso.

Ishá ha benedetto ognuno di loro posandogli la mano sulla testa e inchinandosi ogni volta per ringraziare.

L’ultimo uomo ha gettato nella ciotola degli oboli quattro monete.

Ishá mi è sembrato contrariato da quel gesto, ha scambiato poche parole con l’uomo poi si è rassegnato, gli ha impartito la benedizione e si è inchinato tre volte.

Quando gli ho chiesto perché voleva rifiutare il denaro lui mi ha risposto che non se ne fa nulla delle offerte in denaro ma che quell’uomo aveva finalmente avuto un figlio e che riteneva che fosse accaduto grazie a lui.

In realtà lui pensa che sua moglie abbia concepito perché così doveva essere. Ma gli sembrava offensivo rifiutare quel gesto di generosità.

Tutto questo l’ho capito in parte da numerose parole nella mia lingua che Ishá sta imparando molto in fretta ma soprattutto dalla sua gestualità, che è estremamente comunicativa ed efficace.

Il dialogo fra me e Ishá diventa ogni giorno più ricco e soddisfacente. Mi ha raccontato alcuni episodi della sua vita, tra i quali uno che mi ha colpito molto.

Sembra che il suo dono si sia manifestato quando era bambino e quando i bramini hanno avuto notizia delle sue capacità sono andati a prenderlo, strappandolo dalle braccia di sua madre, per portarlo al tempio.

Ha vissuto con loro dai sei anni fino a quando non ne ha compiuti dieci e ha definito quel periodo come il più doloroso della sua vita, anche se non mi ha fornito altri dettagli.

A dieci anni ha fatto capire ai bramini che non avrebbe più accettato di vivere con loro, o lo lasciavano andare o sarebbe comunque fuggito.

Credo che loro non lo considerassero un prigioniero, quindi lo lasciarono tornare a casa e lui per molto tempo nascose il dono, per paura che tornassero a prenderlo.

Quando gli ho chiesto in cosa esattamente consiste questo dono lui ha risposto candidamente che serve a fare del bene al suo prossimo.

Ho insistito chiedendogli se lui è capace di guarire qualsiasi malattia, non ha risposto subito, come se cercasse di eludere la domanda, ma poi di nuovo mi ha stupito dicendo che è in grado di guarire molte sofferenze purché chi chiede il suo aiuto sia una persona meritevole e abbia fede in lui.

Non tutte però, ha aggiunto. Alcune non può guarirle e sono quelle mortali, contro la morte lui non può nulla.

Non so se sia il candore con cui fa certe affermazioni o il suo sguardo sempre fisso nel mio a farmi credere che le sue parole siano sincere.

Non sembra voler nascondere nulla, non sembra volermi far credere nulla, semplicemente mi mostra chi è e com’è, senza artifici, senza fronzoli.

Ho esaminato falsi guaritori per anni, conosco tutte le loro tecniche di manipolazione e tutti i loro trucchi da illusionisti, nessuno di loro sosteneva il mio sguardo come fa Ishá, nessuno di loro mi parlava con quella semplicità, nessuno di loro mi consentiva di condividere la sua quotidianità come fa lui.

Non ho ancora abbastanza elementi per non considerarlo un ciarlatano ma i presupposti sono per ora dalla sua parte.

Se mi consentirà di assistere a qualcuna delle sue miracolose guarigioni potrò stabilire se utilizza qualche tecnica ingannevole.

Se non me lo consentirà la mia conclusione sarà comunque che è un impostore.

Questa mattina si è presentata una donna con un bimbo piccolo che piangeva e urlava a squarciagola. Ishá è subito uscito dalla grotta, ha ascoltato con attenzione quello che lei tra le lacrime e i singhiozzi aveva da dire.

Poi le ha sussurrato poche parole e la donna si è ritratta scuotendo la testa, allora lui l’ha abbracciata e l’ha trascinata dentro.

Si è seduto e l’ha fatta inginocchiare davanti a sé, poi le ha preso il bambino dalle braccia e l’ha appoggiato sulle sue gambe incrociate, l’ha toccato sulla testa, poi sulle guance e infine gli ha posato una mano sul ventre. Il piccolo continuava a piangere e a gridare e anche la donna piangeva. Allora Ishá le ha preso una mano e gliel’ha fatta posare sulla testa del bambino trattenendola con la sua; quindi, ha cominciato a dondolare il corpo come se volesse cullare il piccolo, che di colpo ha smesso di piangere.

Ha continuato a cullare il bimbo per diversi minuti, poi ha sussurrato qualcosa alla donna e lei ha scosso con decisione la testa ma lui le ha preso teneramente il mento con una mano e lei dopo un po’ ha sorriso.

Ishá ha fatto cenno a suo fratello che si è avvicinato, si sono detti qualcosa e Lyán è andato verso la ciotola delle offerte, ha preso le quattro monete che conteneva e le ha date alla donna. Lei ha ripreso a singhiozzare, Ishá si è alzato e l’ha aiutata a sollevarsi, le ha messo il bambino tra le braccia e poi le ha carezzato la testa. La donna ha fatto mille inchini prima di andarsene e si è voltata più e più volte, come se non volesse lasciarlo.

Quando gli ho chiesto cosa avesse il bambino lui mi ha guardato e mi ha fatto cenno di sedermi.

«Il bambino non è malato. Ha solo fame.» ha sussurrato lui «Ma lei aveva vergogna di dirlo. Sperava che io togliessi al bambino la sofferenza della fame perché la donna ha perso il latte e non può più nutrirlo, né può pagare una donna che lo faccia per lei.»

«E tu le hai dato il denaro.» ho detto, palesando il mio disappunto.

«Non ho modo di impedire che il bambino abbia fame.»

«Certo, quindi hai dato tutto quello che avevi a quella donna.» e mi sono detto che non è così che si comporta un imbroglione.

«Tu cosa avresti fatto … John?» Il mio nome pronunciato da lui mi è sembrato estraneo, per la prima volta mi ha chiamato per nome e per la prima volta ha evitato di usare gesti per farsi capire, sforzandosi di comunicare solo con le parole.

«Forse avrei fatto la stessa cosa. O forse no, credo che le avrei dato solo la metà di quelle monete e che avrei tenuto qualcosa per me …»

«Pensi che ora moriremo di fame noi al posto del bambino?» e l’ha detto sorridendo, e il suo sorriso era divertito, mi è parso che si prendesse gioco di me.

Non era quello che volevo dire, in realtà gli ho teso una trappola, credendo che ci sarebbe caduto, dicendo magari che quelli non erano i suoi soli fondi.

Non sono ancora convinto che Ishá guarisca le persone, per il momento la sola cosa che so con certezza è che è un uomo molto generoso e per questo molto amato, che ha un grande carisma e una naturale predisposizione a comunicare. Ma ci vorrà tempo per capire e qualcuno dei suoi presunti miracoli.

Quando un uomo anziano si è avvicinato alla grotta farfugliando qualcosa nella loro lingua ho pensato che Ishá lo avrebbe respinto; l’uomo era davvero vecchio e malandato e si muoveva a fatica. Invece gli ha preso le mani e l’ha aiutato a sedersi, poi l’ha fatto stendere e si è inginocchiato vicino a lui. Ha compiuto il rituale di segnarsi fronte e petto e ha recitato una preghiera, poi ha toccato l’uomo prima sulla testa, poi sulle spalle e con le mani è sceso sulle braccia, come carezzandolo. È rimasto fermo a stringergli i polsi per qualche minuto, poi ha spostato le mani sulle sue ginocchia e lentamente le ha fatte scivolare lungo le gambe fino alle caviglie.

L’uomo ha tenuto gli occhi chiusi per tutto il tempo e credo che non abbia smesso un attimo di recitare preghiere. Poi Ishá gli ha carezzato piano una guancia e lui gli ha sorriso, ha sollevato la schiena e l’ha abbracciato.

Mi sono commosso nel vedere quel vecchio che stringeva tra le braccia il ragazzo come fosse suo figlio e subito dopo il vecchio si è alzato senza bisogno di aiuto, è uscito dalla grotta e poi è tornato indietro con in mano un sacchettino di riso e qualche frutto, ha posato tutto nella cesta delle offerte e ha salutato Ishá inchinandosi e sfiorandosi la fronte con la mano.

Ishá è rimasto fermo a guardarlo mentre si allontanava e quando si è voltato verso di me aveva il viso rigato di lacrime. Ha detto qualcosa a Lyán che ha avuto un moto di sorpresa e di rammarico.

«Che succede?» ho chiesto.

«Morirà presto» ha mormorato Ishá.

«E tu come lo sai?»

Mi ha guardato come non potesse credere che gli facessi quella domanda, poi ha detto con un sussurro e senza guardarmi negli occhi: «Lo so … è basta.»

Guaritore e anche veggente? No, adesso sta esagerando, devo rimettere in ordine le idee e affrontare quest’uomo su un terreno diverso, possibilmente il mio.

20 settembre

Ho avuto bisogno di riflettere. Quella di due giorni fa è stata una strana esperienza.

Continua a piovere ma questo non sembra fermare la gente del posto.

Sono arrivati tre uomini, due di loro portavano a braccia un ragazzo che zoppicava vistosamente e altrettanto vistosamente si contorceva di dolore.

Ishá si è seduto davanti all’ingresso della grotta, incrociando le gambe e segnandosi ripetutamente la fronte e il petto, poi ha congiunto le mani e credo abbia detto una preghiera.

Ha fatto stendere il ragazzo ai suoi piedi e gli ha messo la mano sinistra sulla fronte; quasi subito il ragazzo ha smesso di singhiozzare.

Ho cercato di avvicinarmi per guardare più da vicino ma Lyán mi ha ostacolato.

Ho comunque capito che il guaritore stava passando la mano destra a pochi centimetri dalla gamba del ragazzo e la ferita, che a malapena sono riuscito a vedere, era molto profonda ed era infetta.

Dopo qualche minuto, Ishá ha premuto la mano sulla ferita e il ragazzo ha sussultato e gridato, poi credo sia svenuto, perché la testa e tutti i suoi muscoli si sono abbandonati.

Sono rimasti in quella posizione per diversi minuti, il ragazzo immobile e incosciente e Ishá rigido, con le spalle tese e il capo chino. Poi a un suo gesto i due uomini che avevano accompagnato il ragazzo hanno gettato in una ciotola di legno qualche moneta, si sono ripetutamente inchinati, hanno sollevato il ferito e l’hanno portato via.

Ishá è rimasto immobile ancora per qualche minuto, suo fratello gli è andato vicino e l’ha aiutato ad alzarsi. Il suo viso era trasfigurato, aveva un’espressione sofferente e attonita e quando ha mosso i primi passi ho notato che zoppicava.

L’effetto su di me è stato potentissimo.

Quando Lyán ha steso suo fratello nel suo giaciglio ho cercato di nuovo di avvicinarmi ma lui non me l’ha permesso, a gesti mi ha fatto capire che Ishá doveva riposare ed io sono tornato a sedermi.

Lyán ha dato a suo fratello qualcosa da bere da una tazza di argilla, poi ha scelto delle erbe da un cestino di vimini e ha cominciato a pestarle dentro una ciotola di pietra.

Una volta ridotte in poltiglia ci ha versato sopra una specie di olio e ha creato un impasto morbido e colloso.

Quando gli ho visto sollevare la tunica di Ishá all’altezza della gamba destra ho avuto un capogiro.

Ha premuto l’impasto e poi l’ha fasciato con uno straccio.

La mia mente si rifiuta di credere a ciò che sembra evidente. La ferita del ragazzo ora é sulla gamba di Ishá? Ma questo non è credibile, è materialmente impossibile, è fuori da qualsiasi raziocinio ed io non ho nessuna intenzione di dar credito a questa ipotesi.

Dopo qualche ora, abbiamo mangiato ed io ho chiesto a Ishá come si sentiva, se stava bene. Lui ha annuito e ha detto “okay” ed io non ho resistito alla tentazione.

Ho indicato la sua gamba e ho chiesto di vederla, ho detto che essendo un dottore magari potevo fare qualcosa per lui.

Lyán mi ha messo una mano sul petto spingendomi gentilmente indietro e scuotendo con decisione la testa.

A quel punto Ishá ha detto nella mia lingua che non può ancora mostrarmi il mistero del suo dono perché io non sono pronto.

Ed io ho replicato che forse teme che io possa smascherare un altro falso stregone.

Ha risposto freddamente che lui non ha nulla da temere da me.

Ha imparato in fretta un numero consistenze di parole e sa comporle in frasi che io riesco a capire e già questo ha del miracoloso. Il resto non mi ha fatto dormire per tutta la notte.

Ishá zoppica ancora un po’ ma sembra che la sua salute sia assolutamente perfetta. Questa mattina l’ho visto rientrare nella grotta che si era appena fatto giorno.

Gli ho chiesto da dove venisse e lui sorridendo mi ha fatto cenno di seguirlo.

Mi ha portato in una piccola radura e mi ha indicato l’orizzonte dicendo che era stato seduto ad aspettare che il sole sorgesse.

Il culto del sole è ancora molto diffuso nella religione induista, sono legati a tutto ciò che riguarda la natura e le sue leggi, i ritmi delle stagioni e le manifestazioni atmosferiche, e molti di loro considerano il sole al pari di una divinità.

Gli ho chiesto se lui fosse un adoratore del sole e lui ha scosso la testa ridendo di cuore.

Poi ha affermato con disarmante convinzione che la sua fede non prevede forme di adorazione ma solo di comunione.

Forse pensa di avermi svelato chissà quale mistero e di aver risposto alla mia domanda in modo esauriente ma io non ho risolto i miei dubbi.

Così quando siamo rientrati e Lyán ha tolto la benda dalla gamba di Ishá ho cercato disperatamente di sbirciare, senza riuscirci.

Oggi mi sono svegliato combattivo, sembra che i miracoli per il momento siano cessati; quindi, ho deciso di attirare Ishá su un campo minato per vedere come reagisce.

Quando non accoglie malati in genere passa il tempo a pregare girando degli amuleti tra le dita, oppure parla con suo fratello e spesso ridono e scherzano, non mi tiene molto in considerazione specie da quando ho cominciato a porgli domande dirette.

Gli ho chiesto se volesse che gli spiegassi cosa faccio quando non do la caccia ai falsi guaritori, lui ha sorriso ed è venuto a sedersi accanto a me.

Gli ho spiegato che sono un medico e che per molto tempo ho lavorato in un ospedale e che come lui mi sono dedicato alla cura e alla guarigione del mio prossimo.

Lui è sembrato subito molto interessato e così, per trascinarlo sul mio terreno, ho continuato a decantare la medicina occidentale e tutte le meraviglie che riesce a fare.

Non potendo entrare in dettagli che non avrebbe compreso, mi sono tenuto sul vago e alla fine ho aperto la mia valigetta per mostrargli la mia attrezzatura d’emergenza, cercando di spiegargli l’uso che faccio di quegli oggetti.

Mi ha guardato e ha sorriso, sorride spesso, questo mi fa pensare che sia molto soddisfatto di sé e non so perché m’infastidisce.

Gli ho mostrato a una a una le boccette contenute nella valigetta descrivendogli a cosa servono, non ho suscitato alcuna meraviglia in lui, anzi a un certo punto mi è parso annoiato. Allora ho smesso di parlare.

Dopo un breve silenzio lui ha detto: «Sei anche tu uno stregone. Usi anche tu strani oggetti e polverine. E neppure tu puoi guarire tutti, proprio come me. Uno stregone orientale e uno stregone occidentale. Noi non siamo così diversi.»

«Questo da cosa lo deduci?»

«Dalle tue parole. Hai detto che queste medicine guariscono alcune malattie, non hai detto tutte, e hai detto che la tua medicina ha fatto grandi progressi, non hai detto che ha risolto tutti i mali.»

«Ovviamente. Ma quello che volevo farti capire è che io ho nessun problema a metterti al corrente delle mie conoscenze mentre tu …»

Qui mi sono impantanato, volevo dirgli che lui non mi permetteva di capire se fosse o no un ciarlatano ma lui mi ha anticipato.

«Stai cercando di convincermi a spiegarti cose che non puoi capire. Così come io non posso capire la tua medicina. Mi mostri degli oggetti, mi racconti cosa fai per curare ma io non potrò mai comprendere come agisci e cosa muove le tue azioni perché non ne conosco l’origine. Io ti ho mostrato i miei amuleti, la medicina naturale che usiamo, le nostre preghiere e il rito della guarigione. Non ti ho nascosto nulla ma per farti capire davvero dovrei mostrarti l’origine.»

Sono rimasto senza parole, come faccia a parlare nella mia lingua, che solo un mese fa conosceva appena, esponendo dei concetti così complessi, non riesco a spiegarmelo.

«Ishá io sto cercando di fidarmi di te. Sto cercando di considerare ciò che fai da un punto di vista obiettivo, senza preconcetti, ma tu devi aiutarmi …»

«Tu vuoi … una prova? Vuoi una certezza John?»

Annaspando ho cercato una risposta che non scoprisse del tutto le mie carte ma mi sono perso e lui ha trascinato me in un campo minato.

«Se questo ti basta ti dimostrerò che posso prendere il dolore di chiunque su di me.»

«Sì, ma io devo prima sapere che genere di malattia ha quella persona e verificare se poi è davvero guarita. Quindi …»

«Quindi visiterai chiunque venga da me? E poi andrai da lui per sapere se è guarito?»

Mi sono reso conto che stavo chiedendo troppo, andava anche oltre il mio mandato.

«Voglio capire cosa succede quando … quando tu imponi le mani e preghi.»

«Puoi vederlo John … ma non puoi capirlo.»

La prima mina è esplosa in quel momento, come dargli torto? Posso vedere ma lui è sicuro che non possa capire, come anch’io sono sicuro che lui non potrebbe capire come funziona una tac o una risonanza o un bypass coronarico.

La seconda mina è esplosa dopo meno di un’ora.

Fuori dalla grotta c’è un capannello di persone, sei o sette individui che si stringono intorno ad una donna priva di sensi stesa in una barella di fortuna.

Ishá li ha raggiunti, ha ascoltato uno di loro che concitatamente raccontava i fatti, poi si è fatto da parte e ha fatto entrare la barella. Dopo che è stata adagiata a terra Lyán ha spinto fuori tutti e si è messo davanti all’ingresso.

Ishá si è seduto al suo solito posto con le gambe incrociate come sempre, questa volta nelle sue mani stringeva un amuleto; ha fatto passare il cordone dell’amuleto dalla testa e l’ha tenuto pigiato sul petto per qualche minuto, ha ripetuto il rituale che aveva chiamato “della guarigione” e ha messo la mano sinistra sulla fronte della donna.

Dopo pochi secondi, la sua schiena ha avuto un sussulto, la sua mano destra ha spinto forte il petto della donna, all’altezza del cuore.

Lei ha emesso un lungo gemito, poi Ishá ha cominciato a tremare.

Lo sforzo che stava sopportando era evidente ma poteva benissimo essere una simulazione, non è una cosa difficile da fare, un po’ di tensione dei muscoli e qualche sussulto, qualche contrazione.

Il ritmo del suo respiro è diventato affannoso, poi è diventato un rantolo e alla fine un grido. Si è piegato in avanti come se lo avessero colpito alle spalle e Lyán si è affrettato a sostenerlo.

Quasi immediatamente la barella è stata rimossa, tutti i presenti hanno salutato Ishá con decine d’inchini e hanno gettato nella ciotola due monete a testa.

Io sono rimasto pietrificato.

Lyán ha trascinato Ishá verso il giaciglio ed io mi sono subito offerto di aiutarlo ma Ishá ha mormorato: «No John! Non toccarmi … tu non devi toccarmi! Mai!»

Lyán è corso verso il fondo della caverna, ha rovistato rabbiosamente tra tutto il ciarpame ammucchiato ed è tornato indietro con un’ampolla di vetro piena di un liquido verde.

Ha afferrato suo fratello per i capelli sollevandogli la testa e gli ha versato il contenuto dell’ampolla in bocca, sussurrandogli parole incomprensibili. Ishá annuiva e ingoiava un sorso dietro l’altro il liquido verde, senza quasi respirare. Dopo aver bevuto tutta la pozione si è rannicchiato in posizione fetale e Lyán l’ha avvolto in due o tre teli stringendoglieli intorno al corpo come per immobilizzarlo, poi si è steso accanto a lui.

«Lyán che succede? Puoi spiegarmi?» Ho temuto che lui non fosse in grado di parlare la mia lingua invece ce l’ha messa tutta per farsi capire.

«Veleno … donna morsa … serpente! Veleno ora … Ishá … preso!»

La donna è stata morsa da un serpente. Ishá ha assorbito il veleno. Ishá potrebbe morire. Gli hai chiesto una prova John? Ecco qui la prova. E se muore? Se muore per provare a te stupido stregone occidentale che lui non è uno stregone ma un guaritore?

Mi sono sentito davvero meschino, davvero ignobile.

Questa seconda bomba mi ha preso in pieno, devo trovare il modo per uscire dal campo minato.

Vorrei poter raccontare il calvario di Ishá ma non ci sono parole per descriverlo.

In una settimana ho visto convulsioni, dolori lancinanti che lo facevano contorcere come una biscia, febbre, vomito, delirio. Ha pianto e ha urlato, ha scalciato e si è lasciato andare senza forze tra braccia di Lyán, che lo teneva stretto a sé cercando di consolarlo.

Finché ieri mattina, mentre Lyán era fuori a cercare le sue inutili erbe, ho indossato guanti di lattice per evitare un contatto diretto e gli ho iniettato una dose blanda di morfina.

Dopo qualche minuto, il dolore è svanito. È tornato a respirare regolarmente, ha riaperto gli occhi, si è guardato intorno come se non sapesse più dov’era, poi mi ha fissato e ha chiesto con un filo di voce: «Che cosa hai fatto … John?»

«Ti ho tolto il dolore.»

«Con la tua medicina?» ho annuito e lui ha preso a singhiozzare, così ho capito che era l’ultima cosa che voleva, che l’ho preso a tradimento e che non me lo perdonerà.

Infatti, quando Lyán è tornato, dopo aver parlato tra loro concitatamente Ishá l’ha afferrato per un braccio e l’ha scosso violentemente. L’ha rimproverato di averlo lasciato solo con me. Il ragazzo è andato a sedersi in un cantuccio, visibilmente mortificato.

Ho cercato di consolare Lyán.

«Lyán non dovevo farlo forse ma … ho cercato solo … di aiutarlo.»

«Tu … tu puoi … aver rotto il suo dono!»

«Pensi che la mia medicina possa danneggiare il suo dono?»

«Sì! Non dovevi!» ha detto Lyán con rabbia.

«John … vieni …» la voce di Ishá ha placato qualsiasi confronto tra me e suo fratello, mi sono seduto vicino a lui e lui mi ha fatto cenno di avvicinare l’orecchio alle sue labbra.

«Io non posso curarmi con la tua medicina. È il dono che … deve curarmi. Il mio corpo guarisce da solo … ci vuole soltanto un po’ di tempo.»

«Beh … io questo non lo sapevo. E dopo cinque giorni di agonia … non potevo più sopportarlo!»

«Tu … non potevi sopportare … cosa?»

«Di vederti … di assistere a quel tormento senza fare niente!»

«Volevi salvarmi John?»

«Volevo aiutarti.»

«Pensavi che sarei morto?»

«Ho avuto paura che accadesse, che il veleno che hai tolto a quella donna …»

«Allora pensi davvero che sia accaduto questo? Pensi che io sono stato capace di assorbirlo da lei e prenderlo su di me?»

Questa è la terza bomba e spero sia l’ultima. Per uscire dal campo minato devo ammettere con lui che non ho più dubbi sulla sua natura di guaritore.

«Sì Ishá. Non so come tu abbia fatto ma tutto questo non può essere frutto di una manipolazione. La tua sofferenza era autentica, com’era autentica la lotta che il tuo organismo stava sostenendo contro il veleno.»

«Ti ho dato una prova … sufficiente?»

Santo Cielo, a me basta e avanza ma non so se sarà sufficiente per chi mi ha commissionato il mandato per la ricerca.

«Sì Ishá. Credo davvero che tu sia … un guaritore.»

«Grazie John. È importante … che tu creda in me perché da adesso in poi potrai imparare molte altre cose. Tu adesso … sei pronto.»

Santo Cielo di nuovo, di quali misteri mi metterà a parte questo ragazzo che gestisce un dono così potente con la semplicità di chi tira su acqua da un pozzo?

E come faccio a opporre ancora dubbi dopo ciò che ho visto?

Ishá ha impiegato un’altra settimana per riprendersi del tutto dal suo miracolo. Lyán ha respinto tutti i pazienti che si sono presentati alla grotta. Ishá ha provato a protestare ma suo fratello è stato irremovibile, niente guarigioni finché la sua non sarà completa.

Abbiamo parlato molto in questi giorni, lui ha un modo disarmante di spiegarmi le cose e mi ha messo a parte di alcuni suoi segreti che non so perché non mi hanno stupito.

Ishá entra in contatto con i suoi pazienti toccandoli, il suo tocco genera un flusso di energia ma questo flusso va in due direzioni, da lui al malato e viceversa dal malato a lui. Quindi con quel contatto Ishá percepisce tutta una serie di sensazioni, di emozioni e di pensieri. Assorbe in modo quasi totale tutto l’universo emozionale di quella persona.

Per questa ragione evita di essere toccato da chiunque, fatto salvo suo fratello.

«Quindi per questo mi hai detto che io non devo toccarti?» ha sorriso come fa di solito quando si rende conto che ho capito qualcosa ma lo fa anche se si accorge che non ho capito affatto.

«Sì John. Non potevo permettermi di entrare in contatto con te.»

«Perché? Mi ritieni pericoloso o indegno?»

«No! No! Ma se l’avessi fatto avrei avuto la possibilità di comprendere cosa ti aspetti da me e comportarmi di conseguenza.»

Quest’uomo non finisce mai di stupirmi, ha evitato di toccarmi per impedirsi di scoprire i miei pensieri nascosti, le mie intenzioni, il mio atteggiamento verso di lui.

«Quindi hai fatto in modo che io ti dicessi volontariamente quello che nascondevo?»

«Non nascondevi nulla John, io sapevo quello che volevi fare, conoscevo le tue intenzioni. Ma avrei visto di più.»

La parte recondita del mio spirito? Il lato oscuro dello stregone occidentale?

«Sei un uomo buono John. Hai solo bisogno di fede.»

«Fede in te? Nelle tue divinità?»

«Fede in te stesso.»

«Leggi il pensiero Ishá? E leggi il futuro? Cose come … la morte?» chiedo ricordando che aveva predetto la morte dell’uomo anziano che si è puntualmente verificata.

«Leggo … a volte, non sempre … le emozioni o le passioni. La parte intensa dell’anima. E a volte percepisco la fine, non lontana nel tempo, la avverto se è prossima.»

«Quindi puoi dire se una persona morirà ma non quando. E puoi farlo solo se quell’evento è abbastanza vicino?»

«Esatto.»

«Perché hai curato quell’uomo anziano se sapevi che sarebbe morto?»

«Perché lui soffriva molto. Le sue ossa gli davano dolore e aiutarlo non mi è costato sacrificio, mentre per lui liberarsi dal dolore è stato utile per avere la forza di affrontare la morte.» Ecco, quando Ishá parla, quando spiega le sue ragioni io ho una sorta d’illuminazione e mi si apre un mondo che mi sembra di non aver mai considerato.

Ieri sera è avvenuto un altro miracolo, non spettacolare come quello della donna morsa dal serpente, piuttosto un miracolo interiore e il miracolato sono io.

Eravamo fuori della grotta a fissare il cielo punteggiato di stelle, stavamo tutti e tre in silenzio, l’aria era umida e odorava di fango ed erba bagnata, quando sono a contatto con la natura di questi luoghi la mia anima si predispone alla meraviglia e al mistero.

Ishá mi ha sfiorato la spalla e ha sussurrato: «Anche tu hai un dono John. Il tuo dono è l’empatia. Ho detto bene la parola nella tua lingua?»

L’aveva detta bene, anche se non so dove l’abbia sentita, ho confermato che la pronuncia era corretta e ho aggiunto che non credevo di avere nessun dono.

«Non lo avrai finché non ne sarai consapevole e lo userai a beneficio degli altri.»

Ho replicato che un medico deve per forza essere empatico, quando cura chi soffre è coinvolto in quella sofferenza, vuole aiutare, vuole guarire.

Lui ha sorriso e ho avuto la certezza che era un sorriso indulgente, non avevo capito cosa stesse cercando di dirmi ma non ha insistito a spiegare meglio cosa intendeva.

Un attimo dopo ho provato una sensazione di angoscia, come se qualcosa mi stringesse l’anima. In quel momento sono diventato improvvisamente consapevole delle sue parole, ne ho sentita la potenza, ed è stato doloroso.

Le piogge sono terminate, resta un vento persistente umido e caldo.

Due bramini sono venuti al villaggio, hanno portato scompiglio e allo stesso tempo grande eccitazione e sono stati accolti con musica, canti, danze e valanghe di cibo.

Da dove sia venuta fuori tutta quest’abbondanza non so dirlo ma mi hanno coinvolto nei festeggiamenti. Ho mangiato a sazietà per la prima volta dopo due mesi.

Ishá e suo fratello si sono tenuti lontani dalla mischia, relegati nella loro grotta, e quando i bramini li hanno raggiunti li hanno accolti ma hanno mantenuto le distanze.

Seduti sul giaciglio di Ishá i due fratelli hanno fatto accomodare i bramini su alcuni cuscini sistemati ad almeno due metri da loro, hanno offerto loro del tè e hanno ascoltato tutte le richieste che venivano dai rappresentati del tempio, senza mai interromperli.

Poi Ishá si è toccato la fronte e ha parlato.

Non ho la più pallida idea di cosa abbia detto, né di cosa i bramini abbiano detto a lui, ma ho visto i loro volti man mano farsi più contrariati e stupiti, finché uno dei due ha interrotto bruscamente Ishá. Il suo tono era perentorio e anche se non ho compreso neanche una delle sue parole ho capito perfettamente che lo stava minacciando.

Ishá ha chinato la testa ed io ho creduto per un attimo che si sarebbe piegato alle loro richieste e alla loro autorità, invece di colpo si è alzato, ha indicato loro l’uscita e li ha cacciati.

Non posso crederci, Ishá oggi ha buttato fuori i bramini e l’ha fatto con un’espressione serena sul viso ma con una fermezza che gli irrigidiva tutto il corpo, ed è stato così efficace che i due si sono alzati e si sono affrettati a uscire.

Subito dopo si è accasciato, si è stretto le ginocchia tra le braccia e ha cominciato a dondolare il corpo avanti e indietro. Lyán si è seduto accanto a lui e gli ha messo un braccio sulle spalle stringendolo a sé. Io sono rimasto in disparte, anche se avrei voluto capire cosa fosse successo.

Ha impiegato diversi minuti a riprendersi da quell’alterco, poi mi ha guardato e ha mormorato: «Vogliono che torni al tempio.»

«E tu non vuoi?»

«No. Loro dicono che il mio dono non è per tutti. Vogliono che io faccia … distinzione.»

«Distinzione? Cioè devi curare solo alcuni e non altri?»

«È quello che fecero quando ero bambino. Dicevano che dovevo curare solo alcune persone perché lo sforzo non fosse troppo per me ed io pensavo che fosse giusto, ero un bambino e un bambino non è abbastanza forte per un dolore troppo grande. Ma poi ho capito che non era quella la ragione.»

«E qual era la loro priorità?» mi ha guardato e ho pensato che non conoscesse quella parola; invece, aveva capito benissimo e sempre dondolandosi ha risposto: «Le persone che facevano più offerte al tempio.»

Ci avrei giurato, venivano prima coloro che si potevano permettere di più e l’ovvietà di quella risposta apparteneva più al mio mondo che al suo.

«Cosa farai?»

«Assolutamente nulla.»

«Possono costringerti?»

«No. Ma hanno cercato di corrompermi.»

«Cosa ti hanno offerto?»

«Comodità, cibo, la loro comunità, la loro medicina e …»

«E?»

«Hanno promesso di mandarti via.»

L’ha detto senza guardarmi come se provasse vergogna per loro ed io ho reagito scoppiando a ridere. E un attimo dopo rideva anche lui, una risata tanto incontenibile che ha fatto ridere anche Lyán. Abbiamo riso così a lungo che alla fine ho cominciato a tossire e lui subito si è alzato e mi è venuto vicino.

«È tutto okay! Sto bene!» e allora ha ripreso a ridere, poi ha abbracciato suo fratello e gli ha detto qualcosa in un orecchio, come se io fossi in grado di capire le sue parole e volesse tenermele segrete, Lyán ha annuito ridendo ed è corso fuori.

«Ti porto alla sorgente.» ha detto Ishá.

«Sorgente?» Quella parola in quel momento poteva avere due significati: una sorgente d’acqua o la sorgente del suo dono. Ormai sono permeato dal suo misticismo e temo che non me ne libererò mai più. Ma quando ho visto Lyán raccogliere tutto il cibo che era rimasto in una giara e legarsela sulla schiena, ho capito che stavamo per fare un picnic.

Mi sono preso tempo prima di raccontare la nostra gita. Ho sempre pensato di essere un uomo pratico e di utilizzare la mia logica come strumento di analisi.

Ma da queste parti la logica non serve a niente.

Quindi non cercherò di dare spiegazioni, descriverò semplicemente i fatti.

Abbiamo percorso un sentiero che saliva verso la montagna, non è una montagna alta ma sicuramente per arrivare in cima ci vogliono almeno due giorni di cammino. Noi abbiamo camminato per circa quattro ore ed io sono rimasto senza fiato più volte, costringendoli a fermarsi ripetutamente. E ogni volta Ishá mi ha domandato con apprensione se pensavo di farcela. Non sono allenato a camminare, gioco un po’ a tennis ma non ho molta resistenza sui lunghi percorsi, inoltre qui l’aria è rarefatta.

Ma ho resistito e siamo arrivati alla sorgente.

L’acqua cade dall’alto di una roccia, forma una cascata copiosa, specie dopo le ultime piogge, e si tuffa in un laghetto cristallino, il cui fondale è visibile anche dall’alto. È pieno di pesci, di alghe e di rocce. E tutto intorno nell’aria vibrano libellule e farfalle e dagli alberi cadono piccoli fiori bianchi che si adagiano sul pelo dell’acqua.

Un luogo paradisiaco ma non era stupefacente l’aspetto di quell’angolo di bosco, lo era la magia che sembrava permearlo.

Ishá e Lyán si sono spogliati e si sono tuffati nell’acqua, ridendo e gridando, e incitandomi a fare lo stesso, ed io che sono per natura molto riservato ho fatto un vero sforzo di volontà a raggiungerli, senza spogliarmi del tutto e non con un tuffo ma camminando goffamente sulle pietre che circondavano il laghetto.

L’acqua era gelida e ho pensato “mi prenderò una polmonite” ma non so perché non m’importava.

Ho nuotato verso di loro e Ishá ha preso a saltare di gioia e a gridare il mio nome.

Ride e ride suo fratello e alla fine rido anch’io e ho il cuore colmo di una gioia estatica, come quella che provavo da bambino, quando andavo in vacanza al lago e facevo il primo bagno della stagione. E mentre rido e mi godo quell’emozione nuova e insieme antica vedo Ishá andare verso la cascata e sparire sotto il violento getto d’acqua.

Un senso di pericolo mi toglie il sorriso, guardo Lyán con apprensione e lui scuote la testa per fugare i miei timori.

Ishá è rimasto sotto la cascata molto tempo, non lo vedo ma so che è lì, e mi gingillo a osservare i pesci e le alghe, con lo sguardo pronto a cogliere il suo ritorno.

Quando riappare mi fa cenno di raggiungerlo.

Non appena gli sono vicino mi mette le mani sulle spalle e dice: «Fai un bel respiro John, un respiro profondo e trattieni l’aria.»

Sono come ipnotizzato, non batto ciglio e obbedisco.

Un attimo dopo lui mi tira per le braccia e sono sotto una tonnellata d’acqua che mi strapazza da tutte le parti e mi entra nel naso e nelle orecchie, poi di colpo sono fuori.

Ishá ha le spalle schiacciate contro la roccia e la cascata ora è dietro di me. Siamo in una nicchia rocciosa e il suono dell’acqua è assordante.

Mi volta verso la cascata e dice: «Guarda John!»

Ed io vedo mille arcobaleni che si formano e si dissolvono e l’acqua sembra un drappo di seta bianca. Rimango stregato e sono senza fiato. Lo sento ridere, poi mi tira di nuovo sotto la cascata, bevo e annaspo, lui mi trascina e mi riporta nella calma confortevole del laghetto. Con gli occhi fissi nei miei chiede: «Bello vero?»

«Magico.» rispondo io e lui manda indietro la testa e ride.

Il sole sta tramontando ed io penso che sarebbe bene tornare perché mi sembra pericoloso affrontare il sentiero di notte ma Ishá non ha intenzione di riprendere la strada di casa. Dormiremo qui, mi dice, come se fosse stato ovvio fin dal principio.

Mi guardo intorno, è bosco fitto, pieno di animali selvatici e di serpenti, lui sembra leggermi nel pensiero, si alza e cerca dei rami bassi tra gli alberi, lega un capo del lungo telo che usa per coprirsi a un ramo, poi lo tende e lo lega a un altro ramo dal lato opposto, creando una specie di amaca.

Mi fa cenno di provarla. No, non credo che vada bene ma insiste, mi aiuta a salire e a sistemarmi meglio possibile e ride ancora. Lyán intanto ha servito la cena: con delle grosse foglie di palma poggiate sulle rocce ha creato una sorta di piatti e li ha riempiti di cibo. Scendo dalla mia amaca e mangio qualcosa con loro.

Siamo silenziosi, tutti e tre, poi Ishá mormora: «Capisci cosa intendevo per comunione?»

«Sì Ishá. Essere totalmente, intensamente e felicemente parte di … tutto questo.»

«Potrei mai godere di un’uguale meraviglia se vivessi al tempio?»

«No Ishá. Tu appartieni a questa terra e alla tua gente. Tu non hai nulla a che vedere con il tempio. Tu non saresti più tu se andassi a vivere al tempio.»

«Vedi John come sta diventando facile per te … comprendere?»

«Sei tu … che sei bravo a insegnare.» mi sorride e per un attimo ho la sensazione che tra noi si sia creato qualcosa di nuovo e di profondo e questo mi fa sentire al sicuro.

Così ho trascorso la notte nella mia amaca, dondolato dal vento caldo e ipnotizzato dal suono sordo e uniforme della cascata, mentre Ishá se ne sta su un cuscino di muschio, abbracciato a suo fratello, stretti entrambi nel dhoti di Lyán.

Non ho chiuso occhio ma non me ne rammarico perché i suoni, gli odori e le immagini che mi hanno circondato per tutta la notte sono stati una scoperta estatica.

Quando Ishá, poco prima dell’alba, si è alzato e seminudo è andato verso il sentiero io l’ho seguito, non per spiarlo ma per cercare di comprendere di più.

Si è seduto con lo sguardo verso l’orizzonte e ha iniziato a pregare.

Riesce a stare immobile in quella che io ritengo una posizione terribilmente scomoda, per ore e senza muovere un muscolo, così mi sono seduto anch’io e ho atteso pazientemente che terminasse le sue preghiere.

Dopo un po’ che sono lì la sento salire, parte dallo stomaco, sembra quasi un languore, come se avessi fame, poi si dilata e m’invade i polmoni, il ritmo del mio respiro cambia, diventa affannoso, e il cuore accelera i battiti, percepisco tutto questo e non so dargli un nome. Improvvisamente si fa largo nella mia mente, è come una nebbia pruriginosa, mi fa sentire leggero, come se potessi staccarmi dalla terra e galleggiare nell’aria.

È una sensazione gradevolissima ma mi spaventa. Svanisce così com’è arrivata.

E resto immobile a chiedermi cosa mi ha attraversato.

Fuori dalla caverna c’è di nuovo una piccola folla, sento una donna che grida e piange, voci concitate, Lyán fa il suo dovere di portinaio, esce e dopo poco rientra, dice qualcosa a Ishá e lui subito si alza, spostano dei cuscini, sistemano un telo sopra di essi, poi Ishá va ad accogliere i visitatori.

Portano dentro a braccia una donna visibilmente sofferente con un’enorme pancia e la stendono sui cuscini. Ishá le si avvicina, le parla ma non la tocca.

Lei piange, poi grida e si contorce e Ishá posa la mano sulla sua fronte, le parla ancora e lei annuisce e gli afferra la mano, la bacia e la copre di lacrime. Lui le prende entrambe le mani e le stringe, poi gliele unisce sul petto e posa le sue sulla pancia; sta per partorire, soffre molto e sono certo che Ishá sa come placare quel dolore.

Preme le mani ai lati della pancia, poi le sposta, una sotto il seno e l’altra sull’inguine, la pressione che esercita è decisa ma delicata.

S’inginocchia e ripete quei gesti tre o quattro volte, la donna piange ancora ma non grida più. Improvvisamente Ishá mi guarda, non dice nulla ma il suo sguardo mi attira verso di lui e quando gli sono vicino mi sussurra: «Ho bisogno di te.»

«Cosa?»

Sono attonito e terrorizzato, lui prende un rametto di legno e disegna sulla terra battuta due gambe che vanno verso l’alto, una testa e due braccia sempre verso l’alto, una schiena verso il basso.

È la posizione del bambino, capisco al volo cosa vuole ma fare un cesareo qui … è follia anche solo pensarlo.

Come se mi avesse letto il pensiero mormora: «John … devi girarlo.»

Io non sono un ostetrico, non ho mai fatto una manovra di rivolgimento fetale e anche se so come si fa tecnicamente non sono per niente sicuro di riuscirci.

«John … ti prego. Devi … farlo.»

Nella sua voce c’è tutta la tensione del dolore che sta assorbendo dalla donna.

M’inginocchio accanto a lui e poggio le mani sulla pancia, la spingo da un lato e poi tiro dall’altro, spingo dal basso verso l’alto e poi dall’alto verso il basso, poi di nuovo spingo di lato e non so cosa sto facendo ma qualcosa dovrà pure accadere.

Devo fare presto.

Ripeto più volte quell’operazione, poi le mani di Ishá si poggiano sulle mie, non mi guida ma segue i miei movimenti e i palmi delle mie mani diventano caldi.

Stringo la pancia della donna ed eseguo un movimento di compressione più deciso, prima di lato poi dal basso in alto, due, tre, quattro volte e di colpo sento un movimento dentro di lei, come un palloncino gonfio d’acqua che rotola.

Ishá le parla, ha il fiato corto e le sue parole si spezzano in singhiozzi ma lei capisce e spinge, spinge con tutte le sue forze.

Ishá trema e suda, sta assorbendo dolore non so più da quanto, poi finalmente vedo la testa del bambino.

Lyán è accanto a me, ha preparato un telo di cotone ed è pronto ad accogliere il piccolo. Ishá parla ancora alla donna, ora il suo tono è fermo, deciso e lei obbedisce e dà una spinta con tutta la forza che le è rimasta, ed ecco il bimbo che scivola tra le mie mani, lo estraggo e lo consegno in quelle di Lyán.

Ishá inspira profondamente e la donna lo abbraccia, lo stringe, lo bacia e grida e piange e ride. E lui che non vuole essere toccato si lascia andare a quell’esplosione di tenerezza e a quell’intimità senza fare nessuna resistenza.

Madre e bambino stanno bene, ho dato loro un’occhiata da stregone occidentale e ho reciso il cordone ombelicale ed estratto la placenta, si sono allontanati tutti dopo aver salutato con un inchino il guaritore, lasciando nella ciotola delle offerte una moneta ciascuno e nella cesta molto cibo fresco.

Ishá è esausto ma mi sorride e dice: «Grazie John, non avrei potuto aiutarla senza di te.»

«La mia medicina e la tua Ishá … insieme sono invincibili!»

Scoppia in una risata sonora poi si alza e viene verso di me e inaspettatamente per la prima volta e con naturalezza mi abbraccia.

«Sai John mi sono sempre chiesto … cosa induca le donne a fare … tanti figli e con tanto dolore ogni volta. Adesso lo so.»

«Lo sai? Come?»

«L’ho sentito. Quando lei mi ha abbracciato e mi ha tenuto stretto io ho sentito la sua gioia, era così intensa e assoluta … ecco perché lo fanno. Perché dopo il dolore … c’è una gioia infinita.»

E quando lo guardo mi accorgo che piange, le lacrime gli rigano le guance.

La parola empatia se avevo dubbi ha adesso anche per me un senso compiuto.

Ma per Ishá è qualcosa di fisico.

Lui partecipa al dolore dei suoi pazienti con ogni fibra del suo corpo e a volte, come in questo caso, viene coinvolta anche la sua anima, talmente intensamente e profondamente da farlo piangere.

Un coinvolgimento emotivo simile deve lasciare una traccia indelebile nella psiche e nell’anima. È un’esperienza che vorrei fare almeno una volta, solo una volta però, perché credo che di più mi ucciderebbe.

Forse potrei tornare a casa, in fondo ho raccolto abbastanza elementi per provare che Ishá non è un millantatore ma soprattutto che non è un imbroglione.

Vive ai limiti della povertà, non chiede nulla e se ha più del necessario aiuta chi ha meno di lui; quindi, non approfitta del suo prossimo né si arricchisce, come mi è capitato di vedere per altri pseudo guaritori, sciamani, santoni o stregoni.

Ma non riesco a pensare di lasciare questo strano paese, questa strana casa, questi strani amici. Ho assorbito molte emozioni e molta esperienza da quando sono qui e non mentivo quando ho detto a Ishá che lui è un bravo maestro, mi ha insegnato molto e soprattutto mi ha insegnato tre cose fondamentali: che sia io che lui abbiamo dei limiti e dobbiamo accettarli, che io ho un dono e devo imparare a usarlo e che non sempre sapere vuol dire comprendere.

10 novembre 2010

Ho mandato un telegramma alla società di ricerca che mi ha affidato il mandato, ho comunicato che ho raccolto dati sufficienti a stabilire la natura degli episodi di guarigione che si sono verificati in questo luogo dimenticato da Dio ma provvisto di un santo guaritore. Non ho specificato se sono dati che confutano o confermano i miracoli, mi riservo di farlo di persona. Ma ho sottolineato come l’ingerenza dei bramini sia sgradevole e inopportuna, con la speranza che qualcuno li tenga lontani da Ishá. Questo perché quando ho accennato alla mia intenzione di tornare in Inghilterra ho visto affiorare la natura fragile e indifesa di quest’uomo che fino ad ora mi è sembrato invincibile.

«Vai via John? Davvero vuoi andartene? Ho fatto qualcosa che ti ha offeso?»

«Ma che dici Ishá! Mi avete trattato come un re, questi due mesi e mezzo per me sono stati un’esperienza meravigliosa che non dimenticherò mai.»

«Allora perché?»

«Perché … ho il mio lavoro, la mia vita e … i miei impegni che ho messo in pausa per venire qui.»

«Hanno bisogno di te John?» Nessuno ha bisogno di me, io non ho una famiglia e il mio lavoro può farlo qualsiasi altro medico con la mia esperienza e ce n’è più di uno e in fondo non ho neppure una fitta schiera di amici ma tornare a casa è tornare a casa, una calamita potente. Oppure no?

«In realtà no. Nessuno ha bisogno di me.»

«Ti manca il tuo paese? La tua lingua? Le tue … comodità?»

A quel punto scoppio a ridere e fatico a dargli una risposta ragionevole.

«Sì Ishá! Mi mancano soprattutto le mie comodità. La vasca idromassaggio, il barbiere, il ristorante italiano, il vino francese. Accidenti se mi mancano!»

Lui annuisce anche se credo che nessuna delle cose che ho citato abbia significato per lui.

«Okay.» dice con rassegnazione e cerca di sorridere mentre i suoi occhi si riempiono di lacrime e comincia a tremare.

«No Ishá, per favore no! Non piangere perché non lo sopporterei.»

Deglutisce con forza, ingoiando le lacrime, poi si alza e va a prendere la sua scatola.

Tira fuori una serie di piccoli oggetti, alcuni di pietra, altri di legno, poi sceglie tra essi un piccolo disco di vetro che è stato fuso intorno ad un fiore bianco, lo mette nella mia mano e dice: «Non è un portafortuna e non ha poteri magici, quindi non ti proteggerà ma spero che ti farà pensare a me e a quel giorno alla sorgente. Il fiore al suo interno viene da là. Non dimenticare John, non dimenticare mai. Perché io non ti dimenticherò, sarai sempre nei miei pensieri e nelle mie preghiere e qualunque sia il mio destino averti conosciuto è stato un onore e un privilegio.»

Ecco, a questo punto sono stati i miei occhi a riempirsi di lacrime e in quel preciso istante ho deciso che sarei rimasto, perché sentirgli citare il suo destino mi ha messo in ansia.

Lo abbraccio ma non per salutarlo e poi dico: «Ci sai proprio fare con le persone Ishá. Sei un intrigante manipolatore ma tu usi quest’arte per fare del bene. Ed io sono onorato quanto te di averti conosciuto e forse … non sono ancora pronto ad andare via.»

La sua reazione è stata travolgente, ha preso a stringermi per poi allontanarmi e poi stringermi di nuovo e tutto ciò accompagnato da un riso convulso e dal mio nome ripetuto fino fargli perdere significato.

«Comunque, l’amuleto lo tengo. Mi piace molto.»

«Oh, sì John! Non sai come sono felice.»

«Lo vedo benissimo. E … sono felice anch’io.»

In fondo perché no, perché non posso godermi qualche altro mese con loro, un po’ di tempo per scoprire altre meraviglie e altri miracoli, senza l’obbligo di doverli analizzare come cellule al microscopio.

Voglio vivere qui, voglio stare con Ishá e suo fratello e condividere con loro cibo, aria e mistero. Voglio osservare questo ragazzo accogliere, curare e consolare questa gente umile, ancora legata a un mondo fatto di natura, miracoli e fede, così semplice e con un’anima ancora infantile e schietta.

Casa è casa ma casa … è ovunque ti senti a tuo agio e sei felice.

Non ho più l’assillo di prendere appunti, quindi sono passate due settimane dall’ultima volta che ho aperto questo quaderno. Ishá sembra non avere tregua; non so se ci sia al villaggio o nei villaggi vicini un’epidemia di polmonite batterica ma qui alla grotta c’è un continuo pellegrinaggio di uomini, donne e soprattutto bambini con tosse, febbre e convulsioni.

Potrebbero essere curati all’ospedale della missione ma vengono tutti qui.

Sembra che si fidino solo di Ishá e lui non si risparmia.

Da tre giorni ha la febbre alta e tossisce fino a restare senza fiato. Non vuole che mi prenda cura di lui, beve gli intrugli che gli prepara Lyán, da lui si lascia spargere sul petto impacchi maleodoranti e appiccicosi, chiede continuamente acqua e suo fratello gli fa bere quella tirata dal pozzo. Magari è proprio quella che sta infettando tutti.

Mi sento impotente e inutile e per un medico questo è devastante.

Ho chiesto al capo villaggio se qualcuno può portarmi in città, vorrei trovare il modo di aiutare questa gente ma soprattutto vorrei aiutare Ishá.

A Konorak ho trovato una farmacia e ho acquistato di tasca mia alcuni medicinali di base. Voglio distribuirli tra la gente del villaggio ma per fare questo ho bisogno di un garante e di un interprete. Così ho tirato da parte Lyán e gli ho spiegato le mie intenzioni.

Sta cominciando a comprendere un po’ meglio l’inglese e fa anche un maggiore sforzo a parlarlo. Non so se ho conquistato la sua fiducia ma quando ha capito che quello che ho intenzione di fare aiuterà suo fratello, limitando il pellegrinaggio alla grotta, ha subito accettato di aiutarmi.

Così abbiamo fatto il giro delle abitazioni del villaggio, abbiamo distribuito scatole di antibiotici contro lo pneumococco e bustine di vitaminici e fluidificanti.

Ho spiegato a ogni capo famiglia che è fondamentale la nutrizione e che possono aiutare la respirazione con dei fumenti.

Ho avuto subito la sensazione che si fidassero delle mie parole. Qui al villaggio tutti sanno che sono “il dottore inglese amico di Ishá” ed è sicuramente questa la sola ragione che li ha convinti a prendermi in considerazione.

Ishá ha rifiutato di ingerire qualsiasi medicinale ma ho convinto Lyán a preparare una pentola con acqua bollente dove ho sciolto di nascosto la polvere fluidificante e gli ho fatto respirare il vapore.

Ha accettato anche perché quella medicina è inodore e quindi lui è convinto di aver respirato solo quello che ha definito il fumo caldo.

Spero che basti almeno ad alleviargli la tosse.

Ancora una volta ho tradito la sua fiducia ma non riesco a rimanere a guardare.

La tosse è diminuita molto, continuo a fare fumenti a Ishá due volte al giorno e ieri per la prima volta dopo quasi venti giorni si è messo seduto e ha mangiato.

Solo il brodo di verdure che gli prepara Lyán, perché fa fatica a deglutire, ma l’ho costretto a ingerire anche un po’ di frutta schiacciata e zuccherata.

Per rassicurarmi a un certo punto mi ha sorriso e ha detto: «John guarirò presto, devi stare tranquillo.»

«No Ishá, non sono tranquillo per niente. Tu non hai idea di quanto possa essere insidiosa questa malattia e di quanto sia debilitante.»

«Tu non ti fidi delle mie parole perché continui a vedere tutto attraverso la tua medicina ma io ho fiducia nel mio dono e so che è tutto okay.»

«Oh sì … certo, tutto okay.»

È ostinato, è caparbio, a volte mi manda fuori di testa ma sto vivendo il rapporto con lui in un modo diverso ora.

Non sono più il cacciatore d’impostori, sono suo amico e a volte mi sento suo padre.

Ishá è finalmente guarito, non ha febbre da tre giorni e respira bene, sta riprendendo le forze e la buona notizia è che anche al villaggio i casi di polmonite sono quasi del tutto scomparsi.

Non ha potuto pregare al sorgere del sole in questi giorni, credo che gli sia mancato molto quel rito di preghiera perché mentre era ancora buio mi ha svegliato e mi ha chiesto di accompagnarlo alla radura ed io ho accettato.

Si è appoggiato al mio braccio, deve essere molto debole per farlo, se può sfugge il contatto con me, e mi ha consentito anche di aiutarlo a sedersi e siccome Ishá è quasi sempre a torso nudo è stato inevitabile che io lo toccassi sia sulle braccia sia sulle spalle. Mi ha guardato, ha sorriso e ha detto: «John sto bene, smetti di fare cattivi pensieri.»

«Non ho fatto nessun cattivo pensiero.»

«Va bene. Allora ho interpretato male.»

«D’accordo stregone telepatico! Che cosa hai letto nella mia mente?»

«Ho letto pena, ansia, preoccupazione. Ancora non riesci a credere John?»

«Al tuo dono? Certo che ci credo …»

«Ma non ti basta. Credi ancora più nella tua medicina che nel mio dono.»

«Beh … la gente del villaggio ha accettato di curarsi con la mia medicina e sono guariti!»

Mi ha fissato con un lampo di rabbia negli occhi.

«Hai dato medicine alla mia gente?» Ho capito in quel momento che Lyán non aveva fatto parola della nostra missione e che Ishá non ne era al corrente.

«Certo che l’ho fatto e l’ho fatto per te!»

«Per me?»

«Sì, per evitare che continuassero a venire alla grotta a infettarti!»

È rimasto in silenzio a fissarmi per forse buoni tre minuti ed io ho sostenuto il suo sguardo con orgoglio e convinzione, poi mi ha fatto cenno di sedermi ed io mi sono accomodato nell’erba di fronte a lui, per non perdere il contatto con i suoi occhi.

«Le buone intenzioni sono buone intenzioni.» ha detto a bassa voce «Ma molto male viene fatto con la buona intenzione di fare del bene.»

«Stai dicendo che ho fatto del male alla tua gente Ishá?»

Il mio tono di voce furioso e risentito deve averlo sorpreso.

«Non ho detto questo.» ha sussurrato.

«No? E cosa hai detto allora?»

Per la prima volta mi è sembrato che non avesse la risposta ma poi ho capito che cercava le parole giuste per non ferirmi, per non offendermi.

«Hai fatto del bene John, sei generoso e sei empatico. Ma quando sei arrivato qui mi dicesti che non avresti interferito nel rapporto tra me e i miei malati.»

«Quindi è questo che non accetti? Che io interferisca? Ma con la donna che non riusciva a partorire mi hai chiesto tu di interferire o sbaglio?»

Ha sospirato e poi mi ha teso la mano ed io gli ho dato la mia.

«Non avevo nessun potere su quello che stava accadendo a quella donna.»

«Mentre contro la polmonite lo avevi? Potevi continuare a guarire tutto il villaggio e ad ammalarti al posto loro all’infinito?»

«Perché credi che io non sia abbastanza forte da …»

«Perché non lo sei Santo Cielo! Ti credi indistruttibile? Immortale? Non ti basta vivere sulla tua pelle la sofferenza della malattia? Vuoi arrivare al punto di morire per capire che hai dei limiti? Me lo hai insegnato tu, entrambi abbiamo dei limiti e dobbiamo accettarli.»

«So qual è il mio limite John come tu sai qual è il tuo. Perché non ti fidi del mio giudizio?»

«Perché ho paura! Ho paura della tua sofferenza! Non riesco …»

«Non riesci a tollerare il dolore degli altri John?»

«No, solo il tuo!»

«Il mio … il mio soltanto? Perché?»

Al diavolo il mio stupido orgoglio e al diavolo anche tutto il distacco che mi ero ripromesso di mantenere e così l’ho detto.

«Perché ti voglio bene Ishá … come se fossi mio figlio!»

Questo deve averlo colpito profondamente, ha stretto la mia mano così forte che le mie dita hanno scricchiolato e di colpo il suo sguardo è cambiato, da inquisitorio e severo è divenuto amorevole, dolce e stupito. Ha tenuto i suoi occhi nei miei così a lungo che ho creduto che volesse ipnotizzarmi.

«Hai detto una cosa che mi ha colpito il cuore John. Hai cercato di proteggere tuo figlio. Tu vuoi proteggermi?» Ho annuito soltanto, perché avevo le lacrime in gola.

«Abbracciami John.» l’ho abbracciato e ho percepito in quell’istante la fonte del suo dono.

Adesso può sembrare stupida retorica, il solito pasticcio di sentimentalismo e melensa emotività, detto così a parole non riesco a trasmetterne la potenza.

Eppure, è esattamente quello che ho sentito: un amore immenso, senza limiti e senza compromessi, e soprattutto senza aspettative.

Poi ha mormorato: «Prega con me John.»

“Io non so pregare” ho pensato ma non l’ho detto. Mi sono seduto accanto a lui e ho guardato sorgere il sole, vuotando la mente da qualsiasi pensiero.

Ed è tornata. Dallo stomaco è andata su, mi ha riempito i polmoni, è salita per la gola e poi è esplosa nella testa, quella bolla senza nome che mi fa sentire leggero come l’aria, capace di staccarmi dalla terra e galleggiare. Questa volta non ho avuto paura, le ho fatto spazio, l’ho lasciata fare e di colpo tutto era pace, dolcezza, bellezza e meraviglia.

Attingendo al mio diario ho compilato un rapporto dettagliato su Ishá da inviare alla società di ricerca. Hanno sollecitato il mio rientro e devo a tutti i costi dar loro una ragione per lasciarmi ancora qui. Ho riepilogato i casi eclatanti: la ferita alla gamba destra del ragazzo che si era trasferita alla gamba destra del guaritore, il veleno in circolo nella donna morsa dal serpente che si era trasferito nel sangue del guaritore, i dolori del parto che il guaritore aveva assorbito, i sei casi di polmonite che il guaritore aveva curato ammalandosi a sua volta. So come suscitare dubbi perché li ho avuti io per primo; quindi, ho concluso dicendo che è necessaria una maggiore quantità di casi, soprattutto di guarigioni accertate e constatabili scientificamente. Ho promesso di scattare qualche foto con il mio cellulare e di documentare più dettagliatamente i prossimi miracoli.

Spero che tanto basti a far sì che non mi costringano a tornare.

Ishá mi sta addestrando alla contemplazione. Gli ho parlato di quella sensazione che ho provato sia pochi giorni fa sia quando eravamo alla sorgente.

Ha ascoltato con attenzione, poi a mani giunte ha sussurrato: «Assomiglia …. allo stato contemplativo John.» poi ha scosso la testa e ha aggiunto: «Ci vogliono ore di meditazione per raggiungerlo. Ci vuole molto allenamento e moltissima concentrazione. Io stesso impiego tempo ed energia per raggiungerlo.»

«Quindi è impossibile che io ci sia riuscito senza nessuno sforzo?»

Mi ha guardato e ha sorriso, quella che gli leggevo negli occhi era autentica ammirazione.

«Non vi è una briciola di fede né una sola convinzione religiosa in te. Tu non credi in nulla o t’imponi di non farlo. Tu sei un foglio bianco John. Questo luogo è pieno di misticismo e tu ne sei affascinato. Qualcuno o qualcosa sta scrivendo su quel foglio bianco.»

Mi si è fermato il respiro. Non sono sicuro di aver compreso le sue parole e sul momento mi hanno quasi spaventato ma lui ha sorriso ed era intensamente felice per me.

Quindi è una cosa buona ho dedotto.

Ora m’insegna a meditare e questo mi piace. Anche se mi resta un dubbio: chi o cosa si sta prendendo la briga di scrivere sul foglio bianco?

Prego con lui ogni mattina ma quella sensazione non è più tornata. Riesco a meditare, a vuotare la mente, a concentrarmi ma non è più tornata. E lui non mi chiede, non cerca conferma della mia iniziazione alla contemplazione, forse dà per scontato che avvenga e che io non ne parli con lui, oppure sa che ora che ne sono consapevole in qualche modo l’ho persa. Forse quello che la ostacola è il timore che mi ha invaso, la storia del foglio bianco mi fa davvero paura.

Ieri Ishá ha avuto a che fare con un caso di dermatite molto grave.

L’uomo aveva gambe e braccia ricoperte di vesciche, croste e ulcere aperte che essudavano pus. Ho scattato qualche foto di nascosto, poi l’uomo è stato steso come sempre ai piedi di Ishá e lui ha come sempre avviato il rito della guarigione.

Quando ha toccato la fronte dell’uomo l’ho visto rabbrividire, non so se di disgusto o di sofferenza, poi senza alcuna protezione e senza alcuna esitazione ha fatto scivolare le mani sulle braccia e sulle mani del paziente. Si è fermato qualche istante, con la testa china, poi è passato alle gambe. L’uomo sussultava a ogni tocco, sicuramente soffriva al contatto delle mani di Ishá con la sua pelle, solo quando le mani hanno toccato il suo petto si è rilassato.

Ishá gli ha parlato e lui improvvisamente ha sorriso e con le mani giunte ha detto qualcosa che ha fatto intervenire Lyán che si è avvicinato e ha sollevato l’uomo per le spalle, poi l’ha voltato su un fianco ed io ho visto la ferita: una piaga infetta all’altezza del rene sinistro. Lyán ha avvicinato una ciotola d’acqua e Ishá si è lavato le mani, poi ha poggiato il palmo destro sulla ferita con delicatezza, ha di nuovo chinato la testa ed è rimasto in quella posizione per almeno cinque minuti.

Quando ha tolto la mano le sue dita tremavano vistosamente.

L’uomo si è alzato faticosamente e ha sciolto il cordone di un sacchetto che portava in vita ma Ishá con un gesto della mano gli ha impedito di fare la sua offerta.

L’uomo ha cercato di insistere ma Ishá si è alzato e con gentilezza l’ha spinto fuori dalla caverna, l’uomo ha giunto le mani e si è inchinato tre volte, poi si è allontanato.

Quando Ishá è tornato dentro, tremava così violentemente che Lyán ha dovuto sostenerlo e farlo stendere.

«Ishá … va tutto bene?» ho chiesto inginocchiandomi accanto a lui.

«Dammi … solo tempo …»

«Certo. C’è qualcosa che posso fare?»

«Prendi … la mia scatola.»

Lyán ha dato fuoco a un mazzetto d’incenso e sta purificando l’interno della grotta, non lo aveva mai fatto prima e mi chiedo la ragione di questo nuovo rituale.

Gli ho portato la scatola e Ishá ha tirato fuori il suo amuleto di pietra grigia, ha cercato di metterlo al collo ma le mani gli tremavano, così l’ho fatto io per lui, l’ha stretto al petto e ha sussurrato un grazie affannato. Ho pensato che l’uomo dovesse essere davvero molto sofferente per ridurlo così.

Poi mi ha chiesto dell’acqua ed io l’ho fatto bere, ha tremato per un quarto d’ora almeno, poi pian piano ha si è ripreso.

«Quell’uomo … lavora alla tintoria … le piaghe che ha sulla pelle … sono le tinture che usa a fargli male … un tempo erano … coloranti naturali … ma ora … mescolano cose chimiche … per fissare il colore.»

«E la ferita al fianco?»

«È caduto in una delle vasche … si è ferito ma … il padrone della tintoria … non gli ha permesso di interrompere il lavoro e la ferita … si è infettata.»

«Santo Cielo! Li trattano come schiavi! Doveva andarsene subito …»

«John quell’uomo ha sette figli … deve lavorare o … moriranno di fame.»

«Per questo non hai voluto il suo obolo?» ha annuito e ho capito che è sfinito, così l’ho lasciato riposare e mi sono chiesto se esiste un modo per rendere questo mondo meno ingiusto e feroce.

Le braccia e le gambe di Ishá si sono coperte di pustole ma molto meno gravi ed estese di quelle che aveva l’uomo. È la ferita al fianco a preoccuparmi, è molto gonfia e i bordi hanno assunto un colorito grigio tipico della cancrena.

Ho fotografato tutto e per questo mi sento in colpa, l’ultima cosa che voglio è che lui pensi che abbia ancora dubbi, potrei spiegargli perché lo sto facendo ma mi rimane sempre più difficile giustificare a lui la cecità occidentale.

Ha la febbre e si lamenta ogni tanto del dolore, Lyán gli fa i soliti impacchi di erbe e olio, mentre io potrei intervenire e farlo stare subito meglio se mi permettesse di usare le mie medicine.

«Ishá hai bisogno di antibiotici, quella ferita sta andando in cancrena.»

Scuote la testa, ha la fronte madida di sudore e gli tremano le labbra.

«Permettimi almeno di calmare il dolore!» mi guarda e i suoi occhi sono enormi, effetto della febbre e della sofferenza, poi sussurra: «La medicina buona? Quella che … hai usato già?»

«Sì, quella Ishá. Posso?» Sa che il suo dono non ha subito danni dalla “medicina buona” e allora annuisce e mi offre il braccio perché io possa iniettarla.

È un uomo in fondo, solo un uomo, soffrire senza scopo è inutile anche per lui.

Dopo poco si è addormentato ed io sono uscito fuori a respirare l’aria fresca del tramonto.

Ishá sta un po’ meglio anche se la ferita fatica a guarire. Ho insegnato a Lyán a bollire l’acqua prima di pulire la ferita e a lavarsi ogni volta le mani; mentre era distratto a fare questo ho aggiunto al suo impasto un po’ di polvere di penicillina, non so se riuscirò a farlo di nuovo senza essere scoperto ma di certo ci proverò.

A casa mia si festeggia il Natale. Parlo a Ishá della festa cattolica e lui mi ascolta con crescente interesse e alla fine con entusiasmo dice: «Gesù faceva miracoli. Gesù era un guaritore. Perché allora tu non vuoi credere che anch’io possa farlo?»

«Lui era il figlio di Dio.» La sua espressione si fa corrucciata e mormora: «Mio padre era un pastore, io sono figlio di un pastore.»

«Ishá … sono leggende, storie tramandate da tempo immemorabile e nessuno può stabilire se siano vere o no. Ma quando tu parli di fede usi lo stesso linguaggio dei cattolici. Loro credono che tutta la storia di Gesù sia vera e credono che esista un Dio che era suo padre e che Lui facesse miracoli in nome Suo.»

«E tu John? Tu non credi questo?»

«No Ishá, non sono mai stato un uomo di fede.»

«Quando preghi con me non preghi quel Dio? Il padre di Gesù?»

Scuoto la testa e capisco subito che la domanda successiva mi metterà in difficoltà.

«Com’è la tua preghiera John?»

Ecco, come lo spiego adesso? In realtà prego Dio ma non un Dio specifico, qualsiasi Dio possa esistere, in qualsiasi luogo si trovi e qualsiasi sia il suo potere. Ma è difficile dirlo a un mistico come lui, difficile fargli capire che non indirizzo a una qualche predefinita entità le mie preghiere.

«È una preghiera generica, chiedo aiuto e qualche volta chiedo perdono, oppure ringrazio ma non penso al padre di Gesù. Non so come spiegartelo …»

«Preghi … l’universo John?»

Santo Cielo ma come fa? Come fa a trovare sempre una risposta e a farmela apparire ogni volta così scontata e ovvia e semplice.

«Sì Ishá, forse prego l’universo.»

«Va bene così John. È una buona preghiera.»

«Se lo dici tu … lo è sicuramente.»

Spero che questa parentesi sulla religione si chiuda qui, perché lui è molto curioso, molto interessato a conoscere e a capire ed io sono del tutto inadeguato a dargli lezioni di religione cristiana.

Ishá è completamente guarito, la ferita si è rimarginata quasi del tutto, sono riuscito a mettere la penicillina nell’impasto almeno quattro volte. Non voglio prendermi il merito della sua guarigione ma una bella mano l’ho data e questo mi fa sentire soddisfatto.

Ieri Ishá ha discusso con Lyán perché ha mandato via una ragazza con le convulsioni, cerca di proteggerlo e di farlo ragionare, credo che ami molto suo fratello e che si renda conto che a volte esagera ma Ishá è ostinato e non è facile tenergli testa, specialmente se si arrabbia e quando succede afferra il povero Lyán per un braccio e lo scuote.

Ho deciso di parlargli di questo suo atteggiamento che non mi piace affatto.

Siamo andati a fare una passeggiata lungo il sentiero del bosco, Lyán raccoglie erbe, io e Ishá camminiamo lentamente respirando l’aria fresca, umida e profumata.

«Sai Ishá, io credo che tu sia troppo duro con Lyán.»

«Duro?» mi guarda come se quella parola non faccia parte del suo vocabolario.

«A volte lo maltratti un po’ troppo.»

«Io non maltratto Lyán.» lo afferma con sincerità, non si rende assolutamente conto di essere brusco e prepotente con lui.

«Beh … lo scuoti come uno straccio e gli parli a brutto muso …»

«Non capisco John …» Non capisce i termini e allora glielo dimostro, gli afferro un braccio, lo scuoto e gli grido sulla faccia. Mi fissa con orrore, poi ha un sussulto e gli si riempiono gli occhi di lacrime, si piega in avanti e temo che abbia frainteso, che abbia pensato che volessi aggredirlo. Invece ha capito, si copre il viso con le mani e singhiozza, poi guarda suo fratello chino a raccogliere erbe e corre verso di lui, lo afferra, lo tira a sé, lo abbraccia. Lyán è spaventato, non capisce, lo vedo dal linguaggio del corpo, ma non si difende, resta inerte. Ishá gli parla, piega un ginocchio e gli abbraccia le gambe, Lyán lo afferra per le spalle, lo tira su e lo stringe tra le braccia.

Ora piange anche lui ed io ho il cuore gonfio di tenerezza.

Tornano verso di me, Lyán sorride e tira su col naso asciugandosi le lacrime col dorso della mano, Ishá mi guarda, lui non asciuga le sue lacrime, lascia che gli scendano lungo le guance e che gli cadano sul petto.

 Mi passa un braccio sulle spalle e con l’altro si stringe vicino suo fratello.

Hanno riportato la ragazza con le convulsioni. Ishá mi ha spiegato che è di nuovo qui perché all’ospedale hanno detto che non possono curarla, mi chiede se so cosa significa epilessia ed io gli spiego che è una malattia cronica, tipica dell’età giovanile e che è molto difficile da diagnosticare perché ne esistono varie forme, a volte le medicine non bastano a curarla e bisogna intervenire chirurgicamente.

Ma a lui interessa sapere se può fare qualcosa per aiutare la ragazza.

Io non sono in grado di dargli una risposta e non so neppure se, ammesso che riesca a trasferire su di sé la malattia, lui poi potrà guarirne.

Resta un attimo soprappensiero, se sta valutando la possibilità di portarsi addosso quel male per il resto della vita spero che questa volta tuteli se stesso.

Ma la mia speranza è inutile, prende la ragazzina tra le braccia e la porta dentro.

Questa volta non la stende, lei è in stato d’incoscienza, probabilmente ha avuto da poco una crisi, la tiene tra le braccia e la culla. Poi preme la sua fronte contro quella della ragazza, chiude gli occhi, la tiene così stretta a sé che lei quasi sparisce tra sue braccia, le mette la mano sinistra sul petto, con la destra le sostiene la testa e lei apre gli occhi.

Non esprime nessuna sorpresa di trovarsi quell’uomo con il viso tanto vicino al suo, non oppone nessuna resistenza, al contrario, solleva il braccio destro e lo posa sul collo di Ishá. Restano così a lungo ed io lascio che la cinepresa del cellulare filmi la scena.

Quando Ishá solleva la testa e i suoi occhi incontrano quelli della ragazzina lei gli sorride e gli carezza la guancia, poi lo bacia sulla bocca. Questo mi fa trasalire ma Ishá non ha alcuna reazione, mette la ragazza seduta tra le sue gambe e le parla a bassa voce.

Lei lo abbraccia e lui ride, lei si alza e torna dai suoi genitori che nel frattempo hanno riempito fino all’orlo la cesta delle offerte.

Si allontanano, Ishá mi guarda e sussurra: «Starà bene.»

«E tu Ishá?» chiedo io

«Anch’io starò bene John.»

«Non hai mai affrontato una crisi epilettica.»

«No ma per tutto c’è una prima volta.»

«E se tu non guarissi? Se quella malattia non fosse tra quelle che il tuo dono può curare? Se restassi epilettico per sempre?»

«Perché tante domande? Sarà ciò che deve essere.»

«Oh, adesso basta con questo tuo fatalismo! Possibile che tu non ti renda conto di quanto è pericoloso quello che fai? Metti a rischio la tua vita di continuo e …»

«John!»

La sua voce non ha mai avuto un tono così duro, mi fissa con gli occhi che lampeggiano di rabbia e il suo corpo è rigido come il legno, mi punta l’indice e dice tra i denti: «Tu non vuoi proprio capire! Tu ti rifiuti di capire! Era meglio se partivi. Torna a casa John, io non ho bisogno di te e tu non hai più bisogno di me.» Mi volta le spalle ed esce.

Lyán mi guarda e so che è solidale con me ma io ho il cuore in pezzi.

Ishá mi ha cacciato, fuori dalla sua casa e fuori dalla sua vita.

Ho raccolto le mie cose ma non ho fatto i bagagli, non ancora.

Ishá non è tornato, è stato fuori tutta la notte e credo di sapere che è andato alla radura ma non ho voglia di raggiungerlo.

Lyán ha provato a consolarmi, ha detto che suo fratello non è arrabbiato con me, come non è arrabbiato con lui quando lo strapazza.

Ishá è fatto così, non bisogna ostacolarlo, non bisogna dirgli cosa deve fare.

Abbiamo mangiato insieme io e Lyán e lui non sembra preoccupato per Ishá, credo che pensi che debba solo sbollire la rabbia.

Ma il tempo passa e lui non torna ed io sono in ansia.

Così decido di andare a cercarlo.

Raggiungo la radura convinto di trovarlo seduto nell’erba ma non è seduto, è steso a terra e non si muove. Lo raggiungo correndo e lo sollevo, ha la bocca piena di saliva e gli occhi rivoltati all’indietro. Ha avuto una crisi epilettica, forse più di una.

Lo scuoto e lo chiamo, cerco di rianimarlo premendogli le mani sul torace ripetutamente, lui ha un sussulto, tossisce, mi respinge.

«Santo Cielo Ishá! Hai avuto un attacco epilettico! Ce la fai ad alzarti?»

No che non ce la fa, allora passo il suo braccio sulle mie spalle e il mio braccio intorno al suo torace e lo sollevo. Non è pesante, riesco a trascinarlo fino alla caverna, dove Lyán ci viene incontro, afferra suo fratello per le gambe e mi aiuta a stenderlo sul suo giaciglio.

«Porta dell’acqua Lyán.» e lui corre a prendere la ciotola, la spinge contro le labbra di Ishá, lui la rifiuta ma Lyán insiste, l’acqua cola da tutte le parti, con il braccio Ishá allontana suo fratello poi cerca di divincolarsi da me ma io lo stringo tanto forte che gli strappo un gemito di dolore.

«Non fare resistenza accidenti! Devi bere! Bevi maledizione!»

Non mi ha mai sentito imprecare, di colpo si arrende, ingoia l’acqua e chiude gli occhi.

Ha il respiro affannato ma la crisi è passata, ora deve riposare, ora è al sicuro.

Non riesco a impedirmi di piangere.

Lyán mi abbraccia e quando dico che sarei dovuto andare a cercarlo prima lui scuote la testa e mormora: «Non colpa tu John. Colpa malattia!»

«Sì, la testardaggine è una malattia e tuo fratello ce l’ha nella forma più grave possibile!»

Sono furioso con lui e sono furioso con me e con tutte le stramaledette malattie che affliggono il mondo, e sono furioso anche con la ragazzina che non c’entra niente, ma quel bacio che gli ha posato sulle labbra è ancora dentro i miei occhi.

Perché ho pensato in quel momento a quanta vita sta perdendo questo ragazzo, privato di ogni gioia e di ogni speranza, condannato a vivere un’esistenza di dolore, senza poter mai avere una casa sua, una vita sua, una donna che lo ama, dei figli.

Mi sembra un sacrificio impossibile da tollerare.

Ishá ha avuto quattro crisi epilettiche nelle ultime quarantotto ore, non posso fare nulla di più che infilargli in bocca un bastoncino di bambù per evitare che si morda la lingua.

Non ho farmaci contro l’epilessia e anche se li avessi dovrei lottare con lui per riuscire a somministrarglieli.

Ho filmato due delle sue crisi ma non avendo ripreso quella della ragazzina non posso dimostrare che è avvenuto un trasferimento della malattia.

Non m’importa, voglio solo che Ishá stia meglio.

Gli ho messo al collo il suo amuleto, gli massaggio i muscoli dopo ogni crisi per allentare la tensione e alleviare il dolore, Lyán gli infila in bocca sorsate di brodo che lui regolarmente sputa. Non so che altro fare, non so come aiutarlo.

«Ishá mi senti. Ti prego Ishá perdonami. Sono uno stupido, un egoista, un uomo arrogante e borioso ma ti voglio bene. Ti prego Ishá … non voglio andare via sapendo che tu non hai più stima di me. Parlo sempre troppo e senza pensare …»

«John … sta zitto.» sussurra con gli occhi ancora chiusi.

«Cosa?»

«Ho detto … sta zitto. È vero … tu … parli troppo …»

La tensione che ho addosso è tale che non riesco a trattenere una risata e mentre rido mi scendono le lacrime e alla fine lui mi guarda e il mio cuore che era stretto in un pugno di colpo è libero e batte di nuovo.

«Oh Dio … Ishá! Come ti senti? Hai dolore? Respiri bene? Hai sete?»

«John …»

«Sono qui, dimmi.»

«Puoi fare … una domanda … alla volta?» rido di nuovo e sono felice perché risponde, è razionale ed è addirittura ironico.

E allora mi convinco che passerà anche questo, che guarirà e che starà bene, fino al prossimo miracolo.

16 gennaio 2011

Le crisi epilettiche si sono diradate e per due giorni di seguito non ne ha avute.

Non so se sia un buon segno e se significhi che ha sconfitto anche questa malattia.

Certo è che il suo fisico è debilitato, avrebbe bisogno di proteine, non ne assume a sufficienza e ho deciso che andrò al mercato a comprare del cibo specifico.

Non dico nulla a Lyán, non voglio che pensi che cerchi in qualche modo di sostituirmi a lui.

Ho trovato un uomo che vende frutta secca, ho fatto incetta di mandorle, arachidi, pistacchi e polvere di ginseng.

Da una donna ho comprato del miele e da un’altra latte di capra e banane.

Al mio ritorno Ishá è seduto a bere il brodo di Lyán, gli tolgo la tazza dalle mani e  sbuccio una banana. «Si chiama banana.» lui annuisce e dà un morso.

«Lyán ho comprato delle cose, deve mangiare quello che ho comprato, basta brodo.»

E Lyán sorride compiaciuto e dice serio: «Basta brodo dottore … banana.»

«Sì e frutta secca e miele. Ti piace il miele Ishá?»

Mi fissa ed io gli mostro il contenitore di vetro con dentro la sostanza dorata, lo apro e glielo metto sotto il naso.

«Miele!» esclama lui entusiasta. Con un cucchiaio ne ho preso un po’ e l’ho avvicinato alle sue labbra, in un attimo l’ha succhiato tutto.

«Lyán dobbiamo sbucciare la frutta secca e pestarla, la metteremo nel latte e poi aggiungeremo anche un po’ di questa polvere di ginseng.

Apro il sacchettino e gli faccio annusare il contenuto, poi lo faccio annusare anche a Ishá.

«Nessuna medicina, solo cose naturali. Va bene per te Ishá?»

«Va bene John. Grazie John.»

«Mi stai costando una fortuna sai? E soprattutto mi costi una gran fatica. Ma va bene così, crescere un figlio è un lavoro faticoso.»

E la sua espressione mi premia di qualsiasi sacrificio.

Mi guarda con tenerezza, come ha guardato la ragazzina o il bambino appena nato o l’uomo che doveva morire, con un misto di apprensione e comprensione e con un intenso amore e mi sento il padre più fortunato del mondo.

Sto sottoponendo Ishá a una dieta talmente rigida che il suo fisico si sta riprendendo in fretta, Lyán è entusiasta degli effetti del cibo che ho scelto e gli ho consigliato di approfittarne anche lui, perché secondo me ne ha bisogno.

Quindi i due fratelli mangiano insieme e condividono il cibo e una nuova armonia.

Non ho più fatto i bagagli e non ho più pensato di andare via.

Tra cinque giorni saranno cinque mesi che sono qui eppure mi sembrano cinque anni.

Il tempo qui ha un’altra dimensione, scorre più lentamente, a volte sembra che si fermi.

Le preghiere di Ishá sono la sola cosa che mi ricorda il trascorrere delle ore: l’alba, il sole allo zenit, il tramonto. Per il resto della giornata intervallo qualche lettura ai dialoghi con Ishá, che sono sempre più complessi e pieni di saggezza; sto imparando da Lyán a intrecciare i vimini, mi rilassa e mi piace veder cresce il cesto tra le mie mani, io che non ho fatto quasi mai nulla con le mani.

Inoltre, non ci sono state più crisi epilettiche e non si sono più presentati pazienti.

Vorrei che tutto restasse così, congelato nel tempo, io e i miei figli adottivi e nient’altro.

Non si può avere tutto dalla vita. Questa mattina mentre Ishá tornava dalla sua preghiera dell’alba l’hanno avvicinato due donne e lui le ha portate alla grotta, ha indossato il suo dhoti e una camicia pulita poi ha fatto cenno a Lyán e ha parlato con lui a bassa voce, anche Lyán si è vestito ed io ho chiesto cosa succedesse.

«Resta qui John. Devo andare a far visita a un malato.» ha detto Ishá.

«Neanche per sogno! Io vengo con voi.»

«No John. Questa volta no.»

Quel tono di voce perentorio Ishá lo usa raramente e quindi non insisto, mi siedo sul mio giaciglio e aspetto che escano ma poi li seguo, portando con me il mio cellulare.

Mantengo la distanza di sicurezza lungo tutta la strada che traversa il villaggio, confondendomi tra la gente e faticando un po’ a non perderli di vista.

Svoltano in un viottolo tra i palmizi e anche lì non ho difficoltà a non farmi notare, poi arriviamo a una radura aperta, priva di vegetazione e temo che uno di loro si volti e mi veda ma ho fortuna.

S’inoltrano in un boschetto di bambù e sono di nuovo al coperto; al limite del boschetto si fermano davanti a una costruzione di cemento.

Ne ho viste davvero poche da queste parti.

Loro entrano mentre io mi tengo sul lato dell’edificio in cerca di una seconda entrata o di una finestra. Trovo la finestra ma è un po’ troppo in alto per guardare dentro. Ci sono delle balle di fieno a terra, ne impilo alcune e mi arrampico.

Considerata la mia età e il mio scarso allenamento sto facendo cose dell’altro mondo.

Guardo dentro e vedo una fila di letti vuoti e privi di lenzuola allineati come in una stanza d’ospedale. Sul lato sinistro c’è un unico letto isolato dagli altri con steso un uomo quasi completamente coperto di bende.

Un attimo dopo entrano le due donne e dietro di loro Ishá.

Avvio la cinepresa e metto lo zoom al massimo, mentre Ishá esegue un rituale di guarigione che non ho mai visto prima e che dura molto a lungo, tanto che temo che la memoria del cellulare non basterà.

Quando Ishá gli tocca le bende sulle braccia l’uomo comincia a piangere, allora lui posiziona le mani a un paio di centimetri dal bendaggio e comincia a pregare.

Riavvio la registrazione per paura di perdere qualche cosa di più importante della preghiera ed è la decisione giusta, perché a un certo punto una delle donne rimuove le bende dalle gambe dell’uomo e Ishá sposta le mani su di esse, sempre senza toccarle.

La carne sotto le bende è a brandelli, è nera e grigia con chiazze di sangue rappreso, forse l’uomo è stato aggredito da un animale ma continuo a riprendere.

Ishá sta indugiando a lungo sul corpo dell’uomo, sta impiegando moltissimo tempo a eseguire il rito ed io non riesco più a tenere il braccio sollevato per riprendere.

Così interrompo la registrazione e torno davanti all’ingresso dell’edificio, sbircio nel cortile di accesso ed è deserto, poi noto la scritta un po’ sbiadita sopra il portone: Leper colony.

La testa comincia a girarmi, il fiato si spezza, la scritta nella mia lingua mi scatena immagini disgustose, orrori inenarrabili e … pericolo, un mostruoso pericolo.

Un lebbrosario. Quell’edificio è un lebbrosario.

La sola idea che Ishá e Lyán siano lì dentro mi causa il panico assoluto.

Ma non posso entrare e urlare loro di uscire subito da lì, li ho seguiti di nascosto e Ishá questa volta non mi perdonerebbe. Così pregando tutti gli dèi possibili perché proteggano i miei figli, torno sui miei passi.

Arrivato alla caverna sono senza fiato, sudato e tremante, provo un senso di oppressione e di nausea, bevo con avidità un sorso di latte e subito mi torna su con un conato di vomito, sputo rabbiosamente.

Non riesco a pensare ad altro: lebbra, quell’uomo ha la lebbra, Ishá prenderà la lebbra. Urlo con tutto il fiato e tutta la disperazione che ho in corpo.

Poi cerco di calmarmi, guardo la registrazione sul cellulare, ingrandisco il più possibile l’immagine di quelle gambe, e la riconosco, quella malattia vetusta e mostruosa che ancora affligge alcune regioni dell’India, che ancora falcia vittime, e ho pensato a Madre Teresa e alle missioni che accoglievano i lebbrosi.

Fuori del villaggio c’è una missione e quindi c’è anche il lebbrosario, vuoto perché probabilmente i casi di lebbra sono diventati rari ma quell’uomo …

In quel momento Ishá e Lyán entrano, nascondo il cellulare ma sono sicuro che se Ishá mi guarda negli occhi scopre cosa ho fatto.

Allora fingo di leggere il mio diario e loro si spogliano.

Lyán prende gli abiti e li butta in una cesta, poi si lavano ed io non dico una parola.

Li brucerà quegli abiti? E le mani di Ishá lavate solo con l’acqua … non faccio in tempo a finire il pensiero che lo vedo strofinare con forza i palmi con l’olio che Lyán usa per i suoi impacchi. Non mi sono mai chiesto da cosa sia composto quell’olio ma evidentemente è un disinfettante.

«Tutto bene ragazzi?» chiedo senza guardare nessuno dei due.

«Sì John, tutto bene.» risponde Ishá con voce calma.

«E il tuo paziente come sta?»

«Non so ancora. Spero stia meglio domani.»

Deglutisco per evitare che la mia voce tradisca la mia ansia. «Tornerai da lui?»

Non mi risponde subito e ho la sensazione che sappia ogni cosa.

È orribile il potere che ha, odio il suo potere in questo momento perché non mi lascia scampo, perché non mi permette di mentire.

«No. Avrò notizie dalle sue figlie.»

Due figlie e un padre, un padre che forse sta morendo di lebbra e i miei due figli che potrebbero prendere la lebbra entrambi, uno volontariamente e l’altro … no l’altro non era neppure in quella stanza, Lyán non ha avuto nessun contatto con il malato e sono sicuro che Ishá ha fatto in modo che fosse a distanza di sicurezza, l’ha portato solo per non insospettire me.

«Ishá …» ma m’interrompe con un gesto.

«John ho bisogno di un favore da te.»

«Certo … qualsiasi cosa …»

«Devi andare al tempio.»

«Al tempio? A fare cosa?»

«A consegnare un messaggio da parte mia al bramino.»

«E non può andarci Lyán?»

«No, voglio che ci vada tu.» Di nuovo quel tono imperativo che non ammette repliche ed io so che vuole solo allontanarmi perché non sa cosa accadrà, perché ha paura per me, perché vuole essere sicuro di non infettarmi. Sto urlando di nuovo ma solo dentro di me.

«Ishá io …» Adesso mi guarda negli occhi, adesso non posso più mentire, tolgo il cellulare dalla tasca, avvio la registrazione che ho fatto al lebbrosario e poi lo poso accanto a lui perché lo veda ed esco dalla grotta. Non voglio incrociare i suoi occhi, non voglio sentire le sue parole, non voglio guardare il suo viso.

Vado verso la radura, tira vento, mi strappa le lacrime dagli occhi e la disperazione mi strappa il cuore dal petto. Ho paura, una paura intensa, rabbiosa, invincibile.

Non mi siedo, m’inginocchio, poi mi piego in avanti e poggio la fronte sull’erba e mi copro la testa con le braccia e finalmente i singhiozzi salgono a liberarmi la gola e l’anima.

«John. » È la sua voce, è vicino a me ma non voglio guardarlo e lui ripete: «John.»

Se mi chiama ancora una volta urlerò. Si siede a una certa distanza da me e resta in silenzio. Non posso evitare di sentire il suo respiro, è contratto, sofferente, il male si è già impossessato di lui? Sta già traversando un nuovo inferno di dolore? Mi tiro su, la mia faccia deve essere devastata, lui è immobile, non mi guarda, fissa l’orizzonte.

«Perché John?»

«Perché sono un imbecille! Perché non ho voluto ascoltarti … e perché ho la presunzione di avere il diritto di essere al corrente di quello che fai. Ecco perché! Perché sono un padre possessivo e apprensivo … e … non capirò mai …»

«Non pretendo più che tu capisca.»

«Beh … vorrei con tutte le mie forze … capire! La lebbra Ishá … hai preso la lebbra!»

Non mi risponde e la mia disperazione diventa rabbia, mi alzo e lo afferro per i polsi e premo i palmi delle sue mani sulla mia faccia, i suoi occhi si dilatano e tenta di ritrarsi ma io lo tengo stretto e urlo: «Se hai lebbra la prenderò anch’io!»

Scuote la testa, è visibilmente sconcertato ed è evidente che non sa cosa dire.

«Voglio che tu provi per una volta quello che proviamo io e Lyán quando tu stai male!  Voglio che tu sappia cosa si prova a veder soffrire qualcuno che si ama!»

Piange ma non dice nulla ed io mi sento morire, l’ultima cosa che voglio è farlo piangere.

«Io so cosa si prova … io lo sento ogni volta … per ognuno che tocco … per ognuno … che soffre io provo … quello che provi tu John.»

«Mi stai dicendo che tu … tu ami tutti quelli che vengono a farsi guarire?»

«Come potrei fare quello che faccio se non fosse … per amore.»

Se tu mi avessi pugnalato avrei sentito meno dolore, Ishá. Adesso ho capito Ishá.

Ma perché comprendere deve fare così male?

Quindi è l’amore l’origine del suo dono. Non a caso il dono è comparso quando era bambino, chi più dei bambini è capace di un amore assoluto e infinito?

Non ci parliamo da giorni, lui si è chiuso in un silenzio ostinato, se ne sta rannicchiato sul suo giaciglio con una coperta di cotone arrotolata intorno al corpo.

A volte tossisce e lo fa sotto la coperta, non permette a Lyán di avvicinarsi e lo costringe a lasciare le ciotole con acqua e cibo a una certa distanza, gli impedisce di toccarle e suo fratello versa l’acqua da una brocca e il cibo da un’altra ciotola.

In questo modo tenta di evitare il contagio.

A me non consente neppure il dialogo.

Lyán dice che non è arrabbiato ma io credo di averlo profondamente ferito, di avergli dimostrato ancora una volta che lo stregone occidentale è ottuso, che una scimmia sarebbe più sveglia di me.

Mi sento inadeguato e impotente.

Questa mattina si è liberato della coperta, ha chiamato vicino a sé Lyán e hanno confabulato un po’. Adesso mi guarda e non riesco a interpretare la sua espressione, a metà tra rimprovero e compassione, poi mi fa cenno di andare da lui.

Mi avvicino con un po’ di apprensione e lui mi indica il cellulare, lo prendo e lui posa la mano a terra indicandomi dove sedermi.

«Puoi prendere le immagini se vuoi.»

Mi mostra le braccia e mi indica le gambe.

Sulla sua pelle ci sono delle chiazze chiare contornate da un lieve arrossamento ma nessuna lesione.

Scatto velocemente qualche foto, in questo momento non m’importa niente del mio dossier sul guaritore, m’importa solo che lui mi parli di nuovo, che perdoni la mia arroganza.

Mi sfiora la mano, come per dimostrarmi che la malattia non è più contagiosa, poi sussurra: «Ricorda John … nessuna immagine, nessuna prova e nessuna spiegazione saranno mai sufficienti se non vuoi credere.»

«Io credo Ishá.»

«No, tu hai solo visto e pensi che questo basti. Ma ti ho detto mille volte che sapere non è capire, come vedere non è credere. Se il tuo Gesù fosse all’ingresso della grotta e tu potessi vederlo con i tuoi occhi … crederesti in lui?»

È di nuovo la sua saggezza a disarmarmi, è di nuovo quel suo modo semplice di esporre concetti complessi, il modo di un uomo che non conosce altro che il suo piccolo misero mondo, che non sa cosa sia la medicina o una vita piena e appagante, a lasciarmi senza parole. Ho capito molte cose quando lui ha avuto la generosità di spiegarmele, questa forse è l’ultima volta che mi consentirà di comprendere, perché credo sia stanco dello stregone occidentale.

«Non ti so rispondere Ishá.»

«Non sfuggire alla verità John.»

Mi sta mettendo di fronte a me stesso e questo mi spaventa.

«Proverei a credere …»

«Tutto qui?» È deluso e contrariato dalla mia inadeguatezza, io che vorrei essere suo padre in questo momento mi sento suo figlio, un figlio incapace e reticente.

Ma lui è un padre buono e benevolo e mi dà ancora una chance.

«Cosa può condurre alla fede John?» rispondo subito, senza pensare e con convinzione:

«Il bisogno, abbiamo bisogno della fede per non perderci, per non sentirci soli …»

«Di cosa hanno bisogno gli uomini secondo te? A parte di ciò che … garantisce la sopravvivenza, di cos’altro ha bisogno l’uomo?»

«Dell’amore? Dell’amicizia? Della solidarietà del prossimo?»

«E le cose che hai detto come si ottengono?» mi sta portando per mano ed io mi sento sempre più ottuso ma mi lancio nel vuoto, certo che se sbaglio lui non mi lascerà cadere.

«Con la fede?» ma siccome è una domanda non un’affermazione lui continua.

«Potresti amare una donna o confidare in un amico o aspettarti sostegno dal tuo prossimo se non avessi fede in loro? Se non avessi la certezza che sono sinceri con te, che ricambiano la tua stessa fiducia, fidandosi di te? Potresti volermi bene come un figlio senza credere in me? Ti dico di più, potresti voler bene a te stesso se non avessi fede nella tua anima buona?»

«Credo di aver capito Ishá.»

«Credi o vuoi solo che io smetta di parlare?»

Il suo tono è infastidito adesso, risentito, insofferente.

«Fai domande difficili Ishá …»

«Difficili? Cosa è difficile per te? La tua lingua era difficile per me ma io ho imparato. La tua presenza qui era difficile per me ma ti ho accolto. I tuoi dubbi erano difficili per me ma ho cercato di darti le risposte anche se spesso non conoscevo le domande. Cosa è difficile per te?» Batte rabbiosamente il pugno a terra, l’Ishá che ho davanti in questo momento è un cane mastino che non mollerà la preda finché non l’avrà fatta a pezzi.

Gli devo una risposta, quindi prendo coraggio e faccio ammenda.

«Hai ragione Ishá. Io non ho fede in nulla, ho cercato di impararla da te ma forse non ci sono riuscito. Forse non ci riuscirò mai. Il mio mondo è diverso dal tuo, a noi la fede non serve perché abbiamo tutto, necessario e superfluo. Forse la fede ha bisogno di un’estrema povertà, di un estremo dolore, di un’estrema solitudine. Per avere la fede di cui parli tu dovrei privarmi di tutto.»

«Ti sbagli. Per avere fede bisogna privarsi di una sola cosa John. La convinzione che la nostra vita viene prima di quella degli altri. Se riesci a non considerare te stesso il centro dell’universo il resto viene da solo. L’amore, l’amicizia, la fratellanza, la generosità, il sacrificio, la sofferenza e la pace. Tu non sei più, tu non conti più ma conta tutto il resto e con tutto il resto sei in armonia.»

«È così semplice Ishá?»

«Non è affatto semplice! Per alcuni è un dono, per me … è un dono. Per altri è una scelta e per altri ancora è duro lavoro. Ma tu vuoi arrenderti, vero?»

«Hai detto che la mia anima è buona, forse non lo è. Forse mi manca del tutto quell’amore che costringe te a soffrire per chi soffre, a togliere il male e a prenderlo su di te, a mettere la tua vita a disposizione degli altri. Questo lo fanno i santi Ishá. Io non sono un santo, non potrei mai esserlo perché sono permeato di egoismo, perche sì … mi sento il centro dell’universo, perché la mia felicità e il mio benessere vengono prima di qualsiasi altra cosa. Questa è la realtà, è così per tutti gli esseri umani, fatto salvo qualche raro caso come il tuo.»

«Quindi non ci proverai neppure?»

«Se avessi una sola minuscola speranza di riuscirci …»

«Basta! Stai solo cercando delle scuse John. L’importante è che tu abbia capito chi sono  e come sono. L’importante è che tu smetta di ostacolarmi, di rimproverarmi, di cercare di cambiare quello che per me è giusto in qualcosa di sbagliato. Concedimi questo John e mi basterà.» Annuisco e mi pesa addosso sempre più la mia inadeguatezza, ma lui non pretende nulla, mi lascia la possibilità di rinunciare e rinuncia a sua volta a rendermi partecipe di una grandezza che può schiacciare, annientare, uccidere.

Qualcosa è cambiato tra me e Ishá. Credo di aver perso del tutto la sua stima, credo che tolleri la mia presenza solo perché non vuole ferirmi.

La preghiera del mattino la fa da solo, un paio di volte che ho provato a seguirlo mi ha fermato con un gesto brusco della mano. Non mi vuole dentro la sua intimità, non mi vuole mentre entra in comunione con la sua fede. Ed è giusto così.

Cosa c’entro io con il suo universo? Cosa c’entro io con lo scopo della sua esistenza? Cosa c’entro io con questo luogo troppo mistico e feroce per me?

Stanotte fuori della caverna ho pianto, perché il senso di perdita è doloroso.

Ho un terribile bisogno di lui e allo stesso tempo lo sto respingendo con tutte le mie forze.

Un altro miracolo si è compiuto e questa volta l’ho filmato dall’inizio alla fine.

Il ragazzino che portano dentro la grotta è talmente magro e sofferente che sembra ad un passo dalla morte. Ishá non batte ciglio, lo prende tra le braccia e si siede, gli sfiora il viso, gli tocca il petto. È più delicato del solito, come se temesse di fargli male.

Chiede a Lyán il suo amuleto e lo mette al collo. Poi guarda i genitori del ragazzo che hanno al seguito altri tre bambini più piccoli e dice qualcosa, s’inginocchiano e lo fanno anche i loro tre figli.

Ishá inizia a pregare mentre culla il ragazzino, gli posa la mano sinistra sulla fronte, poi sul torace, gli raccoglie le gambe tra le sue braccia e lo stringe a sé, poi gli preme la mano sul ventre.

Getta la testa all’indietro come se avesse ricevuto una fulminazione, emette un gemito, lascia andare le gambe del ragazzo e gli solleva la schiena, mette la mano destra all’altezza dei lombi e di nuovo manda la testa all’indietro.

Poi la china sul petto e respira piano, ritmicamente, come per ristabilire il contatto con se stesso. Dura a lungo, un tempo interminabile, come se faticasse a portare a termine il rito.

Quando guarda i genitori il suo sguardo non è benevolo, ha rabbia negli occhi e li sfida.

Formula un lungo discorso e dal suo tono capisco che sta dicendo loro qualcosa di molto sgradevole: la donna piange, l’uomo si piega in avanti, si prostra ai suoi piedi, sta chiedendo perdono per qualcosa.

Il ragazzino apre gli occhi, guarda Ishá e lui ricambia il suo sguardo, gli posa un bacio sulla fronte e fa cenno a sua madre di prenderlo, lei si alza e abbraccia suo figlio, lo solleva e si allontana con i tre bambini più piccoli. Il padre alza la testa, Ishá gli parla ancora, il suo tono è meno duro ma ancora imperativo, il padre annuisce, saluta con un inchino e se ne va camminando all’indietro.

Il volto di Ishá si riga di lacrime, singhiozza, sembra non avere la forza di alzarsi ma Lyán non si muove, forse deve riprendere le forze o forse Lyán, comprendendo cosa ha detto ai genitori, sa che deve dargli tempo.

Resto nel mio angolo, interrompo la ripresa e metto il cellulare in tasca.

Finalmente Ishá si alza, va verso uno dei secchi e si rovescia l’acqua addosso, è zuppo dalla testa ai piedi e ansima, con un gesto rabbioso lancia il secchio contro la parete della caverna, lo prende a calci e urla, un urlo pieno di dolore e di rabbia.

Lyán gli va vicino e lo abbraccia, lo stringe forte e lui singhiozza.

È una scena che non ha spiegazioni, ma non ho il coraggio di chiederne, non ho mai visto Ishá così sconvolto e quando va a stendersi sul suo giaciglio mi tengo in disparte.

Ci vogliono due ore prima che Lyán riesca a farlo sedere e a dargli da bere, gli tremano le mani ma credo che sia rabbia, non dolore, provo ad avvicinarmi e lui mi guarda, legge la mia curiosità, mi fa cenno di sedermi, ancora una volta tollera la mia invadenza.

«È molto malato quel ragazzo, vero?» chiedo io per sollecitarlo a parlare.

Scuote la testa e mi guarda, perché i suoi occhi sono all’improvviso così pieni di collera?

«Se non te la senti di parlare …»

Provo a essere generoso, provo a non sentirmi al centro dell’universo, a farmi da parte.

«È la sua anima che è malata, oltre al suo corpo.» trattiene il fiato come se non potesse continuare ma poi aggiunge con un sussurro: «I suoi genitori … l’hanno venduto.».

«Come … venduto?» mi guarda e forse spera che io capisca da solo ma sa che sono ottuso quindi aggiunge: «Hanno venduto il loro figlio a uomo … per denaro. E quell’uomo ha fatto al bambino … cose che … un bambino non dovrebbe mai subire!»

Subito dopo singhiozza di nuovo.

«Oh Santo Cielo!» non riesco a dire altro, l’enormità di quell’abominio mi fa stringere il cuore, mi annebbia la mente e non riesco più a dire nulla.

«Non lo nutriva se lui non era … condiscendente. E quando non ha avuto più forze l’ha restituito, come una cosa inutile! Ha dolore nel corpo … e ha dolore nell’anima.»

«Sai tutto questo perché hai letto dentro di lui?» annuisce e per un attimo ho la sensazione che in questo momento provi orrore per il suo dono, perché gli mostra ogni terribile ferita, anche quelle invisibili.

«Ishá tu lo hai guarito. Lui starà bene …» Scuote la testa, per la prima volta sembra sconfitto, sembra incapace di credere in se stesso e nella guarigione che ha praticato.

Non vuole più parlare, si stende e raccoglie le gambe contro il petto, per tutta la notte alterna singhiozzi e gemiti, e tiene stretto nella mano il suo amuleto.

È lontano da tutto ora, isolato dal mondo, completamente assorbito dalla sofferenza di quel ragazzo, percorre ogni sua orribile e dolorosa esperienza, ogni sussulto di angoscia e di disperazione.

Ishá sa curare il male del corpo ma non so se può curare quello dell’anima, e se ha preso il male del ragazzo dentro di sé potrebbe non liberarsene mai più.

Né io né Lyán riusciamo ad alleviare il dolore di Ishá. Non fa che piangere e lamentarsi, come se avesse un serpente che gli morde le viscere.

Non mangia da quattro giorni, beve solo se Lyán lo costringe e sembra che la sua sofferenza sia inconsolabile.

Sta steso sempre sullo stesso fianco e tiene le gambe contro il petto, le braccia strette sul ventre e ogni tanto piega la testa in avanti come se volesse raggomitolarsi ancora di più.

Siamo impotenti io e suo fratello ma Lyán sembra avere in mente qualcosa perché all’improvviso esce dalla caverna senza dire una parola.

Quando torna, dopo quasi due ore, ha al suo seguito una donna anziana, con un viso rugoso e sorridente e grandi occhi scuri, lei si piega verso di me in cenno di saluto, io ricambio con un inchino. Lei guarda Ishá poi guarda Lyán, s’inginocchia e carezza i capelli di Ishá, si stende accanto a lui e lo abbraccia.

Lui si scuote dal suo torpore e senza guardarla spinge la testa contro la sua spalla e lei lo stringe forte e lo carezza e poi gli parla.

Ha una voce sommessa e dolce, che comunica calma e tenerezza.

Poi improvvisamente comincia a cantare, la sua voce resta sommessa e mantiene la dolcezza che avevano le sue parole; il corpo di Ishá si distende, allunga le gambe e cinge con un braccio la vita della donna, lei gli carezza con decisione la testa, gli massaggia le spalle e continua a tenerlo stretto a sé.

E continua a cantare per un tempo interminabile.

Adesso Ishá piange, i suoi singhiozzi sono intensi ma sembra conquistato dalla voce della donna, e di nuovo lei gli parla, lui alza gli occhi su di lei e la donna gli asciuga le lacrime con le dita e continua a carezzargli il viso.

Finalmente Ishá smette di piangere, la donna gli bacia entrambi gli occhi, poi la fronte e di nuovo lo abbraccia stretto.

Lo coccola come si potrebbe coccolare un bambino e sono sicuro che è così che lui si sente, come un bambino tra le braccia di sua madre.

Restano abbracciati per un po’, poi lui le prende le mani e le bacia, lei si alza e lascia a Ishá una collana di perline colorate. Esce dalla caverna senza una parola.

Rompo il silenzio ma a bassa voce: «Chi è quella donna?» chiedo a Lyán e lui cerca la parola inglese di cui ha bisogno per rispondere alla mia domanda ma non la trova.

È Ishá a rispondere, con la voce ancora rauca di lacrime: «Una … consolatrice.»

Conosco il significato della parola ma non lo associo a un mestiere, anche se in questo caso sembra che lo sia.

Ishá si volta, ringrazia suo fratello, poi rivolto a me aggiunge: «Lei non ha poteri di guarigione ma ha un potere anche lei. Lei sa … consolare. Lei riesce a farti stare bene se sei triste, afflitto o disperato. Sa usare i gesti e le parole e il suo canto per farti sentire al sicuro. Lo fa spesso con i bambini abbandonati o con i moribondi.»

Questo è il paese dei miracoli, questo è il luogo dove sembra che Dio abbia distribuito il massimo del male e il massimo del bene, ed entrambi si manifestano in un modo così intenso da toglierti il fiato. Io amo questo paese, lo amo con tutte le mie forze, e con tutte le mie forze gli resisto.

Lo sguardo di Ishá non è ancora tornato lo stesso di sempre, i suoi occhi sono velati di tristezza e la sua espressione è rimasta mesta, sofferente. Non so quanto tempo impiegherà a dimenticare il dolore di quel ragazzino e se mai ci riuscirà.

Faccio del mio meglio per essergli vicino e lui non mi scansa come avrebbe il diritto di fare. Troppi tradimenti da parte mia, troppo orgoglio e troppo egoismo per aspettarmi il suo perdono. Quando ripenso a quel pomeriggio alla cascata mi sembra di aver sognato, mi sembra che quel frammento di tempo non possa appartenere al nostro vissuto quotidiano e la gioia pulita e cristallina che ho provato quel giorno si è dissolta.

Questo mi rende triste, mi da affanno e dolore, e vorrei l’Ishá di quel giorno per potergli dire che gli voglio bene in un modo assoluto e doloroso, che ho paura per lui, che vorrei portarlo via di qui in un luogo dove non ci sia sofferenza e malattia e crudeltà. Ma so che mi risponderebbe che questo non è il suo destino, che il suo dono viene prima di tutto.

Come ho detto più volte lui sa leggermi nel pensiero, così quando mi chiama dall’esterno della grotta incitandomi a seguirlo, non dovrei sorprendermi che abbia fatto per me qualcosa che mi distolga dall’amarezza.

Lo seguo in mezzo alla calca della via principale, fino alla piazza con il pozzo, ha indossato l’abito tradizionale, è tutto bianco e mi torna in mente il suo incontro con i bambini che avevano ridotto la sua tunica a un mosaico di fango.

Sorrido tra me, anche quello è stato un bel momento.

Sulla piazza gremita di gente c’è un carro con sopra una gabbia e dentro la gabbia c’è un cucciolo di tigre. Ishá mi sorride, poi congiunge le mani e saluta l’uomo che sembra sia il proprietario della gabbia, gli parla velocemente e l’uomo annuisce e mi fa avvicinare.

Apre lo sportello della gabbia, prende il cucciolo e lo mette tra le braccia di Ishá.

L’espressione del suo viso mi trasmette stupore, tenerezza ed emozione.

Mi guarda e mi porge il cucciolo. Non appena lo prendo nelle mani avverto il suo ruggito sommesso, non somiglia a quello di un gatto, piuttosto a quello di una tigre adulta ma non mi spaventa, al contrario m’intenerisce.

Lo carezzo, lo stringo e istintivamente lo bacio tra le orecchie, poi guardo le sue zampe che diverranno pericolose armi, e il suo musetto che presto avrà fauci e denti letali e penso dentro di me che tutta la fragilità e la dolcezza che si possiede da cuccioli va perduta diventando adulti.

Restituisco il cucciolo all’uomo e chiedo a Ishá: «Cosa ne faranno del cucciolo? Dov’è la madre?»

«Il cucciolo è destinato a uno zoo. La madre è stata uccisa dai cacciatori.»

«Perché?»

«Perché gli uomini non sono capaci di convivere con gli animali. Non rispettiamo le loro leggi, il loro territorio, la loro vita. E alla fine li costringiamo ad aggredire per non essere aggrediti. Lei difendeva solo il suo piccolo ma gli uomini avevano paura che attaccasse un essere umano, così l’hanno uccisa e suo figlio non conoscerà mai la libertà.»

«Perché mi hai portato qui?»

Mi posa una mano sulla spalla e sorride di nuovo: «Per fare pace con te.»

«E serviva un cucciolo di tigre?»

«Serviva che tu provassi di nuovo meraviglia, che sentissi di nuovo com’è forte e invincibile la potenza della vita. Una cosa a cui non ti puoi sottrarre John.»

«Ma è sempre piena d’ingiustizia e … di dolore.»

«Anche a questo non ti puoi sottrarre.» Mi mette il braccio sulle spalle e torniamo verso la caverna. Mio figlio mi vuole ancora bene, nonostante tutto.

Ishá ha sempre bisogno di tempo per guarire da qualsiasi male assorba, credevo che non sarebbe più riuscito a superare la sofferenza che gli ha procurato l’ultimo miracolo ma oggi ride. Ride di suo fratello che al ritorno dalla sua regolare raccolta di erbe è scivolato su un escremento di vacca e si è inzuppato tunica e pantaloni.

Puzza in un modo indecente e può lavarsi solo se arriva al pozzo ma dovrà arrivarci completamente nudo.

Ishá ride di cuore e lo prende in giro ma poi la sua natura generosa gli fa trovare una soluzione: aiuta Lyán a spogliarsi facendo attenzione a non sporcarsi anche lui, getta i panni in una cesta e con uno straccio e l’acqua del secchio ripulisce sommariamente suo fratello. Per non farlo sentire in imbarazzo gli mette un telo sulle spalle e glielo fa girare intorno ai fianchi; quindi, lo accompagna al pozzo portando con sé il sapone che usano per lavare gli indumenti.

Li seguo perché mi aspetto una scena meritevole di essere ripresa con il cellulare.

Se la gente normalmente si scansa al passaggio di Ishá oggi si è data alla fuga al passaggio di Lyán, nonostante il parziale lavaggio, infatti, l’odore è ancora molto intenso.

Ishá ha tirato su il secchio dal pozzo e ha lanciato l’acqua addosso al fratello ridendo come un ragazzino, poi ha cominciato a insaponarlo senza togliergli il telo di dosso e con un’energia esagerata.

Il povero Lyán protestava e Ishá gli ha messo la schiuma in bocca e poi gli ha insaponato i capelli, mandandogli altra schiuma anche negli occhi.

La scena ha attirato numerosi curiosi, tra cui i bambini che, con la crudeltà che appartiene all’infanzia almeno quanto l’innocenza, hanno rincarato la dose di scherzi e aizzati da Ishá hanno cominciato a lanciare secchiate d’acqua contro la loro vittima.

In breve tempo la piazza era piena di gente che rideva e di acqua saponata e Lyán subiva impassibile quello sbeffeggiamento generale.

Alla fine, Ishá l’ha abbracciato e si è bagnato la tunica ma è stato bello vederli giocare insieme come se avessero dieci anni.

Tornando verso casa ho abbracciato anch’io Lyán; provo una strana tenerezza per lui, mi sembra molto più fragile di suo fratello, perché se Ishá è ispirato grazie al suo dono, Lyán è devoto solo per l’amore che gli porta e senza essere niente più che l’ombra di suo fratello lo serve e lo accudisce in tutto senza chiedere niente per sé.

«Lyán tuo fratello a volte esagera. Perché subisci? Potresti picchiarlo, sei molto più grosso e forte di lui.» ho detto ridendo, seduto nella grotta, e lui ha capito perché mi ha mostrato i pugni e con un uno ha sfiorato la spalla di Ishá che ha aperto le braccia incitandolo a colpirlo. Si sono accapigliati, giocando alla lotta come farebbero due bambini ed io ridevo di cuore. Si sono rotolati a terra per un po’ e poi si sono abbracciati e Ishá gli ha scompigliato i capelli ancora bagnati, ha sussurrato qualcosa e poi gli ha baciato la fronte. Una volta che si sono rivestiti entrambi abbiamo mangiato ma gli scherzi tra loro sono continuati e mi fa bene al cuore vederli allegri e sereni, così quando una donna si è affacciata alla grotta un moto di ribellione mi ha fatto alzare in piedi, avrei voluto cacciarla, dirle di lasciare in pace i miei figli, di andare altrove a cercare aiuto, di non spezzare di nuovo l’armonia e la gioia con altro dolore.

Ma Ishá non conosce limiti e non sa negare nulla, come ha visto la donna gli si è fatto incontro ad ascoltare di cosa ha bisogno.

Parlano e poi lui torna dentro, si cambia la tunica e la segue.

«Dove va?» chiedo a Lyán, lui stringe le spalle ed io chiedo: «Lo seguiamo?» lui fa cenno di no ma io devo sapere dove va e soprattutto cosa farà. Esco ma non li trovo più, corro per un breve tratto di strada verso il bosco perché mi sembra che siano andati da quella parte ma non ci sono, li vedrei sul sentiero privo di vegetazione, allora provo a correre nell’altra direzione, verso la via principale ma il fiume di gente m’impedisce la visuale.

È incredibile come questa strada sia sempre affollata e caotica senza motivo, questo continuo andirivieni di gente mi estenua.

Torno dentro la grotta un po’ deluso ma subito dopo alle mie spalle sento la voce di Ishá.

Ha tra le braccia una bambina di forse tre o quattro anni con una profonda ferita alla testa, mi accorgo che la donna è gravida, sarà almeno all’ottavo mese e ha una grossa pancia. Ha avuto bisogno di Ishá per portare la bambina fin qui, lei non avrebbe mai potuto sollevarla e trasportarla.

Ishá impartisce ordini a Lyán e lui celere e obbediente gli porta dell’acqua e delle bende e poi si rannicchia in un angolo a pestare le sue erbe.

Ishá pulisce accuratamente la ferita tenendo la bambina sulle sue ginocchia, poi si siede con le gambe incrociate, le sfiora la fronte, le tocca il petto, stringe le dita intorno alla sua gola, avvicina l’orecchio alla bocca e mi guarda terrorizzato.

«John … non respira!» Mi alzo di scatto e prendo la bambina, la stendo a terra e inizio la procedura di rianimazione. Sono certo che Ishá questo non l’ha mai fatto e quando lo guardo mi accorgo che sta mimando i miei movimenti ed io passo dal contare mentalmente a contare a bassa voce, per fargli capire quante volte deve spingere la cassa toracica e gli mostro che deve chiudere le narici e soffiare nella bocca. A forza di spingere aria nei suoi polmoni e a forza di comprimerle il petto finalmente le strappo un sospiro, le sollevo la testa e la piccolina batte le palpebre. Ishá la riprende tra le sue braccia, le posa la mano sulla ferita, poi sulla testa e l’altra mano sotto la nuca e spinge con entrambe le mani. La bimba piange ed è un buon segno, si ribella e allora lui la abbraccia, la culla e le parla, lei si calma, lo guarda, mette il pollice in bocca e lo succhia serenamente.

Lyán porge a suo fratello l’impacco di erbe, Ishá lo spinge delicatamente sulla ferita e Lyán fa un bendaggio di fortuna ma sufficientemente efficace.

La mamma piange e sussurra parole di ringraziamento e siccome non ha nulla con sé da mettere tra le offerte, si toglie un ciondolo dal collo e lo mette al collo di Ishá, lui non lo vuole ma lei glielo preme contro il petto e gli impedisce di toglierlo.

Lui solleva la bambina e le riporta a casa entrambe.

«Santo Cielo, non c’è pace in questo posto!»

«Ishá sempre … pronto.» afferma Lyán.

«Già siamo proprio in un pronto soccorso qui. All’ospedale non ci va nessuno?»

«Ospedale … lontano. Tanto cammino e poi … non bravi dottori. No come te.»

«Io sono un bravo dottore Lyán?»

«Sì John, tu sei bravo … tu sei buono.»

«Grazie Lyán. Grazie davvero, avevo proprio bisogno di un incoraggiamento.»

Dopo poco Ishá è tornato, mi viene vicino e mi abbraccia.

«Grazie John.»

«Come vedi … non è vero che non hai bisogno di me.»

La sua espressione passa dalla gratitudine all’ironia e afferma con orgoglio: «La prossima volta potrò farlo anch’io.»

«Cosa?»

«Far tornare il respiro.»

«Davvero credi che ci riusciresti perché lo hai visto fare una sola volta?»

«Io dopo aver visto imparo e dopo aver imparato uso ciò che ho imparato.»

«Non ho dubbi su questo, tu impari molto in fretta ma quella manovra non è semplice …»

«Niente è semplice ma io ho fiducia nelle mie mani.» Già, le sue mani miracolose, guidate dal suo dono miracoloso e dalla sua fede miracolosa. Sono sicuro che riuscirebbe a fare qualsiasi cosa con le sue mani … anche mutare l’acqua in vino.

Essere il padre di un figlio prodigioso è un compito difficile, ho tanta paura che il suo dono finisca per ucciderlo e sempre più spesso desidero strapparlo via da questa vita che non è una vita.  Ma lui sembra volermi dimostrare che la sua esistenza è perfetta così com’è.

Poco prima che il sole tramonti i ragazzi tornano dal fiume con le ceste piene di abiti appena lavati e hanno fatto anche il mio bucato.

Lavano spesso i loro indumenti perché sono in prevalenza bianchi e si sporcano con facilità, hanno molta cura dell’igiene, sia quella personale sia quella della casa e degli oggetti che utilizzano, le poche cose che possiedono vengono tenute con cura.

Appendono gli abiti ai rami degli alberi e portano dentro le ceste, poi Ishá mi viene vicino, si siede accanto a me e dice: «Sai John, ho incontrato il ragazzo venduto.»

Mi guarda per vedere se ho capito a chi si riferisce, annuisco e lui prosegue: «Sta bene e ora fa il pastore di capre. Ha detto che mangia ogni giorno e che aiuta suo padre con quello che guadagna. Gli ho chiesto cosa prova per i suoi genitori e lui ha risposto che li ama, perché ciò che hanno fatto l’hanno fatto perché avevano fame e che non conoscevano le intenzioni di quell’uomo. Loro credevano che lo avrebbe portato con sé a lavorare.»

Tace per un attimo e poi afferma: «Lui ha perdonato John, anch’io devo perdonare.»

«E fino a questo momento non lo avevi fatto?»

«No John. Ho portato nel cuore tanto rancore e tanta rabbia per quel padre e quella madre e per l’uomo che ha fatto del male al bambino. Ho odiato quell’uomo e ho odiato quei genitori. L’odio è una brutta cosa, è un veleno. Io non ho nessun diritto di giudicare e ho l’obbligo di perdonare.»

«Anche quel bastardo? Anche l’uomo che ha …»

«Sì anche lui John. La vita che conduci ti porta verso il bene o verso il male. E se farai del bene sarai ricompensato, se farai del male sarai punito. Ma sia la ricompensa sia la punizione non appartengono agli uomini.»

«Appartengono a Dio Ishá? Sai che esiste una cosa che si chiama giustizia? Sai che ci sono delitti che gli uomini puniscono qui, proprio qui sulla terra? Sia quell’uomo che i genitori del ragazzo nel mio mondo occidentale sarebbero stati arrestati e condannati. Puniti Ishá … dalla legge degli uomini.»

«Il tuo mondo è più giusto del mio?»

Perché deve essere sempre così difficile fargli accettare i miei princìpi? Perché di ogni cosa che dico lui trova il rovescio? Perché non me ne lascia passare una? E perché ogni volta sono io a pensare che sto sbagliando?

«Non lo so se il mio mondo è più giusto del tuo. Non è questo il punto. Si deve mettere un limite, un confine tra quello che è consentito e quello che non lo è.»

«Separare il buono dal cattivo?»

«Distinguere il bene dal male a volte non basta, a volte è necessario fermarlo il male, impedirgli di agire.»

È rimasto in silenzio per un po’, poi mi ha guardato con quell’espressione tenera e affettuosa che riserva solo a me e a suo fratello e ha detto: «John le persone come noi possono fermare il male. Le persone che fanno il bene, come te e mio fratello e me, possono impedirgli di agire e possono riparare i danni che fa.»

Ho detto che è difficile essere suo padre, invece non lo è.

Lui riesce a farmi sentire orgoglioso di lui, a farmi capire che qualsiasi cosa accada, anche la peggiore che si possa immaginare, non devo avere paura, perché lui è sereno, consapevole e determinato, e la sua strada per quando difficile sia gli appartiene totalmente e non gli da incertezze.

Ishá e Lyán sono fuori da un po’, tira un vento caldo che fa venire sete, non ho mai sentito quanto oggi il bisogno di casa mia. Il mio scotch ghiacciato e il mio condizionatore, il clima fresco del mio paese e il mio piccolo giardino di bella erba verde.

Qui è tutto secco e il vento trascina polvere e foglie e rami morti.

Ho un senso di profonda tristezza e in parte mi viene dalla richiesta, questa volta insindacabile, della società di ricerca che non ritiene più utile la mia presenza qui.

Ho risposto che sono in ferie, che resterò ancora un po’ a spese mie, anche perché in realtà di spese non ne ho, a parte quando ritengo necessario fare un giro al mercato per aiutare i ragazzi a non morire di fame.

Non so dove siano andati e non l’ho chiesto, sono privo di forze, mi sento come spoglio di qualsiasi energia, di qualsiasi interesse.

Si chiama depressione e forse ne sto sperimentando i primi sintomi.

Non vedo soluzione alla mia smania di proteggere Ishá e suo fratello da questa vita così dura, incomprensibile per me, non riesco ad accettare il loro futuro, a rassegnarmi ad andare via e non poter fare più nulla per loro.

Quando ho iniziato quest’avventura non immaginavo di legarmi tanto a questo luogo, di arrivare a considerare questi due fratelli la mia famiglia, di provare per loro un così intenso affetto.

L’uomo razionale, distaccato, pratico e impermeabile che ero è come svanito e subisco ondate di emozioni che non riesco a gestire.

Ishá ha provato più volte a convincermi che la meditazione mi aiuterebbe a prendere le distanze dalla mia emotività ma ogni volta che ci provo mi assalgono tanti di quei pensieri, per lo più negativi, che la mia mente soccombe.

Così quando loro rientrano a casa io non ho neanche la forza di alzarmi e accoglierli.

Ishá si siede vicino a me, mi guarda e sa.

Lui sa qualsiasi cosa di me ormai, mi legge come si legge un libro, percepisce ogni mio pensiero e ogni mio stato d’animo ma non mi fa più paura questo, al contrario a volte mi libera dal peso di usare le parole per dirgli come mi sento.

«Tu hai bisogno di liberare la mente John.» annuisco ma non voglio fare nulla di faticoso o d’impegnativo o anche solo di mistico.

«Dammi le mani John.»

Oh sì, sì Ishá, so che il tuo tocco guarisce, guarisci la mia anima. E subito mi viene da piangere, così chiudo gli occhi e gli do le mani. Le stringe, i suoi palmi sono tiepidi, poi diventano caldi e il calore mi avvolge tutto, dalla testa ai piedi.

«Respira John, respira profondamente e lentamente. Lasciati andare come se volessi prendere sonno, come fai quando vuoi dormire.» Ed io lo faccio, sento i muscoli rilassarsi, sento il cuore rallentare, mi abbandono completamente e la consapevolezza che ho rincorso da quando lui mi ha chiesto di sforzarmi di credere, si insinua dentro di me.

In questo momento credo ciecamente e totalmente in lui e l’abbandono che provo è così appagante, così dolce che mi fa sentire in pace.

È una sensazione delicata e gradevole ed emozionante, sento le lacrime scendermi sulle tempie, steso qui accanto a lui, con le mani nelle sue, so che potrei passare a miglior vita senza timore, senza rimpianto, senza quasi accorgermene.

Mi lascia le mani e sussurra: «Va meglio John?» ed io annuisco e di scatto sollevo la schiena e cerco le sue braccia.

Mi stringe e di nuovo sussurrando dice: «Smetti di tormentarti John, non c’è nulla che puoi fare e hai fatto tutto ciò che hai potuto.»

«Non voglio perderti Ishá.»

«Perché pensi che possa accadere? Se tu vai via io sarò sempre qui e potrai tornare ogni volta che vuoi, te l’ho detto … la mia casa è la tua casa.»

«Ho paura. Ho paura che se vado via tutto questo … tutto quello che ho capito qui, che ho imparato qui possa andare perduto. Ho paura che il mio mondo mi divori di nuovo. Ho paura di dimenticare e di non riuscire più a essere degno di quello che tu mi hai insegnato.»

«Io non ti ho insegnato niente John, a parte che sei tu, solo tu in grado di diventare l’uomo che vuoi essere. Devi avere fede in te stesso John, come ora l’hai in me.»

Sa anche questo, sa che ora sono disposto a credere, non perché ho visto, ma perché ho voluto credere con tutte le mie forze.

E sapere ora è capire, e vedere è credere, perché lui fa ora parte di me e ovunque io vada porterò con me una parte di lui.

Ora so perché ha detto che le persone come noi possono fermare il male, perché se lui lascia in ognuno che tocca una particella di sé quella persona non saprà più fare del male. Il suo dono viene dall’amore e quello stesso amore lui riesce a trasmetterlo agli altri.

C’è fermento al villaggio, si avvicina la festività indù del Ramanavani che cade il 12 aprile. Fanno preparativi per il cibo, gli abiti da indossare, le offerte da portare al tempio.

La festa dura nove giorni e viene celebrata anche nelle comunità più piccole.

Migliaia di persone accorrono ai templi, dedicati a questo avatar di Visnu, dove verranno eseguite letture private e pubbliche del Ramayana e si organizzeranno processioni in suo onore.

Rama è il simbolo della perfezione, dell’onestà e della giusta azione.

Rappresenta il modello del figlio perfetto, del fratello devoto, del marito ideale, dell’amico fedele, del regnante onesto e dell’avversario nobile. 

Non so perché tutte queste caratteristiche che i bramini attribuiscono a Rama, io le vedo calzanti a Ishá.

Sono infettato dal misticismo? Sicuramente sì.

Sto farneticando che Ishá sia la reincarnazione di Rama?

No, è un’affermazione rischiosa che non voglio fare ma questo ragazzo di un povero villaggio sperduto che sta diventando una leggenda intrisa di religiosità e di mistero ha in sé una potenza divina innegabile.

E se ce ne sarà bisogno … io posso dimostrarlo.

Ishá e Lyán hanno iniziato il digiuno. Non c’è più pellegrinaggio alla caverna e anche il flusso di folla per le strade è considerevolmente diminuito.

Per bizzarro che possa sembrare le offerte fatte al guaritore sono aumentate in modo sproporzionato. Ora che rispettano il digiuno hanno più cibo di quanto non ne abbiano mai avuto, la cesta si riempie di continuo e Lyán fatica a stivare tutte quelle provviste nel punto più fresco in fondo alla caverna. Una parte del cibo andrà sicuramente a male, anche se lui salva le verdure cucinandole o sminuzzandole e chiudendole in piccole anfore di coccio che sigilla con pezzetti di stoffa intrisa di cera. Quasi tutta la frutta marcirà, perché l’aria è ancora torrida e non piove non so più da quanto.

C’è un piccolo negozio al villaggio, che è spesso provvisto di carne ovina e pollame, ho pensato che se vendono carne devono avere un frigorifero. In realtà una parte del villaggio è fornita di energia elettrica e quello spaccio mi è stato utile ogni volta che ho dovuto ricaricare il cellulare ma non ho mai fatto caso se sono in possesso di una cella frigorifera.

Così stamattina, non avendo nulla fare, sono andato a verificare.

Ho riconosciuto l’uomo anziano a cui Ishá ha guarito le piaghe causate dai coloranti della tintoria; era sulla porta del negozio e puliva con velocità e perizia stupefacenti un fico d’india dietro l’altro. In questi giorni di fermento c’è bisogno di mano d’opera e quindi anche un anziano pieno di acciacchi può tornare utile.

Non mi ha riconosciuto ed io sono entrato senza guardarlo troppo, per paura di metterlo in imbarazzo. La donna che serve al banco mi ha salutato subito, mi conosce bene e parla anche un po’ d’inglese, così le chiedo senza esitazione se hanno una cella frigorifera, lei annuisce e mi indica una porticina alle sue spalle. Poi le chiedo se sarebbe disposta a conservare del cibo deperibile nel suo frigo, mi guarda dubbiosa e allora faccio leva sulla devozione che questa gente ha per Ishá e le spiego che sono le offerte del guaritore che vorrei conservare perché altrimenti andranno sprecate, visto che lui e suo fratello stanno digiunando.

All’inizio sembra non capire, poi la sua espressione cambia, alla fine annuisce ma m’informa che c’è un problema. Nel frigo viene conservata la carne e la carne non può stare con le verdure.

Mai sentito dire. Le chiedo perché e lei cerca di spiegarmi ma io non afferro cosa cerca di dirmi anche perché non parla bene la mia lingua e dovrebbe forse usare termini che non conosce per farsi capire. Dovevo portare con me Lyán.

La ringrazio e la saluto, dovrò chiedere ai ragazzi il motivo del suo rifiuto, anche se in realtà non si è rifiutata, ha solo posto un problema che non ho compreso.

Quando esco l’uomo anziano mi tira il lembo della camicia, mi sorride e mi porge un sacchetto di carta e dice alcune parole nella sua lingua che ovviamente non capisco ma chiude la frase con Ishá. Tutto chiaro, quel sacchetto è per lui, mi sta chiedendo di portarlo a Ishá. Faccio un inchino e prendo il sacchetto.

Metti il bene dove sta il male e quel bene tornerà a te decuplicato.

Racconto tutta la storia a Lyán perché Ishá è raccolto nella sua preghiera e lui mi spiega.

Essendo vegetariani loro non toccano carne, non solo non la mangiano ma rifiutano anche di entrarci in contatto; quindi, mettere le loro provviste vegetali insieme alla carne causerebbe una sorta di contaminazione e quel cibo verrebbe comunque buttato via tutto.

Come sono complicate le loro regole. Anche la cosa più semplice qui ha risvolti complessi.

Quando Ishá termina la sua preghiera e si siede sorridendomi sul suo cuscino gli porgo il sacchetto e gli dico con soddisfazione: «Te lo manda l’uomo della tintoria. Lavora allo spaccio ora. Mi è sembrato in buona salute, a parte gli acciacchi dell’età.»

Ishá apre il sacchetto e dice: «Fichi d’india. Conosci questo frutto John?»

«Sì e so che è odioso da sbucciare.»

Me ne porge uno e mi accorgo che la buccia è stata tolta. Lo addento, è agro e dolce al tempo stesso e la polpa è così matura che non posso fare a meno di sbrodolarmi.

Ishá ride e mi mostra che devo metterlo in bocca intero, questa volta, anche se fatico a masticarlo, la polpa finisce nel mio stomaco invece che sul collo della camicia.

Ride, ridiamo tutti e tre, lui posa il suo frutto intatto e chiede a Lyán dell’acqua, si sciacqua la bocca e sputa a terra.

Neppure una goccia del succo di fico d’india può ingerire? Così drastico è il suo digiuno? Dimentico sempre quanto Ishá sia intransigente.

10 aprile 2011

Ieri si sono rifatti vivi i bramini, questa volta è venuto di persona il loro capo religioso, l’uomo che ho conosciuto non appena sono arrivato.

È stato molto cerimonioso con me ma non gli ho dato confidenza, non ho nulla contro di lui o contro il suo tempio ma voglio che stia alla larga da Ishá.

Contro ogni mia previsione invece lui si è avvicinato e ha piegato il ginocchio, il bramino gli ha toccato la testa pronunciando un lungo monologo.

Ishá si è alzato e gli ha fatto cenno di entrare in casa ma il bramino ha rifiutato con un sorriso il suo invito e poi gli ha fatto un dono. Una scatolina di madreperla che contiene sicuramente qualcosa ma Ishá non l’ha aperta, ha ringraziato, ha salutato con tre profondi inchini ed è rientrato nella grotta.

Il bramino si è allontanato circondato da un piccolo corteo di persone che l’ha accompagnato per tutta la strada. Quando ho guardato Ishá ho notato subito la sua espressione contrariata.

«Che succede?»

«Vuole che domani io vada al tempio.»

«E tu cosa hai risposto?»

«Non ho risposto. Non era una richiesta … era un ordine.»

«Quindi non puoi rifiutarti?»

Sospira, so che non vorrebbe, so che è l’ultima cosa che gli passerebbe per la testa ma so anche che in qualche modo e per qualche oscuro motivo, lui rispetta l’autorità del bramino.

«Verremo con te. Io e Lyán verremo con te e ti riporteremo indietro.» affermo con decisione per rassicurarlo che non sarà solo e che sia io che Lyán siamo disposti a fare qualsiasi cosa per proteggerlo.

Siamo saliti su un pullman sgangherato e affollato per raggiungere il tempio, siamo seduti sul tetto, tra la polvere e il vento caldo sto soffocando anche se sono all’aperto.

Ishá non parla, se ne sta seduto in disparte e non alza neppure gli occhi, non so quanto gli stia costando piegarsi alla volontà dei bramini ma io e Lyán saremo il suo scudo, la sua piccola armata, pronti a difenderlo se qualcuno cercasse di fargli del male o di costringerlo a fare qualcosa che non vuole.

Ci alloggiano in una specie di granaio che per l’occasione è stato dotato di brande e lenzuola; tutt’intorno c’è fermento e tanta, tantissima gente e mi chiedo dove troveranno posto per tutti e cibo per tutti ma il fatto che ci sia un tale affollamento mi fa sperare che potremo passare inosservati.

Ci sistemiamo alla meglio ma inosservati diventa subito una parola priva di senso.

Alcuni degli ospiti intorno a noi ci guardano con insistenza, forse sono io, visto che sono a tutti gli effetti un europeo, a suscitare la loro curiosità ma dopo circa un’ora dal nostro arrivo una mezza dozzina di sacerdoti entra nel granaio e si dirige senza nessun indugio verso Ishá. Inchini e sorrisi ma Ishá è rigido come un tronco, li fissa e non accenna neppure vagamente a un saluto, loro parlano e lui resta muto, poi uno di loro si fa più vicino e Ishá indietreggia di due passi.

A quel punto io mi faccio avanti e Lyán fa altrettanto. I sacerdoti si esibiscono in un’altra serie d’inchini e se ne vanno. Tiro un sospiro di sollievo e guardo Ishá, è pallido come può esserlo la sua carnagione scura: ha le guance esangui.

«Che volevano?» chiedo con un po’ di apprensione ma soprattutto con rabbia.

«Il bramino voleva darmi ospitalità nel tempio.» sussurra lui.

«Tu non fai un passo senza di noi!» Lyán annuisce e aggiunge: «Tu con noi e noi con te!»

Ci sediamo sulle brande e mi viene voglia di chiedere a Ishá se ha avuto paura e di cosa esattamente; ho la sensazione che la sua reazione abbia radici nel passato, in quel periodo della sua vita che ha trascorso al tempio.

Non voglio più aggirare il discorso quindi gli faccio una domanda diretta.

«Cosa ti hanno fatto quando eri qui al tempio?»

Mi guarda e cerca di eludere la domanda scuotendo la testa ma io non mi arrendo.

«Ishá tu hai paura di loro. Non si tratta solo di sottomissione alla loro autorità. Tu li temi.»

«No John, ti sbagli …»

«Ehi, non mentirmi. Cosa ti hanno fatto?» si piega in avanti, rabbrividisce e poi si stringe le braccia sul torace, evita il mio sguardo e sussurra: «Mi insegnavano le regole, i fondamenti della fede, le basi del culto. E a volte … se non capivo o se sbagliavo …»

Rabbrividisce di nuovo.

«Erano previste punizioni Ishá?» fa cenno di sì con la testa «Punizioni corporali? Ti picchiavano?»

Scuote la testa e poi mormora: «Digiuno … restare in ginocchio tutta … la notte davanti alla statua di Rama o nella posizione del loto … tenendo in ciascuna delle mani una candela accesa …»

«Basta così! Hai ragione ad aver paura di loro, sono dei sadici bastardi.»

«Questo non era riservato solo a me ma a tutti i bambini che erano al tempio.»

«Ce ne erano altri?» annuisce ed io mi sento soffocare.

«E avevano anche loro … un dono?»

«No … non lo so … forse.»

«Alle prime luci dell’alba ce ne andiamo da qui a costo di fare tutta la strada a piedi!»

«Ma siamo tanto lontani John!»

«Lo so ma l’alternativa è il tempio. Vuoi entrare là domani?»

«Forse dovrei. Forse non c’è nessun pericolo.»

«Non puoi saperlo Ishá, a meno che tu non riesca a leggere il futuro.»

Mi guarda con gli occhi velati di tristezza e poi prende il respiro e afferma: «Non sono più quel bambino, adesso sono un uomo, un uomo con un dono. Non possono farmi del male, hanno bisogno di me e del mio dono. Io ho il potere, non loro. Non devo avere paura.»

Sono in atto i festeggiamenti, da ieri sera si susseguono canti e preghiere ed io non ho chiuso occhio, all’inizio perché speravo di trovare il coraggio di trascinare via Ishá non appena fosse sorto il sole ma poi ho ripensato alle sue parole.

Credo che sia giusto che affronti la paura che ha dei bramini, forse restare può aiutarlo anche a capire cosa esattamente vogliono da lui.

L’occasione non si fa attendere, i sacerdoti sono di nuovo qui e porgono a Ishá una veste bianca ricamata d’oro e un telo bianco da avvolgere in un turbante per coprire la testa. Ishá si cambia aiutato da suo fratello e i sacerdoti restano immobili in attesa.

Non appena lui è pronto uno di loro gli mette nella mano destra una specie di lungo rosario e gli fa cenno di seguirli; Ishá si volta verso di me, non gli leggo paura negli occhi ma lo seguo e Lyán fa altrettanto.

Ci facciamo largo tra la folla fino all’ingresso del tempio che ieri sera non ho avuto modo di vedere a causa della scarsa illuminazione. Resto fulminato.

Non è grande e sfarzoso come il Tempio del Sole di Konarak ma gli somiglia nella struttura e nella ricchezza dei fregi, delle figure scolpite, dei simboli e delle allegorie che riportano la vita delle loro divinità. La luce del sole lo rende ancora più splendido e oggi il sole brilla più del solito e il cielo è sereno.

Non ho parole per descrivere l’interno, posso solo dire immenso, maestoso e opprimente: lo sfarzo delle decorazioni, l’intensità dei colori, la quantità eccessiva d’immagini sacre, statue e terrecotte toglie il fiato. E le lunghe file di colonne scolpite e i soffitti decorati di smalti multicolori. Troppo, troppo di tutto.

Cammino dietro a Ishá e la folla intorno a noi è immensa, mi sembra di soffocare, fatico a farmi largo tra la gente accalcata ma vado avanti finché la piccola corte di sacerdoti si apre e fa passare Ishá ma ostacola me e Lyán.

Ho un moto di ribellione ma non posso mettermi a spingere via i sacerdoti, guardo Lyán e lui si stringe nelle spalle come per dire che non possiamo farci niente.

Vedo Ishá procedere verso il centro della sala, dove su stuoie e tappeti sono seduti i bramini, lo perdo di vista ma non appena i sei sacerdoti si siedono con le spalle alla folla, tutti i fedeli li imitano. E finalmente vedo di nuovo Ishá: è seduto accanto al bramino capo.

Di colpo un coro sommesso di voci si leva dai fedeli ed io ho bisogno di aria e non ho alcuna intenzione di sedermi. Scavalco con un certo imbarazzo un numero incalcolabile di persone sedute con le gambe incrociate e mi nascondo dietro una delle gigantesche colonne perimetrali, con un punto di osservazione adeguato a non perdere di vista Ishá.

Ora non posso narrare tutta la cerimonia perché è durata ore, tra canti, preghiere, inchini e lunghi monologhi dei bramini ho perso il controllo dei muscoli e della mente.

Quando il bramino capo si è alzato ed è andato verso Ishá io facevo persino fatica a mettere a fuoco gli occhi e avevo una sete furibonda che mi faceva ansimare.

Ho pensato che se la situazione fosse in qualche modo precipitata non avrei avuto nessuna possibilità di raggiungere Ishá senza avere un infarto.

Il bramino ha eseguito una sorta di benedizione, poi ha fatto inginocchiare Ishá e gli ha messo al collo una ghirlanda di fiori poi un’altra e infine il rosario di palline che gli avevano messo nella mano i sacerdoti. Gli ha posato la mano sulla testa e rivolto verso la folla ha pronunciato non so se una o più parole, tutti hanno ripetuto in coro quelle parole, più e più volte. Alla fine, Ishá si è alzato ed è tornato a sedersi.

Dalla postura e dal linguaggio del corpo non mi è parso né spaventato né preoccupato ma l’ho visto guardare verso l’immensa marea di persone e cercare con gli occhi me e suo fratello. Non vedo Lyán ma sono sicuro che lui riesce a vedere me, sono l’unico rimasto in piedi, sono il solo europeo e sono il solo senza turbante, quindi faccio un cenno con la mano nella direzione dove mi sembra di averlo perso e dopo un paio di minuti vedo le sue spalle robuste emergere dal tappeto umano che copre l’intero pavimento.

Mi raggiunge a fatica e quando è a pochi passi da me lo prendo per un braccio e me lo tiro vicino, lo stringo e lui mi batte con la mano sulle spalle per rassicurarmi.

«Pensi che manchi molto?» chiedo con la speranza che lui afferri il senso delle mie parole.

«Poco John. Sei stanco? Seduto … seduto meglio.»

«Sì forse hai ragione ma mi sentivo soffocare.»

«Ishá sta bene.»

«Sì sta bene. Speriamo che finisca presto, non sento più le gambe e ho la schiena a pezzi.» Non so quanto ha capito di tutto ciò che ho detto ma mi sorride e tanto mi basta.

Di colpo la folla si alza e guardo verso i bramini, anche loro sono tutti in piedi e anche Ishá. Quando vedo il bramino capo prenderlo sottobraccio il mio cervello va in allarme e una scarica di adrenalina annulla tutta la mia stanchezza.

Mi faccio largo tra la gente per cercare di raggiungerlo e Lyán mi segue, addirittura mi spinge. Arriviamo appena in tempo per vedere Ishá seguire il bramino oltre un arco.

La folla sta scemando, trovo un varco e accelero il passo, ora sto quasi correndo ma superato l’arco di Ishá e del bramino non c’è traccia. Mi guardo intorno smarrito e Lyán geme e si aggrappa a me.

«Tranquillo. Lo troviamo. Ora lo cerchiamo e lo troviamo.» Ma non so da che parte andare e voltandomi vedo uno dei sacerdoti che mi fissa interrogativamente; tocco la spalla di Lyán e lui capisce, congiunge le mani e china la testa e poi sciorina un breve discorso.

Il sacerdote resta impassibile poi ci fa cenno di seguirlo.

Ci porta da Ishá? O ci tende una trappola?

Oltre l’arco c’è un altro arco e poi un altro ancora e sembra che questo tempio non abbia fine ma poi vedo la luce del sole oltre un portone aperto. Fuori c’è il giardino dell’Eden.

Abbagliante, rigoglioso, profumato, piante fiorite, alberi e statue, mi sembra di avere un miraggio. In un angolo in ombra vedo Ishá, è seduto sull’erba ed è completamente solo.

Gli andiamo incontro e lui si alza e ci abbraccia entrambi, trema come una foglia e di colpo singhiozza e ci stringe forte come se fosse l’ultima volta che può farlo e questo mi spaventa.

«Che succede? Perché il bramino ti ha portato qui?»

«Vuole che io faccia un’offerta a Rama.»

«Che genere di offerta?»

«Una guarigione.»

«Qui? Come? Chi …»

«Mi ha chiesto di aspettare qui.»

«Ishá … andiamo via. Subito!» scuote la testa e mi prende la mano, poi stringe anche quella di Lyán. Perché ho la sensazione che ci stia dicendo addio?

Il rabbino appare dal nulla come un fantasma e ci fissa con evidente fastidio ma fa un sorriso di convenienza, mette una mano sulla spalla di Ishá e con un cenno della testa lo invita a seguirlo. Ishá obbedisce e poi si volta ripetutamente mentre si allontana, come se non volesse andare.

Rassegnati io e Lyán ci sediamo nell’erba, poi noto una fontana e la sete si riaffaccia feroce, mi alzo e vado a bere. L’acqua è fresca nonostante sia sotto il sole, mi da un grande sollievo, bagno anche il viso e la testa, Lyán mi raggiunge e mi imita.

Il tempo passa e Ishá non torna, comincio ad avere seriamente paura.

Ci giunge il clamore della festa che si svolge fuori dal tempio e l’odore dei cibi cotti e delle spezie. Guardo Lyán e chiedo: «Hai fame?» lui scuote la testa, so che mente, dopo dieci giorni di digiuno oggi doveva essere il giorno in cui avrebbero potuto mangiare.

Gli chiedo se vuole andare fuori a prendere un po’ di cibo, gli faccio cenno più volte con la mano di andare, che io lo aspetto qui e alla fine si convince.

Adesso sono solo e sono angosciato, stanco, arrabbiato e affamato.

M’impedisco di pensare, di concentrarmi sull’idea che non vedrò più Ishá, che ce lo hanno portato via per sempre. Mi affiora una preghiera e questa volta non è insensata o scontata, questa mi viene fuori intensa, accorata, sincera e disperata e prego mentre il cuore mi fa male come se stesse per scoppiare e la gola mi brucia più di quando avevo sete.

Lyán mi tocca una spalla, ha in mano tre cartocci di cibo, me ne porge uno e poggia nell’erba il secondo dicendo: «Per Ishá.»

Certo ragazzo, certo, non potresti mai dimenticare di pensare anche a lui.

Apre il terzo cartoccio e prende con le dita un po’ di riso, io apro il mio e contiene carne cotta alla brace, ha un profumo irresistibile che non sento da mesi e il mio stomaco urla, vorrei impedirmi di mangiare, per dimostrare a Dio quanto sono disperato.

Smuovo un pezzetto di carne e mi succhio il dito unto, è dannatamente buono e Lyán ride e dice: «Mangia John. Ishá torna.»

Ed è tornato, è apparso come una visione nella sua tunica bianca, con le spalle un po’ curve e le braccia strette sul petto. Io e Lyán lo copriamo di abbracci e di baci e lui sorride, solo con labbra, perché ha un velo di tristezza negli occhi ma non m’importa, è con noi e adesso lo portiamo via, lo riportiamo a casa.

13 aprile 2011

Ishá non ha parlato per tutto il viaggio, non risponde alle nostre domande e sembra afflitto da non so quale dolore. Adesso che siamo a casa se ne sta steso sul suo giaciglio con gli occhi chiusi, non ha toccato il cibo che Lyán gli ha conservato, ha chiesto solo di bere. Non so cosa fare, non so cosa dire.

Poi mi rammento della consolatrice, mi siedo accanto lui, lo sollevo un po’ e gli faccio poggiare la testa sulle mie gambe.

Non sono avvezzo a certe manifestazioni d’affetto ma farei di tutto per alleviare qualsiasi dolore lo tormenti.

Gli stringo le braccia intorno alle spalle e lo cullo, si solleva e si appoggia al mio petto, con la testa sulla mia spalla, si stringe a me.

«Coraggio Ishá, passerà anche questa volta, qualunque sia il dolore … passerà. Starai bene Ishá, vedrai che starai di nuovo bene. Siamo qui tutti insieme, siamo una famiglia, siamo uniti e siamo invincibili. Niente può farci male, niente può separarci.»

Sospira, il suo corpo si rilassa, si lascia andare, avverto il ritmo del suo cuore, poi mi sussurra all’orecchio: «Ti voglio bene John.»

«Ti voglio bene anch’io ragazzo.» Dentro di me penso: “Ti prego non rinchiuderti di nuovo nel silenzio” e lui mormora: «John … perché non hai figli?»

Okay, cominciamo con una domanda difficile ma l’importante è che parli di nuovo, che non si chiuda in sé stesso.

«Perché … non ho trovato la donna giusta, o forse non l’ho cercata. Amo il mio lavoro, è sempre venuto prima di tutto e … il tempo è passato in fretta.»

«Saresti un buon padre John.»

«Mi fa piacere che tu lo pensi.»

Il silenzio resta sospeso a lungo, credo persino che si sia addormentato, il suo respiro è regolare e i suoi muscoli rilassati, poi di colpo dice d’un fiato: «Mi ha messo in mostra! Mi ha portato in una stanza piena di persone e mi ha mostrato loro come fossi un trofeo!»

«Il bramino? Perché?»

«Hanno portato una donna malata, l’hanno stesa sotto la statua di Rama e il bramino ha detto che dovevo guarirla per onorarlo. Ma lui voleva solo mostrare loro il mio dono, mostrare a tutti il mio potere. Voleva che la guarissi davanti ai loro occhi per appagare la sua superbia.»

«E tu lo hai fatto?»

«Ho fatto il rito della guarigione.»

«E lei è guarita?» non risponde, trascorre un altro lungo intervallo di silenzio poi sussurra: «Sai cosa credo John? Il dono non si piega alla mia volontà, il dono agisce per suo conto. L’ho scoperto solo ieri. Il dono non ha voluto, la donna non meritava la guarigione.»

«Quindi niente miracolo?» e ho l’impulso irrefrenabile di ridere ma mi trattengo.

«Non era mai successo prima.»

«Forse ti sono sempre capitati malati meritevoli …»

«Qualcosa dentro di me rifiutava di farlo e lei era … impura e non credeva, non credeva affatto in me e quando l’ho toccata ho sentito la mia energia spegnersi come la fiamma di una candela. Non ho potuto … non sono riuscito …»

«Sei dispiaciuto per quella donna?» scuote la testa e poi chiede: «È brutto che io non provi dispiacere per lei?»

«No Ishá, non è brutto. È stato come doveva essere e devi dimenticartene.»

«E se accadesse di nuovo?»

«Tu hai fede nel tuo dono, se pensi che agisca per conto suo forse sa meglio di te cosa è giusto e cosa non lo è.»

16 aprile 2011

Sono fiero di me stesso per come sono riuscito a parlare a Ishá, perché dopo le mie parole è tornato sereno. Ho bisogno che lo sia perché la prossima settimana ho deciso di partire. Sarà la cosa più dolorosa che faccio da quando sono al mondo ma non posso restare qui in eterno, anche se lo vorrei.

Sono quasi otto mesi che manco da casa e dal mio lavoro, ho scritto così tanto che potrei pubblicare un libro. Dovrò lavorare su queste pagine ed estrarre tutte le parti utili al mio rapporto finale ma è una cosa a cui adesso non voglio pensare.

Voglio godermi i miei figli, l’aria afosa del monsone, l’odore di spezie del mio cibo, la magia dell’alba e del tramonto e voglio che tutto questo resti intatto dentro di me, fino a quando non tornerò.

Perché io tornerò, non so quando ma se c’è un luogo dove voglio tornare è qui.

Ishá ha aperto la scatolina di madreperla che gli ha regalato il bramino, dentro c’è un sacchetto di cotone bianco che emana un forte odore, l’ha preso e l’ha sepolto.

«Cos’è?» scuote la testa ed evita il mio sguardo, poi esce dalla caverna ed io resto seduto a fissare Lyán che percepisce la mia curiosità, si avvicina al punto dove Ishá ha sepolto il sacchetto e lo tira fuori, me lo porge controllando furtivamente l’ingresso della caverna, apro il sacchettino e dentro c’è una pallina di pasta morbida e scura, l’annuso ed esclamo: «Accidenti … ma questo è hashish!»

Lyán mi fa cenno di rimetterlo a posto e non appena glielo rendo lo seppellisce di nuovo.

«Perché il bramino ha dato dell’hashish a Ishá? Cosa doveva farsene?»

«Si chiama Bhang. E si fa … bhang thandai … bevanda che apre la mente. Puoi parlare con le divinità, vedere il futuro …»

«Roba da stregoni quindi? Ma Ishá non è uno stregone.»

«Loro non capiscono … Ishá non bisogno. Lui può meditare e tutto è chiaro … per lui.»

«I bramini lo usano?» Lyán fa cenno di sì poi si batte il dito indice sulla tempia: ha ragione, sono davvero matti se pensano che Ishá possa usare una qualsiasi droga per aumentare il suo potere divinatorio. Resterà un segreto tra me e Lyán, non farò domande a Ishá, non voglio più neanche nominarglieli … i bramini.

Io non li ho nominati ma il loro capo oggi è di nuovo qui. L’atteggiamento di Ishá è cambiato, non si è mostrato affatto intimorito o ossequioso, ha fatto sedere il bramino e gli ha offerto del tè che lui ha rifiutato, ha ascoltato quello che aveva da dire e poi con una voce calma e conciliante ha risposto.

Il bramino ha avuto un moto di stizza e ha alzato la voce, io ho staccato le spalle dalla parete della caverna e ho fatto due passi verso di loro, anche se sono stato ignorato sono abbastanza vicino da mettergli le mani al collo se solo osa toccare Ishá.

Lui tace, china la testa e poi risponde con la stessa voce calma e il bramino si agita sul suo cuscino come se avesse delle spine sotto il sedere.

Il mio ragazzo è in gamba, gliele sta cantando.

Di nuovo con la voce alterata il bramino si rivolge a Ishá e gli punta il dito contro, lui scuote la testa e gli mostra le mani e poi di nuovo risponde. Il bramino gli afferra un polso ed io scatto in avanti ma Ishá mi precede, si alza con impeto e si libera della stretta, questa volta grida contro l’uomo che si alza a sua volta e raggiunge l’uscita, quando è a distanza di sicurezza urla contro Ishá … suppongo che lo stia insultando. Poi se ne va.

Ishá da un calcio rabbioso al cuscino, simbolicamente credo lo abbia dato al bramino, ed io non trattengo più l’ilarità che mi è cresciuta dentro a vedere quell’uomo ignobile e subdolo cercare di sopraffare un antagonista indomabile.

Scoppio a ridere e Ishá prima mi fissa incredulo, ancora pieno d’ira, poi sorride e infine ride anche lui. Lo abbraccio forte il mio ragazzo coraggioso.

«Ma cosa voleva? Cosa credeva di fare?» gli chiedo e lui mi guarda e l’ira è scemata.

«Mi ha accusato di averlo deriso, di aver volutamente impedito la guarigione per umiliarlo, quando gli ho detto che tutto avviene non per mia volontà ma per volontà del dono lui ha replicato che non avevo fatto abbastanza, che non avevo messo impegno. Ed io ho risposto che avevo fatto tutto quello che potevo e ho provato a spiegargli come avviene la guarigione ma lui ha insistito nell’accusarmi di essermi preso gioco di lui davanti a tutti e mi ha minacciato di cacciarmi dalla mia casa. Gli ho mostrato le mani e gli ho detto che potevo provare ancora con un altro malato, se lui voleva potevo farlo per onorare Rama, a quel punto ha osato afferrarmi il polso … e io l’ho cacciato.»

«E una volta fuori cosa ti ha gridato?»

Questa volta Ishá ride di cuore e mormora: «Non potresti mai immaginarlo John!» poi torna serio e dice con un tono sprezzante: «Mi ha chiamato impostore e imbroglione.»

Esattamente quello che io avrei dovuto dimostrare che era.

E di colpo un dubbio mi traversa la mente.

Mi sono ricordato che i bramini avevano promesso a Ishá che se lui avesse accettato di andare a vivere con loro al tempio avrebbero fatto in modo di mandarmi via.

E se la mia ricerca fosse stata commissionata proprio da loro?

Se avessero avuto l’intenzione di dimostrare che Ishá è un ciarlatano?

Non a caso avevano mandato me, io ne ho smascherati una ventina di santoni, guaritori e stregoni, chi meglio di me poteva dimostrare che Ishá è un impostore?

Chi poteva essere più affidabile di me?

E soprattutto chi aveva più di me una visione scettica e impermeabile alle lusinghe e alle manipolazioni?

Ho provato orrore ma poi un pensiero mi ha subito consolato.

Se sono considerato affidabile quando smaschero un imbroglione, dovranno ammettere che lo sono anche se affermo il contrario, se dico che Ishá è davvero un guaritore nessuno oserà mai smentirmi.

«Gliela farò pagare Ishá!» mi fissa e poi chiede: «Tu? Come?»

«Consegnerò un dossier talmente convincente, talmente fitto di prove e di fatti concreti e inoppugnabili che il mondo intero saprà che Ishá il guaritore ha poteri soprannaturali e che niente di ciò che fa è artefatto o ingannevole.»

Ha un’espressione interrogativa, forse qualcuna delle parole che ho usato non gli è familiare, così gli prendo le mani e gli dico fissandolo negli occhi: «Tu diventerai l’uomo dei miracoli. E loro non potranno più nulla contro di te.»

Lascia le sue mani nelle mie, mi guarda incredulo ma sorride e chiede: «L’uomo dei miracoli John?»

«Tu sei esattamente questo Ishá.»

E non so se mi abbraccia perché è rassicurato dalle mie intenzioni o perché gli ho riconfermato quella fede che lui temeva non avrei mai raggiunto.

20 aprile 2011

Quanto mi è costato parlare a Ishá della mia partenza, quanto dolore ho provato a vedere i suoi occhi riempirsi di lacrime e le sue labbra tremare e le sue mani cercare le mie e poi le sue parole e quel modo affettuoso di dire il mio nome.

«Quando John?»

«Tra due giorni.»

«Così presto?»

«Ishá, sono passati otto mesi …»

«Resta ancora un po’.»

«Non posso … davvero non posso. E poi devo consegnare il mio lavoro.»

«E non puoi mandare qualcuno a portarlo?»

«No Ishá. È una cosa complicata, devo lavorarci sopra, ho bisogno del computer e devo stampare le cartelle con i dati …»

So che non capisce una parola di quello che dico e ripeto: «È complicato.»

Annuisce e senza lasciarmi le mani sussurra: «Mi mancherai tanto John.»

«E tu e Lyán mancherete a me. Ma tornerò, è una promessa.»

«Presto?»

«Non so dirtelo. Ma farò il possibile.»

«Se ti chiedono di andare da un altro stregone … tu dì di no.»

Scoppio a ridere, rido fino alle lacrime, in realtà sto piangendo ma voglio che lui creda che sono abbastanza forte da andare e che lo sarò per tornare.

«Dobbiamo festeggiare John. Dobbiamo fare un rito per la partenza e uno per il ritorno e dobbiamo essere felici ogni minuto fino a quando partirai.»

E così lui e Lyán hanno preparato un vero e proprio banchetto.

Stasera mangeremo fino a scoppiare e per la prima volta Ishá ha deciso che berremo vino e liquore di riso perché vuole che io abbia “la testa leggera”.

In pratica vuole ubriacarmi.

Non sa che la sbronza a me sale male, in genere mi deprime.

21 aprile 2011

Ho mangiato, ho bevuto, ho riso e ho cantato e poi ho pianto e la mia “testa leggera” si è riempita di brutti pensieri. Ma Ishá è talmente ostinato e persuasivo che riesce a trascinarmi in un turbine di emozioni ogni volta che vuole.

Siamo usciti dalla grotta e siamo andati alla radura, ci siamo stesi nell’erba e abbiamo continuato a bere fino a svuotare la bottiglia di liquore, un sorso a testa e un grido a testa. Abbiamo urlato alla luna come fanno i lupi, abbiamo provato a contare le stelle, ci siamo rotolati nell’erba, ci siamo abbracciati, ci siamo tenuti stretti e poi ci siamo addormentati.

Ci ha svegliati l’alba, magica, iridescente, delicata come una carezza, e poi la gloria del sole, vigorosa, luminosa, intensa come un abbraccio.

Domani parto. L’ultimo giorno e non basterà il tempo. Quel tempo che qui scorre lentamente oggi volerà in un attimo e continuo ad avere brutti pensieri.

Questi due ragazzi hanno vissuto per anni senza di me, mi ripeto, perché dovrei temere che ora se io vado via non ci riescano più? Eppure, è così che mi sento, come se lasciandoli io le deluda, li abbandoni, anche se so che sono abbastanza forti e abbastanza uniti da saper fronteggiare qualunque destino.

Forse sono io che senza di loro mi sento perso.

Questo diario che doveva inizialmente contenere solo le mie osservazioni di scienziato è diventato un pastrocchio di pensieri e di emozioni che nulla hanno a che vedere con il dottor John Harris Cooper, cacciatore d’impostori.

Ma hanno a che vedere con l’uomo che sono diventato.

22 aprile 2011

Ieri Ishá e Lyán hanno eseguito il rito della partenza: mi hanno messo al collo collane di fiori e mi hanno unto le mani con un olio profumato, ho tenuto la mano di Ishá sulla mia mano destra, palmo contro palmo, e quella di Lyán sulla sinistra, palmo contro palmo, e poi loro hanno sussurrato una preghiera perché il viaggio sia sicuro, perché il mio ritorno a casa sia felice, perché la mia vita sia ricca e soddisfacente. Questa la sostanza che loro hanno tradotto per me. Poi abbiamo mangiato frutta e dato fondo al barattolo del miele, perché la partenza abbia un sapore dolce che mi resti in bocca per sempre e mi aiuti a non avere nessun rimpianto.

Oggi eseguono il rito del ritorno. Ishá ha preso una lama e ha fatto un taglio al centro della sua mano destra, poi ha fatto lo stesso sulla mano di Lyán e poi sulla mia.

Ha stretto la mia mano in modo che il sangue suo e mio entrassero in contatto, poi Lyán ha fatto altrettanto, il tutto mentre recitava una delle sue preghiere.

«Questo perché tu resti legato a noi per sempre John.»

Poi ha acceso un bastoncino d’incenso e l’ha fatto girare intorno a me dal basso in alto e da destra a sinistra. «Questo per tenere lontano da te il male John.»

Infine, mi ha unto la fronte e poi ha unto la sua e l’ha tenuta premuta contro la mia.

«Questo perché il tuo spirito resti legato a me e il mio a te, come il padre con il figlio.»

Poi ha sorriso, mi ha guardato sornione e ridendo ha detto: «Ecco lo stregone John! Ora conosci anche lo stregone.»

«Quindi adesso sono prigioniero di un incantesimo?»

«Sì John e dovrai tornare qui se vuoi che io te ne liberi.»

Mi ha abbracciato, poi anche Lyán mi abbracciato e io li ho stretti entrambi a me.

Il dolore è insopportabile.

Il mio aereo parte alle quattordici e trenta ma l’auto che mi deve portare a Bhibaneswar sarà qui tra poco, ci vogliono circa due ore di viaggio fino a Konarak e un’altra ora fino all’aeroporto. Il tempo, maledico il tempo.

«Vi voglio bene ragazzi.» e non riesco a staccarmi da loro, mi guardo intorno e allo stesso modo non riesco a uscire da questa grotta fredda e calda, asfissiante e rigenerante, mi sembra di perdere tutto andando via e quando sento il clacson dell’auto che mi chiama ho un tuffo al cuore. Mi tremano le gambe.

Prendo i miei bagagli ma Lyán me li toglie di mano e corre fuori, ci lascia soli, io e Ishá ci guardiamo, lui sorride, allunga la mano destra e stringe la mia, un saluto occidentale ma io voglio abbracciare mio figlio un’ultima volta.

E lui mi stringe forte.

Mi mette il braccio sulle spalle ed io sto tremando, l’auto è lì, mi aspetta ed io mi volto indietro ma lui mette le mani sulle mie spalle, mi dirige verso l’auto, mi spinge quasi dentro, e quando sono seduto sussurra: «Buon viaggio John. Grazie per essere stato mio amico, grazie di ogni giorno che hai passato con me. Porta con te un buon ricordo.»

E chiude lo sportello.

L’auto parte ed io mi volto a guardarli un’ultima volta e ho voglia di gridare ma alla fine riesco solo a piangere. Ho nella mano il piccolo pezzo di vetro con al centro il fiore che Ishá mi aveva dato al mio primo tentativo di partire: non è un amuleto e non ha poteri magici ma è la prova tangibile del sogno meraviglioso e terribile che ho vissuto.

Non avrei mai pensato di riprendere in mano questo diario ma sta succedendo qualcosa che sembra voler dare un seguito a tutto ciò che è accaduto in precedenza.

Ho trovato ben sei messaggi di Lyán al mio rientro dalle vacanze. Mi ha cercato ogni mattina per una settimana ma io ero su una barca a largo a pescare. Ha lasciato un numero telefonico che probabilmente è quello dell’unica struttura commerciale del piccolo villaggio dove vive, anche se non ricordo che avessero un telefono.

Quindi ho richiamato convinto che avrei dovuto farlo cercare, ovunque fosse, e farmi richiamare da lui. Invece la donna che ha risposto mi dice di attendere e dopo qualche minuto la voce di Lyán mi arriva affannata e contratta.

Non capisco una sola parola di quello che dice, parla veloce nella sua lingua, quella che non sono mai stato capace di imparare, interrotta da tentativi mal riusciti di parlare la mia; distinguo solo quel nome, il nome di suo fratello, Ishá, e lo ripete di continuo, con un’ansia che quasi posso toccare ma non capisco il resto.

Lo interrompo bruscamente alzando il tono di voce e cerco di fargli capire che parla troppo in fretta, gli chiedo di rallentare, alla fine lui fa un profondo respiro e dice nella mia lingua e con una pausa per ogni parola: «Ishá … sta … morendo … vieni … subito!»

Subito? Penso che Lyán non abbia la minima idea della distanza. Da Londra a Calcutta sono più di otto ore di volo e Calcutta è molto lontana dalla regione di Orissa e dalla provincia di Konarak, dove loro vivono. Posso optare per il volo da Londra a Bhibaneswar, come ho fatto la prima volta che sono andato là, ammesso che trovi posto senza sufficiente preavviso, ma sono comunque quasi quindici ore, anche se abbrevio il viaggio via terra. Posso noleggiare un’auto e in un’ora essere a Konarak ma poi mi aspettano almeno altre due ore di viaggio su strade sterrate e infangate. È iniziata la stagione dei monsoni e quella regione, in particolare il villaggio di Lyán e Ishá, è soggetta a intensi temporali e allagamenti. Non posso spiegargli tutto questo, quindi dico la sola parola che capirà subito: okay.

Poi provo a chiedergli cosa è accaduto a Ishá, e lui dice in un inglese che riesco a interpretare solo perché sono allenato a sentirglielo parlare in quel modo storpiato e perché ora cadenza le parole con calma, che suo fratello è molto malato, moltissimo, e che ha bisogno di un dottore, subito.

Ok, io sono un dottore ma non può intanto portare Ishá in ospedale?

No, Ishá non vuole andare in ospedale, Ishá vuole che io vada da lui.

Di colpo mi rendo conto di cosa Lyán ha detto: Ishá sta morendo.

Gli chiedo conferma delle condizioni di Ishá e Lyán dice, questa volta in un inglese quasi perfetto: «Ishá sta tanto male John. Devi venire qui … per favore!»

È così accorata quella preghiera che mi fa trasalire, devo partire subito, sta morendo vuol dire che potrei non fare neppure in tempo ad arrivare all’aeroporto e nel frattempo lui potrebbe morire. «Sarò lì domani Lyán.»

Non aggiungo altro, chiamo la compagnia aerea con la quale sono abituato a viaggiare per gli incarichi dell’università e riesco a scovare un posto su un volo per Bhibaneswar alle quindici e venti, atterrerà alle sei e quaranta del mattino dopo, chiedo se possono farmi trovare un fuoristrada a noleggio già in aeroporto, mi confermano che possono accontentarmi ma devo pagare anticipatamente anche quello. Nessun problema, gli faccio avere immediatamente con un bonifico l’intero importo per biglietto e auto e dico, con un tono perentorio che non mi appartiene, che tutto deve essere calcolato al minuto secondo, ho molta urgenza di arrivare a Konarak, non tollererò ritardi di nessun genere.

Dopo di che riprendo fiato.

Ishá sta morendo.

È un’eventualità che ho considerato moltissime volte, in molteplici occasioni ma poi non è mai accaduto.

Mi faccio coraggio con quella convinzione e vado a casa a preparare una borsa con qualche indumento e la mia valigetta da stregone occidentale.

Per un attimo mi riaffiorano alla memoria il suo sguardo e il suo sorriso, quando mi ha definito così: stregone occidentale. Dio, come ho potuto dimenticare?

Mi vengono addosso di colpo come una frana tutti i ricordi, tutti gli otto mesi trascorsi in India e tutto il dolore che ho provato andando via.

Improvvisamente mi rendo conto che ho permesso alla mia inutile vita e ai miei futili impegni di cancellare ogni cosa, la paura che avevo avuto di dimenticare non ha ostacolato comunque l’oblio del tempo, della quotidianità, delle abitudini.

Per circa due mesi avevo ripassato nella mente quei ricordi e poi pian piano erano sbiaditi, non dico che non avessi più pensato a Ishá e a Lyán ma tenevo il loro ricordo ai margini della mente. Potrei dire che l’ho fatto per lenire il dolore ma la verità è molto più squallida e desolante. Avevo altro da fare.

L’aereo parte in perfetto orario e in perfetto orario atterra, la mia jeep è nel parcheggio e le chiavi me le consegna uno steward di terra che mi aspetta all’uscita dell’aeroporto.

Salito in macchina controllo i messaggi sul cellulare, ne invio uno al mio studio per avvisare che ho avuto un terribile contrattempo e che mancherò per qualche giorno, poi avvio il motore, dirigendomi verso la periferia della città.

Ho fatto questo percorso nel senso inverso quando ho lasciato l’India e Ishá più di un anno fa ma ricordo ancora perfettamente la strada.

Non penso mentre guido, m’impedisco di concentrare il pensiero sull’unica cosa che veramente mi assilla in questo momento.

In quali condizioni troverò Ishá? Sta davvero per morire o Lyán ha esagerato?

Arrivo al villaggio in meno tempo di quanto avevo preventivato, le piogge sono state scarse per il momento, le strade sono asciutte e c’è poco movimento lungo il percorso fino al villaggio, così mi trovo davanti all’ingresso della grotta che non sono ancora scoccate le nove per il meridiano di Greenwich, e qui è appena passata l’ora di pranzo.

Lyán è seduto fuori e quell’antro scavato nella roccia e riempito di una miriade di oggetti, di candele, di tessuti colorati, di statuine di argilla e del giaciglio dove Ishá pratica la sua attività di guaritore, adesso è vuoto.

Lyán mi viene incontro e mi fa cenno di seguirlo.

Riavvio il motore e gli vado dietro tenendo il gas al minimo, lui svolta in quella piccola radura che un anno prima era il luogo di meditazione di Ishá. Ora su quel fazzoletto di terra c’è una piccola casa con il tetto a pagoda e un grande ingresso aperto preceduto da una veranda e da una scalinata di legno.

Scendo dall’auto e Lyán mi si getta tra le braccia con enfasi, ripetendo: «Sei qui John! Sei qui! Sei venuto davvero John!» ricambio il suo abbraccio, poi tenendogli le mani sulle spalle chiedo: «Dov’è Ishá? Come sta?»

«Vieni … vieni John!» e si dirige verso la casa, mi guardo intorno e mi accorgo solo in quel momento delle persone: uomini e donne che sembrano in attesa del mio arrivo.

Poi mi rendo conto che ciò che aspettano è altro. Sono in attesa di sapere se Ishá morirà o guarirà come ha sempre fatto.

Entro nella piccola casa, composta di un’unica stanza ampia e luminosa, con pochissimi arredi ma con le immancabili candele e i drappi di seta e le statuine e l’odore forte di incenso, lo stesso della grotta. Manca il giaciglio.

Lyán solleva una tenda che scende dal soffitto e dietro di essa, steso su molti cuscini e con intorno una quantità incalcolabile di candele, c’è un corpo.

Non Ishá, un corpo, e faccio uno sforzo enorme a guardarlo da vicino, per poi ritrarmi e fissare Lyán senza capire cosa mi sta mostrando.

Non è Ishá, non può essere lui. Io lo ricordo bene, un ragazzo magro sì ma robusto, con un bel viso, scarno sì ma sano, e degli occhi grandi, a volte sofferenti ma vivaci.

Quella … cosa non può essere lui.

Il torace è così magro che posso contare le costole, il ventre è incavato come se non contenesse più alcun organo vitale, le gambe sono talmente prive di qualsiasi muscolo che affiora la sagoma delle ossa. Il suo viso è grigio come se sotto la pelle non avesse più sangue, ha due profonde occhiaie e le pupille sono rimpicciolite, non ha più denti e sta perdendo i capelli. Scuoto la testa con orrore e fisso Lyán con un tale disappunto che lui arretra, come se avesse paura di me e della mia reazione.

«È … Ishá?» chiedo sperando che lui risponda che no, quello è uno dei suoi pazienti, uno che lui guarirà con il suo dono ma Lyán annuisce.

«No.» dico io e decido di avvicinarmi, di guardarlo meglio.

Ishá aveva un neo sul petto, a sinistra, all’altezza del cuore, e aveva una forma strana, sembrava un trifoglio.

Giro intorno a quel corpo e scosto il telo che lo copre a malapena.

Il neo è lì. Quella cosa inerte è davvero Ishá.

Mi sembra di perdere la ragione, com’è possibile? Come può essere accaduto? Quale male incurabile l’ha ridotto in quel modo? Non lui, non il guaritore, non l’uomo che prendeva su di sé le sofferenze degli altri e poi miracolosamente guariva da esse.

«Cos’è successo?» chiedo a Lyán, lui s’inginocchia accanto a ciò che resta di suo fratello e dice piano: «Non sono riuscito a fermarlo, non ha voluto fermarsi. Gli dicevo è troppo, sono troppi … ma lui diceva che poteva farlo … doveva farlo …»

«Mi stai dicendo che Ishá … ha guarito troppi malati? Tanti da ammalarsi lui stesso e non riuscire più a guarire?» Lyán annuisce e le lacrime prendono a scendergli sulle guance.

Conosco bene l’ostinazione di Ishá ma conosco bene anche la sua intelligenza, lui sapeva di avere un limite e cercava di non superarlo mai. Come poteva aver ignorato il pericolo, spingendosi oltre le sue forze? E soprattutto … perché?

Lyán mi guarda implorante, come per chiedermi scusa e poi dice: «Sono venuti da tutti i luoghi del mondo John. Sono venuti tanti, così tanti che il villaggio sembrava grande città. Venivano con pullman e camion e auto, venivano ogni giorno. Sono venuti per settimane, per mesi, e lui … ha curato ogni giorno … ogni uomo, donna e bambino, senza fermarsi … per guarire lui e poi … ha smesso di mangiare e poi …»

Scoppia in un singhiozzo disperato ed io provo un intenso dolore, immaginando Ishá imporre le sue mani sottili su quei corpi malati, assorbire il loro dolore e trasferirlo su di sé, ininterrottamente, senza risparmiarsi.

«E poi?» chiedo senza pietà per Lyán che gli ha permesso di continuare a guarire gli altri senza darsi tempo per curare sé stesso.

«Poi è venuta la febbre. E allora non poteva più … e sono andati via tutti. Ishá delirava e non riuscivo neanche a dare a lui acqua. E ha cominciato … a chiamarti.»

«Mi chiamava …»

«Sì … diceva il tuo nome. A volte … lo urlava.»

«Questo quanto tempo fa?»

«Due settimane.» Una era andata persa perché lui non era riuscito a contattarmi.

Scanso il senso di colpa che mi porto dietro da prima di partire e decido che farò il dottore, qualsiasi cosa ne pensi Ishá, che ha sempre rifiutato la mia medicina occidentale.

«Avrò bisogno di alcune cose Lyán.» lui annuisce subito ed io scrivo sul blocco del mio ricettario un elenco che solo un altro medico può interpretare.

«Prendi il mio fuoristrada e porta questo all’ospedale della missione, dì loro che qui c’è un malato grave non trasportabile. Dì loro che sono qui per occuparmi di lui.»

Alla missione mi conoscono, non mi negheranno il loro aiuto.

Lyán prende il foglietto e corre via. Do per scontato che sappia guidare.

Mi chino su Ishá, lo tocco, brucia di febbre. Prendo una siringa senza ago dalla mia valigetta e la riempio d’acqua, poi la infilo tra le sue labbra e spingo lo stantuffo. Si agita e tossisce e la sputa fuori quasi tutta ma non mi arrendo, riempio di nuovo la siringa e di nuovo gli spingo l’acqua tra le labbra.

Questa volta apre gli occhi e mi vede, deglutisce e ingoia l’acqua con una smorfia di dolore, poi sussurra: «John?» e di nuovo: «John!»

«Sì Ishá, sono io. Sono qui.» mi sembra che voglia dire ancora qualcosa ma prende a tossire, una tosse violenta che gli squassa il torace e sparge gocce di sangue sul cuscino e sulla mia mano.

«Dio Santo!» sussurro consapevole che quello è il sintomo evidente di una polmonite all’ultimo stadio, una cosa che non si cura con polverine e preghiere, una cosa che uccide se non si cura in fretta e in modo adeguato.

Ed io non ho nulla di adeguato in questo momento.

Frugo tra le mie boccette in cerca di qualcosa che lo aiuti fino al ritorno di Lyán, trovo un antibiotico, non è specifico ma è meglio di niente. Predo un’altra siringa e foro il tappo, aspiro il liquido e senza nemmeno disinfettare il braccio infilo l’ago. Ishá sussulta e poi fissandomi come se lo stessi uccidendo mormora: «No John … no … la tua medicina no!»

«Invece sì! Se non vuoi morire!»

«Morirò comunque …»

«Beh … lo vedremo. Cosa hai fatto Ishá? Perché? Perché arrivare a tanto?»

Scuote debolmente la testa, poi mi guarda ed io non ritrovo i suoi occhi in quello sguardo, sono quelli di un moribondo, mentre io ricordo che un tempo erano gli occhi di un ragazzo.

«Ho fatto … quello che dovevo …»

«No! Tu dovevi fermarti, come facevi quando io ero qui. Fermarti e dare tempo al tuo dono di guarirti. Cos’è successo? Il dono ti ha abbandonato? O tu hai preteso troppo?»

Scuote di nuovo la testa ma con maggiore convinzione e mormora: «Tu lo sai … sai che non posso negare aiuto … a nessuno.»

«No Ishá, non c’è niente che possa giustificare quello che hai fatto a te stesso!»

Vorrei abbracciarlo ma ho paura anche solo di toccarlo, paura di fare danni irreparabili a quel corpo così fragile, così profondamente devastato.

Mi tende la mano ed io la prendo nella mia, abbozza un sorriso ed io vedo la sua bella bocca com’è diventata: priva di denti e con le labbra arse e spaccate.

Un impeto di rabbia mi fa stringere le dita intorno alle sue e lui che sa leggermi il pensiero dice: «Non essere arrabbiato … con me. Ti prego … John … ho bisogno di te …»

«Non so se potrò fare qualcosa. Io non ho nessun dono Ishá, io ho solo la mia limitata medicina, quella che tu hai sempre considerato un veleno. Non so se riuscirò a guarirti …»

Mi stringe le dita e capisco che non vuole ascoltare, vuole che io ascolti.

«Non ti ho … chiamato perché tu mi guarisca … puoi darmi … quella medicina … che ferma il dolore. Voglio solo che tu sia qui con me … quando morirò.»

Vuole la morfina. Gliene ho somministrate piccole dosi una o due volte, quando il dolore gli era diventato insopportabile e lui aveva detto che quella era una medicina buona, una medicina utile, la sola che aveva accettato di assumere.

E mi vuole vicino mentre muore.

Lyán entra nella stanza trascinando un carretto di legno colmo di tutti gli oggetti che ho chiesto. Mi alzo e inizio a tirarli fuori e a sistemarli. L’asta per la flebo, sacche di soluzione salina e di reidratante a base di glucosio e sali minerali, antipiretici, antibiotici, un ventilatore polmonare portatile, una mascherina per ossigeno e una bombola, antidolorifici, farmaci per il fegato e per lo stomaco. Insomma, un’attrezzatura d’emergenza che mi consentirà di fare qualcosa per lui.

Lyán è chino su suo fratello che gli sussurra qualcosa all’orecchio e mi pare che Ishá lo voglia ambasciatore di un messaggio per me, perché mi guarda e poi mi fa cenno di seguirlo. Fuori dalla casa Lyán mi indica l’orizzonte e dice: «Ishá ha chiesto di vedere l’alba domani …»

«Se sarà ancora vivo … domani!» dico con rabbia. Lui mi guarda con un’espressione colpevole che mi fa pensare che sa di aver aspettato troppo, sa che avrebbe dovuto chiamarmi prima. Cerca di giustificare quel ritardo.

«Lui ha chiesto che giuro … di non fermarlo!»

«E tu hai obbedito! Come fai da tutta la vita! È tuo fratello, non il tuo Dio!»

Abbassa gli occhi e non risponde, ed io mi sento colpevole.

«Scusami Lyán. Non volevo rimproverarti ma … vederlo così …»

«Fa male, John. Fa male anche a me, sai? Ma tu … con noi otto mesi … hai mai visto Ishá  fare cose … che non voleva fare?»

Scuoto la testa, è vero, è del tutto inutile cercare di imporre a Ishá qualsiasi cosa, è ostinato, irremovibile nelle sue convinzioni, nelle sue certezze, sarebbe come cercare di smuovere una montagna.

«Vuole vedere l’alba?» chiedo, incapace di accettare che forse sarà l’ultima e che lui ne è probabilmente consapevole.

«Sì. Io ho paura … toccarlo … sollevarlo da quel … giaciglio e portarlo fuori. Tu sai come fare senza … senza fargli male …» La frase si chiude con un singhiozzo, Lyán è disperato. Lo abbraccio e lui piange tutto il dolore di un fratello che ha dedicato la sua vita al mistero di quel dono, sacrificando la sua esistenza per quella di Ishá, perché l’esistenza di Ishá è mistica, è miracolosa, è divina ed io in quegli otto mesi me ne sono convinto.

Come poteva Lyán sottrarsi a suo fratello, ostacolarlo o impedirgli di essere ciò che era? Un guaritore, il più potente che io abbia mai visto, quel potere Lyán lo subiva da quando era un ragazzino e l’amore che li lega gli ha impedito di opporsi alla sua volontà.

«Andiamo. Voglio prendermi cura di lui. Domani vedremo se posso accontentarlo.»

Torno in casa e mi organizzo una specie di sala di pronto soccorso, infilo nel braccio destro di Ishá un ago cannula e collego la flebo a due sacche che devono reidratarlo e dargli un iniziale supporto nutritivo.

Poi prendo garza e detergente antisettico e gli lavo le mani, il viso, le braccia, Lyán mi toglie di mano la garza e continua con il resto del corpo. Gli bagno le labbra e ci passo sopra un po’ di vasellina, gli metto una compressa di garza zuppa d’acqua zuccherata tra lingua e palato, poi gli ascolto il cuore e i polmoni, gli misuro la pressione e conto i battiti del polso. Niente di buono. Ha il respiro corto e rantola, il cuore è debole e i battiti irregolari, la pressione è bassa, al limite del collasso.

Aggiungo alla sacca di fisiologica una fiala di antibiotico e gli inietto direttamente nella vena del braccio sinistro una dose leggera di lidocaina, affievolirà il dolore e aiuterà il cuore a battere con meno affanno.

Non ha reagito agli aghi che gli ho infilato nelle braccia ma mi guarda con gli occhi pieni di lacrime e sussurra: «Questo non mi aiuterà.»

«Questo farà diminuire il dolore e farà bene al tuo cuore.»

«Tu fai bene al mio cuore John … la tua presenza gli fa bene.»

«Già e ora mi dirai di nuovo che ho anch’io un dono vero?»

Ricordo bene le sue parole, quella notte fuori della caverna, mentre guardavamo le stelle, lui mi aveva toccato la spalla e poi a bassa voce aveva detto: «Il tuo dono John … è l’empatia.» Sa leggere il mio pensiero, questo lo so, e quindi quando mi sorride sono certo che ha rivissuto con me quel momento di quella notte.

E infatti con la voce che gli trema chiede: «Hai usato il tuo dono John?»

«A volte.»

«E come ti ha fatto sentire?»

So cosa si aspetta di sentirmi dire, che mi ha fatto sentire bene, che è stata un’esperienza esaltante o non so che diavolo altro. Non rispondo ed ho appena il tempo di sollevargli la testa prima che soffochi. Mi pare che parlare peggiori la sua capacità di respirare, così gli ordino: «Sta zitto! Non devi sforzare i polmoni. Sta zitto Ishá, tanto dici solo sciocchezze!»

Mi guarda con un tale rammarico che mi pento di essere stato tanto brusco.

«Avanti ragazzo, cerca di collaborare. Devi riposare, devi riprendere le forze.»

Annuisce debolmente e chiude gli occhi. Rimango a guardarlo tirare a fatica il fiato e gonfiare dolorosamente il torace, poi Lyán mi fa un cenno, mi alzo e lo raggiungo nella veranda. «Ho preparato un po’ di cibo per te John. Mangia qualcosa, ti prego.»

Mi metto seduto e ingoio un po’ di quel riso speziato e saturo di verdure e di brodo, odio quel cibo, ne ho mangiato per otto mesi filati, mi dà la nausea.

Forse Lyán lo capisce e mi porge un cestino di frutta, quella la mangio volentieri.

«Perché avete lasciato la grotta?» chiedo più per ingannare la mente con qualche argomento che non riguardi la salute di Ishá che per curiosità.

«I bramini hanno costruito la casa … per dare a noi un luogo più comodo dove vivere.»

«E perché i fedeli non dovessero aspettare fuori della grotta sotto il sole o sotto la pioggia, vero? I bramini hanno a cuore il loro popolo, ma soprattutto le offerte del loro popolo. Quanta parte della generosità dei fedeli resta nelle mani tue e di Ishá? E quanta va ai bramini?» Lyán non risponde subito, immagino che stia facendo mentalmente il conto di quanto hanno a disposizione per sopravvivere ma poi con la voce rotta da un’emozione che mi sembra amarezza dice: «Ishá non chiede nulla in cambio del bene che fa, qualcuno lascia cibo, qualcuno un obolo, qualcuno che non può … non dà niente. Ma noi non abbiamo bisogno di molto.»

Me lo ricordo bene, il più delle volte la ciotola di legno restava vuota e la cesta delle offerte anche, portavano fiori o incenso, quello che potevano, quello che la loro povertà quasi assoluta consentiva. E loro due sopravvivevano a mala pena.

«Non ti chiederò conto di quanto vi siete fatti portar via ma riesci a comprendere che avresti dovuto pretendere almeno il necessario per dargli cibo a sufficienza?»

«Lui non voleva più mangiare!» esclama con rabbia «Ho provato John … ho provato! Non voleva più neppure il mio brodo … che gli piaceva tanto! Neppure acqua … voleva!»

Avverto la sua disperazione e gli metto una mano sulla spalla per consolarlo.

Mi guarda implorante e poi sussurra: «Forse lui … vuole morire?»

Non è un’affermazione ma una domanda, ed io per un attimo penso che forse sia così, forse Ishá non ne può più del suo dono e ha deciso di lasciarsi morire ma lui ha troppo rispetto per la vita e anche per il suo dono per fare una cosa simile intenzionalmente. I digiuni di Ishá sono sempre stati legati alla sua profonda religiosità ma anche alla mancanza di cibo, forse per lui era fondamentale che suo fratello avesse il necessario per sopravvivere, mentre lui si era sempre ritenuto abbastanza forte da poter rinunciare a nutrirsi.

Mi alzo di scatto, preso da una sorta di ansia incontrollabile e torno in casa, lasciando Lyán immobile, seduto nella veranda a riflettere su quella domanda.

Ishá respira a fatica, ha gli occhi chiusi e sul braccio destro dove ho infilato la flebo si è formato un livido bluastro. Prendo la bombola e la mascherina, li posiziono vicino al suo giaciglio e li collego, gli premo la mascherina sul viso e lui sussulta.

«Ishá, mi senti? Ti aiuterà a respirare.» Voglio che sappia cosa la mia medicina sta facendo per lui, perché non la rifiuti, perché non ne abbia paura.

Apre gli occhi ma non mi guarda, fissa un punto sopra di noi, come se cercasse di mettere a fuoco un’immagine indefinita. La parte mistica della sua anima è ancora intensa, la percepisco ma lui mi ha sempre detto di non essere un mistico, di avere sì un legame interiore con la sua fede ma di non aspettarsi nulla da essa, era convinto che fosse piuttosto la fede che confidava in lui, che si aspettava qualcosa da lui.

Respira piano, con un ritmo lento ma sembra stare meglio ed io spero che il poco che posso fare per lui basti a salvarlo. Mi salgono le lacrime agli occhi e mi si stringe la gola, poi la sua mano prende la mia.

Quel contatto che lui mi aveva negato per tanto tempo, ripetendomi che non potevo toccarlo, che non dovevo toccarlo, era poi diventato naturale quando lui aveva deciso che lo stregone occidentale era degno della sua fiducia e che non aveva nulla da temere da me e dal mio lato oscuro. Percepiva le mie emozioni e a volte i miei pensieri con quel contatto e credo che all’inizio avesse paura di scoprire che potevo essere nocivo o addirittura pericoloso per lui.

Ora vuole sentire cosa provo per avere conferma delle mie intenzioni o per consolarmi?

L’ansia si scioglie di colpo. Ecco di cosa è capace, di sfiorarti l’anima e riportare la serenità e la pace. Quel contatto è servito a consolarmi.

«Non devi aiutarmi Ishá. Il mio dolore è, come dici tu, un dolore buono.»

Annuisce e quasi sorride, sotto la mascherina trasparente. La fisso con gli elastici dietro le sue orecchie, la febbre è ancora molto alta, la sua pelle è calda e suda copiosamente.

Mi alzo e regolo la flebo a un flusso più veloce, non ho notato alcun miglioramento nelle ultime quattro ore, a parte nella respirazione che è meno faticosa, meno contratta.

Sussurra il mio nome, torno a sedermi accanto a lui e con un gesto mi fa capire che vuole che lo liberi della mascherina.

«No Ishá, devi tenerla, è ossigeno, solo ossigeno, lo stesso che è presente nell’aria, non può farti alcun male. Ne hai bisogno …»

Scuote la testa e ripete il gesto con più decisione. Faccio scendere la mascherina sotto il mento e lui gira lo sguardo su di me e mormora: «John … voglio tornare alla mia grotta … voglio la mia scatola … il mio …» tossisce e geme così forte che il suo torace si contrae in uno spasimo, riposiziono la mascherina e gli sollevo un po’ la testa.

«La grotta è umida e fredda, stai molto meglio qui.»

Scuote rabbiosamente la testa e si agita come se volesse alzarsi.

«No, maledizione! Stai fermo! Che vuoi fare? Perché non vuoi stare qui? Cosa pensi che possa accadere nella grotta che non può accadere anche qui?»

Solleva il braccio sinistro con gesto rabbioso e si strappa la mascherina dal viso, poi mi fissa, incredulo che io non capisca e mormora: «Qui non vedo … il cielo …»

Ecco cosa cercavano i suoi occhi in quel punto sopra le nostre teste, cercavano la spaccatura nella parte alta della grotta, quella sorta di apertura naturale nella roccia che lui spesso fissava per ore, come se si aspettasse una visione. La grotta è confortevole per quanto ne sa lui di confort, è la sua casa, lo è stata per anni, essere costretto a lasciarla gli è costato un sacrificio forse troppo grande.

«Non vuoi morire qui vero? Vuoi morire nella tua grotta. E non sei stato contento di accettare dai bramini questa nuova sistemazione …»

Annuisce con decisione e i suoi occhi m’implorano.

«Non posso muoverti Ishá. Sei troppo debole e non ho una barella per trasportarti fin là.»

«Lyán … dillo a Lyán.»

Certo, come non ci ho pensato? Lyán può costruirla una barella, è bravo con le mani, sa fare tante cose. Gli faccio cenno di sì e torno da Lyán.

«Puoi costruire una barella per Ishá?» chiedo e lui mi guarda come se non capisse.

Ovvio che non capisca, la parola barella che non ho mai usato prima d’ora gli è del tutto sconosciuta.

Con un rametto ne disegno la forma sulla terra umida e mimo il gesto di sollevare e trasportare, capisce subito e si alza di scatto, sparendo tra i pochi alberi della radura.

Torno da Ishá, si è addormentato e di questo ringrazio Dio.

Il sonno è la sua più potente medicina per sanare i danni provocati dal suo dono.

Il sonno per lui non è oblio ma una sorta di profonda meditazione, una specie di percorso che fa con corpo e anima verso la guarigione.

Non passa neppure un’ora e Lyán torna con una griglia rettangolare di tronchi di bambù strettamente legati tra loro a formare una base su cui adagiare Ishá ma non soddisfatto della sua opera raccoglie alcuni dei teli sparsi a terra e li intreccia fittamente, facendoli passare tra i tronchi, in modo da creare una vera e propria lettiga. Poi ci stende sopra una coperta e mi fissa cercando la mia approvazione.

«Ottimo lavoro Lyán. Domattina lo riporteremo alla grotta …»

«Prima deve vedere l’alba …» Ho già dimenticato la sua richiesta ma Lyán no.

Lui non disattende mai le esigenze di suo fratello, lui esegue puntualmente e con sollecitudine ogni suo ordine e ha a cuore molto più i bisogni di Ishá che i suoi.

«Va bene. Prima vedrà l’alba.» E manca ormai poco al sorgere del sole.

Mi rendo conto che non dormo da almeno trenta ore, quando lavoravo in ospedale avevo sostenuto spesso turni di due giorni ma avevo trent’anni a quel tempo, ora ne ho il doppio e l’ansia che ho accumulato mi ha sfiancato.

Mi stendo accanto al giaciglio di Ishá e chiudo gli occhi, dormirò un paio d’ore, solo un paio d’ore, mi basteranno. Sento la sua mano cercare la mia e gliela stringo.

Quando mi sveglio mi rendo conto che ho dormito così profondamente da sentirmi come rigenerato. Lyán è ad un passo da me e ha sistemato la barella al lato sinistro di Ishá, aspetta che io gli dia istruzioni. Tiriamo il telo che è sotto il corpo di Ishá fino alle spalle e sotto le gambe, mostro a Lyán cosa dovremo fare. Prendo i due lembi del telo dalla mia parte, al di sopra della testa di Ishá e li sollevo, Lyán fa lo stesso dalla parte dei piedi.

«Al mio tre Lyán. Molto …  molto delicatamente.»

Quando lo solleviamo emette un gemito soffocato e quando lo adagiamo sulla barella singhiozza e tossisce ma siamo riusciti nella manovra e tanto mi basta a sopportare di avergli causato dolore.

Lo portiamo fuori, il cielo sta man mano schiarendo, posiamo la barella a terra, in modo che lui possa vedere l’orizzonte ed io gli metto un cuscino sotto la testa per sollevarla.

«Va bene così Ishá? Stai abbastanza comodo?» annuisce e guarda Lyán, gli sorride e lo ringrazia.

Lo ringrazia sempre, ogni volta che fa qualcosa per lui, che sia portargli il cibo, aiutarlo a vestirsi, o ad alzarsi dalla scomoda posizione con le gambe incrociate che assume per accogliere i suoi pazienti, anche quando Lyán non ha fatto niente di tutto ciò e si siede semplicemente accanto a lui Ishá lo ringrazia.

Deve sapere bene a quale sacrificio è sottoposto suo fratello, deve sentirsi in debito con lui per qualsiasi cosa, anche solo per il fatto che è sempre lì, sempre con lui, rinunciando ad avere una qualsiasi vita diversa da quella imposta dalle necessità di Ishá.

Vediamo prima la luce farsi man mano più intensa e poi il bagliore del sole che supera la linea dell’orizzonte. Il cielo è grigio di nubi ma sta diventando rosa e dorato.

Ishá porta le mani al petto e le sue labbra si muovono, recita la preghiera del sole, non percepisco la sua voce che è flebile come un sospiro ma è così intensa la sua concentrazione che mi sorprendo a pregare anch’io.

Non la sua preghiera che non conosco ma una tutta mia.

“Dio fa che non muoia, ti prego” ripetuto all’infinito.

Non so quanto tempo è passato, ne ho persa la cognizione ma quando il sole è completamente sorto e ha occupato il centro dell’orizzonte Lyán mi ha toccato la spalla e abbiamo sollevato la barella, dirigendoci verso l’entrata della grotta.

Inverosimilmente la piccola folla che il giorno prima avevo visto intorno alla casa è ancora lì, con le mani giunte fanno un inchino al nostro passaggio e si sfiorano la fronte in cenno di saluto.

Dentro la grotta quelle persone hanno portato fiori, candele e cibo, e c’è un forte odore d’incenso e a terra hanno steso altri teli colorati e dei cuscini.

Amano il loro guaritore, e la loro adorazione è fatta di piccoli gesti, di piccole offerte e di un’immensa gratitudine.

Spostare Ishá dalla barella al giaciglio è stato molto più semplice, lo abbiamo trascinato delicatamente e lui non è sembrato soffrirne. Subito i suoi occhi sono andati alla fessura sulla volta, poi ha teso la mano a suo fratello e ha detto qualcosa.

Lyán è corso verso il fondo della grotta, ha spostato delle ceste di vimini e ha preso il cofanetto di legno, glielo ha messo nelle mani, Ishá gli ha fatto cenno di aprirlo, con le dita tremanti ha frugato tra i piccoli oggetti che contiene e ha tirato fuori un ciondolo legato a un laccio di cuoio, l’ha stretto nel pugno e come sempre ha ringraziato Lyán.

«Cos’è?» chiedo e lui si volta verso di me e me lo mostra.

È un piccolo disco di pietra con incisi dei simboli intorno ad un foro centrale. Ne aveva uno simile anche un anno fa. In questo momento Ishá ha bisogno di qualsiasi cosa possa sostenere la sua fede, lo potrei associare a una reliquia o a un crocefisso.

Torno alla casa per spostare la mia attrezzatura vicino al mio paziente, silenziosamente Lyán mi segue e si offre di aiutarmi, portiamo ogni cosa nella grotta ed io attacco altre due sacche d’integratori alle vene di Ishá.

Questa volta lui oppone una debole resistenza, irrigidendo il braccio.

«Ehi! Non fare storie, ragazzo. T’infilerò quest’ago che tu lo voglia o no.»

Gli stringo forte il polso e lui si arrende, deglutisce e le sue labbra si muovono.

«Hai detto qualcosa?» chiedo e lui scuote la testa. «Ishá forse non ti rendi conto in quali terribili condizioni sei …»

«John … io sono … consapevole.»

Ne sono certo, sono poche le cose di cui lui non ha consapevolezza, forse proprio nessuna, ed è quello che mi aveva spaventato e poi affascinato quando l’ho conosciuto.

Non sapeva chi ero ma sapeva cose di me che neppure io sapevo, non sapeva cosa volevo da lui ma sapeva cosa doveva fare per me, non sapeva la mia lingua ma dopo appena un mese la parlava, non sapeva perché gli fosse stato dato quello che chiamava “il dono” ma sapeva esattamente cosa farne.

Forse ora sa che quello che sto facendo è del tutto inutile.

Avevo opposto una strenua resistenza alla sua personalità, inizialmente non avevo per lui che un debole interesse scientifico. Era solo qualcosa da definire, qualcosa da testare, da analizzare. Poi con il tempo e con tutto ciò che avevo visto con i miei occhi e sentito con le mie orecchie le cose sono cambiate. Ogni giorno accadeva qualcosa che mi faceva ricredere su di lui e che mi poneva altri dubbi, ero passato dal cinico e solido convincimento che fosse un truffatore, un impostore come tanti altri che avevo visto in precedenza, a una sorta d’inesauribile bisogno di capire, di accettare e infine di credere.

Pensare che lui possa morire e che con lui possa finire ogni cosa che mi ha spinto a definirlo un “guaritore” senza precedenti, mi sembra insopportabile.

«John.» pronuncia il mio nome sempre con una sorta di stupore, come se non possa credere che mi chiamo proprio in quel modo o che io esista davvero.

«Non parlare Ishá, farlo ti stanca e tu hai bisogno di riposo …»

«Ho bisogno … che tu ascolti.»

Certo, ed io sono qui per soddisfare il suo bisogno, esattamente come Lyán.

«Devi promettere … che farai qualcosa … per mio fratello.»

«Cosa vuoi che faccia?»

«Portalo via … lontano da qui. In un posto … dove sia al sicuro …»

«Perché dovrebbe essere in pericolo?»

«Perché i bramini … vorranno sapere.»

«Cosa?»

«Ogni cosa che … riguarda me.»

Ho capito al volo, non avevano mai contrastato l’attività di Ishá ma avevano dimostrato di esserne gelosi, la presenza del guaritore creava loro non pochi problemi nel contenere il grande interesse che suscitava ma portava anche tanti pellegrini.

Se lui muore finiscono i giochi ma c’è sempre Lyán.

«Credi che possano costringerlo a spiegare, a raccontare e a giustificare quello che accadeva qui alla grotta? Sono solo spaventati da te e dal tuo potere. Ma tuo fratello non ha nessun dono …»

«No. Ma lui sa … tante cose che loro vogliono sapere.»

«Ma non gli farebbero mai del male, di questo sono sicuro.»

«Male … fisico … no. Ma Lyán ha un’anima … semplice e buona … lui parla a volte e non sa che le parole … possono fare … danno.»

«E cosa potrebbe dire di te che faccia danno?»

Non capisco, tutti nei dintorni sanno delle guarigioni, tutti conoscono Ishá e la sua grotta, quali segreti può rivelare Lyán?

«Non posso spiegartelo John. Non ho … le parole e la forza per spiegartelo ma tu devi fidarti di quello che ti dico. Lyán non può restare qui … non se io muoio.»

«E dove pensi che sarebbe al sicuro?» Si agita e penso che il dolore lo stia tormentando di nuovo ma dal suo sguardo comprendo che la sua sofferenza, in questo momento, viene dalla preoccupazione per il destino di suo fratello.

«Lui deve avere un’altra vita … John … una vita senza di me … libero da me.»

Un colpo di tosse gli toglie il respiro, tossisce ripetutamente fin quasi a soffocare.

Devo impedirgli di parlare ancora. Mi vede prendere la mascherina dell’ossigeno e mi ferma la mano scuotendo la testa con rabbia.

«Devi … ascoltare John!» e non è più una richiesta ma un ordine ed io obbedisco.

«Portalo ovunque … ma lontano da qui … dove nessuno sa il suo nome … o il mio. Dove nessuno gli chieda … dove nessuno lo interroghi … o lo costringa ancora a tenere … la sua esistenza legata alla mia.»

Ho capito, vuole che porti Lyán lontano dal clamore e dall’interesse che si è generato intorno a loro, lontano da ciò che sono stati per tutti questi anni e che li ha fatti definire da qualcuno “i fratelli dei miracoli”.

«Fa che abbia una vita … una vita sua. Quella che ha vissuto qui … era la mia.»

Colgo nelle sue parole tutto il rammarico che deve aver provato per aver suo malgrado coinvolto Lyán nel suo destino e mi dico che fino all’ultimo respiro che gli resta Ishá non pensa a se stesso ma agli altri.

Vuole morire così come ha vissuto, togliendo il dolore e l’affanno al suo prossimo.

Non so come farò o cosa farò per esaudire il suo ultimo desiderio ma gli prendo le mani e dico con tutta la convinzione che posso: «Stai tranquillo Ishá. Porterò via tuo fratello, a costo di farlo venire con me in Inghilterra.»

Mi gratifica di un sorriso sofferente ma entusiasta.

«Davvero farai questo … John?» e il mio nome per un attimo sembra davvero il mio nome. Annuendo e stringendogli più forte le mani mormoro: «Non riesci proprio a farne a meno vero? Non riesci a darti pace se qualcuno, chiunque, ha un dolore, una qualsiasi sofferenza, non se tu puoi in qualche modo alleviarla o guarirla.»

Sorride di nuovo e dice esattamente ciò che mi aspetto: «È il mio dono.» poi solleva un po’ la testa e mormora: «Ma ho comunque … bisogno del tuo aiuto.»

Certo che sì, non avrebbe modo di salvare suo fratello senza di me e forse mi ha chiamato a sé solo per questo: farmi fare una cosa che lui non ha il potere di fare.

«Adesso che ho ascoltato quello che avevi da dire mi prometti che cercherai di riposare?»

«Dammi la tua buona medicina John.»

Mi alzo e aggiungo alla flebo una dose di lidocaina. Ai malati terminali non si nega un po’ di sollievo e con il trascorrere delle ore mi sto rassegnando a considerarlo tale.

Dopo pochi minuti, si addormenta ed io esco a respirare l’aria umida portata dal temporale che si avvicina. Lyán è seduto fuori della grotta, intreccia rami di vimini, quando mi vede mi sorride.

«Sta meglio Ishá?» chiede fiducioso, anche lui inizialmente aveva avuto paura della mia medicina occidentale, ora ripone in essa delle eccessive speranze.

«Dorme e questo gli fa bene.» annuisce e si alza, toglie con la mano terra e frammenti di rami dalla sua tunica poi mi guarda, si inchina e dice lentamente misurando ogni parola: «Grazie John per quello che fai. Scusa John se non ho fatto meglio per Ishá. Lui è guaritore, io sono … sono uomo inutile …»

«Ehi!» lo interrompo «Tu hai fatto tutto quello che potevi. Hai capito?»

Solleva le spalle e mi rendo conto che non lo convincerò mai che non ha nessuna colpa di ciò che è accaduto. Quindi decido di distogliere la sua attenzione dalle sue responsabilità.

«Hai detto che sono arrivati tanti malati, tanti e di continuo per mesi. So che le voci riguardo a ciò che è miracoloso viaggiano in fretta ma com’è possibile che di colpo sia arrivata così tanta gente?»

Erano anni che Ishá esercitava il suo dono ma in precedenza non si era mai verificato che così tante persone come mi ha descritto Lyán arrivassero al villaggio.

Lui resta un attimo soprapensiero, poi corre verso la casa e dopo qualche minuto torna.

Mi tende un pezzo di carta di giornale e dice: «Uno di loro ha portato … questo.»

Leggo velocemente e mi si gela il sangue: “Resoconto delle ricerche svolte dall’università di Birmingham sul guaritore indù”, segue un lungo testo incomprensibile ai più, con dati e riferimenti alla “mia” ricerca ma senza nessuna indicazione di chi sia il guaritore o dove si trovi. La “mia” ricerca era stata pubblicata su una rivista a tiratura ristretta e con un linguaggio prettamente tecnico difficile da interpretare per chi non era esperto del campo e senza nessun riferimento specifico a dove si era svolta. Ma qualcuno aveva trovato Ishá.

Avevano trovato il suo villaggio e avevano trovato lui. E avevano sparso la voce, con un tamtam mediatico di cui non ero mai stato al corrente avevano diffuso la notizia e forse anche il modo per raggiungere quel luogo.

Ero andato fiero di quell’articolo, mi ero sentito orgoglioso di aver dimostrato, dati alla mano, inconfutabili, che lo stregone indiano era davvero un guaritore. Avevo promesso a Ishá che tutto il mondo avrebbe saputo che lui era l’uomo dei miracoli.

È accaduto esattamente questo. Ed è tutta colpa mia.

Sono costretto ad appoggiarmi alla parete di roccia per non perdere l’equilibrio.

Sono stato io a portare tutta quella gente fino a Ishá. È grazie a me che sono venuti a conoscenza di lui e del suo dono. È colpa mia se lui, incapace di fronteggiare quell’onda immensa di sofferenza, sta morendo. Sono il solo colpevole.

Ho la nausea. Il dolore mi prende lo stomaco e me lo torce come uno straccio, vomito e piango sotto gli occhi stupefatti di Lyán.

Quando riprendo fiato gli rendo il ritaglio di giornale e con l’indice gli mostro il mio nome scritto sotto l’articolo: «Questo è il mio nome! Questo l’ho scritto io! Questo ha causato tutto. Ho portato io tutte quelle persone da Ishá. Ho ucciso io … Ishá!»

Piango come non ricordo di aver mai fatto, neppure da bambino, e Lyán mi abbraccia.

«No John! No! Quelle persone hanno colpa … tutte quelle persone.»

«I malati vuoi dire? Loro hanno solo seguito la loro disperazione, cercato il miracolo! Io li ho condotti da voi! Io li ho convinti che i miracoli esistono!»

Sono affranto, devastato da quella verità, schiacciato dal peso mortale della mia colpa. Lyán mi tiene stretto finché non smetto di piangere.

Quando riprendo il dominio delle mie emozioni mi rendo conto ancora meglio di quale danno ho provocato e sono certo che Ishá ne è consapevole.

Lui sa cosa ho fatto.

Rientro nella grotta facendo cenno a Lyán di restare dov’è, lui torna al suo cesto di vimini. M’inginocchio vicino a Ishá che dorme profondamente, libero dalla sofferenza, e gli carezzo la fronte. La febbre sembra essere diminuita, è ancora caldo ma non brucia più come prima.

«Non me lo perdonerò mai! Cosa ho fatto? Mio Dio … cosa ho fatto?»

Riprendo a piangere, cercando di contenere i singhiozzi perché lui non mi senta ma ciò che Ishá non sente con le orecchie lo sente con la mente.

«John tutto è come … deve essere.» dice piano ed io provo di nuovo la nausea e quel dolore lancinante che mi ha svuotato lo stomaco e l’anima.

«Adesso dimmi che era scritto! Dimmi che ero predestinato a farti questo! Dimmi che la tua morte era già prevista nel tuo destino!»

«Perché … ti disperi?»

«Perché non è accettabile! Non è giusto …»

Sospira, come faceva sempre quando mi spiegava qualcosa che non ero in grado di capire o che mi rifiutavo di capire.

«Tu sei venuto a cercare risposte … a conoscere un mondo diverso dal tuo. Tu … avevi il dovere di raccontare … al tuo mondo la verità che avevi scoperto. Io sono felice che tu … l’abbia fatto.»

«Sono venuti qui a causa mia! Sono venuti a cercarti e a succhiarti la vita!»

«La mia vita … non conta. Ciò che conta è la verità. E tu hai … raccontato la verità.»

Resto un attimo in silenzio, per lui è più importante quindi che quelle persone abbiano creduto in lui, che gli si siano affidate con speranza, con fiducia, per essere guarite.

È più importante il messaggio che il suo dono offre a tutti che la sua stessa vita.

«Io credo che la tua vita sia importante, com’è importante ogni vita, Ishá.»

«È così. Tu lo hai imparato qui … John. E hai usato … il tuo dono tante volte dopo aver imparato questo.» È vero, ho imparato da lui, che non negava a nessuno, per quanto fosse misero o vecchio o troppo malato, il suo aiuto, il suo miracolo.

Ogni vita era importante e lui si prendeva cura di tutte.

«Ho usato il mio dono Ishá? Quando? E tu come lo sai?»

«Hai dimenticato che leggo … dentro di te?»

«E cosa hai letto?» e lui con fatica ma con determinazione mi elenca tutte le volte che ho inconsapevolmente usato il mio dono, accettando di curare chi non poteva permettersi cure, prendendo a cuore casi disperati o che sembravano tali, facendo il medico ogni giorno, semplicemente facendo il mio lavoro ma con uno spirito diverso, con una fede diversa e con la convinzione imparata da lui che il bene combatte il male.

«John … ora sei consapevole. Ora stai usando il tuo dono.»

«Ma questo non giustifica il danno che ho fatto!»

«Perché parli … di danno? Ho curato tante persone …»

«Sì! Fino a distruggerti!»

«Nessuno mi ha costretto.»

«No, ma potevo evitarlo. E ho cercato di evitarlo. Non ho parlato a nessuno di questo villaggio, neppure della regione dove tu ti trovavi e non ho mai detto il tuo nome o quello del bramino. Non ho riportato nessun riferimento che potesse condurre a te. Ma ti hanno trovato ugualmente.»

«Doveva essere così John.»

«Quindi devo rassegnarmi? Devo accettare di essere stato la causa della tua morte?»

«Non tu John. Non l’hai causata tu … non … non sei responsabile …»

Leggo il dolore sul suo viso e nei suoi occhi e nella tensione del suo debole corpo, è di nuovo qui, l’onda che sale a spezzargli il fiato, a bruciargli i muscoli, a devastargli i sensi. Non posso permettere al dolore di tormentarlo un attimo di più. Inietto altra lidocaina, sapendo che aumentando le dosi e sommistrandola sempre più di frequente lo porterò alla morte. Ma non ho alcuna speranza di salvarlo.

Lentamente la tensione si allenta, le sue labbra si rilassano e chiude gli occhi.

Lyán mi guarda fermo sull’ingresso della grotta, ha in mano il cestino di vimini che ha intrecciato, l’ha riempito di erbe, quelle erbe che usa per curare Ishá, per nutrirlo, per consolarlo. Scuoto la testa rispondendo alla domanda muta che mi fanno i suoi occhi.

Posa il cestino a terra e s’inginocchia, capisco che ora pregherà e questo m’induce a lasciarlo solo. La preghiera per i due fratelli è qualcosa di molto intimo, Ishá mi aveva permesso di salutare con lui il sorgere del sole ma mai di partecipare alle loro orazioni.

Quindi perché pretenderlo ora?

Ho sempre creduto di non saper pregare, non ho mai pensato che le mie preghiere fossero abbastanza intense o sincere o efficaci da essere ascoltate.

Il sole sta tramontando e penso che Ishá sia riuscito a vedere l’alba e ha pregato.

Lui è una sorgente di luce, da lui proviene il bene, lui rappresenta il sorgere del sole.

Forse io sono la fine del giorno, sono il buio che porta con sé la morte e il male.

È così che mi sento, il peggiore tra gli uomini, il più oscuro.

Aspetto che il sole sparisca dietro la collina, che il cielo diventi nero e non mi accorgo che piove, che il monsone soffia vortici di acqua intorno a me, che sono fradicio e che tremo.

Non sento più nulla, a parte quel vuoto interiore, come se fossi morto senza morire.

Lyán mi avvolge in una coperta e mi costringe a rientrare nella grotta.

Ishá dorme ancora e prego che da quel sonno non si svegli più.

«Noi sappiamo che lui non vuole più vivere, vero Lyán?»

Evita i miei occhi ma non la domanda.

« Ishá … è … molto stanco.»

«Lo credo anch’io. Cosa vorresti per lui Lyán?»

Esita, so con certezza che d’impulso direbbe che vuole che viva ma dandosi tempo di riflettere direbbe che vuole che io lo lasci morire.

«Tu non puoi guarirlo John.» Non è una domanda ma un’affermazione.

«No, non posso. Va oltre le possibilità della mia medicina.»

«Ma puoi … non fargli sentire … dolore.» Di nuovo è un’affermazione.

«Sì, questo posso farlo.»

«Allora fai questo per lui. Voglio che il dolore vada via! Voglio che smetta di soffrire …»

Un singhiozzo gli spezza la voce e questa volta sono io ad abbracciarlo e a tenerlo stretto finché non smette di piangere.

«È così da quando eravamo bambini. Aiutò mia madre per far nascere nostra sorella e lui aveva solo cinque anni, prese tutto il dolore su di sé e così lui ha saputo del dono. E dopo prendeva il dolore dei bambini feriti o malati, anche il mio, sai? Tante volte ha preso il mio dolore e mi ha guarito. Mi abbracciava e tutto passava. Non ha mai smesso, mai. Potrei volere che lui viva ancora se la sua vita non è stata … altro che questo?»

«E la tua vita invece?» mi guarda come se non capisse ed io continuo: «Sai cosa mi ha chiesto di promettere?» scuote la testa ed io esito, non so se è giusto metterlo al corrente dell’ultima volontà di Ishá ma in questo momento voglio che lui si senta svincolato dall’obbligo che fino ad oggi ha onorato e che si senta meglio sapendo che l’ultimo desiderio di Ishá, il suo ultimo pensiero è stato per lui.

«Mi ha chiesto di portarti via di qui. Vuole che tu abbia la possibilità di vivere una vita diversa da quella che hai vissuto fino ad ora e …»

Scatta in piedi e grida: «No!» e mi volta le spalle. Non capisco, mi sarei aspettato che chiedesse come o perché; invece, respinge con quel no qualsiasi possibilità.

«Lyán tuo fratello vuole il tuo bene, come tu hai sempre voluto il suo …»

«Non farò questo! Io resto qui, io custodisco la sua memoria, io faccio tempio della nostra casa, faccio in modo che Ishá sia venerato e la sua anima sia onorata e celebrata! Il ricordo di Ishá sarà … eterno! E renderò omaggio alla sua vita … ogni giorno che resta della mia! E prima di morire … troverò qualcuno che lo farà dopo me!»

Irragionevole, esattamente come suo fratello, e orgoglioso come suo fratello.

«Lui non vuole questo …»

«Io non volevo che continuasse a usare il dono perché lo stava uccidendo! Lui ha ascoltato me? No. Perché io devo?»

«Lui non poteva scegliere, tu puoi.»

«Ti sbagli! A nessuno di noi due è stata data scelta!» e lo dice con una tale amarezza che comprendo di colpo quanto sia pesante il fardello che li ha tenuti legati e come sia divenuto inscindibile il destino dell’uno da quello dell’altro.

Resto in silenzio e lui fa altrettanto, fuori la pioggia è fuori controllo, piove anche all’interno della caverna, da quella apertura che mostra a Ishá il cielo, e si è formata una pozza di fango che si allarga lentamente. Penso che se non smetterà di piovere dovremo sollevare il giaciglio di Ishá da terra, se non vogliamo che s’inzuppi. Poi guardo la cruda roccia grigia sotto l’apertura, vengono giù lungo le sue rughe due rivoli argentei di pioggia.

“La grotta piange” penso e non riesco più a distogliere lo sguardo da quelle lacrime e a impedire alle mie di affiorare.

Il respiro di Ishá ha una pausa, era talmente affannato che rantolava, e quando il rantolo cessa io mi allarmo. Gli vado vicino e sollevo la mascherina dell’ossigeno, ha le labbra livide. Sono sopraffatto da quello che è il mio istinto di medico, prendo a comprimergli il petto contando mentalmente, poi cerco di gonfiargli i polmoni soffiando aria dalla mia bocca nella sua, e poi di nuovo spingo con le mani il suo torace, quel tentativo di ridargli il respiro diviene spasmodico e sento quel rumore secco, inconfondibile, sotto le dita.

Gli sto spezzando le costole.

Mi ritraggo inorridito, afferro il ventilatore polmonare, premo con forza la mascherina sul suo viso e comincio a stringere ritmicamente il pallone di gomma. Sono disperato, sono fuori di me e sono irrazionale, irragionevole.

Lyán mi è venuto vicino, mi guarda e forse si chiede cosa sto facendo e perché lo sto facendo ma io non voglio arrendermi.

«Ti prego Ishá … respira. Ti prego respira! Avanti maledizione! Respira!»

Urlo ma non succede niente, lui non mi sente, lui non mi ascolta. Lancio lontano il ventilatore e riprendo a comprimergli il torace, sapendo che se riacquista il respiro avrà un nuovo dolore a tormentarlo, quello delle costole rotte ma non riesco a fermarmi.

Di colpo il rantolo torna, appena percettibile ma reale. Mi lascio andare e sento le braccia contorcersi di dolore.

Per quanto ho spinto? Per quanto ho lottato?

Gli rimetto la mascherina dell’ossigeno, gli sollevo la testa, gli esamino le pupille e quando sono certo che sono ricettive tiro il fiato. Gli somministro altri farmaci per stabilizzare la respirazione e altro antibiotico. Anche se ho accettato l’idea di lasciarlo morire, non sono ancora pronto a farlo.

Lyán ora è inginocchiato vicino a suo fratello e prega silenziosamente.

Mi stendo dal lato opposto, ansimando, sono stanco in un modo così totale che mi pare di non poter muovere neanche un muscolo. Ishá mi tocca la mano, le sue dita sono gelide, io non mi muovo, resto fermo con la consapevolezza che lui sta leggendo dentro di me.

“Devi lasciarmi andare John” non è la sua voce, è la sua mente, dentro la mia.

Mi sollevo terrorizzato, non era mai accaduto prima, non avevo mai sentito i suoi pensieri.

Ha gli occhi chiusi, respira affannosamente, dolorosamente. Non può parlare, non ne ha la forza ma è ancora abbastanza lucido da raggiungermi con il pensiero.

Lyán passa un braccio sotto le sue spalle, lo solleva e se lo tira tra le braccia.

In un’altra situazione glielo impedirei ma è finita, non serve a migliorare le cose, e Ishá non sembra provare dolore a essere abbracciato, al contrario pare sollevato.

«Adesso John dobbiamo accompagnare la sua anima.» dice Lyán e le sue labbra cominciano a sussurrare la preghiera. Gli vado vicino, gli poso un braccio sulle spalle e con l’altro sostengo la testa di Ishá.

Restiamo stretti in quell’abbraccio per un tempo indefinibile ed io cerco con tutte le mie forze di pregare, non il mio Dio soltanto ma tutti gli dèi che possano essere in ascolto, nessuno escluso. Non sono pronto, avrei voluto dire ancora tante cose a Ishá e avrei voluto che lui ne dicesse a me, così quando il suo respiro resta sospeso sono di nuovo tentato di rianimarlo. È lo sguardo di Lyán a fermarmi. Voglio che smetta di soffrire, ha detto. È la cosa giusta da fare, lasciarlo andare, anche se non posso sopportarlo.

La morte di Ishá è stata la tragedia più grande della mia vita, non per i sensi di colpa che mi ha lasciato dentro o per il dolore feroce che provo a ogni respiro.

È stata una tragedia perché con la scomparsa della meravigliosa persona che era la sua luce si è spenta ed io brancolo di nuovo nel buio.

Ho perso un figlio che non era mio figlio ma che ho amato con un’intensità tale che neppure un padre biologico potrebbe mai provare.

Mio figlio è morto e l’altro mio figlio l’ho ugualmente perso perché non ha voluto seguirmi.

Lyán è rimasto al villaggio, Lyán continuerà a prendersi cura di suo fratello, manterrà viva la sua luce, il suo ricordo, la sua meravigliosa e terribile esistenza.

Il villaggio è lontano, all’altro capo del mondo, ed io non riesco a sentirmi parte di quest’opera di conservazione, di questo rito di celebrazione, di questa sconfinata e devastante fede che li ha mossi entrambi.

Non ho assistito alla cerimonia funebre e non ho rispettato i tredici giorni di lutto.

Non ho accompagnato mio figlio nel suo viaggio senza ritorno e sono tornato a casa.

Il vuoto che ho dentro annienta qualsiasi emozione e il mio dono si è estinto.

Continuo a vivere mio malgrado, senza più entusiasmo, senza più mistero, come se avessi già consumato tutta la mia vita e tutto il mio amore.

Non prego più. A volte piango. Niente mi dà sollievo.

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