LA MANO NERA DELLA VITA E AGNESE E ALCE NERO di Gianfranco Catalano

Camminava come sospeso nell’aria, tutto intorno a lui le nubi formavano una coltre spessa e impenetrabile. 

Guardandosi intorno non riusciva a distinguere i confini di quel luogo.

Non sapeva, dov’era e come c’era arrivato, era completamente solo, lui le nubi e il nulla. Tutto questo e la totale mancanza di qualsiasi rumore o suono che dir si voglia lo riempivano di una tale angoscia che quasi si sentiva male fisicamente.

Avanzò di qualche passo e il senso di vuoto e la solitudine lo assalirono prepotentemente creandogli progressivamente un senso di panico e di vuoto interiore, che gli fecero strabuzzare gli occhi increduli del nulla che lo circondava.

Proseguì in avanti in linea retta come guidato da un impulso irresistibile e, infatti in lontananza, le nubi, quasi come per magia, cominciarono a diradarsi fino ad aprirsi completamente lasciando apparire una figura dapprima indefinibile, poi più lui si avvicinava, più la figura acquistava familiarità, fino a che arrivò a poche decine di metri da lui.

La riconobbe, e allora il suo viso che prima era teso e preoccupato s’illuminò con un sorriso colmo di gioia.

Cominciò a correre per raggiungerla mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime.

“Gloria!“ gridò.

“Tu qui? Dio se mi sei mancata. Perché te ne sei andata così presto? Perché?”

Mentre si avvicinavano, notò che la sua espressione non era delle più felici, anzi, non appena lei lo riconobbe, si portò le mani al viso assumendo l’identico atteggiamento del personaggio del quadro di Edward Munch “L’urlo“, le mani sulle guance e gli occhi spalancati colmi di terrore.

Lui non si accorse subito dei sentimenti che il suo viso esprimeva e continuò a correre con le braccia aperte, pronte ad accogliere il corpo di sua moglie per abbracciarlo e poterla così coprire di baci. Lei lo aveva lasciato un anno prima e lui ne aveva sentito la mancanza in un modo doloroso tanto da non riuscire più a dormire nello stesso letto dove avevano fatto l’amore innumerevoli volte.

Ora lei era lì a pochi passi e poteva toccarla.

“Mi hai lasciato così… così all’improvviso, io, io… “

E mentre diceva questa frase, si rese finalmente conto del modo in cui lei lo guardava: non era l’espressione di felicità che si aspettava.

Piano, piano anche il suo entusiasmo iniziale scemò fino ad assumere un’espressione incredula che gli fece morire il sorriso sulle labbra.

Lei, sempre con quel movimento lento lo raggiunse e senza dargli il tempo di dire una parola iniziò a urlare.

“Dio mio no! Perché sei qui? Mario no, tu devi tornare indietro, ti prego torna, non è ancora il momento!”

“Gloria, ma perché? ….”

Lei non gli fece terminare la frase perché cominciò a tempestarlo di pugni colpendolo sulle spalle, e piangendo continuò.

“È troppo presto, devi andartene. Vattene da qui, ti prego, loro avranno bisogno di te!“

S’interruppe e prendendogli il viso fra le mani gli gridò,

“Lei avrà bisogno di te…vattene!“ 

“Lei? Ma chi?” domandò dimostrando la sua più totale confusione. Poi chissà, forse per la sua espressione che la guardava addolorato e con gli occhi che esprimevano incredulità e dolore, si calmò e abbracciandolo lo baciò ripetutamente sulle guance e sulla bocca e ancora e ancora.

“Devi andare. Ti prego, non è ancora il momento!“

Ripeté ancora una volta, e si allontanò da lui fluttuando sopra una nuvola e lentamente scomparve in lontananza come attirata da una forza invisibile.

Lui rimase senza parole, la guardò mentre si allontanava lasciandolo con domande senza nessuna risposta e con la più totale solitudine che lo avvolse nuovamente.

Era di nuovo solo.

Lo aveva lasciato per la seconda volta.

Era stato tutto così breve, aveva tante cose da dirle, da chiederle, non poteva andare via così.

Improvvisamente una luce potente gli abbagliò la vista e piano, piano le cose attorno a lui cominciarono ad assumere la loro forma.

Aprì gli occhi e si accorse di averli umidi.

Attraverso un velo d’acqua, vedeva la luce sul soffitto della sua camera, era illuminata da un neon che rischiarava in modo asettico le pareti di quella che non poteva che essere la stanza di un ospedale. Guardandosi attorno ne ebbe conferma costatando la presenza di vari macchinari. A fianco del suo letto un’asta reggeva una flebo dalla quale usciva un tubo che terminava con un ago conficcato nel suo braccio.

“Oh mio Dio“, udì una voce femminile gridare.

“Mio Dio dottore, si è svegliato!“

Un rumore di passi che dovevano senz’altro essere di un’infermiera si avvicinò.

L’uomo sul letto vide l’immagine sfuocata di un volto sconosciuto, batté le palpebre per mettere a fuoco, ma in quel piccolo intervallo la sagoma sparì.

La donna corse in corridoio tutta trafelata chiamando il dottore di turno, il quale arrivò immediatamente e avvicinandosi al letto costatò che il paziente era effettivamente sveglio.

“Signor Pedretti, bentornato tra noi “, disse, con un sorriso colmo di soddisfazione.

Avvicinò una piccola torcia agli occhi del paziente la accese e la fece passare velocemente da destra a sinistra controllando le reazioni delle sue pupille.

Le palpebre sbatterono infastidite.

“Bene, molto bene“, disse.

Poi controllò il grafico sul monitor che dava le sue pulsazioni cardiache annuendo soddisfatto.

“Ci ha fatto stare in pensiero“ continuò.

“Ma il peggio è passato e ora sembra che tutto vada per il meglio”

Il signor Pedretti, Mario Pedretti cercò di dire qualcosa.

“Cosci…ma cosc …”  Non riusciva a pronunciare parola, si sentiva il palato e la lingua completamente aridi e si passò la lingua sulle labbra. Il dottore capì la sua necessità e disse all’infermiera.

“Per favore gli dia un poco d’acqua, ma poco per volta e gli inumidisca bene le labbra.“

Cosa che lei fece prontamente. 

Mario sentì il liquido fresco scendere giù per la gola che gli diede immediatamente un senso di rinascita e subito provò di nuovo a parlare.

“Cosa… mi…è …successo…perché sono qui? “

Disse con la voce ancora un po’ roca.  Il dottore lo guardò, poi si volse verso l’infermiera con un’espressione dubbiosa.

“Signor Pedretti, mi può dire il suo nome per favore?”   

“Mario“, fu la pronta risposta.

“E la sua data di nascita? “

Per rispondere a questa domanda ci dovette pensare qualche secondo ma alla fine diede la risposta.

“Il 12 luglio 1958 considerando che siamo nel 2008, ho esattamente cinquant’ anni.”

Il dottore guardò l’infermiera la quale teneva in mano la sua cartella clinica, e confermò con un cenno del capo.

“Bene, la memoria è a posto, ma evidentemente il trauma che ha subito le ha lasciato qualche vuoto, è sicuro di non ricordare perché è qui?”

Mario non rispose subito, chiuse gli occhi e si sforzò di ricordare, ma la mente si rifiutava di portare alla luce gli ultimi momenti della sua vita in cui ancora era cosciente.

Gli tornava invece prepotentemente la visione di sua moglie fluttuante in un improbabile paesaggio, che lo respingeva e gli diceva…gli diceva…niente neanche questo ricordava.

Era ancora tutto troppo confuso.

“No, mi dispiace, ma al momento proprio non ricordo.“

Il dottore si avvicinò a un tavolo poggiato al muro a un lato della stanza, dal quale prese un giornale quotidiano, lo sfogliò cercando evidentemente un determinato articolo e lo porse a Mario.

“Legga quest’articolo, forse può servirle a ricordare. “

Come fece il gesto di alzare il braccio destro per prendere il giornale, si accorse di averlo quasi completamente fasciato da una spessa garza che gli arrivava fino al gomito.

Poteva piegare il braccio ma faceva fatica ad afferrare il giornale a causa della fasciatura. L’altro braccio era trattenuto dalla flebo e Mario guardò il dottore con sguardo interrogativo.

“Mi scusi, glielo reggo io.” disse quest’ultimo.

La pagina del giornale si presentava con un articolo che lo riguardava, una sua foto in evidenza era in primo piano e il titolo che diceva:

Continuava con altri particolari elencando una statistica e vari casi simili accaduti nel mondo in cui persone colpite da fulmini erano sopravvissuti.

C’era scritto che addirittura, un uomo di nome ROY C. SULLIVAN fu colpito per ben sette volte e sopravvisse a ognuna, tanto da entrare ufficialmente nel Guinness dei primati.

Leggendo quest’ultima notizia gli venne da sorridere.

Pensò:

Che sfiga. Ma che culo però.

Poi però lo sguardo gli cadde sulla data del giornale: era di otto giorni prima.

Era stato in coma per otto giorni!

Il sorriso gli si smorzò immediatamente.

Alzò lo sguardo verso il dottore e l’infermiera che lo fissavano aspettandosi una qualsiasi reazione.

Non ci volle molto perché questa avvenisse, rilesse l’articolo, questa volta però ad alta voce molto lentamente e scandendo ogni parola come se volesse imprimerne una per una nella sua mente in modo indelebile, e a mano a mano che andava avanti, vedeva aprirsi sempre di più la nebbia che offuscava i suoi ricordi fino a che, finalmente, tutto fu chiaro e allora ….

Ricordò…     

                 

            

Quella mattina di otto giorni prima, si era preparato con cura: scarponi, pantaloni pesanti di velluto, una camicia di flanella a quadri con sopra un bel maglione di lana, giubbotto imbottito e naturalmente il cappellino per coprire la sua incipiente calvizie. Mario era in pensione; dopo aver lavorato trent’anni in una grossa fabbrica, aveva usufruito della legge sull’amianto.

Questa legge dava la possibilità di avere un prepensionamento di un massimo di dieci anni, a tutti quelli che avevano lavorato in ambienti a rischio, cioè dove fosse stato presente in grande quantità materiale di amianto, poiché si era scoperto che era molto cancerogeno. Il tetto della fabbrica era completamente in materiale Ethernet, senza parlare poi di alcuni elementi che rivestivano i macchinari.

Per fortuna, Mario non ebbe conseguenze, a differenza di altri colleghi che si ammalarono e poi morirono.

E ora lo troviamo giovane pensionato cinquantenne pronto a incontrarsi con suo fratello Claudio per fare una scampagnata nei boschi, con l’intento di raccogliere funghi, almeno questo era quello che sparava.

La stagione prometteva poco, perché il tempo non era stato ottimale per la loro crescita. Era piovuto di rado e faceva particolarmente freddo per essere solo a metà settembre.

Non si erano lasciati scoraggiare, anche perché la vera ragione era fare un po’ di moto e piaceva a entrambi camminare in mezzo ai boschi.

Claudio, suo fratello, era più giovane di lui di sette anni ed era il classico esempio del personaggio con “sindrome di Peter Pan” di colui cioè, che si rifiuta di crescere ma gli andava bene così. Lo scherzo, la battuta, la burla, era sempre in agguato quando c’era lui, questo a volte gli creava dei problemi perché era difficile prenderlo sul serio, e non si sapeva mai quando scherzava o no.

Ciononostante, il più delle volte si conquistava la simpatia delle persone ed era benvoluto da tutti.

Le donne specialmente erano conquistate dalla sua vivacità, ridevano, si divertivano e le conquistava senza troppi problemi. I problemi, appunto, venivano dopo quando si doveva fare sul serio, quando ad esempio si cominciava a parlare di fidanzamento se non addirittura di matrimonio.

Allora, in quel caso, Claudio diventava serio e non era più tanto simpatico, così finiva sempre che lo lasciavano o era lui ad andarsene, e questo spiega la sua condizione attuale di single convinto.

Bene, questo solo per dare un’idea del personaggio, ma non prendiamolo troppo sottogamba, Claudio avrà un ruolo fondamentale nel proseguimento della nostra storia e darà un contributo non indifferente.

L’appuntamento era stato in forse fino alla sera prima, poiché Claudio, aspettava una telefonata per consegnare un carico di tubi. La telefonata arrivò, ma per disdire il lavoro, perché il materiale non era ancora arrivato, aveva quindi chiamato Mario per confermare la partenza per la gita.

Era una giornata particolarmente bella, il cielo era sereno e limpido e una leggera brezza rinfrescava l’aria rendendola frizzante.

Claudio passò a prendere il fratello la mattina verso le sette con la sua Punto sempre lucida e pulita come se fosse uscita dalla fabbrica.

“Con quello che costano le macchine“, diceva “bisogna tenerle bene, meglio delle donne.” aggiungeva.

Lui da scapolone incallito era molto diverso dal fratello, Mario infatti, dopo pochissime esperienze aveva conosciuto Gloria, si era fidanzato e poi sposato da uomo tranquillo quale era.

Durante il viaggio parlarono del più e del meno, del lavoro di Claudio che c’era e non c’era, della solitudine di Mario che per fortuna il fratello alleviava come poteva e naturalmente di Martina, la figlia di Mario, che era incinta e presto lo avrebbe reso nonno.

All’improvviso Mario tacque e cominciò a guardare fisso davanti a sé. Claudio lo guardò e si accorse che aveva gli occhi lucidi. Capì immediatamente qual era il corso dei suoi pensieri e non volle interromperli.

Era da un anno che Gloria non c’era più, e la ferita era ancora aperta, nonostante cercasse di distogliere il pensiero, a volte i discorsi portavano a lei prepotentemente, come ora ad esempio, parlando di sua figlia e della sua futura nipotina (si sapeva già che era una femminuccia) non riuscì a evitare di pensare a come sarebbe stata felice sua moglie di questo lieto evento e di come le sarebbe piaciuto poterla accudire e amare come una seconda madre.

Lui vedeva Gloria con la bimba in braccio che la cullava per farla addormentare, sorridente e felice con quel fagottino in braccio, e fu proprio a causa di questo pensiero che si bloccò e gli s’inumidirono gli occhi.

Lo riportò alla realtà il fratello che non poteva e non voleva che Mario si abbattesse così.

“Ei, fratellone, che fai? Non vorrai rovinare la giornata con dei pensieri tristi, lo sai che i funghi non si fanno vedere ai musoni, non vorrai tornare a casa a mani vuote?”

Mario tornò in sé e sorrise al fratello.

“Hai ragione” disse

“Oggi i porcini devono preoccuparsi stanno per arrivare i due dell’ave Maria.”

“Non erano tre? “

Arrivarono sul posto dopo un’oretta di viaggio, su per i monti che sembravano proteggere la città, da est a ovest formando un arco.

Era il loro posto abituale, non troppo distante né troppo vicino, in modo che la gita unisse il piacere della guida alla scampagnata senza dover macinare chilometri, e arrivare a destinazione già stanchi.

Parcheggiarono la macchina su di un prato che costeggiava la strada all’ombra di un enorme castano, si equipaggiarono dei loro bastoni, e dei cestini, controllarono la carica dei loro cellulari e la loro ricezione, perché non volevano avere sorprese nel caso uno dei due si fosse allontanato troppo.

Sapevano che il bosco gioca brutti scherzi riguardo all’orientamento, anche se in quel punto non era possibile perdersi in quanto a valle c’era un lago che forniva le risorse idriche a tutta la città, e a monte la strada, ma la prudenza in certi casi non è mai troppa.

Si addentrarono nel bosco passando per un sentiero che in pochi minuti li portò in una vasta area semi pianeggiante, che scendeva gradatamente verso il basso fino a raggiungere il lago. Ispezionarono con calma questo posto che non presentava difficoltà di movimento finché non cominciarono a scendere.

Si schierarono a poca distanza l’uno dall’altro camminando parallelamente e iniziarono a perlustrare la zona.

 Mentre cercavano, non si accorsero che stavano allontanandosi l’uno dall’altro. Quando Mario non vide più il fratello, lo chiamò a gran voce.

“Ei! Ci sei?“ 

“Sono quaggiù.” sentì rispondere.

Tanto bastò per tranquillizzarsi.

Facevano così ogni qualvolta si perdevano di vista, l’importante era rimanere a tiro di voce.

A un tratto Mario senti degli strani rumori alcuni metri sopra di sé, come una specie di galoppo attutito dall’immenso tappeto di foglie che copriva il terreno.

Nello stesso tempo udì dei rami spezzarsi e in lontananza il latrare di cani che abbaiavano forsennatamente come se stessero inseguendo una preda.

Il suo sguardo si spostò verso l’alto, e a circa una cinquantina di metri sopra di lui scorse qualcosa che si muoveva, ma al momento non riusciva a mettere a fuoco la vista impedito anche dalla vegetazione.

Sentì ancora il rumore di rami spezzarsi, e quel suono sordo che si avvicinava sempre  più. Sgranò gli occhi, quando finalmente riuscì a individuare chi o cosa facesse quel rumore e non poté evitare di esclamare.

“Accidenti. che mi venga un…”

Rimase come inebetito a guardare la scena: una famiglia intera di cinghiali, il primo era di taglia piccola, il secondo di media taglia e il terzo, che era enorme, grugniva in modo forsennato come se volesse incitare a una corsa più veloce.

Probabilmente, padre madre e cuccioletto.

Correvano esattamente nella sua direzione, erano chiaramente terrorizzati anche perché si sentivano i cani addosso e correvano a testa bassa, incuranti dei rami che affrontavano come fossero fuscelli.

Per fortuna Mario si trovava più in basso di loro, ma questo non gli impedì di sentirsi rizzare quei pochi peli che aveva in testa. Li vide passare sbuffando e urlando con quel loro verso stridulo che gli fece accapponare la pelle.

Dopo pochi minuti, due forse tre, arrivarono i cani: correvano abbaiando sulla scia dei cinghiali sbavando di qua e di là probabilmente assaporando già il gusto della carne che avrebbero azzannato.

Si aspettava di vedere seguire i cani dai cacciatori, naturalmente, ma non seguì nessuno.

Probabilmente la muta doveva stanare i cinghiali, farli stancare, e quindi dirigerli verso i cacciatori, i quali li avrebbero finiti a colpi di doppietta.

Mario, passato il primo momento di smarrimento e di paura, si ritrovò a pensare a quella famiglia di cinghiali.

“Forza ragazzi dateci dentro, non fatevi prendere maledizione “, e pensò che fosse dura per chiunque la lotta per la sopravvivenza, esseri umani e no.

“Claudio!“, chiamò.

“Hai visto?“

“Visto che cosa?“, si sentì rispondere in lontananza, e lo vide che stava spuntando da un avvallamento tranquillo e beato.

“Non mi dirai che hai trovato qualcosa, non ci credo neanche se lo vedo”

“Spiritoso, la verità è che per poco non me la sono fatta addosso, ho vis…” Ma Claudio non lo fece finire.

“Oh bella, non sarebbe una novità.” disse quasi sghignazzando. Mario non fece caso alla battuta, c’era abituato, spesso si divertivano a sfottersi a vicenda, quindi continuò.

“Una famiglia di cinghiali inseguita dai cani lassù”, e indicò un punto poco sopra di loro.

“Bastava che mi trovassi pochi metri più su e mi avrebbero travolto.”

“Cavolo! Non mi sono accorto di niente. Forse ero troppo in basso per sentire, i cani sì, li ho uditi, ma non gli ho dato importanza. E tu? Con i pantaloni sei a posto?”

“Ma va a quel paese.” terminò Mario ridendo, e fu proprio in quel momento che si sentì in lontananza, nel cielo, un boato seguito da un rumore simile a una scudisciata.

Istintivamente alzarono lo sguardo verso l’alto in quella direzione, fecero appena in tempo a vedere una saetta zigzagare fra le nuvole che nel frattempo si erano addensate sulle sommità dei monti a qualche centinaio di metri in direzione nord.

Evidentemente la giornata volgeva al peggio, anche se le nuvole erano lontane e sembravano ferme nella loro posizione.

Si guardarono stupiti perché la giornata era iniziata con un cielo limpido e sereno, nulla faceva presagire un temporale.

Si chiesero quindi cosa fare se continuare nella ricerca dei funghi, peraltro finora infruttuosa, o tornare a casa.

Decisero di restare di comune accordo, ma di non allontanarsi troppo, nel caso cominciasse a piovere all’improvviso.

Claudio tornò più a valle, per continuare la perlustrazione della zona, Mario invece restò nel piano e si diresse verso ovest, proprio nella direzione in cui erano scappati i cinghiali, certamente non sarebbero tornati indietro.

In lontananza si sentivano i tuoni ma finché erano lontani non c’era problema e Mario continuò, passo dopo passo con lo sguardo sempre rivolto verso il basso, nella vana speranza di trovare un benedetto fungo, sapendo benissimo che se non lo chiamavano loro, non ne avrebbe visto uno nemmeno se ci pisciava sopra. Fu così che si trovò nei pressi di un traliccio della corrente elettrica senza quasi accorgersene.

Ciò che avvenne dopo non durò che pochi secondi. 

In quei frammenti di tempo Mario riuscì a capire la famosa frase che spesso aveva letto in vari romanzi, o sentito narrare nei film, quando la voce fuori campo racconta gli avvenimenti:

In un attimo gli passò davanti agli occhi tutta la sua vita.”

Non gli passò tutta la vita davanti agli occhi, ma un breve frammento, uno che in questo momento fu particolarmente utile per salvargliela la vita.

Alzò gli occhi d’istinto perché sentì un sibilo sopra la sua testa, e vide che dalle nuvole lontane, sopra i monti, una saetta si staccò e si diresse macinando centinaia di metri in un battibaleno, verso il traliccio a quasi due metri da lui.

Si rivide bambino, in spiaggia con la mamma che lo stava spogliando dopo avergli tolto i vestiti e la catenina d’oro che teneva al collo, regalo per la sua prima comunione e gli diceva.

“Ricordati Mario, il metallo attira i fulmini, anche se è sereno sopra di noi, laggiù “ e indicò delle nuvole lontane sopra il mare” Il cielo è scuro, non si sa mai.”

Già, non si sa mai.

La prima cosa da fare era sicuramente quella di allontanarsi da lì, ma si sa col senno di poi tutto è più semplice; invece, seguendo il consiglio di sua madre si portò le mani al collo velocemente per togliersi la catenina d’oro, la stessa che portava quel giorno sulla spiaggia, con in più un ciondolo sempre d’oro, raffigurante il suo segno zodiacale.

Intanto lo sguardo rimaneva incollato al traliccio, la saetta era arrivata sulla sua sommità e stava scendendo a velocità vertiginosa verso il basso. Riuscì a staccare il fermaglio che chiudeva la catena, se la tolse dal collo, e fece il gesto di scagliarlo lontano, ma non fece in tempo: il fulmine, dopo aver attraversato il cielo e aver percorso tutto il traliccio, invece di scaricarsi sul terreno, si staccò dal metallo, e come una calamita, fu attirato dalla catenina, che in quel momento si trovava nella mano destra di Mario.

Il fulmine lo colpì proprio alla mano e sentì una potente scarica elettrica penetrargli in tutto il corpo e percorrerlo in tutta la sua interezza.

Il suo corpo prese a tremare e a vibrare come una corda di violino, fu sollevato a più di un metro da terra con le braccia spalancate come Cristo in croce.

Il metallo si fuse nella sua mano come burro, diventando un tutt’uno con essa.

Urlò.   Un urlo tremendo, agghiacciante che gli fece bruciare la gola e terminando con un rantolo che si trasformò in un fievole lamento, poi cadde privo di sensi stramazzando al suolo come una marionetta cui avevano tranciato i fili.

E qui finivano i suoi ricordi.

Claudio sentì l’urlo, non era molto distante.

“Mario! Che succede?“, gridò.

Corse nella direzione in cui aveva sentito provenire l’urlo.

Salì trafelato il leggero pendio, corse fino al traliccio e lì vide il corpo di suo fratello a terra esanime.

“Cristo santo Mario ma che…”

Gli si avvicinò e gli sollevò la testa, ma era completamente privo di sensi. Avvicinò la sua guancia alla bocca di Mario per vedere se respirava, non sentì nulla.

Fu preso dal panico.

Lo osservò meglio, vide che aveva la mano destra completamente nera, al centro una macchia color oro che gli era colato fin giù nel terreno. Non capì cosa fosse successo, ma sapeva che doveva fare assolutamente qualcosa, e presto.

Aveva visto fare la respirazione artificiale tante volte in televisione, una volta addirittura l’aveva visto spiegare in modo dettagliato in uno di quei programmi che parlano di medicina, ma la teoria è una cosa, la pratica è un’altra.

Cercò di riprendersi e pensò ad alta voce.

 “Devo spingere la testa all’indietro” quindi la prese con ambo le mani e spostò il mento verso l’alto, gli tappò il naso con le dita e gli fece la respirazione a bocca a bocca, tre, quattro, cinque volte. Poi passò al massaggio cardiaco, anche qui, fece semplicemente quello che aveva visto fare tante volte, senza sapere se la tecnica fosse giusta, ma non era il caso di sottilizzare troppo, doveva provare e basta.

Cominciò a comprimere il torace all’altezza del cuore a brevi intervalli, alternando la respirazione a bocca a bocca con i massaggi cardiaci.

Si fermò, provò a sentire se avesse ripreso a respirare: Niente.

“Maledizione respira!“, urlò.

“Respira!“

Così dicendo gli diede un pugno sul torace che lo fece sobbalzare da terra, e a quel punto vide che esso cominciava a sollevarsi piano, piano fino a raggiungere un ritmo regolare.

“Ce l’ho fatta! Ce l’hai fatta fratellone.”

Scaricò tutta la tensione accumulata in un pianto liberatorio, ma non volle perdere altro tempo, lo prese in braccio e con gli occhi velati dalle lacrime, lo portò in macchina dove lo adagiò sul sedile posteriore.

Correndo come un pazzo, suonando il clacson e sventolando un fazzoletto dal finestrino arrivò al primo soccorso di ambulanze del paese più vicino e da lì all’ospedale principale.

Posò il giornale.

“Mi ricordo tutto perfettamente, dottore“, disse.

Si guardò la mano destra fasciata con la garza.

Il dottore intuendo la sua prossima domanda lo prevenne.

“È quasi completamente bruciata. La sua mano è totalmente nera, a parte una piccola area, dove si è fusa la sua catenina d’oro, che è rimasta del colore della pelle. Provi a muoverla, per favore. “

Mario sollevò il braccio e mosse prima il polso roteandolo e poi a una a una tutte e cinque le dita. Si accorse che faceva un po’ fatica e sentì dolore durante il movimento, ma fu contento di vedere che non era paralizzata. Lo stesso dottore espresse la sua meraviglia con un’esclamazione.

“Bene, sembra che non ci sia limite alla sua fortuna.

Vedrà, con una fisioterapia appropriata sia alle mani sia a tutti gli arti, lei potrà tornare a casa in pochi giorni. Nel frattempo, c’è qualcuno di là che non vede l’ora di abbracciarla.”

E così dicendo uscì dalla stanza per poi riapparire sorridendo accompagnato da tre persone.

La prima che entrò fu sua figlia, Martina, la quale corse ad abbracciarlo piangendo di felicità,

“Babbo, oh babbo, che paura ci hai fatto prendere. Come stai? Stai bene vero? “ e lo abbracciava e baciava felice che si fosse risvegliato.

 “È tutto a posto piccola, va tutto bene, stai tranquilla.” riuscì a dire tra un bacio e l’altro.

Martina si sedette su una sedia a fianco del letto e gli tenne la mano per tutto il tempo che rimase.

La seconda persona fu il genero, il marito di sua figlia, Enrico, e per ultimo ma non certo per importanza, suo fratello Claudio, il quale esibiva un bel paio di occhiaie, segno inequivocabile di notti passate insonni e di un recente pianto. 

Lo salutarono felici.

“Salve Mario “, disse Enrico.

“Beh, tutto è bene quel che finisce bene.”

“Già “, rispose, non sapendo cosa aggiungere.

“Allora, fratellone, finalmente sei tornato nel mondo dei vivi, ti sei fatto desiderare lo sai? “

Disse Claudio rompendo il silenzio e siccome era felice, ma anche per mascherare un po’ la commozione, aggiunse.

“Senti, ho una confessione da farti, ma non vorrei che quanto sto per dirti ti faccia avere una ricaduta.”

Lo guardarono tutti in un modo strano con le bocche spalancate, cercando di capire dove volesse andare a parare dicendo quella frase.  Lui incurante degli sguardi dei presenti continuò, ma questa volta con uno strano sorriso sornione sul viso, che lasciava presagire qualche sorpresa.

Mario, che lo conosceva bene, sapeva che doveva aspettarsi una Claudiata, come le chiamava lui e quindi lo incoraggiò, con gli occhi rivolti al soffitto, disse.

“Sentiamo.”

Fingendo un fasullo imbarazzo disse.

“Per rianimarti, ho dovuto farti la respirazione a bocca a bocca, e porca miseria, non mi è dispiaciuto per niente, certo, che se la mattina ti lavassi i de…”

Non riuscì a terminare la frase che lo raggiunse un rotolo di carta igienica proprio sul naso che Mario, prontamente, aveva afferrato dal suo comodino nonostante la fasciatura.

Riuscì ad afferrarlo e lanciarlo inaugurando così la sua nuova mano nera e costatando con piacere che funzionava benissimo.

Claudio rimase interdetto per un attimo, ma aveva raggiunto il suo obiettivo e quindi tacque facendo scherzosamente il segno di cucirsi la bocca. Risero tutti e immediatamente si respirò un’aria diversa, le tensioni e le preoccupazioni dei giorni passati svanirono e i sorrisi illuminarono i volti dei presenti, specialmente quello di Martina.

Sua figlia era una bella ragazza, aveva ventotto anni, di media statura, con ogni cosa al suo posto, come si sol dire.

Il suo viso era di un ovale perfetto, con due labbra carnose, un nasino alla francese e gli occhi, così meravigliosamente verdi.  Quando Mario li guardava, si chiedeva sempre da chi li avesse presi, visto che sia lui che sua moglie, Gloria, li avevano castani. E sorrise tra sé pensando a quante volte l’aveva presa in giro dicendole in tono scherzoso.

“Chi è stato? Dimmi chi è stato, moglie fedifraga “

cercando di scansare immediatamente qualche oggetto volante.    E quel viso, incorniciato da una pioggia di capelli nerissimi che cadevano lisci fino alla base del collo, ora più bello che mai, possedeva il fascino che tutte le donne hanno quando aspettano un bambino.

Era incinta di sei mesi, aveva già un bel pancione tondo, e la nuova vita si era già manifestata con qualche calcetto che faceva gioire la futura mamma, la quale ogni volta che sentiva la bimba muoversi emetteva dei gridolini di stupore misti a piacere.

“E tu? Come va? “, le chiese.

“Tutto bene con la bimba? “ 

“Tutto a posto, babbo, le ultime analisi sono perfette.

“La pancia comincia in po’ a pesare, ma ne vale la pena no?“

“Naturalmente. E tu? “, disse rivolgendosi al genero.

“Me la tratti bene vero, la mia piccina? “

“Con i guanti Mario, stai tranquillo. “

Così dicendo abbracciò sua moglie e le diede un bacio sulla guancia. Era stata fortunata: prima di conoscere lui aveva avuto alcune esperienze che si erano risolte in pochi mesi senza lasciare nessuna traccia, poi aveva conosciuto Enrico in una sala da ballo che lei frequentava abitualmente con le amiche.

Lui invece era la prima volta che ci andava, le chiese semplicemente se voleva ballare, lei rispose di sì.

Il resto fu semplice, quando due persone si piacciono, avviene tutto automaticamente: il primo appuntamento, il primo bacio, e dopo qualche tempo, magari facendosi desiderare un po’, si ritrovarono a letto.

Di lui le piacque la semplicità, anche se non si poteva propriamente definire una bellezza, con quel volto magro e quel naso che non si poteva certo paragonare a un nasino, ma il suo sorriso lasciava intendere una bontà d’animo che negli altri ragazzi che aveva in precedenza conosciuto non aveva trovato.

Fu così che dopo cinque anni di fidanzamento, si sposarono e ora erano lì entrambi sorridenti in attesa di una bimba della quale avevano già scelto il nome: l’avrebbero chiamata Agnese.

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