La stella del calcio

Quando le agenzie di stampa batterono la notizia, fu come una bomba atomica. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che il giovane campione del quale si parlava da tanti mesi sarebbe stato acquistato proprio da quel club.
Ed invece così fu.
Il più forte e forse anche il più spregiudicato club calcistico d’Europa aveva saputo condurre con insolita discrezione quelle trattative così delicate che gli avevano permesso, pagando una cifra astronomica, la più alta della storia, di comprare il giovane talento, il prodigioso attaccante sudamericano, le cui premesse ed aspettative avevano infiammato l’interesse di tutti i club calcistici dell’intero pianeta, i quali rimanevano, ora a bocca asciutta.
Con un volo privato, protetto da ogni ingerenza esterna tramite una sorta di cordone sanitario, il ragazzo venne trasferito dalla sua città del Sudamerica fino alla metropoli europea della squadra che lo aveva acquistato.
Folle di giornalisti della stampa, della radio e della televisione lo attendevano all’aeroporto, oltre naturalmente ai tifosi in delirio.
Lui salutò tutti, mal celando una certa emozione, ma non rilasciò nessuna dichiarazione e così fecero i dirigenti del club che si limitarono a far trapelare la loro evidente soddisfazione.
Per preparare il ragazzo ad affrontare i media, gli furono fatti seguire dei corsi accelerati di dizione e di recitazione. Il più celebre dentista della città fu ingaggiato per sbiancargli i denti ed anche i suoi capelli e la sua pelle furono oggetto di costose attenzioni estetico-telegeniche.
Tutto questo era finalizzato alle infinite ospitate nei programmi televisivi d’Europa; non solo in quelli sportivi che si occupavano di calcio: tutte le televisioni lo volevano, con la certezza che l’indice d’ascolto sarebbe esploso. Ed infatti quelle prime settimane il ragazzo le passò più in TV che sui campi di calcio.
Al primo allenamento, nello stadio vi erano più telecamere che fili d’erba. Non c’era un solo Paese al mondo che non avesse inviato una o più troupe televisive per filmare l’evento.
Il suo club trovò facilmente sponsor ricchissimi che facevano a botte, a suon di milioni, pur di avere il proprio logo sulla maglietta del giovane talento. Grazie agli accordi contrattuali, fece anche da testimonial per alcuni spot pubblicitari, naturalmente pagati a peso d’oro.
Finalmente arrivò il debutto in campionato.
L’allenatore aveva concordato con il club di non far subito giocare il nuovo talento come titolare: era preferibile farlo entrare verso la metà del secondo tempo, creando così un’attesa spasmodica, una grande suspense ripagata da milioni e milioni di sponsorizzazioni e pubblicità.
Quando arrivò il momento fatidico, le squadre erano ancora sullo zero a zero. L’allenatore chiese il cambio e di colpo lo stadio s’ammutolì in una silenziosissima apnea. Si sentiva solo riecheggiare il rumore della raffica di mitra provocato delle infinite macchine fotografiche che scattavano imperterrite. Gli operatori televisivi avevano l’occhio piantato nel mirino come dei cecchini e filmavano tutto con i loro teleobiettivi: guai se si fossero persi anche solo un momento di quell’evento così formidabile. Gli indici di ascolto in mondovisione andarono alle stelle stracciando qualsiasi record precedente.
Quando lui mise finalmente piede in campo, lo stadio esplose in un boato che riecheggiò nell’aria per chilometri e chilometri. Le guardie del corpo e gli addetti alla sicurezza ebbero il loro bel daffare nel tenere a bada quei cameraman e quei fotografi più temerari i quali, cercando di immortalare quel momento da più vicino possibile, si mimetizzarono nella fitta coltre dei fumogeni per scavalcare le barriere di filo spinato ed avvicinarsi così alla panchina del campione. I veterani del giornalismo sportivo ripetevano che non si ricordava un’accoglienza così fragorosa in tutta la storia del calcio.
La partita quindi riprese con il campione in campo. L’azione si stava spostando verso la porta della sua squadra e lui, benché fosse un attaccante, arretrò subito in difesa per dare una mano in quanto “animato da grande spirito di sacrificio”, o almeno questo affermarono i cronisti. Arrivato vicino alla porta l’attaccante nemico tirò, ma la palla fu prima deviata da un difensore poi, a causa d’una strana carambola, arrivò proprio sul piede del nostro campione.
E qui purtroppo non si capisce bene cos’abbia cercato di fare: forse voleva passarla indietro al suo portiere o forse voleva semplicemente allontanarla quanto più possibile dai minacciosi avversari che incombevano o chissà cos’altro…
Sta di fatto che toccò il suo primo pallone e fece autogol.
Tra l’altro con un tiro molto bello.
Lo shock fu come un tuono biblico che scosse l’intero pianeta.
Ma, il più colpito fu proprio il giovane attaccante sudamericano che, prima, scoppiò in un pianto straziante e disperato, poi, muovendosi come in preda alle convulsioni, scappò via dal campo saltando e piangendo.
Tutti gli altri giocatori (inclusi gli avversari), l’arbitro, l’allenatore, i dirigenti, i giornalisti, i fotografi, i cameramen, le guardie del corpo e tutto il pubblico erano rimasti pietrificati.
Non s’è mai saputo come avesse fatto ad eludere sorveglianza e controlli, ma riuscì a sparire senza lasciare nessuna traccia. I tentativi fatti nelle ore, nei giorni e nei mesi successivi per ritrovarlo furono tutti vani. Qualcuno ipotizzò che il ragazzo potesse aver compiuto un gesto estremo.
Solo ventidue anni dopo, un turista – vecchio tifoso di quella squadra – lo riconobbe.
L’ex campioncino, che nel frattempo aveva cambiato nome, gestiva un piccolo chiosco di hot-dog davanti all’Abatross Bar di Edinburgh of the Seven Seas, sulla remotissima isola di Tristan da Cunha.
Non volle rispondere a nessuna delle domande che il vecchio tifoso gli rivolse su quella drammatica partita di ventidue anni prima, né sull’autogol né sulla rocambolesca fuga.
Disse solo che lì era finalmente felice.

La stella del calcio è un romanzo di Francesco Speroni