LA PALUDE DELLO SCIENZIATO PERMALOSO di Stefano Rizzi

Foto di Anja da Pixabay 

PARTE PRIMA

QUANDO ANCORA C’ERA LA VOGLIA DI SCHERZARE

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                                                                        «Se vedi un gatto nero che ti attraversa la strada, che fai?».

                                                                              «Lo stiro… Ecco qua, come volevi tu».

                                                                              «E che sarebbe ‘sta pila di fogli?».

                                                                              «Eh, i report sui risultati dei test dell’ultima settimana, come

                                                                                  mi avevi chiesto tu, o mi sbaglio?».

                                                                              «Sì, giusto, i test… Grazie. Senti, ma… Quindi non sei

                                                                                  Superstiziosa».

                                                                              «Superstiziosa?… E che c’entra, non ti seguo».

                                                                              «Il gatto nero».

                                                                              «Ah, torniamo al gatto nero… No, non particolarmente, non

                                                                                   lo sono… Nemmeno troppo magnanima, ah ah».

                                                                              «Magnanima?».

                                                                              «Beh, lo prendo sotto quello stronzetto».

                                                                              «Già giusto. E, fammi capire, lo fai perché non te ne frega

                                                                                   nulla o perché hai una vena sadica?».

                                                                              «Che razza di domanda… Lo faccio così la bestiaccia la finisce

                                                                                   di portare sfiga agli altri!».

DI SOPRA

Era una di quelle giornate come non le fanno più.

Quelle che ti ricacciano indietro, con tutti i sensi allerta, per la riscoperta di odori, luci e parvenze tipiche di qualche ricordo infantile.

Aveva appena piovuto. Una pioggia sottile, insistente, né da ombrello, né da zucca libera con capigliatura svolazzante. Una di quelle piogge che ti mette in crisi dal punto di vista operativo. Che faccio? Son appena due passi… Rischio e faccio una corsetta?…

La corsetta l’avevo fatta, eccome, e, ricoperta da una patina umidiccia, imprecavo verso l’infinito perché, stracarica come un mulo di borse della spesa, non riuscivo ad estrarre dalla tasca il telecomando del garage.

Proprio mentre pensavo che dovessimo deciderci a riparare quella cazzo di porta d’entrata, per evitarci queste sortite continue dal garage, venni folgorata da quell’intenso odore di bagnato che mi capitava di provare da piccolina. E che mi piaceva un sacco. Un che di selvatico, che risalta ancor più quando la pioggia è sul finire e il cielo pian piano si schiarisce…

Mentre prendevo a calci la serranda del garage, riflettevo sul fatto che, negli ultimi anni, giornate di questo medesimo tipo, non erano più state così. Tutto era più asettico e il grigio non aveva sfumature. Ti capitava d’essere zuppa, ma non puzzavi di cane marcio. E se inspiravi a pieni polmoni sfidando le nuvole, non c’era il minimo rischio di provare un senso di vuoto e solitudine.

Gocciolavi solo.

«No, non le fanno più giornate così».

Ripetendo per l’ennesima volta il mantra cui s’era legata la mia povertà d’idee in quell’insulsa mattina di settembre, si verificò un piccolo miracolo.

La leva meccanica della serranda si azionò e l’interno del garage cominciò ad offrirsi alla mia vista. I calci, come anche i pugni, tante volte non avevano raggiunto orecchie da buon intenditore e avevo dovuto rassegnarmi ad operare ulteriori contorcimenti per estrarre il telecomando. Stavolta mi era andata di lusso…

«Romi, hai visite…».

«Sì, strano forte, di solito non viene mai nessuno per te…».

C’erano Lorna e Savannah in uno dei loro usuali assetti da mattinata in garage.

Entrambe le mie coinquiline, al pari della sottoscritta, non lavoravano quasi mai durante il giorno. La nostra casa constava di pochi ambienti, dato che il proprietario da cui eravamo in subaffitto ci aveva concesso la rimessa per l’auto, lusso che nessuno nell’arco di tre isolati poteva vantarsi d’avere, e la bellezza di due stanze letto al piano terra (pericolosamente contigue alla sua…). Il box auto senza auto, quindi, era stato da noi tre riconvertito a zona giorno utile ai più disparati utilizzi. C’erano un angolo cottura, una tavola con sei posti a sedere, TV al plasma, quattro divanetti morbidosi accompagnati da una selva di cuscini colorati, eccetera.

Era soprattutto l’“eccetera” a conferire un’aurea di disordine all’ambiente. Sembrava il risultato di una smobilitazione ai danni di un creditore moroso soggetto a sequestro forzoso…

In quel preciso momento, quando la serranda raggiunse l’apice cigolando, Lorna si stava allenando sulla panca, in equilibrio sulle punte, pronta ad un uno dei suoi arcuati balzi, tanto che mi aveva accolto guardandomi con la testa rovesciata all’indietro.

Savannah, invece, stava mutilando un album di fotografie, brandendo una forbicina da unghie. Monopolizzava tutto il tavolo su cui era china… Un pastisse patinato di teste mozzate e sorrisi tranciati.

Impiegai parecchi secondi ad individuare la mia presunta “visita”. 

Visibilmente a disagio, cercava di non scivolare giù da uno dei nostri divanetti in perenne stato d’implosione ameboide. Di fatto si combinano con uno spirito giovanile, possibilmente assuefatto a qualche forma di sballo da droga leggera, non al contegno dignitoso esibito dalla mia “visita” di allora.

Indossava un completo grigio da super-top-manager, che non si spiegazzava nemmeno costretto in quella posizione da kamasutra. L’auricolare a copertura dell’orecchio destro, i corti capelli a spazzola ed il riflesso luminoso di due i-phone ultimo modello maneggiati con estrema sicurezza, conferivano una grossa dose di fermezza ad un volto altrimenti anonimo.

Pensai subito che il tizio potesse avere quell’età. Sì, quell’età che si è diffusa tanto negli ultimi anni. Quella che si nasconde a sé stessa, e partecipa alla grande assenza di distinzioni che accomuna la maggior parte della gente tra i trenta ed i cinquanta.

Forse dipendeva anche da ciò il fatto che non lo conoscevo affatto… Se riconoscere qualcuno è così difficile, data l’uniformità biologica e di costume in quella fascia d’età, allora si tratta sempre di ricominciare dall’inizio… A parte le facce che vedi costantemente, o che sei costretta a vedere costantemente.

Tutte, inutili e… gocciolanti, disquisizioni interiori. Fu il tizio stesso a dissipare i miei dubbi…

«Salve signorina Heines, lei non mi conosce, ma ho una certa urgenza di parlarle. Mi chiamo Eugene, piacere».

Impressionante fu l’atletismo con cui riuscì a recuperare la posizione eretta sfuggendo senza impacci dalla morsa languida del nostro ovattato triangolo delle Bermuda. Nient’affatto una prestanza da impiegatuccio, testimoniata in pieno dalla stretta di mano a mo’ di ganascia per conigli.

«Non ha voluto niente, il nostro Eugene… Nemmeno un caffè».

«Sì, davvero rigidino il tuo ospite…».

Non feci caso ai commenti che si fingevano di cortesia disinteressata delle mie due amiche. C’ero abituata e, nell’accogliere l’imperiosa stretta di Eugene, senza farci troppo caso, avevo fatto cadere una borsa della spesa.

Quella con la confezione da sei di uova.

«Oh, mi dispiace signorina Heines, non volevo… Aspetti, faccio io».

Mentre ancora valutavo l’entità minima del danno, lo sconosciuto si mise a pulire quel po’ di liquido giallo fuoriuscito dal sacchetto mezzo dilaniato, estraendo un fazzoletto dal taschino. Un fazzoletto ricamato a mano che poteva benissimo costare una fortuna oppure essere il ricordo inestimabile di qualche cariatide appesa sui primi rami del suo albero genealogico…

Questo Eugene era entrato in scena da pochi minuti, ma era una continua fonte di destrezza…

«Oh, non si preoccupi…Lasci stare… Piuttosto mi dica, come mai mi conosce e di cosa deve parlarmi? Premetto un paio di cose: sono atea, non desidero convertirmi a nessuna catechesi, e, soprattutto, non mi piacciono le enciclopedie… Anche se lei, si vede, non è un tipo che vende enciclopedie… È più uno da… da… cellulari, forse?».

Accolse la mia boutade con ammirevole menefreghismo. Potevo dire qualsiasi cosa, ma lui non avrebbe immagazzinato altre informazioni oltre a quelle per cui era venuto. Con un contegno assoluto, si rimise il fazzoletto, ripiegato e lercio di tuorlo, nel taschino e, fissando svelto le mie coinquiline, disse:

«Adesso le spiego tutto per bene, non si preoccupi… Ma le chiedo una cortesia, c’è un posto dove possiamo parlare in privato?».

Anch’io guardai svelta le mie coinquiline. Savannah e Lorna avevano smesso di fare quello che facevano e si stavano arrovellando sul metodo migliore per impicciarsi dei fatti miei, con una certa disinvoltura.

Beh, non chiedevo di meglio!

Non avevo segreti con loro e non mi dispiaceva affatto l’idea che partecipassero con me a questo incontro inaspettato. La mia routine degli ultimi mesi era stata così piatta e noiosa che volevo fossero presenti anche loro al party, anche solo si fosse trattato di una cosa da cinque minuti, del tipo “no, guardi non sono interessata a qualsiasi cosa lei mi stia dicendo nel tentativo di rifilarmi una fregatura, però se fosse interessato a portarmi fuori a cena, ci sto alla grande… Ho una voglia matta di sushi. Scommetto che ha una bella macchina”.

«Non si preoccupi possiamo parlare tranquillamente anche qui. Lorna e Savannah sono di famiglia per me… E poi che sarà mai! Non dovrà mica rivelarmi chissà quale segreto, tipo che lei è mio fratello e siamo stati separati alla nascita…».

No, non aveva voglia di scherzare e nemmeno di immaginare. La mia presa in giro era stata messa in coda al solito vaglio del “fregauncazzo”.

Nel frattempo, la sudata Lorna, in tutina attillata, e la sfinge Savannah, in spettrale tunica, erano venute a spalleggiarmi, appollaiandosi sui satelliti deformati della zona relax.

Riluttante, Eugene, prese atto della mia volontà. A malincuore, visto che gli avevo sparigliato il compitino preparatosi a casa, la butto lì.

«E va bene. Sono venuto qui oggi in veste formale, come rappresentante della Dynamics Innovation. La conosce per caso?».

«Uhm, no, non ne ho sentito parlare… Cos’è, una multinazionale?»

«Beh, sì, anche… Una grossa azienda che opera nel settore della tecnologia e che ha diversi rami attivi in tutto il mondo… Ma non è di questo che volevo parlarle…».

«Peccato, speravo voleste assumermi…».

«Sappiamo che ha un ottimo curriculum, signorina Heines, siamo aggiornati sulla sua posizione. Il nostro interesse, però, è di tutt’altra specie ed è caratterizzato da una certa urgenza».

«Peccato… Allora spari, Eugene, non mi faccia stare sulle spine…».

«Ok. Taddeus Boloni. Dobbiamo assolutamente parlare di Taddeus Boloni».

°°°

Quello fu il primo incontro con Eugene. Poi ce ne furono altri. Uno al giorno per circa due settimane.

In quella prima occasione, al solo sentire risuonare nell’aria il nome di Taddeus Boloni, impiegai solo un paio di secondi a sbattere fuori di casa Eugene. Credo d’aver brandito pure un coltellaccio da cucina nel mio inaudito impeto di rabbia. Eugene non sembrava spaventato, più che altro rassegnato… Lorna e Savannah, invece, che mi conoscevano come un riservato mistero dal temperamento mite, sbarrarono quattro occhi fuori dalle orbite, segnalandomi tutta la loro sorpresa.

Le reazioni alle visite successive di Eugene furono meno impetuose, ma ero decisa a profondere la più ferrea reticenza e intransigenza nei confronti della sua richiesta di discutere quell’argomento che per me era un completo tabù.

Me lo trovavo nel vialetto di casa, di ritorno da una corsetta. Cento metri prima, alzavo a palla il volume dell’I-Pod e assistevo così al film muto del suo composto labiale indirizzato inutilmente verso la sottoscritta.

Andavo a gettare la spazzatura appena finito di cenare e spuntava fuori una versione boscimana di Eugene da un cespuglio. Mi mettevo a gridare aiuto come una pazza, simulando aggressioni sessuali, costringendolo alla fuga grazie alle testoline dei vicini preoccupati che iniziavano a spuntare dappertutto come funghi.

In piena notte, quando tornavo dal turno di lavoro al fast-food, lo trovavo appisolato nella sua lunga berlina nera parcheggiata di sbieco nel nostro striminzito giardino. Si svegliava di soprassalto al solo sentire il tenue rumore del garage che si apriva e, in piena confusione da sonno interrotto, faceva scendere il finestrino e ululava alla notte le sue accorate suppliche.

«Solo cinque minuti, Romi… Se torno senza averle parlato di Taddeus, mi licenziano… Se non peggio».

Aveva cominciato a chiamarmi per nome. Si prendeva confidenza. Era completamente disperato. Io non cedevo di un millimetro.

Questo braccio di ferro da me inscenato, però, aveva assunto contorni grotteschi. Verso la fine, erano già passati dieci giorni di piantonamento, Eugene aveva cominciato a familiarizzare con Lorna e Savannah.

Arrivavo a casa e me li trovavo tutti e tre spaparanzati nei divanetti. Bigodini e smalto le mie amiche, cravatta allentata e calzetti abbassati lui, tutti intenti a commentare notizie apprese da riviste di gossip.

Il mattino, scendevo dalla mia camera da letto ancora con le crosticine agli occhi, mi dirigevo verso il cucinino per prepararmi la colazione e, se non stavo attenta, rischiavo di inciampare sulle lunghe gambe di Eugene, steso a terra, con la testa ficcata sotto il lavandino, occupato a riparare una cronica perdita d’acqua. Lorna e Savannah, normalmente profane di qualsiasi nozione afferente al funzionamento della domus, che si prodigavano a passargli gli attrezzi rovistando da una polverosa cassetta.

La cosa spettacolare è che Eugene non faceva parola alle mie coinquiline dei suoi intenti, della sua missione nei miei riguardi. Si mostrava particolarmente corretto. Tanto per fare un esempio, non si era mai giocato la carta dell’imboscata sul luogo di lavoro, per mettermi maggiore pressione… Il suo metodo di convincimento, inoltre, era mutato parecchio: quando ci incrociavamo, si limitava a sfoderare uno sguardo da cane bastonato, gli occhi inumiditi da una snervante attesa.

Forse, cominciai a pensare, non era veramente pratico per un incarico del genere. Magari nella vita si occupava solo di bilanci e indagini di mercato.

Io, dapprima fumantina di rabbia, divenni pian piano curiosa. Portavo avanti la mia routine, ma sapevo che avrei ceduto, che la tortura esercitata sul povero Eugene doveva finire prima o poi.

Per cominciare avevo fatto le mie ricerche sulla Dynamics Innovation. Niente di speciale, una manciata di googleate approfondite. Il poco che aveva detto Eugene corrispondeva al vero. La D.I. era un colosso nel mercato I-Tech; con svariate tipologie di partecipazioni, fra società controllate e partnership, la ritrovavi come il cacio sui maccheroni nel settore delle comunicazioni, della cibernetica, dell’informatica, perfino dell’ingegneria aerospaziale… Nessun legame apparente con Taddeus, però! Muovevo i tasti della tastiera come una pazza, creando associazioni multiple di nomi, ma il motore di ricerca non mi restituiva uno stralcio di connessione tra la D.I. e il mio argomento tabù. Per questo sapevo che era questione di pochi giorni: cominciava a nascere in me l’idea che questi misteriosi soloni a capo della multinazionale stessero cerando Taddeus per fargliela pagare… Magari s’era macchiato di qualche violazione di proprietà intellettuale, oppure aveva incidentalmente nuociuto ai loro affari. Godevo al solo pensiero di fornire informazioni utili per un castigo divino che si abbatteva inesorabile su quel bastardo. La D.I. avrebbe agevolato la mia sete di vendetta!

Ma la mia resa non avvenne di proposito. Dibattuta tra assecondare la mia adolescenziale ripicca e la matura decisione di porre un incorruttibile veto nei confronti del Dr. Boloni, sarei potuta andare avanti per un altro mesetto.

Fu invece il caso ad accelerare l’approssimarsi del primo capitolo dell’assurda avventura in cui mi sarei imbarcata da lì a poco.

°°°

Quella sera era una delle sere “fioretto”.

Noi tre fittavole, almeno un paio di volte al mese, dovevamo fare un fioretto, un voto di pazienza e sopportazione, perché ci faceva visita René.

René era il nostro affittacamere e affitta-garage. Era uno sciupato sciupafemmine di quasi cinquant’anni, con una discreta dedizione all’alcool, pluri-divorziato, costretto a sublocare illegalmente la sua misera casa perché disoccupato e percettore solamente di una imprecisata e inspiegabile pensione d’invalidità parziale.

Oltre ad un fastidioso cascamortismo, infatti, le mie amiche ed io non avevamo scovato una minima traccia di disabilità nel suo corpo perfettamente tonico ed in salute, che, a prima vista, lo faceva scendere di una decade dai ’50. Appena apriva bocca, però, i fasulli ’40, insieme ai reali ’50, andavano a farsi benedire, ricollocandolo ai vertici dell’involuzione umana, in prossimità della tacca “Lucy – anello di congiunzione”.

I “fioretti” si rendevano necessari perché quando René veniva ogni due settimane a riscuotere la modica pigione, non mancava occasione che finisse per restar lì tutta la serata. Il motivo era facilmente comprensibile: innegabile che fossimo tre bei bocconcini, tre donne né di primo pelo né troppo mature dotate di discreto fascino, ognuna a modo suo, e che René traesse piacere di rivestire una posizione in un certo qual modo dominante verso di noi, probabilmente l’unico piazzamento gerarchico di grado non infimo nella sua deludente gara col mondo.

Sopportarlo c’era dovuto. Pagavamo poco e facevamo il cacchio che volevamo di quel garage riconvertito a sfogo multiuso delle nostre strambe pulsioni e dei nostri umori.

Capitava pure che René si portasse dietro degli amici, nella speranza che il motto “l’unione fa la forza” gli garantisse più chance di riuscita.

Quella sera era uno di quei casi e devo ammettere che Lorna mostrava una perniciosa attitudine a dar ragione al nostro farfallone impenitente.

Gli accompagnatori si chiamavano Don e Nate, probabilmente nomi finti, perché avevano le facce da “Disperato” e “Mortodi…”. Quasi sicuramente coetanei di René, negati al dialogo nella sua pura essenza comunicativa, scarsi pure nei tratti puramente testosteronici, zuzzurellavano e ciondolavano per diversificarsi dalla mobilia che, a ben vedere, esibiva decisamente più carattere di loro.

René si mostrava in effetti uno scalino più in su quanto a brillantezza e bastò questo per sciogliere Lorna. Questo, sì, assieme ad una bottiglia di vino bianco, portata apposta per le “signore”, mentre i maschi trangugiavano lattine di birra scadente.

Lorna, un po’ brilla, notoriamente non proprio selettiva in fatto di uomini, era tutta risatine e battiti di ciglia… La situazione si faceva drammatica. Cosa sarebbe potuto succedere se René finiva a letto con Lorna?… Io e Savannah stavamo giocando a scarabeo con gli altri due zombie balbuzienti e i nostri accostamenti di tasselli mostravano paranoie assai poco latenti: “s-f-r-a-t-t-o”, “s-e-n-z-a-t-e-t-t-o”, “m-o-r-t-e-d-i-f-a-m-e”.

Non so perché ma sia io che Savannah, le più lungimiranti del trio, avevamo la sensazione che René ci tenesse lì solo perché inappagato, solo perché rappresentavamo ancora una sfida di conquista personale. C’era sicuramente uno stuolo di disperate che ci avrebbe rimpiazzato nel garage, una volta ch’egli si fosse stancato di noi.

Lorna e René, nell’area relax, inclinavano sempre più i loro assetti verso un’orizzontalità disinibita, con la nostra amica propensa alla mimica dell’incoraggiamento. Non glielo diceva espressamente, ma tutto il suo corpo sussurrava un invito a nozze per René, avvezzo già di suo a situazioni simili.

Pane per i suoi denti.

Imbarazzata io per lei, piantai in asso il ben poco avvincente gioco da tavolo (anche se avevo in canna un promettente “a-n-d-r-o-p-a-u-s-a”, giocata forse decisiva e abbozzo di macumba verso René allo stesso tempo) per tentare di riparare le cose prima che fosse troppo tardi.

Venni trattenuta dalla mano pelosa di uno dei due babbei, forse Nate, che mi bloccò il polso, proprio mentre transitavo nei suoi paraggi. Vidi una cosa che non mi piacque affatto, la prima vera avvisaglia che la “seratina” non era da prendere troppo sottogamba. Questo Nate aveva intuito il mio fine; fece no con la testa, gli occhi stralunati a voler intendere un imperativo categorico, una prepotenza mal dissimulata dalle successive, strascicate, parole:

«Non disturbarli, lascia che si divertano… Guarda come se la intendono».

Tutto ciò seguito da un sorrisetto malizioso, sottintendente l’ipotesi che anche io e lui potessimo intavolare un discorso simile, e la risatina soddisfatta dell’altro buzzurro, Don.

Mi scrollai di dosso la manaccia di quello stronzo e perseguii il mio scopo. Avvicinatami a Lorna, inorridita dagli schiocchi dei primi sbaciucchiamenti, tentai una prima rappresaglia.

«Su, Lorna, forse è meglio se la finiamo qui. Vai a letto… Domani hai la gara delle ragazzine. Meglio se ti presenti riposata».

Non mentivo. Era la pura verità. Lorna è un’ex ginnasta ritmica che da qualche anno allena in una delle scuole più selettive del paese. L’indomani ci sarebbe stata in programma un’importante competizione e sapevo quanto la mia amica fosse competitiva.

Purtroppo, non era competitiva solo in una disciplina… Quasi non mi calcolò, adesso che René le aveva scaldato per bene il motore. Anzi, per assurdo, fu quest’ultimo a degnarmi di una minima attenzione.

«Dai Romi, su… Non rompere le palle. Così rovini l’atmosfera…».

«Ma che atmosfera e atmosfera… Mai trascorso una serata così agghiacciante. A stare con voi, faccio a botte con il mio amor proprio».

La frecciata velenosa stavolta era arrivata da Savannah, che mi accorsi improvvisamente essere seduta da sola alla tavola da gioco.

Don s’era alzato e stava armeggiando con la nostra radio ultra-datata che teniamo vicino alla zona relax, sopra un eccentrico cubo di latta dipinto a mano da quell’artistoide a tempo perso che è Savannah.

«Vieni qui, bellezza… Non ti va di ballare?».

Non me n’ero nemmeno resa conto, ma nel frattempo Nate mi aveva raggiunto. Ora mi cingeva la vita e s’era messo a simulare passetti trascinandomi in una danza inclassificabile, a metà strada tra i balli proibiti da scantinato fumoso di “Dirty Dancing” e il John Travolta strafatto di “Pulp Fiction”.

Per qualche secondo fui più impressionata dalla stravaganza che urtata dalla sfacciataggine di quell’orso maleodorante.

«Così, vai!… Dai che ingraniamo, bambolina».

Non appena mi si strusciò contro, gli mollai una pizza. E di quelle toste, nonostante fossi consapevole delle conseguenze… Vedevo nel suo volto, nella sua espressione, l’ottenebramento infoiato che può causare l’alcool in un uomo frustrato.

Nonostante la pessima musica folk scelta da Don si facesse strada nel garage, sembrò regnare un silenzio carico di ultimatum. Da ambo le fazioni. Restava da vedere chi aveva più potere contrattuale ed io, ahimè, un’idea ben precisa ce l’avevo.

«Come ti permetti brutta tr… Eh, l’avevo capito che sei una difficile da domare…».

Dopo questo pessimo commento da mandriano del Nevada, era tornato alla carica. Mi strinse ancora più forte a sé, facendomi male al braccio sinistro. Pervasa da un orrore subitaneo, sentii il suo sesso indurito contro di me, attraverso i jeans da discount. Un urletto di giubilo del compare Don, classico incitamento da comprimario del branco, sancì il definitivo punto di non ritorno.

Mentre m’aveva in pugno, sebbene mi divincolassi non poco, Nate cominciò a tirarmi i capelli, prendendone una manciata e torcendomi così la nuca.

«Ma che cazzo vi prende! Vi siete ammattiti tutti in sol colpo? Dai, lasciala andare».

Savannah aveva alzato la voce, cosa che non fa mai, nemmeno quando deve chiamare uno dall’altra parte della strada, a venti metri di distanza. Normalmente parla con un tono pacato, quasi senza espressività, come se il produrre un messaggio articolato le costasse troppo fiato.

In quel momento, invece, la sua perentoria esortazione era risuonata decisa, sopravanzando di parecchi decibel il frastuono della radio. Perfino gli avvinazzati colombi in amore s’erano sganciati l’uno dall’altro e solo ora cominciavano a realizzare il mutamento dello status quo.

L’ulteriore intromissione di Savannah contribuì ad incrementare di un altro livello l’inabissamento della lucidità mentale di Nate. Secondo la sua ottica degenerata il mio opporre resistenza e l’impicciarsi della mia amica erano affronti in piena regola. E cazzo, lui si stava solo divertendo, che c’era di male?

Approfittando del suo farsi meditabondo per un paio di secondi, gli sferrai una ginocchiata nelle palle e riuscii così a liberarmi.

Fiera di me stessa, esagerai un pizzico e compii un gesto piuttosto teatrale: gli sputai addosso. Cosa che lo fece letteralmente imbestialire. Più per il disprezzo che avevo emanato, che per le conseguenze materiali: ero completamente desalivata e più che uno sputacchio, m’era uscita una pioggerellina nebulizzata…

«Ok, ok, penso che le cose ci siano sfuggite di mano…».

Persino René, colto da un lampo di buonsenso, innestò una verbale retromarcia, ma ormai era troppo tardi. Nate mi stava venendo incontro ancora una volta e la sua faccia non prometteva nulla di buono.

Furono frazioni di secondo in cui fui colta da uno strambo pensiero. Più che un pensiero, un’immagine: un uomo vestito da fattorino, tipo quelli che lavorano nei magazzini e devono spostare continuamente scatoloni di qua e di là… la tuta da lavoro era grigia con una striscia rossa… l’uomo era un uomo comune, sui sessanta, anonimo, di quelli che non ti giri a guardarli… e mi fissava incuriosito dall’alto, per lo meno da una posizione leggermente innalzata rispetto il mio punto di vista.

Durante la visione avevo gli occhi chiusi. Avevo serrato le palpebre di riflesso, in attesa dell’impatto con la furia di Nate.

Non fu lo scontro con il mio molestatore di ventura a farmi riavere, a ricollegarmi con il mondo.

Furono le parole celestiali dettate da una voce d’uomo che, lì per lì, non seppi attribuire a nessuno dei tre maschi presenti.

«Basta così. Se fai un altro passo, ti buco… Non me ne frega un bel niente se ti mando all’altro mondo. La perdita di uno smidollato come te… ecco, beh… Sarebbe una fortuna per tutti, a mio modo di vedere…».

Vidi Eugene ritto in piedi, contornato dalla sagoma rettangolare del garage aperto quasi sino alla sommità, che puntava la canna di una scintillante pistola all’indirizzo di Nate, impugnandola con ambo le mani e tenendo le braccia ben tese.

Dava l’impressione di saperla usare, insomma, un senso di confidenza ben superiore rispetto alle battute da salvatore della patria. Su, quello, no, non ci sapeva fare. Mentre i tre uomini, visibilmente spaventati, si stavano organizzando rapidamente per abbandonare in fretta la festicciola, sembrava che Eugene stesse cercando altre parole che non gli venivano affatto, per correggere chissà come il tiro.

Capii cos’era avvenuto.

Quel rettile a sangue freddo che è Savannah, anziché correre maldestramente in mio aiuto, tentando una poco probabile zuffa con Don e Nate, aveva attivato l’apertura meccanica del garage e s’era messa a chiamare Eugene. Sapevamo tutte e tre che era negli stretti paraggi. Nella fattispecie, stava consumando un frugale pasto appoggiato al cofano della sua macchina.

Aveva ancora pezzettini d’insalata bagnati di maionese ai lati della bocca.

Intuito il pericolo che correvano, giusto il tempo per prendere l’arma di difesa dal cruscotto, ed era accorso a ripulire il nostro posticino dalla peggiore feccia della città… O, almeno gli sarebbe piaciuto metterla in questi termini…

Don e Nate non proferirono sillaba nell’uscire come cani bastonati, mentre Eugene, tutto impiastricciato del rossetto di Lorna, i capelli spettinati, ebbe la ridicola strafottenza di dire:

«Questo scherzetto vi costerà un extra non da poco, bimbe mie».

Ignorato da tutti, anche da una finalmente rinsavita Lorna, se ne andò anche lui, con la coda fra le gambe.

A quel punto, stoppai sul nascere il patetico mea culpa che stava per spiattellare la nostra amica ex ginnasta, vero casus belli di serata. Sia io, sia Savannah, desideravamo risparmiarci le sue tipiche e arzigogolate ammissioni di colpa, sfocianti inevitabilmente in interminabili giustificazioni.

Dopo quello che aveva fatto per noi, invece, ero decisa ad accontentare Eugene. Ci aveva proprio tolto dai pasticci, almeno quelli immediati… Inoltre, con il ferro maneggiato con destrezza, l’abito sgualcito da giorni di piantonamento inesausto e la barba leggermente incolta, aveva assunto un’aria particolarmente sexy.

Era proprio un bell’uomo.

Per la prima volta da quando era entrato nelle nostre vite, gli sorrisi, seppur affaticata dall’emozione appena vissuta.

«Stai bene, Romi… Non è meglio se ti siedi un attimo?».

Savannah era sinceramente in apprensione per la sottoscritta. Non si trattava di deformazione professionale, dato che è un’infermiera con i controcazzi, con un’esperienza lavorativa oramai decennale… No, la mia saggia amica non s’angustiava per un possibile contraccolpo fisico; era la mia psiche che le stava a cuore e, infatti, non esitò a far maggior chiarezza.

«Con quello che hai passato da piccola… Quello schifoso che ti stava addosso!… Ti sarà sembrato di rivivere cer…».

Si bloccò perché constatò nell’espressione che avevo assunto, un veto assoluto a sollevare l’argomento.

Dal canto suo, Eugene non chiese nulla. Se si era studiato ben bene il mio “file”, non poteva non essere a conoscenza del mio passato. O, per lo meno, di quella porzione di passato di pubblico dominio, di cui avevano parlato giornali e media per diverso tempo.

Sapeva benissimo chi ero, ma per entrambi non era un argomento utile al contesto.

Cambiai subito registro e venni al dunque.

«Caro Eugene, nel ringraziarti per quello che hai fatto per noi stasera, ti annuncio che ti concederò udienza».

«Intendi che potremo parlare di…».

«…Di quella certa persona di cui t’interessa parlare, sì. Quell’infingardo, maledetto…».

Nemmeno il nome riuscivo a pronunciare, talmente incazzata ero ancora verso Taddeus…

«Beh, giovanotto, ritieniti fortunato. Devi proprio aver fatto colpo sulla signorina. Romi non parlerebbe di quello che le è capitato da piccola nemmeno sotto tortura. Ti ricordi Lorna, l’ultimo giornalista che fine ha fatto?».

«Certo, e come posso dimenticarmelo… Veder frignare un uomo è cosa rara… Sorella, l’avevi proprio offeso di brutto».

Io e Eugene prima ci guardammo con un cenno d’intesa e poi sghignazzammo all’indirizzo delle mie due coinquiline, divenute improvvisamente maestre d’equivoco.

«Che cavolo avete capito! … A Eugene non interessa assolutamente parlare di quella cosa…».

«Già, confermo assolutamente».

Mentre Savannah dirottava già la sua logica verso altri lidi, sentivo le rotelle di Lorna che si rifiutavano di sgommare via. Era in panne:

«Cioè, fammi capire, intendi che questo tizio, come tutti gli altri che si sono presentati qui, non intende scrivere un articolo su di te e sul tuo aguzzino? Oppure avere i diritti sulla tua storia, sul rapimento e tutto il resto?».

«Acqua, s-o-r-e-l-l-a… E va bene, adesso vi spiego. Taddeus Boloni è semplicemente il mio ex datore di lavoro. Il mio capo fino a tre anni fa… E poi, su, sapete benissimo che quell’altro individuo non si chiama certo Taddeus…».

«Hai ragione… A torto, l’avevamo dato per scontato».

«Beh, meglio così… E perché il tuo ex capo… Molestie sessuali forse?».

La sete di gossip di Lorna era già tornata alla carica, nonostante sbadigliasse a più riprese e l’effetto dell’alcool si fosse oramai sopito.

Io e Eugene la ignorammo bellamente. Infilatosi la pistola nel retro dei pantaloni, come un attore consumato di film d’azione, egli era già andato a sedersi al tavolo della zona cucina, convinto che il tanto atteso rendez-vous si sarebbe consumato nella nottata, tra caffè, fumo di sigaretta, botta e risposta incrociati.

«No, Eugene, hai capito male. Adesso non ho proprio voglia. Facciamo così… Fatti trovare al fast food dove lavoro domani alle una di notte. Stacco verso quell’ora e toccano a me le pulizie e la chiusura del locale. Possiamo starcene lì e parlare in tutta tranquillità >

«Ok, aggiudicato, Romi».

Non le stavo guardando perché accompagnai Eugene fuori dal garage, ma annusai delusione pura friggere dai pori della pelle delle mie due amiche.

Morivano dalla voglia di saperne di più sulla loro misteriosa e un tempo famosa coinquilina.

DI SOTTO

Nonno dice che la noia mi fa bene. Mi rende radiosa, giova alla qualità della mia pelle.

“Incarnato”, la chiama lui.

Se ho da fare, m’invento insomma qualche passatempo, allora divento paonazza, respiro affannosamente e i capelli mutano foggia, trasformandosi in una strana matassa stopposa.

E nonno ci tiene ai miei capelli. Sostiene siano la cosa più bella che ho.

Devo essere proprio uno schianto, oggi, visto che non ho fatto niente… niente di niente… sin da quando ho aperto gli occhi stamattina.

Devono essere all’incirca le due del pomeriggio.

Questo non lo so con certezza, però posso desumerlo con un accettabile margine d’errore.

Ci sono già stati, infatti, la “sirena isterica di mezzogiorno” e il “clacson scoppiettante delle una e mezza”.

Sono due degli innumerevoli suoni che scandiscono la mia giornata e che sento in lontananza.

Il nonno sa di questa mia catalogazione acustica, che mi permette di tenere il tempo, un-due-tre un-due-tre, e plaude a questa mia arte d’arrangiarmi.

Oramai dovrebbe essere a casa.

Devo sforzarmi di tornare in modalità terrena, altrimenti rischio di passare per una sprovveduta. E se gli sembro una sprovveduta, nel senso di non provvista di attinenza con la realtà, allora si sente in colpa e giù a rimpinzarmi di pillole e integratori. E quando mi sottopone a questi trattamenti, ok, sono certamente più in forma, ma finisco per roteare i pollici come turbine e percorro lo stanzone concentricamente come un circuito per gare automobilistiche.

Il problema è che quando sono sola, ovvero senza il nonno o qualcuno dei suoi arzilli amici vecchietti, è naturale per me trascendere. Oserei dire vitale.

Molto spesso l’andare a spasso fuori di qui senza muovermi di un millimetro è legato alle ipotesi. Le uniche ipotesi che posso fare riguardano il Nonno e la vita che conduce fuori di qui. Qualcosa so per certo, perché me l’ha raccontato lui. Parto da queste premesse per ronzargli nell’orecchio come una mosca impicciona.

Nonno prende la pillola blu. S’affretta a passare dal fiorista prima che cominci a fare effetto. Per una questione di decenza e anche di deambulazione. Quando pigia il campanello della vedova Mainoff, si sistema con la saliva i pochi capelli impaccati sulla sommità del cranio calvo e aspetta impaziente che l’ovale rugoso e raggrinzito faccia capolino. Quando la porta s’apre e sull’uscio compare la minuta cariatide che risponde alle sembianze di “vedova Mainoff”, allora Nonno sfoggia il mazzolino di tulipani appena acquistato. Vedova Mainoff nemmeno lo degna d’un attimo d’attenzione e fa vagare lo sguardo distrattamente sul pacco di Nonno, per accertarsi che la pillola blu abbia fatto effetto. In realtà l’anziana non vede più in là d’un palmo di naso e, quindi, il pacco rigonfio lo intuisce più che inquadrarlo veramente. Come intuisce l’identità di nonno, perché alle volte potrebbero essere il macellaio McAllan in pensione, oppure lo scomunicato pastore Jacob, gli infoiati all’ultimo stadio che cercano soddisfazione a casa della Vedova Mainoff.

Adoro pensare anche a Nonno che esce per andare a caccia. Di buon’ora, cinque e mezza di mattina, vestito di tutto punto nel suo completino mimetico, fucile a tracolla, è lì che s’inoltra nel bosco. È un po’ gobbo e le ossa cigolano come ferraglia arrugginita, ma sa dove mettere i piedi, non inciamperà mai su una buca come un tenero pivello… Ha buona mira, nonostante l’età la vista s’è conservata bene… Forse perché ha trovato me, che sono “la luce dei suoi occhi”, come ama definirmi quando è in vena di complimenti. In pratica sono un rimedio contro la presbiopia, il che mi rende orgogliosa. Non lo nego. Solo che Nonno non lo dice in giro. Mette ugualmente occhiali con lenti spesse come fondi di bicchiere. Così quando impallina volontariamente le chiappe di un buzzurro rivale di cacciagione, può addurre una scusa valida. Tipo che l’aveva scambiato per un cinghiale… Di solito non s’accaniscono contro Nonno, perché vedono un omuncolo rattrappito e male in arnese. E allora lui e i suoi amici si divertono come pazzi… Come quando bucano di proposito le ruote delle Jeep degli altri cacciatori, oppure quando sventrano un alce e lo lasciano con le budella di fuori, tanto per vedere i cani e altri animali del bosco accorrere per cibarsene…

Oh, fantastico anche quando pedino Nonno che va a trovare i miei genitori.

Babbo e Mamma.

Alle volte sono un riconosciuto archeologo e un’avvocatessa di grido. Altre volte sono un campione di golf e una sassofonista jazz. Certe volte si va sul semplice e sono due allevatori di cavalli a ricevere spartanamente il Nonno; se si vuole strafare, invece, possono essere un grigio marziano che s’esprime telepaticamente e una gigante latta di fagioli parlante ad accogliere l’improvvisata…

Resta il fatto che sono pur sempre Babbo e Mamma. E non hanno preso bene la mia assenza. Il mio essermi volatilizzata. Cancellata dalla vita in superficie.

Cascasse il mondo, però, non chiedono mai di me a Nonno.

Primo, perché sono orgogliosi come indiani pellerossa in via d’estinzione.

Secondo, perché non sanno chi sia Nonno, ergo che glielo chiedono a fare?  

La maggior parte delle volte Nonno si spaccia per l’uomo della compagnia del metano che deve fare la lettura del contatore. Oramai Babbo e Mamma non ci fanno più caso, lo danno per scontato. Non osano chiedersi come mai quell’operatore in età abbondantemente pensionabile passi fino a quattro, cinque, volte in un mese. Non gli negano mai una tazza di latte accompagnata da biscotti fatti in casa. E allora se ne stanno lì a conversare. Anche fossero solo cinque minuti, un paio di chiacchiere le fanno sempre volentieri. Che è poi il motivo per il quale Nonno insiste nell’andare a trovarli. Così poi ha delle cose da raccontarmi. Cose che mi servono, perché fanno mitologia.

La mia mitologia.

Il Nonno è furbetto, li sa prendere per il verso giusto. In pratica s’arma d’una vagonata di compatimento e comincia a frignare a parole per la drammatica situazione ch’essi stanno vivendo. “Perdere una figlia! Ed in età così giovane… Dev’essere terribile! Non oso immaginare… Saperla in giro chissà dove, magari prigioniera” e fandonie del genere. Loro si sciolgono e raccontano a Nonno di come riescono ad andare avanti, ricamano apologie sulla speranza e sull’amore. Gli cacciano in mano cornici con foto di me pupattola, con il cuccio in bocca, tirano fuori rapporti della polizia, pacchi di volantini minacciosi su cui spiccano frasi del tipo “L’avete vista?”.

Nonno è un fenomeno… Gli viene un appetito da lupi in quelle situazioni. S’abbuffa di biscotti e sta ad ascoltare il profluvio di parole animato da Babbo e Mamma. Per il resto, approfitta dei rari momenti di disattenzione dei due, in modo da sgraffignare qualcosa. Piccoli ricordini, tipo santini della Madonna, oppure posacenere in terracotta.

Poi me li regala, e questa cosa non rientra nell’alveo delle mie “ipotesi”, perché me li porta davvero. Ce li ho qui ammassati. Direi che sono essi stessi, questo campionario di oggettistica da salotto, a fomentare il meglio delle ipotesi, nei miei eterei inseguimenti al Nonno, versione “fuori di qui”, lontano dai sensi.

C’arrangiamo come possiamo, io e lui.

Ed è bizzarro ch’egli incoraggi tanto questa mia predilezione per la saga delle visite ai miei genitori affranti. Sappiamo benissimo entrambi, infatti, come sono finita qui dentro. Scappata di proposito dall’orfanotrofio a dieci anni. I miei genitori manco avrei potuto conoscerli.

È la cosa che gli scoccia di più. Gli sarebbe piaciuto aver fatto più fatica per prendermi. Come con le sue lepri selvatiche e volpi fulve.

E invece gli sono piovuta addosso.

Oh, eccolo che arriva. Le assi del pavimento sopra di me non mentono.

D’altronde s’è appena sentito lo “schiamazzo tonante delle cinque” e il Nonno spacca sempre il minuto.

Vediamo se si sentono altri passi oltre ai suoi.

Chissà se ha portato degli amici…

CONTINUA

LA PALUDE DELLO SCIENZIATO PERMALOSO è un romanzo di Stefano Rizzi

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